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Trapianti, ebbe i reni da un donatore: muore e dona il fegato ad un paziente bisognoso

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E’ stata “ricevente” e “donante”. Un’esperienza di vita, quella di un’agrigentina ottantenne deceduta nelle scorse ore per una emorragia cerebrale. La donna ha beneficiato di un doppio trapianto di reni decidendo in caso di morte di donare i propri organi: dopo il decesso le è stato prelevato il fegato. Dopo la sua morte, un team multidisciplinare composto da medici e sanitari appartenenti ai diversi reparti dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, in sinergia con l’equipe chirurgica dell’Ismett di Palermo, ha proceduto all’espianto. L’intervento è perfettamente riuscito e il fegato, prelevato alla ottantenne agrigentina, è giunto a un paziente.

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Incendio in zona impervia a Napoli, Canadair in volo

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Canadair in azione a Napoli in una zona impervia del quartiere Soccavo a causa di un incendio che ha interessato un’area ampia di almeno quattro ettari che lambisce anche una zona abitata. I vigili del fuoco dal basso e dall’alto il Canadair dopo ore sono riusciti ad avere la meglio del rogo. L’area che è andata a fuoco non era raggiungibile da terra e il primo intervento, disposto dopo le 14 con un elicottero, si è rivelato insufficiente. Si sono quindi levati in volo due canadair. Le operazioni sono state coordinate dalla sala operativa della Protezione Civile regionale. In giornata si sono verificati anche altri due incendi, nel Salernitano: ad Agropoli e a Castiglione dei Genovesi. Anche qui si è reso necessario l’intervento di un elicottero.

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Spranghe e olio da riscaldare in cella, alta tensione in carcere a Santa Maria Capua Vetere: il SPP chiede perquisizoni in tutti i penitenziari d’Italia

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Tensioni ieri sera tra agenti e detenuti, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), teatro domenica scorsa di una rivolta, durante una perquisizione straordinaria disposta dall’amministrazione penitenziaria in conseguenza dei tumulti: gli animi si sono surriscaldati (si registra qualche contuso) quando nel corso delle ispezioni nelle celle delle sezioni del reparto Nilo (che ospita circa 400 persone) sono stati trovati e sequestrati spranghe ricavate dalle brande, bacinelle piene d’olio (come quello usato domenica per minacciare la polizia penitenziaria, ndr), numerosi pentolini per farlo bollire, e altri oggetti contundenti. Nell’istituto del Casertano, dove è stato rilevato un caso di positività al coronavirus in un detenuto, sono entrati in azione circa 150 agenti del Nucleo Pronto Intervento della Polizia Penitenziaria, istituito dall’amministrazione penitenziaria regionale, proveniente da Napoli, in aggiunta agli 80 agenti normalmente in servizio. Sulla base di quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere, il segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, ha chiesto al  DAP e al Ministro della Giustizia “perquisizioni immediate in tutte le carceri italiane, attraverso un piano straordinario che nel giro di tre giorni, con l’ausilio di altre forze dell’ordine, consenta allo Stato di assicurare il controllo degli istituti penitenziari”. “La violenta protesta dei detenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere (in provincia di Caserta), che ha portato al ritrovamento di spranghe, olio bollente e coltelli artigianali è il segnale che i detenuti si stanno organizzando a nuove rivolte ancora più violente. Se qualcuno si illudeva che le rivolte nelle carceri fossero esaurite deve ricredersi. Noi continuiamo a ritenere che la psicosi della diffusione del Covid-19 è solo la miccia di una protesta che cova da settimane”.

 

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Mafia, Bruno Contrada risarcito con 670mila euro: riparazione per 8 anni di ingiusta detenzione

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La Corte d’Appello di Palermo ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione presentata da Bruno Contrada, ex numero due del Sisde, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. A Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano, sono stati liquidati 670mila euro. La condanna dell’ex poliziotto venne giudicata illegittima dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Cassazione. Contrada ha scontato 8 anni tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un tentativo di revisione della sentenza, dichiarato inammissibile, si rivolse alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Nel 2015 i giudici della Cedu hanno condannato l’Italia a risarcire il funzionario, nel frattempo radiato dalla polizia, sostenendo che non andava processato ne’ condannato perche’ il reato di concorso esterno in associazione mafiosa ha assunto una dimensione chiara e precisa solo con la sentenza Demitry, del 1994. E Contrada era finito davanti ai giudici per fatti precedenti a quella data. Uno spunto, quello della pronuncia della Cedu, che il legale di Contrada ha usato per chiedere, tramite un incidente di esecuzione, la revoca della condanna. Ma la Corte d’appello di Palermo giudicò il ricorso inammissibile. Tutto fu ribaltato dalla Cassazione che revocò la condanna privando il verdetto della eseguibilità e degli effetti penali. Oggi l’ultimo traguardo del risarcimento per la detenzione illegittima. Bruno Contrada venne arrestato il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in appello e il funzionario venne assolto. L’ennesimo colpo di scena ci fu in Cassazione, quando l’assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d’appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermo’ la condanna a 10 anni.

“I danni che io, la mia famiglia, la mia storia personale, abbiamo subito sono irreparabili e non c’e’ risarcimento che valga. Io campo con 10 euro al giorno. Stare chiuso per il coronavirus non mi pesa: sono stato recluso 8 anni”. Lo dice l’ex dirigente generale della polizia di Stato Bruno Contrada dopo aver appreso della decisione della Corte di appello che lo risarcisce per ingiusta detenzione. Contrada, 88 anni e mezzo, ancora lucidissimo e con una grande memoria, e’ stato arrestato nel Natale 1992 e ha trascorso 4 anni e mezzo in carcere e 3 anni e mezzo ai domiciliari. Due anni gli sono stati condonati per buona condotta. “Il denaro – dice – non puo’ risarcire i danni che ho subito in 28 anni. Quando nel 2017 la Cassazione ha recepito la sentenza della corte europea per i diritti dell’uomo, confortata dalla decisione della grande Camera di Strasburgo dove 17 giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’Italia ho provato un momento di gratificazione. L’Europa riconosceva la mia sventura umana e giudiziaria. Ma io provavo sofferenza solo a leggere i documenti di quella causa che cominciavano ‘Bruno Contrada contro l’Italia”. “Ho vissuto – continua – fin da piccolo col valore altissimo della Patria, l’Italia, e dello Stato. Solo per questo avrei diritto a un risarcimento solo perche’ hanno distrutto le certezze e i valori in cui ho creduto una vita”. “Per me – prosegue – indossare la divisa da ufficiale dei bersaglieri a 22 anni, e poi quella della Polizia di Stato fino a diventare dirigente generale, era tutto. Anche in carcere applicavo quei valori comportandomi bene e rendendomi utile con i consigli e l’esempio per i compagni di detenzione”.

“Riteniamo che la pronuncia della Corte d’appello sia perfettamente in linea con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e ne dia la giusta esecuzione: al di la’ del quantum liquidato, i giudici, con un provvedimento libero e coraggioso, hanno statuito che Bruno Contrada non andava ne’ processato, ne’ tanto meno condannato e che, dunque, non avrebbe dovuto scontare neppure un solo giorno di detenzione, disattendendo le obiezioni della Procura Generale e dell’Avvocatura dello Stato”. Lo dice l’avvocato Stefano Giordano, legale di Bruno Contradacommentando la sentenza della corte d’appello di Palermo che ha risarcito il suo cliente, ex numero due del Sisde condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’ingiusta detenzione subita. “Ci riserviamo ora – aggiunge – di esaminare attentamente il provvedimento, per valutare eventuali spazi per l’impugnazione avanti la Corte di Cassazione”.

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