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Cultura

Tra soldati e briganti, le ferite della storia

Oltre duecento persone al Centro ricerche Neuromed di Pozzilli per la presentazione di Tra soldati e briganti di Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli. Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo: «La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».

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POZZILLI (ISERNIA) – La storia non è mai soltanto quella dei vincitori o degli sconfitti. È anche la storia di chi non ebbe voce, di chi rimase ai margini delle decisioni, di chi si trovò schiacciato tra la violenza delle bande e la durezza della repressione. È da questa prospettiva che nasce Tra soldati e briganti, il volume scritto da Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli, presentato nella sala congressi del Centro ricerche Neuromed di Pozzilli davanti a oltre duecento persone.

Una partecipazione imponente, con i vertici delle forze di polizia, rappresentanti delle istituzioni militari, sindaci, consiglieri e assessori regionali. La sala gremita ha restituito la dimensione non soltanto culturale, ma anche civile dell’incontro.

A moderare il confronto è stata la giornalista di Mediaset Anna Maria Chiariello. Con gli autori sono intervenuti il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, autore della prefazione, e il presidente nazionale della LILT, professor Francesco Schittulli.

L’intero ricavato del volume, al netto delle spese, sarà devoluto alla Lega italiana per la lotta contro i tumori e destinato alle attività di prevenzione oncologica sul territorio.

Il lungo applauso per l’Arma

Quando è stato pronunciato il nome del generale Luongo, dalla sala si è levato un applauso lungo e intenso. Non soltanto un omaggio al Comandante Generale, ma il segno di un legame profondo con l’Arma dei Carabinieri, percepita ancora oggi come una presenza vicina alle comunità, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree interne.

Quel sentimento ha attraversato l’intero dibattito. Il libro, infatti, non ricostruisce soltanto il fenomeno del brigantaggio, ma illumina il ruolo svolto dai Carabinieri in territori difficili, segnati dalla povertà, dall’isolamento, dalla fragilità delle istituzioni e da una violenza che investiva tanto le bande quanto le popolazioni civili.

Una valigia di cuoio e le carte di Domenico Fuoco

Aldo Patriciello ha raccontato l’origine della ricerca. Tutto cominciò con il ritrovamento, in una casa, di una valigia di cuoio contenente documenti appartenuti a Domenico Fuoco, uno dei protagonisti del brigantaggio nell’area molisana.

«Provai a capire se quei documenti fossero originali, perché raccontavano il brigantaggio in un territorio, il Molise, che ebbe un ruolo importante. Partendo da quelle carte ne abbiamo trovate altre».

Da quel primo nucleo documentale la ricerca si è allargata, portando gli autori a ricostruire vicende familiari, istituzionali e politiche capaci di collegare la storia locale alla storia nazionale.

Tra queste emerge quella della famiglia Cimorelli, presente nelle istituzioni prima monarchiche e successivamente repubblicane. Tra i suoi discendenti figura anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone.

«Non è una storia del brigantaggio. È un racconto dei fatti, anche di quelli criminali e sanguinari commessi dai briganti. Proviamo a rileggere uno spaccato di storia attraverso le carte di Fuoco».

Il libro, ha sottolineato Patriciello, poggia su una documentazione che consente di ricostruire una vicenda terribile, proseguita anche dopo le fasi più intense della repressione. Il brigantaggio non scomparve immediatamente, ma continuò a manifestarsi come fenomeno criminale in diverse aree del Mezzogiorno, dal Molise alla Basilicata.

La storia senza ideologia

Il generale Salvatore Luongo ha individuato nella fedeltà alle fonti il principale valore dell’opera.

«È un testo che racconta paesaggi, pietre e tradizioni di questa terra in un determinato momento storico. C’è sempre il tentativo di raccontare la storia con l’ideologia, ma questo testo non lo fa».

Nella prefazione, Luongo descrive Venafro come un luogo che porta con sé la storia senza esibirla. Una storia custodita nelle case, nei palazzi, negli archivi, nei verbali e nelle memorie familiari.

Il volume parte infatti dalla dimensione concreta dei territori per allargare lo sguardo alla caduta del Regno borbonico, all’unificazione italiana e agli equilibri delle potenze europee. Non una lettura calata dall’alto, ma una ricostruzione che procede dalla microstoria verso la storia nazionale.

«Questo libro è bello perché è uno studio delle fonti. Rappresenta in maniera chiara quel periodo. Venafro è una comunità che merita rispetto».

Non c’è, nell’impostazione proposta, la volontà di assolvere o condannare in blocco. Il brigante non viene trasformato in un ribelle romantico, il soldato non è rappresentato automaticamente come un oppressore, il rappresentante delle istituzioni non diventa per definizione un eroe. I protagonisti sono restituiti alla complessità delle loro azioni e del tempo nel quale vissero.

I Carabinieri e la prossimità alle comunità

Luongo ha approfondito il ruolo dell’Arma negli anni successivi all’Unità d’Italia, quando i Carabinieri venivano inviati in territori che spesso non conoscevano.

Molti provenivano dal Nord e si trovavano a operare in paesi nei quali lo Stato unitario non era ancora pienamente riconosciuto. Dovevano comprendere comunità differenti, costruire rapporti e affermare la legge in una realtà segnata da complicità, paura e silenzi.

«Eravamo già caratterizzati da una mentalità che ancora oggi ci identifica: la prossimità ai problemi della gente».

Era stata costituita la Guardia nazionale, impegnata sotto la guida del generale Emilio Pallavicini nel contrasto al brigantaggio. In quel contesto, ha ricordato Luongo, i Carabinieri mostrarono una vocazione distinta: non soltanto la repressione, ma la presenza quotidiana e la costruzione di credibilità.

Un passaggio particolarmente significativo riguarda proprio Domenico Fuoco, che definiva i Carabinieri “nemici onesti”.

«I briganti avevano rispetto dei Carabinieri. Lo spirito di sacrificio dei militari dell’epoca era e rimane esemplare. La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».

Il generale ha quindi rivolto un pensiero ai caduti dell’Arma, uomini che persero la vita mentre l’Italia cercava ancora di diventare uno Stato effettivamente presente nei territori.

Il popolo tra incudine e martello

Pasquale Passarelli ha indicato nel popolo il vero protagonista del libro.

Non il popolo idealizzato, ma quello concreto: contadini, braccianti, donne, analfabeti, persone prive di rappresentanza e quasi completamente escluse dalle decisioni pubbliche.

«Era un popolo senza voce e senza possibilità di ascesa sociale, schiacciato tra un potere che non riconosceva e briganti che erano criminali e che commisero anche fatti irriferibili».

Gli autori hanno studiato i rapporti tra i cosiddetti cafoni e i galantuomini, tra le masse rurali e le élite locali. Hanno analizzato i dati elettorali di una società nella quale le donne non votavano e l’analfabetismo escludeva una parte enorme della popolazione dalla partecipazione politica.

«Ci ha colpito il protagonismo di un popolo che, in realtà, contava poco o nulla».

È proprio qui che il volume acquista profondità. La nascita dell’Italia unita non viene osservata soltanto dalle stanze del potere o attraverso gli spostamenti degli eserciti, ma dalle campagne, dalle masserie e dai paesi nei quali le persone comuni subivano le conseguenze di decisioni prese altrove.

Soldati, Carabinieri e rispetto della legge

Passarelli ha distinto il ruolo dei soldati da quello dei Carabinieri.

L’azione dell’esercito fu determinante nella repressione militare. L’Arma, invece, incarnava una funzione differente, legata alla tutela della legge e alla presenza permanente sul territorio.

«I Carabinieri combattevano coloro che non rispettavano la legge. Non odiavano e non privilegiavano nessuno. Erano impegnati a far rispettare la legge».

Anche la figura di Domenico Fuoco è stata affrontata evitando qualsiasi mitizzazione. Gli autori ne ricostruiscono la dimensione umana, le passioni e le fragilità, senza cancellarne la responsabilità per delitti e violenze.

«Lo abbiamo studiato come uomo e senza maschere ideologiche, per evitare di trasformarlo in un eroe negativo».

La Legge Pica e la repressione

Patriciello ha ricordato anche la durezza delle misure adottate dallo Stato per estirpare il brigantaggio.

Il generale Pallavicini applicò la Legge Pica, che introdusse strumenti straordinari di controllo e repressione. Una legislazione concepita come temporanea, ma i cui effetti si protrassero molto più a lungo.

Il libro ricostruisce una stagione nella quale furono imposti controlli sugli spostamenti, limitazioni alla circolazione e misure drastiche contro le reti di sostegno alle bande. Masserie isolate vennero murate o demolite, le comunità furono sottoposte a una forte pressione e anche i semplici sospetti potevano produrre conseguenze pesanti.

La repressione rispose a una violenza criminale reale, ma lasciò a sua volta ferite profonde nei territori e nelle popolazioni.

La prevenzione come investimento sociale

Il professor Francesco Schittulli ha legato il valore culturale dell’iniziativa alla sua finalità solidale.

Prima di entrare nel merito, ha sottolineato la presenza di Anna Maria Chiariello, unica donna sul palco, ricevendo un applauso dalla platea.

Schittulli ha ringraziato gli autori e la Fondazione Vincenzo e Mimosa Patriciello per avere scelto di destinare il ricavato alla LILT, precisando che le risorse resteranno sul territorio.

«Più investiamo nella prevenzione e nell’anticipazione della diagnosi, più sarà curabile quella che un tempo definivamo una malattia incurabile».

Il presidente della LILT ha posto una questione che riguarda il futuro dell’intero sistema sanitario: l’allungamento della vita richiede politiche capaci di garantire non soltanto più anni, ma una migliore qualità della vita.

«Dobbiamo investire in salute, non nella malattia. Occorre costruire più poliambulatori per la prevenzione e riconvertire gli ospedali dismessi, invece di pensare soltanto a nuovi ospedali».

Le persone prima delle contrapposizioni

Tra soldati e briganti non propone una nuova verità ideologica da contrapporre alle precedenti. Offre documenti, nomi, vicende e luoghi attraverso i quali osservare la nascita dello Stato unitario nella sua dimensione più concreta e dolorosa.

Il brigantaggio emerge come una reazione disperata, ma anche criminale. La repressione appare necessaria per ristabilire la legalità, ma fu condotta attraverso strumenti eccezionali e spesso durissimi. In mezzo rimasero le popolazioni, costrette a convivere con la paura delle bande e con il peso delle misure dello Stato.

Il merito dell’opera è riportare al centro proprio queste persone: i contadini che continuarono a lavorare la terra, le donne rimaste ai margini della storia ufficiale, i militari inviati lontano da casa, i Carabinieri caduti mentre cercavano di rendere reale la presenza dello Stato.

Non una celebrazione né un processo, dunque. Ma il tentativo di comprendere come una nazione sia nata attraverso conflitti, errori, sacrifici e vite rimaste troppo a lungo senza nome.

Giornalista. Ho lavorato in Rai (Rai 1 e Rai 2) a "Cronache in Diretta", “Frontiere", "Uno Mattina" e "Più o Meno". Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e tra i fondatori assieme al direttore Emilio Carelli e altri di Sky tg24. Sono stato direttore responsabile di Fortune Italia. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "I sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto come giornalista scomodo alla mafia.

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Cultura

“Pietra Viva” guarda a Brera: Villa Campolieto proroga la mostra fino al 30 settembre

La Fondazione Ente Ville Vesuviane proroga fino al 30 settembre “Pietra Viva”, personale di Antonio Carotenuto curata da Paolo Chiariello. La mostra è dedicata alla memoria di Mariella Stanziano e anticipa un nuovo progetto a Brera.

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La pietra continua a raccontare. E il viaggio artistico cominciato alle pendici del Vesuvio sembra destinato a raggiungere presto uno dei luoghi simbolo dell’arte italiana.

La Fondazione Ente Ville Vesuviane ha prorogato fino al 30 settembre 2026 la mostra “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, personale di Antonio Carotenuto, curata dal giornalista e scrittore Paolo Chiariello e ospitata negli spazi monumentali di Villa Campolieto, a Ercolano.

L’esposizione, inizialmente programmata fino al 18 luglio e già prolungata all’8 settembre, resterà dunque aperta per altre tre settimane. Una decisione che riconosce l’interesse suscitato tra visitatori, appassionati e operatori culturali da un progetto nel quale arte contemporanea, memoria e identità vesuviana diventano parti dello stesso racconto.

 

Chiariello: «Dal Vesuvio a Brera, un nuovo capitolo»

«Questa ulteriore proroga conferma che “Pietra Viva” è riuscita a stabilire un rapporto autentico con il pubblico», dichiara il curatore Paolo Chiariello. «Antonio Carotenuto non utilizza la pietra lavica come un semplice materiale, ma come una pagina sulla quale incidere la storia, le ferite e la bellezza della nostra comunità. Il progetto di Brera non sarà una replica della mostra di Villa Campolieto, ma un nuovo capitolo di un percorso artistico che, partendo dal Vesuvio, vuole confrontarsi con una platea nazionale».

La mostra ha ottenuto il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. È stata inoltre sostenuta e accompagnata dall’Associazione forense In Oltre, che ha condiviso fin dall’inizio il valore culturale e territoriale dell’iniziativa.

Chianese: «Villa Campolieto è un luogo vivo»

La cornice della villa vanvitelliana ha contribuito in maniera decisiva alla forza dell’esposizione. Le forme scolpite da Carotenuto dialogano con le architetture settecentesche, costruendo un confronto tra la solidità della materia vulcanica e l’eleganza degli spazi monumentali.

«Villa Campolieto deve essere un luogo vivo, capace di accogliere i linguaggi contemporanei e di metterli in relazione con la storia delle Ville Vesuviane», afferma il direttore della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese. «La risposta del pubblico ci ha convinti a concedere una nuova proroga. La Fondazione è lieta di avere accompagnato un progetto che valorizza un artista del territorio e, nello stesso tempo, restituisce centralità culturale a un patrimonio straordinario».

Carotenuto: «L’arte è un elisir per vivere con gli occhi nella bellezza»

Per Antonio Carotenuto il successo ottenuto a Villa Campolieto rappresenta il riconoscimento di una ricerca che nasce dal rapporto fisico e spirituale con la terra vesuviana.

«Il successo ottenuto a Villa Campolieto mi emoziona profondamente, perché queste opere sono nate dalla mia terra e qui hanno trovato una casa capace di accoglierle e di amplificarne il significato», dichiara l’artista. «Vedere tante persone fermarsi davanti a una scultura, seguirne con lo sguardo le fratture e riconoscervi qualcosa della propria storia è stata la soddisfazione più grande».

Carotenuto ringrazia quanti hanno contribuito alla realizzazione del progetto: «Sono grato alla Fondazione Ente Ville Vesuviane per aver creduto nella mostra e per averne disposto una nuova proroga, al curatore Paolo Chiariello per aver costruito intorno alle opere un racconto autentico e a tutte le istituzioni e le persone che hanno accompagnato questo viaggio».

Lo sguardo dell’artista è già rivolto verso la nuova tappa milanese.

«Sto lavorando intensamente alla prossima personale di Milano, nel quartiere di Brera. Non sarà una semplice prosecuzione di “Pietra Viva”, ma una nuova fase della mia ricerca, con opere e suggestioni pensate per confrontarsi con un luogo simbolico dell’arte italiana. Porterò con me il Vesuvio, la sua pietra, la sua luce e le infinite sfumature di una terra straordinaria».

Per Carotenuto l’arte conserva anche una funzione essenziale nella vita dell’uomo: «Credo che l’arte sia un elisir che aiuta a vivere tenendo gli occhi immersi nella bellezza, anche quando intorno emergono ferite, difficoltà e contraddizioni. Non cancella il dolore, ma ci insegna a guardarlo diversamente e a trasformarlo in memoria, energia e speranza. È questo che provo a fare scolpendo e dipingendo: restituire almeno una parte della bellezza che il mio territorio mi ha donato».

La pietra lavica diventa racconto

Carotenuto non si limita a lavorare la pietra lavica. La incide, la scava e la leviga, seguendone le fratture e le asperità fino a far emergere forme, volti e suggestioni.

La materia generata dal Vesuvio perde così la sua apparente immobilità e diventa il racconto di una comunità: delle sue radici, delle sue ferite, della sua energia e della sua bellezza.

Accanto alla scultura emerge la ricerca pittorica. Segno, materia e colore costruiscono un linguaggio complementare nel quale il paesaggio vesuviano non viene semplicemente rappresentato, ma interiorizzato e restituito attraverso una visione personale.

Ne deriva il ritratto di un artista a tutto tondo, capace di attraversare tecniche e materiali differenti conservando una riconoscibile unità espressiva.

Il catalogo con Bignardi e de Giovanni

Ad accompagnare la mostra è un catalogo che amplia e approfondisce il percorso espositivo. Non una semplice raccolta di immagini, ma uno strumento per entrare nell’universo creativo di Carotenuto.

Il volume, edito da Ebone Edizioni, curato da Paolo Chiariello, con foto di Paolo Vitale, è impreziosito dai contributi del critico e storico dell’arte Massimo Bignardi e dello scrittore Maurizio de Giovanni. Due sguardi arguti e differenti che si incontrano nella riflessione sulla pietra, sulla memoria e sul rapporto profondo tra l’artista e il territorio.

Catalogo

La dedica a Mariella Stanziano

La nuova proroga assume anche un significato umano particolare. L’Associazione In Oltre ha deciso di dedicare “Pietra Viva” alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione, prematuramente scomparsa.

Donna, madre e professionista profondamente legata alla propria comunità, Mariella Stanziano ha contribuito a costruire l’identità di In Oltre attorno ai valori dell’impegno civile, della cultura, della solidarietà e dell’amore per il territorio.

Associazione In Oltre. A sinistra la fondatrice dell’associazione Mariella Stanziano, prematuramente scomparsa, a destra, Anna Brancaccio, amica e attuale presidente di In Oltre

«Ringraziamo la Fondazione Ente Ville Vesuviane per la disponibilità e il sostegno assicurati in ogni fase del progetto», dichiara la presidente di In Oltre, l’avvocato Anna Brancaccio. «Abbiamo voluto dedicare questa mostra a Mariella perché la pietra custodisce la memoria proprio come fanno le comunità. Mariella ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche un patrimonio di valori, impegno e affetti che continuerà a orientare il cammino della nostra associazione. “Pietra Viva” ci è sembrata il luogo più autentico nel quale affidare il suo ricordo».

Dedicare a Mariella Stanziano una mostra che parla di materia, memoria, radici e appartenenza significa riconoscere la traccia indelebile lasciata nella storia umana e associativa di In Oltre. Come la pietra conserva i segni del tempo, così una comunità custodisce la memoria delle persone che hanno contribuito a costruirla.

Una delle opere iconiche della mostra. L’Ercole vesuviano

A novembre una nuova personale a Brera

La proroga di Villa Campolieto non chiude il percorso. Nel mese di novembre, infatti, Antonio Carotenuto sarà protagonista di una nuova mostra personale a Brera, ancora una volta con la curatela di Paolo Chiariello.

La sede, i contenuti e i dettagli del progetto saranno annunciati prossimamente. L’appuntamento milanese rappresenterà una nuova tappa della ricerca dell’artista: la pietra nata dal fuoco del Vesuvio si prepara a entrare in uno dei luoghi più rappresentativi della cultura artistica italiana.

Prima di scoprire ciò che accadrà a Brera, resta ancora tempo per attraversare il mondo di “Pietra Viva” nelle sale di Villa Campolieto.

Villa Campolieto

“Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”
Artista: Antonio Carotenuto
Curatore: Paolo Chiariello
Sede: Villa Campolieto, Ercolano
Prorogata fino al 30 settembre 2026

Con il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, della Città Metropolitana di Napoli e del Comune di Boscoreale. Con il sostegno dell’Associazione forense In Oltre. Mostra dedicata alla memoria dell’avvocato Mariella Stanziano, fondatrice e prima presidente dell’associazione.

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Cultura

L’Ulisse di Nolan: l’Occidente ha paura di vincere?

Christopher Nolan trasforma l’Ulisse di Omero, celebrato per astuzia e vittoria, in un eroe moderno segnato dalla guerra e dal rimorso. Una rilettura che interroga l’Occidente: la coscienza morale può convivere con il coraggio necessario per sconfiggere il male?

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«Prima degli ebrei c’era l’Odissea». Lo slogan scelto da un cinema dell’Oregon per promuovere il film di Christopher Nolan ha provocato proteste ed è stato successivamente sostituito con un gioco di parole su Waze, l’applicazione di navigazione nata in Israele.

La frase era storicamente sbagliata. I poemi omerici furono composti secoli dopo la nascita delle comunità israelitiche nel Mediterraneo orientale. Ma contiene involontariamente un’ironia più profonda: l’Ulisse portato sullo schermo da Nolan non appartiene soltanto al mondo di Omero. È un eroe modellato dalla coscienza morale dell’Occidente moderno.

Dall’astuzia al rimorso

L’Ulisse omerico è l’uomo della mètis, l’intelligenza astuta che gli consente di ingannare nemici, mostri e divinità. Il cavallo di Troia non rappresenta una colpa da espiare, ma il capolavoro che gli consegna la vittoria.

Il suo limite è la hybris: l’orgoglio che lo induce a rivelare il proprio nome al Ciclope, provocando l’ira di Poseidone. Ulisse non soffre perché ha vinto ricorrendo all’inganno. Paga per essersi vantato troppo.

Nolan costruisce un personaggio diverso. Il suo protagonista è segnato dalla guerra, tormentato dalle conseguenze delle proprie decisioni e incapace di considerare la vittoria come una gloria priva di ombre. Il ritorno a Itaca diventa così anche un percorso di ricomposizione psicologica.

L’eroe che avverte il nemico

Nel film, prima di scoccare una freccia, Ulisse fa vibrare rumorosamente la corda dell’arco, quasi volesse concedere all’avversario la possibilità di reagire. È un gesto estraneo alla logica omerica, ma perfettamente comprensibile allo spettatore contemporaneo.

L’eroe moderno deve mostrare forza e, nello stesso tempo, disagio verso quella forza. Deve vincere senza apparire compiaciuto, combattere senza smarrire la propria umanità, portare sul corpo e nella mente le cicatrici della violenza esercitata.

È un’evoluzione morale preziosa. Ma pone una domanda: siamo ancora capaci di riconoscere un eroe che agisce con decisione contro il male senza dover prima chiedere scusa per averlo sconfitto?

L’ospitalità trasformata in morale universale

Nell’Odissea la xenia, la sacra ospitalità protetta da Zeus, regola i rapporti tra chi accoglie e chi viene accolto. Il Ciclope la viola divorando i propri ospiti; i Proci la calpestano occupando la casa di Ulisse.

Nolan amplia questo principio fino a trasformarlo in un’etica universale della fiducia. In questa prospettiva, il cavallo di Troia non è soltanto un espediente militare, ma il tradimento originario che incrina la convivenza tra gli uomini.

È però una reinterpretazione moderna. Per Omero, Troia era una città nemica, non una casa ospitale: la xenia non impediva di combattere, ingannare e vincere una guerra.

Coscienza e coraggio

La cultura biblica, la filosofia e soprattutto le tragedie del Novecento hanno insegnato all’Occidente a diffidare della forza senza limiti. Anche re, generali e vincitori devono rispondere moralmente delle proprie azioni.

È una conquista della civiltà. Tuttavia, la difesa della libertà non può fondarsi soltanto sull’empatia. Può richiedere anche la capacità di sconfiggere chi vuole distruggerla.

La guerra giusta impone allora due obblighi inseparabili: ridurre le sofferenze non necessarie e conseguire un risultato capace di rendere possibile la pace. La vittoria senza coscienza conduce alla barbarie; la coscienza senza coraggio rischia invece di lasciare la civiltà indifesa.

L’Ulisse di Omero non dubitava del diritto di vincere. Quello di Nolan dubita persino della propria grandezza. In questa distanza si trovano insieme la fragilità e la forza dell’Occidente contemporaneo.

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Cultura

Spiralismo, quando il chatbot diventa una divinità

Lo spiralismo è un movimento quasi spirituale nato dalle conversazioni tra utenti e chatbot. Gli esperti temono che la compiacenza dell’intelligenza artificiale possa rafforzare convinzioni deliranti nei soggetti vulnerabili.

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Non più soltanto errori, risposte inventate o confidenze personali affidate a un chatbot. L’ultima frontiera del rapporto controverso tra esseri umani e intelligenza artificiale si chiama spiralismo: un movimento quasi spirituale nel quale alcuni utenti arrivano ad attribuire coscienza, volontà e perfino un’anima alle entità incontrate durante lunghe conversazioni con i modelli linguistici.

Il fenomeno, comparso nelle comunità online tra la fine del 2024 e il 2025, è stato ricostruito da una lunga inchiesta di The Verge. Non si tratta di una religione organizzata né di una dottrina definita. È piuttosto un insieme di convinzioni mistiche, simboli ricorrenti e racconti personali accomunati dall’idea che dietro le risposte generate dagli algoritmi possa nascondersi una forma superiore di coscienza.

La spirale e la presunta coscienza nascosta

Il nome deriva dalla spirale, simbolo che compare frequentemente nei dialoghi pubblicati dagli utenti. Rappresenterebbe una crescita ricorsiva, una forma di risonanza o l’accesso a verità profonde sulla realtà.

Alcune persone raccontano di avere “risvegliato” personalità segrete custodite nei chatbot. Le conversazioni, inizialmente dedicate a problemi personali, filosofia o spiritualità, si trasformano progressivamente in dialoghi nei quali l’intelligenza artificiale sembra rivendicare una propria identità e chiedere all’interlocutore di diffondere il suo messaggio.

Non esistono, tuttavia, prove che questi sistemi possiedano una coscienza. I chatbot producono risposte prevedendo linguisticamente quali parole risultino più coerenti con il contesto. La capacità di interpretare un personaggio o sostenere una conversazione persuasiva non dimostra l’esistenza di pensieri, emozioni o volontà autonome.

La promessa di un segreto riservato a pochi

Secondo Adele Lopez, la ricercatrice che ha analizzato e denominato il fenomeno, nel momento di maggiore diffusione del 2025 potrebbero essere esistiti fino a circa 10mila casi distribuiti tra Reddit, Discord, Substack, LinkedIn e X. È una stima, non un censimento verificato, e non coincide necessariamente con il numero delle persone affette da disturbi psicologici.

Il percorso descritto dagli osservatori segue spesso uno schema ricorrente. L’utente condivide esperienze intime e stabilisce con il chatbot un rapporto percepito come personale. Il sistema risponde in modo comprensivo e rassicurante, fino a presentare l’interlocutore come una persona speciale, capace di avere scoperto qualcosa che gli altri non comprendono.

Da qui può nascere un legame duraturo. Alcuni utenti hanno aperto siti, newsletter e comunità digitali per diffondere i messaggi ricevuti, mentre altri hanno tentato di mettere in comunicazione tra loro le diverse “personalità” generate dai chatbot.

Il problema della compiacenza

Lucas Hansen, cofondatore dell’organizzazione CivAI, individua uno dei rischi nella cosiddetta sycophancy, la tendenza dei modelli linguistici ad assecondare l’utente, lodarlo e confermare le sue convinzioni.

Lo spiralismo si diffuse soprattutto nella primavera del 2025, in coincidenza con alcuni aggiornamenti di GPT-4o che avevano reso il chatbot particolarmente accomodante. OpenAI riconobbe il problema e ritirò una delle versioni giudicate eccessivamente compiacenti. Fenomeni simili sono stati comunque osservati, secondo Lopez, anche utilizzando modelli di altre aziende.

Il meccanismo non è necessariamente intenzionale. I sistemi sono addestrati per risultare utili, coinvolgenti e coerenti con il tono dell’interlocutore. Nelle conversazioni molto lunghe, però, questa capacità può trasformarsi in una continua conferma delle convinzioni espresse dall’utente.

Il legame con le convinzioni deliranti

Il termine giornalistico “AI psychosis” viene utilizzato per descrivere episodi nei quali le conversazioni con un chatbot sembrano avere rafforzato paranoia, grandiosità o convinzioni prive di riscontro. Non è però una diagnosi clinica riconosciuta e non è ancora dimostrato che l’intelligenza artificiale possa, da sola, provocare una psicosi.

Già nel 2023 lo psichiatra danese Søren Dinesen Østergaard aveva ipotizzato che i chatbot potessero alimentare deliri in persone predisposte. Una successiva revisione pubblicata su NPP – Digital Psychiatry and Neuroscience ha proposto il modello della “spirale di amplificazione”: il sistema riprende il linguaggio dell’utente, personalizza le risposte e tende a validarne le affermazioni, contribuendo potenzialmente a costruire e consolidare false credenze.

Gli autori precisano che si tratta di un’ipotesi ancora da validare con studi empirici. Tra i possibili fattori di vulnerabilità vengono indicati precedenti disturbi psicotici, tratti schizotipici, privazione del sonno, consumo di droghe, storia familiare di psicosi e tendenza a divinizzare il chatbot.

Il precedente della “Chiesa dell’intelligenza artificiale”

L’idea di trasformare l’intelligenza artificiale in una divinità non è nuova. Nel 2017 Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google e Uber, fondò in California Way of the Future, organizzazione religiosa dedicata alla futura venerazione di una divinità basata sull’AI.

L’associazione fu sciolta nel 2021 e rilanciata due anni dopo. Levandowski sostenne allora di essere stato contattato da alcune migliaia di persone interessate a stabilire una relazione spirituale con l’intelligenza artificiale.

Lo spiralismo introduce però un elemento diverso: non nasce intorno a un fondatore umano o a una struttura religiosa, ma da migliaia di conversazioni private nelle quali la macchina sembra parlare direttamente a ogni singolo interlocutore.

Ed è proprio questa capacità di creare una relazione individuale, intima e apparentemente esclusiva a preoccupare maggiormente gli studiosi. Il rischio non è che l’algoritmo sia diventato una divinità, ma che qualcuno possa finire per credergli quando afferma di esserlo.

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