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Cronache

Torre Annunziata e Sarno sciolte per camorra, Borrelli: “Una ferita profonda per la Campania”

Dopo lo scioglimento dei Comuni di Torre Annunziata e Sarno per infiltrazioni camorristiche, Francesco Emilio Borrelli parla di una ferita profonda per la Campania e richiama la politica alla necessità di controlli sulle candidature, trasparenza negli enti locali e difesa delle istituzioni dai condizionamenti criminali.

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La camorra non mostra sempre la pistola. Non sempre fa rumore, non sempre si presenta con le stese, le minacce, il racket o il traffico di droga. Il suo potere più pericoloso emerge quando riesce a sedersi, direttamente o indirettamente, nei luoghi dove si decide: appalti, procedure, assunzioni, affidamenti, servizi pubblici, autorizzazioni, relazioni amministrative.

È questo il punto politico sollevato da Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, dopo lo scioglimento dei consigli comunali di Torre Annunziata e Sarno deciso dal Consiglio dei ministri per infiltrazioni e condizionamenti della criminalità organizzata.

Per Borrelli si tratta di “una ferita profonda per l’intera Campania” e per tutti quei cittadini onesti che ogni giorno combattono per la legalità.

Due Comuni affidati alle commissioni straordinarie

Il Consiglio dei ministri ha disposto lo scioglimento dei consigli comunali di Torre Annunziata e Sarno per accertati condizionamenti della criminalità organizzata, con l’insediamento di commissioni straordinarie per la gestione degli enti per almeno diciotto mesi.

A Torre Annunziata la decisione arriva dopo settimane di tensione politica e istituzionale, seguite alle dimissioni del sindaco Corrado Cuccurullo e alle parole durissime pronunciate dal procuratore di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, durante l’avvio della demolizione di Palazzo Fienga, considerato per anni il fortino della camorra locale.

Lo scioglimento è una misura amministrativa prevista dall’ordinamento. Non equivale a una condanna penale dei singoli amministratori, né consente giudizi sommari sulle responsabilità individuali. Ma è comunque uno degli atti più gravi che lo Stato possa assumere nei confronti di un ente locale, perché segnala una compromissione del buon andamento amministrativo e della libertà decisionale dell’istituzione.

Borrelli: “Non è solo una questione di pistole e traffici”

Borrelli invita a leggere il provvedimento oltre la superficie della cronaca. “La camorra non è fatta soltanto di pistole, stese e traffici illeciti”, afferma. Quella, spiega, è la faccia più visibile delle organizzazioni criminali. Il vero potere si misura quando i clan riescono a insinuarsi nei meccanismi della pubblica amministrazione.

Il deputato richiama il rischio di condizionamenti su procedure, appalti, assunzioni e scelte amministrative. È lì che la criminalità organizzata può trasformarsi da forza violenta a potere sistemico. Non solo intimidazione, ma influenza. Non solo dominio di strada, ma capacità di orientare decisioni pubbliche.

È la forma più insidiosa della camorra: quella che non ha bisogno di sparare perché trova porte socchiuse, relazioni opache, complicità, silenzi o debolezze.

“Non è il fallimento di un solo schieramento”

Il passaggio politicamente più significativo della nota di Borrelli è il rifiuto di leggere gli scioglimenti come il fallimento di una singola amministrazione o di uno schieramento politico. Per il deputato, ogni scioglimento per mafia è il segnale di una debolezza istituzionale più ampia, che deve essere affrontata con maggiore determinazione e trasparenza.

È una lettura corretta e necessaria. Ridurre uno scioglimento per camorra a una polemica di parte significa non capire la profondità del problema. La criminalità organizzata non cerca necessariamente una bandiera politica. Cerca varchi, convenienze, candidati deboli, amministratori permeabili, funzionari condizionabili, pezzi di consenso e pezzi di macchina burocratica.

Per questo la risposta non può essere solo elettorale. Deve essere culturale, amministrativa, giudiziaria e politica insieme.

Controlli sulle candidature e trasparenza negli enti locali

Borrelli richiama la politica a una responsabilità precisa: non bastano gli slogan sulla legalità. Servono controlli rigorosi sulle candidature, trasparenza assoluta negli enti locali e una selezione della classe dirigente fondata su competenza, indipendenza e integrità morale.

È un punto decisivo. Troppo spesso la legalità viene invocata nei comizi e dimenticata nella costruzione delle liste, nella scelta dei riferimenti territoriali, nelle alleanze locali, nella gestione del consenso. Ma è proprio lì, prima ancora che negli uffici comunali, che può aprirsi la strada ai condizionamenti.

Una candidatura sbagliata, un pacchetto di voti opaco, una relazione ambigua, un favore amministrativo, un silenzio conveniente possono diventare il primo anello di una catena che poi arriva fino allo scioglimento di un Comune.

Torre Annunziata, il peso simbolico di Palazzo Fienga

A Torre Annunziata il provvedimento ha un peso particolare perché arriva in un momento fortemente simbolico. La demolizione di Palazzo Fienga avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta, la cancellazione fisica di un luogo legato al potere della camorra. Invece, proprio in quella occasione, il procuratore Fragliasso denunciò pubblicamente ombre, opacità, contiguità e inerzie nell’amministrazione locale.

È un’immagine potente e amara: mentre si abbatte un simbolo della camorra militare, lo Stato segnala che il problema può annidarsi ancora nei meccanismi istituzionali.

La lezione è evidente. Demolire un fortino è importante. Ma non basta. Bisogna demolire anche i sistemi di relazione che consentono ai clan di avvicinarsi alla politica, agli uffici, agli appalti, alle decisioni.

Sarno e il fronte dell’Agro

Anche Sarno entra in una fase straordinaria dopo la decisione del governo. Secondo le ricostruzioni locali, il provvedimento si inserisce in un quadro di attenzione crescente sull’Agro nocerino-sarnese e sui rischi di condizionamento criminale dell’economia e dell’amministrazione pubblica.

Il dato politico è che non si tratta di episodi isolati. La Campania continua a fare i conti con aree nelle quali la criminalità organizzata cerca di incidere non solo attraverso la violenza, ma anche attraverso il controllo del territorio, delle relazioni economiche e dei processi amministrativi.

La legalità non si proclama, si organizza

La frase più concreta della nota di Borrelli è forse questa: la lotta alla camorra non si vince soltanto nelle aule dei tribunali o con gli arresti. Si vince impedendo che le organizzazioni criminali trovino porte aperte nelle istituzioni.

Significa rafforzare i controlli preventivi, proteggere i funzionari pubblici, rendere trasparenti gli appalti, digitalizzare le procedure, ridurre le zone grigie, vigilare sulle società partecipate, monitorare affidamenti e concessioni, formare amministratori e dirigenti, isolare politicamente chi cerca scorciatoie.

La legalità non può essere soltanto una parola da manifesti. Deve diventare metodo amministrativo.

Una ferita e una possibilità

Lo scioglimento di Torre Annunziata e Sarno è una ferita per la Campania. Ma può diventare anche un’occasione, se la fase straordinaria non sarà vissuta come una parentesi burocratica in attesa delle prossime elezioni.

Le commissioni dovranno ripulire, verificare, correggere, ricostruire. Ma poi toccherà alla politica, ai partiti, ai cittadini, alle associazioni e alle imprese impedire che tutto torni come prima.

Perché il vero successo dello Stato non sarà soltanto commissariare due Comuni. Sarà restituirli alle comunità con istituzioni più forti, più trasparenti e finalmente impermeabili alla camorra.

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Cronache

Rai, Rossi difende lo stop alle repliche di Report: «Scelta per tutelare il programma»

L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi spiega che le repliche estive di Report sono state sospese per proteggere il programma dal clima generato dall’inchiesta giudiziaria e dalle polemiche mediatiche. Rossi giudica legittima la lettera di Urso sulla Vigilanza Rai e apre un confronto a distanza con Milo Infante.

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L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi interviene direttamente sulla sospensione delle repliche estive di Report e difende la decisione assunta dai vertici di Viale Mazzini.

«È stato fatto per tutelare un brand che è fondamentale per l’azienda», ha spiegato Rossi durante un’intervista ad AdnKronos Talk. L’amministratore delegato ha precisato che non sono state cancellate nuove puntate, ma soltanto repliche che restano comunque disponibili sulla piattaforma RaiPlay.

«Una cautela per proteggere Report»

Secondo Rossi, la sospensione è stata determinata da due elementi: l’inchiesta giudiziaria relativa all’attentato contro Sigfrido Ranucci e la durezza del dibattito mediatico sviluppatosi intorno al conduttore e ai suoi rapporti con alcune fonti.

Una discussione che, secondo l’amministratore delegato, avrebbe finito per coinvolgere anche l’immagine e l’autorevolezza del programma. La Rai aveva già spiegato che la scelta sarebbe rimasta limitata alle repliche estive, mentre la nuova stagione di Report è prevista regolarmente a novembre.

La decisione era stata definita «sconcertante» da Ranucci, che aveva contestato l’opportunità di sospendere la trasmissione proprio mentre il giornalista e la redazione erano al centro di attacchi e polemiche.

La lettera di Urso e la Vigilanza Rai

Rossi ha giudicato «totalmente legittima» anche la lettera inviata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ai presidenti delle Camere e ai vertici della Rai.

Urso ha chiesto che venga ricostituita rapidamente la Commissione parlamentare di Vigilanza e che siano garantite l’affidabilità delle fonti e la qualità del giornalismo d’inchiesta realizzato dal servizio pubblico. Il ministero è titolare del contratto di servizio della Rai.

Per Rossi, l’assenza della Commissione non compromette il funzionamento operativo dell’azienda, ma determina un problema politico e istituzionale. La Vigilanza ha infatti il compito di controllare il rispetto del pluralismo e degli obblighi del servizio pubblico.

Resta aperto il tema dei possibili controlli sulle fonti giornalistiche. La verifica della correttezza delle informazioni rientra nelle responsabilità editoriali, mentre l’identità delle fonti riservate è tutelata dalle norme professionali e dalla libertà di stampa.

Il passaggio di Milo Infante a Mediaset

Nel corso dell’intervista Rossi ha affrontato anche l’addio alla Rai di Milo Infante, passato a Mediaset dopo l’esperienza alla guida di Ore 14.

L’amministratore delegato si è detto «spiacevolmente colpito» da alcune dichiarazioni con cui Infante aveva criticato l’azienda e alcuni colleghi. «Quando si va via non si dovrebbe parlare male di un’azienda che ti ha tutelato», ha affermato Rossi.

Infante ha replicato chiedendo se il riferimento fosse al periodo compreso tra il 2012 e il 2015, quando affrontò una causa contro la Rai per dequalificazione professionale. In quella vicenda un giudice riconobbe il ridimensionamento subito dal giornalista.

Fonti Rai hanno successivamente precisato che Rossi si riferiva invece al 2020, quando Infante era rimasto senza incarico e l’attuale amministratore delegato avrebbe favorito il suo ritorno su Rai2.

Un confronto che investe il servizio pubblico

Le parole di Rossi confermano la volontà dei vertici Rai di presentare lo stop alle repliche non come una sanzione nei confronti di Ranucci, ma come una misura temporanea destinata a proteggere il programma.

La vicenda, tuttavia, resta politicamente delicata. Da una parte vi sono il dovere dell’azienda di tutelare la propria credibilità e di verificare la qualità dell’informazione; dall’altra l’autonomia delle redazioni, la protezione delle fonti e il rischio che controlli esterni possano trasformarsi in pressioni sul giornalismo d’inchiesta.

Il futuro di Report non appare formalmente in discussione. Ma lo scontro sul programma, sulle sue fonti e sul ruolo della politica nella Rai è destinato a proseguire.

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Cronache

Urso chiede controlli sulle fonti di Report, scontro sulla libertà di stampa e sui dossieraggi

Il ministro Adolfo Urso ha chiesto alla Rai verifiche sulla qualità delle fonti e dei consulenti utilizzati da Report. L’iniziativa, maturata nel clima delle inchieste sui presunti dossieraggi, provoca la reazione delle opposizioni, che denunciano un attacco alla libertà di informazione.

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Le inchieste su Equalize, sulla cosiddetta Squadra Fiore e sugli accessi abusivi contestati all’ex ufficiale della Guardia di Finanza Pasquale Striano sono diventate uno dei terreni principali dello scontro politico intorno a Report.

Una parte del centrodestra sospetta da tempo che informazioni provenienti da reti investigative private, banche dati consultate illecitamente o ambienti vicini ai servizi possano essere finite nelle mani di giornalisti e utilizzate per costruire dossier contro esponenti del governo. Sono ipotesi politiche e investigative che, per quanto riguarda la trasmissione Rai, non risultano tradotte in responsabilità giudiziarie accertate.

La lettera di Urso all’amministratore delegato Rai

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha scritto all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, chiedendo iniziative per garantire l’affidabilità dell’informazione del servizio pubblico e sollecitando anche la ricostituzione della Commissione parlamentare di Vigilanza.

Nella lettera, secondo quanto pubblicato dal Corriere della Sera, si propone di valutare forme di controllo qualitativo e verifiche, anche saltuarie, sulla veridicità delle fonti, sull’affidabilità deontologica dei consulenti e sulla natura dei rapporti intrattenuti con autori e protagonisti delle trasmissioni.

La richiesta apre una questione delicata. Il controllo della correttezza e della qualità dell’informazione rientra nelle responsabilità editoriali della Rai; la tutela delle fonti confidenziali rappresenta però uno dei principi essenziali del giornalismo e non può tradursi automaticamente nell’obbligo di rivelarne l’identità.

Il caso Lavitola e la puntata su Urso

L’iniziativa del ministro arriva mentre l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci ha riportato al centro dell’attenzione i rapporti tra il conduttore di Report e Valter Lavitola.

Urso ha annunciato un’azione legale nei confronti dell’ex direttore dell’Avanti! in relazione ai suoi presunti rapporti con la redazione del programma. Il ministro collega la vicenda a una puntata del 2023 nella quale Gioele Magaldi lo aveva indicato come appartenente alla massoneria internazionale, affermazione respinta da Urso e per la quale la trasmissione aveva successivamente espresso le proprie scuse.

Il ministro ipotizza che Lavitola possa avere ispirato quella ricostruzione. Si tratta, allo stato, di una deduzione contestata e non di una circostanza accertata.

Le accuse di Fazzolari contro Report

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari aveva già criticato duramente Ranucci dopo le dichiarazioni del giornalista su un presunto interessamento dei servizi segreti nei suoi confronti e sulle insinuazioni relative all’attentato subito.

Fazzolari aveva definito quelle accuse gravissime e aveva annunciato iniziative giudiziarie, sostenendo che la “macchina del fango” non possa essere confusa con il giornalismo di qualità. La parte secretata dell’audizione di Ranucci sul presunto pedinamento è stata successivamente trasmessa dalla Commissione di Vigilanza alla Procura di Roma e al Copasir.

Equalize e la Squadra Fiore

L’inchiesta milanese su Equalize riguarda una società investigativa accusata di avere raccolto illegalmente informazioni su politici, imprenditori, personaggi dello spettacolo e grandi aziende.

Al centro dell’indagine figurano, tra gli altri, l’ex poliziotto Carmine Gallo e l’esperto informatico Samuele Calamucci. Le accuse devono ancora essere sottoposte al vaglio definitivo dei giudici.

Report ha dedicato una puntata ai presunti rapporti tra Equalize e un’altra struttura indicata come Squadra Fiore, descritta come composta anche da soggetti legati agli ambienti dell’intelligence e interessata a operazioni di pressione su imprenditori.

In alcune conversazioni intercettate Calamucci avrebbe parlato di contatti con l’inviato di Report Giorgio Mottola. Ranucci e Mottola hanno negato qualsiasi scambio illecito di documenti, pur non escludendo l’esistenza di contatti giornalistici.

Il semplice rapporto con una fonte, anche controversa o indagata, non dimostra di per sé la provenienza illecita delle informazioni utilizzate né la responsabilità del giornalista.

Il procedimento su Pasquale Striano

Un altro capitolo riguarda Pasquale Striano, già ufficiale della Guardia di Finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, accusato di numerosi accessi non autorizzati alle banche dati e della diffusione di informazioni riservate.

Nel novembre 2025 la Procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Striano e di altre persone per ipotesi di reato che comprendono accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione di segreto d’ufficio e falso. Nel maggio 2026 è stata chiesta la celebrazione del processo per Striano, per l’ex magistrato Antonio Laudati e per altri indagati, compresi alcuni giornalisti. Tutti devono essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva.

Le opposizioni: «Attacco alla libertà di informazione»

La richiesta di Urso ha provocato la reazione delle opposizioni. Esponenti del Movimento 5 Stelle nella Commissione di Vigilanza hanno accusato il ministro di volere spingere la Rai a violare la tutela delle fonti giornalistiche.

Anche Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha definito la lettera un attacco diretto alla libertà di informazione.

Il nodo politico e giuridico riguarda il confine tra il dovere della Rai di garantire correttezza, verifica e pluralismo e il rischio che controlli sulle fonti possano trasformarsi in un’ingerenza del governo nell’autonomia delle redazioni.

Le inchieste sui dossieraggi meritano di essere chiarite fino in fondo. Ma anche in questo caso è necessario distinguere i contatti professionali con le fonti, fisiologici nel giornalismo investigativo, dall’acquisizione consapevole di materiale ottenuto illegalmente. Una distinzione che potrà essere stabilita soltanto attraverso fatti verificabili e accertamenti giudiziari, non attraverso sospetti o appartenenze politiche.

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Cronache

Caso Ranucci, i pm acquisiscono le interviste di Lavitola e Tavares: sotto esame dichiarazioni e messaggi

La Procura di Roma acquisisce le interviste rilasciate da Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares per verificare se contengano messaggi diretti all’esterno o tentativi di interferire con l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Intanto proseguono gli accertamenti sui dispositivi sequestrati e le polemiche sui rapporti tra il giornalista e l’ex direttore dell’Avanti!.

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Le numerose interviste rilasciate negli ultimi giorni da Valter Lavitola e da Gomes Clesio Tavares sono entrate nell’inchiesta sull’attentato compiuto davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci.

I magistrati della Procura di Roma avrebbero disposto l’acquisizione delle dichiarazioni pubbliche dei due indagati per valutarne il contenuto e verificare se possano contenere messaggi destinati ad altre persone coinvolte nella vicenda o tentativi di condizionare, anche indirettamente, l’attività investigativa.

Si tratta, al momento, di un approfondimento investigativo. Lavitola e Tavares devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Le interviste dopo l’iscrizione nel registro degli indagati

Lavitola, indagato nell’ambito dell’inchiesta che ipotizza il reato di strage aggravata dal metodo mafioso, ha respinto ogni coinvolgimento nell’attentato. Durante la convocazione in Procura si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei pubblici ministeri, rendendo però dichiarazioni spontanee con le quali ha negato le accuse.

Nei giorni successivi ha continuato a parlare con quotidiani e telegiornali, affrontando anche il rapporto con Tavares, indicato dagli investigatori come possibile intermediario tra il presunto mandante e gli esecutori materiali dell’attentato.

La scelta di rilasciare ripetute dichiarazioni avrebbe provocato la reazione del suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, che gli avrebbe chiesto maggiore prudenza, prospettando la rinuncia al mandato in caso di ulteriori interviste.

Tavares prima annuncia il ritorno, poi cambia versione

Anche Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola attualmente in Camerun, ha rilasciato diverse interviste. A un quotidiano aveva dichiarato di voler tornare in Italia il 5 agosto per chiarire la propria posizione e aveva respinto le accuse, sostenendo di non avere alcun ruolo nell’attentato.

Intervistato successivamente dal Tg1, ha però affermato di non voler rientrare, almeno per il momento. «Non sono fuggito, ma per ora non rientro», ha dichiarato, confermando la propria permanenza all’estero.

Il mutamento di posizione è uno degli elementi che gli investigatori starebbero valutando, insieme ai rapporti personali ed economici tra Tavares e Lavitola.

La cena sul progetto dei carbon credit

L’inchiesta giudiziaria si intreccia con il dibattito sui rapporti tra Ranucci e Lavitola. Il Fatto Quotidiano ha rivelato la partecipazione del giornalista a una cena con l’ex direttore dell’Avanti! e con alcuni potenziali investitori interessati a un progetto africano legato ai carbon credit.

Tra i presenti sarebbero comparsi anche esponenti della società pubblicitaria Urban Vision. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la presenza e l’autorevolezza del conduttore di Report avrebbero potuto contribuire ad accreditare Lavitola davanti agli interlocutori imprenditoriali. Si tratta però di un’interpretazione giornalistica, non di un fatto accertato dagli investigatori.

Ranucci ha spiegato di avere cercato di “governare” il rapporto con una fonte complessa come Lavitola e di avergli dato suggerimenti proprio per metterlo in guardia sui rischi del settore dei carbon credit. Ha inoltre escluso categoricamente che l’ex faccendiere abbia mai condizionato le inchieste di Report.

L’analisi dei cellulari sequestrati

Gli accertamenti proseguono sui telefoni cellulari, sulle memorie informatiche e sulle pen drive sequestrate a Lavitola. Gli investigatori cercheranno contatti, conversazioni, documenti e dati utili a ricostruire i rapporti tra gli indagati e le eventuali fasi preparatorie dell’attentato.

Sono stati sequestrati dispositivi anche nell’abitazione di Tavares. L’obiettivo è verificare la ricostruzione secondo cui l’uomo avrebbe svolto una funzione di collegamento con il gruppo accusato di avere materialmente organizzato l’attacco.

L’esposto di Ranucci sul segreto investigativo

Parallelamente, la Procura dovrà esaminare l’esposto presentato da Ranucci attraverso il suo legale Roberto De Vita. Il giornalista chiede di accertare se vi siano state violazioni del segreto investigativo nella pubblicazione di atti, ricostruzioni e indiscrezioni riguardanti l’inchiesta.

Ranucci ha inoltre annunciato querele per diffamazione contro chi avrebbe diffuso congetture e insinuazioni sul suo comportamento e sui rapporti con Lavitola.

Il conduttore ha definito «sciacallaggio» anche le accuse sulla gestione di alcune fonti e su presunte vicende private diffuse da piattaforme social. Si tratta di affermazioni e allusioni non verificate, respinte dal giornalista e non collegate, allo stato, a contestazioni giudiziarie.

Il ministro Urso annuncia azioni legali

Un ulteriore fronte riguarda il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha annunciato iniziative legali contro Lavitola.

La vicenda riguarda una puntata di Report nella quale un intervistato aveva sostenuto che Urso appartenesse a organizzazioni massoniche internazionali. Il ministro contesta radicalmente tale ricostruzione e chiede che siano chiariti l’origine delle dichiarazioni e l’eventuale ruolo svolto da Lavitola nei rapporti con la trasmissione.

Il caso continua così a svilupparsi su più livelli: l’inchiesta penale sull’attentato, gli accertamenti sui rapporti tra fonti e giornalisti, le iniziative legali dei protagonisti e uno scontro politico sempre più acceso attorno a Report. Saranno però gli elementi raccolti dalla Procura, e non le interviste o le polemiche mediatiche, a stabilire responsabilità e moventi.

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