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Esteri

TikTok patteggia con un adolescente, Meta e Snapchat restano a processo per i danni dei social

TikTok ha raggiunto un accordo con un quindicenne della Florida che accusa i social di aver danneggiato la sua salute mentale. Il processo proseguirà contro Meta e Snapchat.

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Il fronte giudiziario contro i giganti dei social media entra in una nuova fase. TikTok ha raggiunto un accordo con un adolescente della Florida che accusa le piattaforme digitali di aver contribuito a gravi problemi di salute mentale. Restano ora in causa Meta e Snapchat, attese al processo fissato per il 27 luglio a Los Angeles.

L’accordo prima del processo

Il ragazzo, identificato solo con le iniziali R.K.C., ha 15 anni e sostiene che anni di uso compulsivo dei social abbiano aggravato ansia, depressione, disturbi del sonno e pensieri suicidi. Secondo Reuters, aveva iniziato a usare le piattaforme a 8 anni.

Lo studio legale Morgan & Morgan, che rappresenta l’adolescente, ha confermato un “accordo di massima” con TikTok, senza indicarne i termini economici. Il 23 giugno anche YouTube aveva chiuso la propria posizione nello stesso procedimento.

Il nodo delle funzioni “addictive”

Al centro delle accuse ci sono le funzionalità considerate capaci di aumentare il tempo di permanenza degli utenti più giovani: riproduzione automatica, scroll infinito, notifiche, raccomandazioni algoritmiche e sistemi di ingaggio continuo.

I legali del ragazzo sostengono che queste funzioni siano state progettate per trattenere i minori sulle piattaforme il più a lungo possibile. Le società tecnologiche, da parte loro, negano di aver agito illecitamente e affermano di lavorare per la sicurezza degli utenti più giovani.

Un caso pilota per migliaia di cause

Il procedimento di Los Angeles è considerato un banco di prova per migliaia di cause intentate negli Stati Uniti contro le principali piattaforme digitali. Secondo Reuters, sono oltre 3.300 le azioni legali simili riunite o collegate al contenzioso sulla presunta dipendenza da social e sui danni alla salute mentale dei minori.

A marzo, una giuria di Los Angeles ha già condannato Meta e Google a pagare 6 milioni di dollari a una giovane donna, identificata come K.G.M., ritenendo le piattaforme responsabili dei danni subiti. Il risarcimento è stato ripartito per il 70% a carico di Meta e per il 30% a carico di Google.

Pressione crescente sui colossi digitali

Il contenzioso non riguarda solo singoli utenti. A maggio, Meta, Snap, TikTok e YouTube hanno accettato di pagare circa 27 milioni di dollari a un distretto scolastico del Kentucky per evitare il processo.

In un procedimento separato, 29 procuratori generali statali hanno citato Meta sostenendo che Facebook e Instagram siano stati progettati per creare dipendenza nei minori. Una giudice federale ha respinto il tentativo di Meta di far archiviare gran parte delle accuse, lasciando proseguire il caso.

La battaglia legale è solo all’inizio. Ma il punto politico e sociale è già evidente: negli Stati Uniti cresce la pressione perché le piattaforme rispondano non solo dei contenuti pubblicati dagli utenti, ma anche del modo in cui i loro prodotti sono progettati e utilizzati dai più giovani.

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Esteri

Usa-Iran, il canale segreto di Trump con i Pasdaran: Barzani mediatore con Vahidi

L’amministrazione Trump avrebbe utilizzato Nechirvan Barzani per contattare segretamente il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e verificare il sostegno dell’ala militare iraniana ai negoziati con Washington.

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L’amministrazione Trump avrebbe aperto a maggio un canale riservato con il comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniana, Ahmad Vahidi, utilizzando come intermediario Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno.

Il retroscena è stato pubblicato da Axios e firmato da Barak Ravid, che cita tre fonti con conoscenza diretta dei contatti. La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dai protagonisti.

I dubbi di Washington sui negoziatori iraniani

Dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile e il vertice di Islamabad, Stati Uniti e Iran avevano avviato colloqui per cercare di chiudere il conflitto. All’inizio di maggio la Casa Bianca riteneva possibile un accordo, ma la risposta iraniana tardava ad arrivare.

Washington cominciò quindi a dubitare che il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi fossero realmente autorizzati a impegnare anche i vertici dei Pasdaran, diventati sempre più influenti nelle decisioni sulla sicurezza e sulla politica estera iraniana.

Intorno al 10 maggio, secondo Axios, l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard contattò Barzani, con l’autorizzazione di Trump e del vicepresidente JD Vance, chiedendogli di raggiungere direttamente Vahidi.

La telefonata cifrata con Vahidi

Barzani avrebbe accettato il ruolo grazie ai suoi rapporti con entrambe le parti. Durante la guerra tra Iran e Iraq aveva vissuto in territorio iraniano, studiato all’Università di Teheran e imparato il farsi, costruendo relazioni personali con esponenti del sistema politico e militare della Repubblica islamica.

Il 14 maggio un funzionario dei Guardiani della rivoluzione sarebbe arrivato nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono cifrato. Durante la conversazione, Vahidi avrebbe assicurato che i Pasdaran sostenevano la linea negoziale di Ghalibaf e Araghchi e preferivano risolvere la crisi attraverso il dialogo.

Barzani riferì subito il contenuto del colloquio a Gabbard, che informò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero successivamente di organizzare a Erbil un incontro segreto tra alti rappresentanti americani e iraniani. Teheran non avrebbe escluso l’ipotesi, manifestando però timori per la sicurezza della delegazione. L’incontro non si è mai svolto.

A giugno Stati Uniti e Iran raggiunsero un memorandum d’intesa, successivamente naufragato. I contatti indiretti sarebbero proseguiti attraverso mediatori pakistani e qatarioti, senza produrre finora progressi significativi.

Il caso mostra la difficoltà incontrata da Washington nel negoziare con un sistema iraniano nel quale il potere formale delle istituzioni civili convive con quello politico e militare dei Guardiani della rivoluzione.

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Droni sulla regione di Mosca, brucia il maxi hub Wildberries: Kyiv rivendica sette centri fuori uso

Un attacco con droni ha provocato un vasto incendio nel centro Wildberries di Koledino, vicino Mosca. L’Ucraina rivendica la messa fuori uso di sette dei dieci maggiori poli logistici dell’azienda, ma il dato non ha conferme indipendenti.

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Un vasto incendio ha colpito il centro logistico di Wildberries a Koledino, nella regione di Mosca, durante il massiccio attacco con droni condotto nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Le autorità regionali russe hanno confermato che il rogo è divampato dopo l’arrivo dei velivoli senza pilota.

La struttura, situata nel distretto di Podolsk, è uno dei principali poli distributivi di Wildberries, il più grande operatore russo del commercio elettronico, spesso definito la “Amazon russa”. Il personale sarebbe stato evacuato prima che le fiamme si propagassero e, secondo le informazioni disponibili, all’interno del complesso non si registrerebbero vittime.

La rivendicazione del Ministero ucraino

Il Ministero della Difesa ucraino sostiene che l’attacco abbia provocato la sospensione delle attività nel centro di Koledino, indicato come il più grande magazzino dell’azienda, con una superficie di circa 250mila metri quadrati.

Kyiv afferma inoltre di avere messo complessivamente fuori uso sette dei dieci maggiori centri logistici di Wildberries presenti in Russia. Il dato, inserito dalle autorità ucraine nel bilancio delle operazioni condotte nelle ultime settimane, non risulta al momento verificabile in modo indipendente.

Le immagini diffuse sui social mostrano una colonna di fumo denso sollevarsi dall’area industriale. Restano da accertare l’estensione dei danni, la quantità di merci coinvolte e i tempi necessari per un’eventuale ripresa delle attività.

Un secondo incendio a Domodedovo

Un altro incendio è scoppiato nella stessa notte all’interno di una struttura logistica nella zona di Domodedovo, vicino a uno dei principali aeroporti della capitale russa. Le prime informazioni russe parlano di un deposito utilizzato anche per medicinali, senza confermare che si tratti di un secondo centro Wildberries.

L’attacco segna una nuova estensione delle operazioni ucraine contro infrastrutture economiche e logistiche situate nelle regioni interne della Russia. Mosca ha riferito di avere intercettato numerosi droni, ma anche in questo caso i numeri forniti dalle parti non possono essere verificati indipendentemente.

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Afghanistan, 724 camion di aiuti Onu attraversano Torkham

Il Pakistan ha consentito il passaggio attraverso Torkham di 724 camion con aiuti umanitari dell’Onu diretti in Afghanistan. Le frontiere restano però chiuse al normale traffico commerciale a causa delle tensioni tra Islamabad e Kabul.

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Sono 724 i camion carichi di aiuti umanitari delle Nazioni Unite entrati in Afghanistan dal Pakistan attraverso il valico di Torkham.

A comunicarlo è stato Mohamed Yahya, coordinatore residente e umanitario dell’Onu in Pakistan. In un messaggio pubblicato su X, il rappresentante delle Nazioni Unite ha ringraziato Islamabad e quanti hanno permesso di mantenere operativo il corridoio, consentendo alle forniture di raggiungere le famiglie maggiormente bisognose.

Il vicepremier e ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha espresso soddisfazione per il contributo offerto dal suo Paese all’operazione umanitaria.

Le frontiere restano chiuse al commercio

Il passaggio dei convogli non rappresenta una normalizzazione delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. I principali valichi sono chiusi al normale traffico commerciale dall’ottobre 2025, dopo gli scontri armati e l’aumento delle tensioni lungo il confine.

Islamabad accusa le autorità talebane di non contrastare adeguatamente i gruppi responsabili di attacchi in territorio pachistano. Kabul respinge le contestazioni e critica le restrizioni imposte dal Pakistan.

Nonostante la sospensione del commercio e del transito ordinario, Torkham è stato aperto in maniera limitata alle spedizioni umanitarie dell’Onu. La chiusura prolungata delle frontiere ha aggravato le difficoltà economiche delle comunità locali e ostacolato l’arrivo in Afghanistan di generi alimentari e medicinali.

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