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Salute

Testosterone, tra miti social e realtà scientifica: quando serve davvero e quando no

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Il testosterone è l’ormone maschile per eccellenza. È fondamentale per lo sviluppo dell’apparato genitale, per i caratteri sessuali secondari come la barba, per la produzione di sperma, la forza e la massa muscolare, la salute delle ossa e il desiderio sessuale. Negli ultimi anni, però, la sua immagine si è trasformata: da ormone fisiologico a presunta “molecola del desiderio” e della performance maschile, spinta anche dalla narrazione degli healthfluencer sui social.

Negli Stati Uniti, dal 2019 a oggi, le prescrizioni di testosterone sono raddoppiate e si sono moltiplicate le cliniche online specializzate nella sua somministrazione. Un fenomeno che ha acceso il dibattito anche nella comunità scientifica.

Non è una pillola magica

Negli Usa il tema è molto discusso: se da un lato il testosterone viene proposto come strumento di prevenzione maschile, dall’altro gli esperti ribadiscono che non è una panacea. Anche se la Food and Drug Administration ha recentemente rimosso il “black box” che associava l’ormone a un aumento del rischio cardiovascolare, l’uso resta indicato solo in presenza di deficit documentati e sotto controllo medico.

Una posizione condivisa in Europa. Gli endocrinologi dell’Imperial College London hanno recentemente chiarito diversi falsi miti legati al testosterone, a partire dall’idea che sia un ormone “da macho”.

Aggressività, leadership e umore: i falsi miti

Secondo gli esperti britannici, livelli fisiologici più alti di testosterone non rendono più aggressivi, più performanti o leader migliori. L’equivoco nasce dal consumo di steroidi anabolizzanti: dosi enormemente superiori a quelle naturali possono aumentare l’irritabilità, ma nella normale variabilità biologica non esistono differenze significative di temperamento o di prestazioni atletiche.

«Non dipendono dal testosterone neppure le capacità di leadership o l’umore più sereno», sottolineano i ricercatori. Una terapia sostitutiva può migliorare il benessere psicologico solo quando i livelli sono patologicamente bassi, per esempio dopo l’asportazione di un testicolo per tumore. Se invece i valori rientrano nella norma, assumere testosterone non produce benefici aggiuntivi.

I rischi di un uso non necessario

Assumere testosterone senza una reale indicazione clinica può avere conseguenze rilevanti, soprattutto sulla fertilità. L’ormone assunto dall’esterno può ridurre la produzione di spermatozoi, rimpicciolire i testicoli e causare disfunzione erettile. Un eccesso, come accade con l’uso di anabolizzanti, aumenta inoltre il rischio di:

  • danni cardiaci e infarto

  • patologie epatiche

  • problemi alla prostata

  • ipertensione e colesterolo alto

  • insonnia e cefalea

Stile di vita prima delle terapie

Gli esperti concordano: meglio non assumere testosterone se non c’è una carenza accertata. Molto si può fare, invece, con lo stile di vita. Una ricerca della Società Italiana di Andrologia ha dimostrato che bastano tre mesi di dieta corretta — ricca di cereali integrali, pesce azzurro, verdure, frutta secca e legumi — per quasi raddoppiare i livelli di testosterone.

Movimento, sonno e gestione dello stress

«Fare attività fisica è fondamentale», spiega Alessandro Palmieri, presidente della Società Italiana di Andrologia. «L’esercizio riduce il cortisolo, l’ormone dello stress, che inibisce la sintesi del testosterone».

Altri fattori chiave:

  • evitare fumo e abuso di alcol

  • controllare le malattie croniche infiammatorie

  • dormire a sufficienza, perché il testosterone segue il ritmo sonno-veglia

  • gestire ansia e stress, che possono abbassarne i livelli

Un calo fisiologico con l’età

Infine, un dato spesso rimosso: con l’età il testosterone diminuisce fisiologicamente, con una riduzione dell’1-2% l’anno già dalla fine dei 30 anni. Un processo naturale che non va medicalizzato automaticamente.

La conclusione degli esperti è netta: il testosterone è un ormone essenziale, ma non è un elisir di giovinezza. Usarlo senza motivo clinico può fare più danni che benefici. La vera prevenzione passa da alimentazione, movimento, sonno e controllo dello stress — molto prima di qualsiasi prescrizione.

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Messico, quasi 9.500 casi di morbillo nel 2026: 31 i decessi

Il Messico registra 9.487 casi di morbillo nel 2026 e 31 decessi. Il 61% dei contagiati non era vaccinato. Virus diffuso in 30 stati su 32.

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Il Ministero della Salute del Messico ha aggiornato il bilancio dell’epidemia di morbillo che sta interessando il Paese nel 2026.

Secondo l’ultimo rapporto epidemiologico, sono stati registrati 9.487 casi complessivi dall’inizio dell’anno, con 410 nuove infezioni rilevate nell’ultima settimana di monitoraggio. I decessi confermati sono 31.

Diffusione in quasi tutto il territorio nazionale

Il virus è presente in 30 delle 32 entità federative del Messico. Le aree più colpite risultano quelle del sud-est, in particolare Campeche, Tabasco e Chiapas.

Le autorità sanitarie mantengono alta la sorveglianza epidemiologica, dopo aver analizzato quasi 28.000 casi sospetti.

Il nodo delle vaccinazioni

L’analisi dei dati evidenzia una forte correlazione tra diffusione del virus e mancata immunizzazione: il 61% dei casi confermati riguarda persone non vaccinate.

L’infezione si è propagata prevalentemente tra i giovani, con una maggiore incidenza nelle fasce di età tra i 10 e i 24 anni e una leggera prevalenza nella popolazione maschile.

Le autorità sanitarie proseguono le campagne di prevenzione e monitoraggio per contenere l’espansione del contagio.

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Salute

Cardiopatie congenite, a Cosenza oltre 600 pazienti seguiti: 1 neonato su 100 nasce con una malformazione

All’ospedale Annunziata di Cosenza oltre 600 pazienti con cardiopatie congenite seguiti stabilmente. Un neonato su 100 nasce con una malformazione cardiaca.

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Le cardiopatie congenite rappresentano la malformazione neonatale più frequente e a maggiore impatto sociale. È quanto emerso nel corso della Giornata Mondiale delle Cardiopatie, celebrata con un convegno medico-scientifico all’ospedale “Annunziata” di Cosenza.

L’Unità di Cardiologia pediatrica e perinatale, guidata dalla dottoressa Maria Lucente, segue stabilmente oltre 600 pazienti in tutta la provincia, inclusa una coorte di giovani adulti tra i 20 e i 25 anni che continua a fare riferimento al dipartimento Materno-infantile.

Un neonato su 100, metà dei casi gravi

Secondo i dati illustrati durante il convegno “Dove porta il cuore: le cardiopatie congenite dalla gravidanza all’età adulta”, un neonato su 100 nasce con una cardiopatia congenita. Nel 50% dei casi si tratta di forme gravi che possono mettere a rischio la sopravvivenza immediata.

“Non si tratta di patologie confinate al feto o al neonato – ha spiegato Lucente – ma di condizioni che incidono profondamente sulla salute della madre e sull’intero nucleo familiare, specialmente nelle forme complesse”.

La rete con Taormina e il protocollo d’emergenza

Ogni anno circa 140 interventi vengono gestiti in collaborazione con il Centro di cardiochirurgia del Mediterraneo di Taormina, diretto da Salvatore Agati.

In assenza di una cardiochirurgia pediatrica in Calabria, negli ultimi dieci anni è stato consolidato un protocollo di emergenza-urgenza che prevede, nei casi più critici, l’intervento diretto dell’équipe siciliana nelle terapie intensive neonatali calabresi. Una soluzione che consente di stabilizzare o operare i neonati in loco, riducendo i rischi legati al trasporto.

Diagnosi precoce e presa in carico multidisciplinare

La sopravvivenza è strettamente legata alla diagnostica ecografica morfologica, che permette di programmare luogo e tempi del parto, abbattendo morbosità e mortalità.

Nonostante l’efficacia della rete clinica, resta prioritaria l’integrazione di figure specialistiche di supporto, come genetisti e psicologi, per garantire una presa in carico globale lungo tutto l’arco della vita.

Il convegno ha riunito ginecologi, neonatologi, pediatri, cardiologi, cardiochirurghi, anestesisti e professionisti sanitari, con l’obiettivo di promuovere un modello integrato di gestione di patologie che, grazie ai progressi della medicina, oggi consentono sempre più spesso una sopravvivenza e una qualità di vita fino all’età adulta.

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Cardiopatie congenite, oltre 100mila adulti in Italia: al Bambino Gesù unità dedicata ai pazienti Achd

In Italia oltre 100mila adulti con cardiopatie congenite. Al Bambino Gesù attiva l’Unità di Cardiologia del Congenito Adulto con circa 3mila pazienti presi in carico nel 2025.

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Ogni anno in Italia nascono circa 4.000 bambini con cardiopatie congenite. Grazie ai progressi della medicina, in particolare della cardiochirurgia e della cardiologia interventistica pediatrica, oggi circa il 90% di questi pazienti raggiunge l’età adulta.

La popolazione dei cosiddetti Grown up congenital heart (Guch) o Adults with congenital heart disease (Achd) supera ormai le 100.000 persone. Un dato che segna un cambiamento profondo nella gestione clinica di queste patologie.

L’Unità dedicata al Bambino Gesù

Per rispondere alla crescente domanda di assistenza specialistica, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha istituito l’Unità Operativa Semplice di Cardiologia del Congenito Adulto. Nel 2025 la struttura ha preso in carico circa 3.000 pazienti.

L’Unità è diretta dalla dottoressa Claudia Montanaro e adotta un approccio multidisciplinare che coinvolge cardiologi clinici e interventisti, cardiochirurghi, aritmologi, radiologi, anestesisti, psicologi e altri specialisti in base alle necessità del singolo caso.

“La cardiopatia congenita, anche dopo interventi cardiochirurgici, non può essere considerata una condizione guarita”, sottolinea Montanaro, evidenziando la necessità di un follow-up costante e altamente specializzato, anche nelle fasi delicate come la gravidanza.

Giornata mondiale e Open Day

In occasione della Giornata Mondiale delle Cardiopatie Congenite, l’Ospedale ha organizzato un Open Day dedicato agli adulti con cardiopatie congenite. L’iniziativa punta a rafforzare l’informazione sanitaria e a promuovere un ruolo attivo del paziente nella gestione della propria condizione.

Secondo il direttore sanitario Massimiliano Raponi, l’appuntamento inaugura un ciclo di incontri periodici dedicati alle malattie rare, con cadenza mensile, per consolidare il dialogo tra équipe sanitaria, pazienti e famiglie.

Il modello adottato mira a migliorare qualità e aspettativa di vita, accompagnando il paziente lungo tutto l’arco della vita con una presa in carico personalizzata e integrata.

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