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Cronache

Terremoto in Calabria, perché la forte scossa non ha provocato danni

Il terremoto di magnitudo 6.1 al largo della Calabria è stato avvertito in un’area molto vasta, ma non ha provocato danni grazie alla grande profondità dell’ipocentro. Gli esperti spiegano le differenze con i terremoti appenninici e perché non c’è stato rischio tsunami.

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La paura è arrivata lontano, molto più lontano dell’epicentro. Dalla Calabria alla Sicilia, fino ad alcune aree del Centro-Sud, migliaia di persone hanno avvertito la terra muoversi nella notte. Eppure il terremoto registrato al largo della costa calabra, pur essendo uno dei più forti in Italia dopo quello di Norcia del 30 ottobre 2016, non ha lasciato dietro di sé macerie, vittime o danni significativi. La ragione sta in una parola tecnica ma decisiva: profondità.

Secondo l’INGV, il sisma è stato registrato alle 00.12 del 2 giugno 2026 al largo della costa calabra nord-occidentale, nei pressi di Amantea, con magnitudo locale 6.2 e magnitudo momento 6.1, a circa 250 chilometri di profondità. È proprio questa collocazione profonda dell’ipocentro ad aver attenuato gli effetti più distruttivi delle onde sismiche in superficie.

Perché non ci sono stati danni

Il confronto con Norcia aiuta a capire. Le due magnitudo possono sembrare vicine: 6.5 per il terremoto del 2016, 6.1 per quello del Tirreno. Ma la scala della magnitudo è logaritmica: anche piccole differenze numeriche corrispondono a variazioni importanti dell’energia liberata.

Il sisma di Norcia fu più energetico e soprattutto molto più superficiale. La rottura della faglia avvenne a circa 10 chilometri di profondità, quindi molto più vicina alla superficie e agli edifici. Nel caso calabrese, invece, l’ipocentro era a circa 250 chilometri. Le onde sismiche sono arrivate comunque fino alla superficie, ma con effetti molto più attenuati.

Perché la scossa è stata avvertita così lontano

La grande profondità spiega anche un apparente paradosso: il terremoto non ha provocato danni, ma è stato percepito in un’area vastissima. Più un sisma è profondo, più ampia può essere la zona in cui le onde vengono avvertite, anche se con intensità generalmente meno distruttiva.

Per questo la scossa è stata segnalata in Calabria, Sicilia, Campania e in altre zone del Sud. Le segnalazioni dei cittadini raccolte dall’INGV sono importanti perché permettono di ricostruire in modo capillare l’area di risentimento del terremoto, cioè i luoghi in cui la popolazione lo ha percepito.

Una causa diversa dai terremoti dell’Appennino

Il terremoto al largo della Calabria ha una natura diversa rispetto ai grandi sismi appenninici, come Norcia, Amatrice, L’Aquila o Irpinia. Quegli eventi sono legati ai movimenti propri della catena appenninica e a faglie relativamente superficiali.

Il sisma del Tirreno meridionale è invece collegato alla subduzione della placca ionica sotto la Calabria. In parole semplici, una porzione di crosta terrestre scende in profondità sotto l’arco calabro. Questo processo può generare terremoti molto profondi, anche a centinaia di chilometri dalla superficie. L’INGV ricorda che nel Mar Tirreno centrale e meridionale si verificano occasionalmente eventi sismici con ipocentri superiori ai 100 chilometri, e in passato sono stati registrati terremoti anche a profondità molto maggiori.

Nessuno sciame sismico e nessun tsunami distruttivo

Un altro elemento rassicurante riguarda le repliche. Eventi così profondi, secondo gli esperti, non generano normalmente uno sciame sismico simile a quello osservato dopo i terremoti superficiali dell’Appennino. La profondità e la natura del fenomeno rendono diverso anche il comportamento successivo della sequenza.

Per quanto riguarda il rischio tsunami, l’INGV ha attivato le verifiche attraverso il Centro allerta tsunami per l’area euro-mediterranea. La grande profondità del sisma e la magnitudo non sufficiente a generare un’onda anomala distruttiva hanno escluso scenari di maremoto rilevante. L’evento, dunque, è stato forte e molto percepito, ma non ha prodotto le condizioni tipiche dei terremoti capaci di generare tsunami pericolosi.

Nessun legame con il terremoto di Messina del 1908

Il sisma del Tirreno non va collegato alle faglie che causarono il disastroso terremoto di Messina del 1908. Si tratta di fenomeni con origini differenti. Il terremoto di Messina e Reggio Calabria fu un evento superficiale e devastante, legato a una struttura sismogenetica diversa, con effetti catastrofici sulle città e sulla popolazione.

Il terremoto di questi giorni, pur avvertito in modo esteso, appartiene invece alla sismicità profonda del Tirreno meridionale e del sistema di subduzione calabro.

La Calabria resta una regione ad alto rischio sismico

Il fatto che questo terremoto non abbia provocato danni non deve portare a sottovalutare il rischio sismico calabrese. La Calabria è una delle aree italiane a più alta pericolosità sismica. La storia ricorda terremoti devastanti, come quelli del 1783 e del 1905, con magnitudo stimate molto elevate e conseguenze drammatiche.

La lezione resta sempre la stessa: i terremoti non si possono evitare, ma si possono ridurre i danni attraverso prevenzione, informazione, edifici costruiti bene e adeguamento antisismico. L’Italia dispone di competenze avanzate in ingegneria sismica e strutturale. Il punto decisivo è applicarle con continuità, soprattutto nei territori più esposti.

La paura e la prevenzione

La scossa al largo della Calabria ha ricordato a tutti quanto sia fragile il territorio italiano. Questa volta la profondità ha protetto la superficie dagli effetti peggiori. Ma il rischio sismico non si misura soltanto sulla memoria dell’ultima scossa. Si misura sulla qualità degli edifici, sulla preparazione dei cittadini, sulla capacità delle istituzioni di programmare interventi e sulla cultura della prevenzione.

Il terremoto del Tirreno non ha fatto danni perché è avvenuto molto in profondità. La prossima scossa, però, potrebbe avere caratteristiche diverse. Per questo la vera sicurezza non nasce dopo il terremoto, ma molto prima: nei cantieri, nelle scuole, nei piani di protezione civile e nella consapevolezza di chi vive in territori sismici.

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«Vattene o ti spariamo», minacce all’ex pentito e alla famiglia: quattro arresti a Maddaloni

Quattro persone sono state arrestate a Maddaloni con l’accusa di avere minacciato e aggredito un ex collaboratore di giustizia per costringerlo a lasciare l’abitazione. Minacce anche alla compagna, avvicinata mentre era con il figlio piccolo.

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«Ora te ne devi andare, prima che ti spariamo». Sarebbero state queste le parole rivolte a un ex collaboratore di giustizia durante una violenta aggressione avvenuta a Maddaloni, nel Casertano. L’uomo sarebbe stato colpito alla testa con il calcio di una pistola e costretto, insieme alla compagna, a lasciare l’abitazione nella quale viveva.

Per la vicenda i Carabinieri della Compagnia di Maddaloni hanno arrestato quattro persone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Mariano Sorrentino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Le minacce alla compagna e al bambino

La prima intimidazione risalirebbe al primo maggio. La compagna dell’ex collaboratore di giustizia sarebbe stata avvicinata mentre si trovava in strada con il figlio piccolo.

«Anche tu e tuo figlio ve ne dovete andare da Maddaloni, sei la compagna di un pentito, altrimenti ce la prendiamo con te», le avrebbero detto gli indagati.

Secondo la ricostruzione investigativa, le minacce avrebbero avuto l’obiettivo di colpire l’intero nucleo familiare, sfruttando il passato dell’uomo, già legato al clan Sacco-Bocchetti e successivamente collaboratore di giustizia.

L’aggressione con la pistola

La mattina successiva, il 2 maggio, il gruppo avrebbe raggiunto direttamente l’ex collaboratore di giustizia.

Uno degli aggressori lo avrebbe colpito alla testa con il calcio di una pistola, mentre gli altri avrebbero tentato di prenderlo a schiaffi e pugni.

All’uomo sarebbe stato intimato di lasciare immediatamente Maddaloni, accompagnando la minaccia con un chiaro riferimento alla sua scelta di collaborare con la giustizia.

L’obiettivo dell’abitazione popolare

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le intimidazioni non sarebbero state dettate soltanto da una volontà di vendetta nei confronti dell’ex pentito.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la famiglia ad abbandonare un’abitazione popolare, per consentire successivamente ad altre persone di prenderne possesso.

Dopo l’allontanamento dell’uomo e della compagna, l’alloggio sarebbe stato occupato. Sarebbero poi seguite ulteriori pressioni per convincere la coppia ad accettare una somma simbolica come compensazione per la perdita della casa.

Le accuse contestate

Le quattro persone raggiunte dalla misura cautelare sono accusate, a vario titolo, di violenza privata aggravata e continuata in concorso e di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.

I reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione alle modalità delle minacce, alla forza intimidatoria esercitata e ai presunti collegamenti degli indagati con ambienti criminali del territorio.

Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Nucleo operativo di Marcianise e della Compagnia di Maddaloni.

Le indagini della Direzione antimafia

Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda attraverso testimonianze, accertamenti e altri elementi raccolti dopo la denuncia delle vittime.

L’ordinanza cautelare recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che dovrà essere verificata nel corso del procedimento e nel contraddittorio con le difese.

Le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

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Pordenone, il Tar salva la cornacchia: sospeso l’ordine di abbattimento

Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso le due ordinanze del sindaco di Pordenone che autorizzavano l’abbattimento di una cornacchia ritenuta responsabile di comportamenti aggressivi. Accolto il ricorso della Lav, che chiede soluzioni alternative e non cruente.

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La cornacchia di Pordenone non potrà essere abbattuta. Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso con effetto immediato le due ordinanze firmate dal sindaco Alessandro Basso per autorizzare l’uccisione dell’animale, ritenuto responsabile di ripetuti comportamenti aggressivi nei confronti dei passanti.

Il provvedimento è stato adottato dopo il ricorso presentato dalla Lav, che aveva contestato la scelta del Comune sostenendo la possibilità di utilizzare sistemi alternativi e non cruenti.

Gli attacchi ai passanti

La vicenda riguarda una cornacchia presente nell’area di via Damiani, dove nelle ultime settimane erano stati segnalati diversi episodi di aggressività.

Secondo le ricostruzioni, l’animale avrebbe compiuto voli ravvicinati e colpito alcuni passanti. Il comportamento sarebbe collegato alla presenza di un nido e alla necessità di proteggere i piccoli durante la fase della riproduzione.

Dopo le segnalazioni e alcuni tentativi di monitoraggio e cattura, il sindaco aveva emanato una prima ordinanza che autorizzava l’abbattimento per ragioni di sicurezza pubblica.

Le due ordinanze del Comune

Il primo provvedimento era stato contestato dalle associazioni animaliste, secondo le quali l’uccisione non rappresentava una soluzione proporzionata.

Nel frattempo, dopo il mancato esito dei tentativi di cattura, il Comune aveva firmato una seconda ordinanza dai contenuti sostanzialmente analoghi.

Entrambi i provvedimenti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo regionale, con la richiesta urgente di bloccare qualsiasi intervento che potesse provocare la morte dell’animale.

La decisione del Tar

Il Tar ha ritenuto necessario sospendere immediatamente la parte delle ordinanze che autorizzava l’abbattimento.

L’uccisione della cornacchia avrebbe infatti determinato un danno irreversibile prima ancora che il giudice potesse esaminare nel merito la legittimità dei provvedimenti comunali.

La sospensione non impedisce però all’Amministrazione di adottare altre misure per ridurre il rischio e proteggere i cittadini, a condizione che non comportino la soppressione dell’animale.

La posizione della Lav

La Lav ha accolto favorevolmente la decisione e ha ribadito la propria contrarietà all’abbattimento.

«La condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando si tratta di comportamenti di difesa della prole», ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile dell’area Animali selvatici dell’associazione.

Secondo la Lav, l’aggressività della cornacchia sarebbe limitata alla fase di protezione del nido e destinata quindi a ridursi con la crescita e l’allontanamento dei piccoli.

La richiesta di soluzioni alternative

L’associazione animalista ha chiesto al Comune di aprire un confronto per individuare sistemi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone e la tutela della fauna selvatica.

Tra le possibili misure vi sono la delimitazione temporanea dell’area, l’installazione di cartelli informativi, l’utilizzo di percorsi alternativi e l’intervento di personale specializzato nella gestione degli animali selvatici.

La decisione del Tar riporta così la vicenda sul terreno della convivenza tra cittadini e fauna urbana, escludendo per il momento la soluzione più drastica e lasciando aperta la ricerca di interventi meno invasivi.

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Gatto Leone, dopo due anni e mezzo ancora nessun colpevole: AIDAA incarica un criminologo

A due anni e mezzo dalla morte del gatto Leone, trovato scuoiato vivo ad Angri, non sono ancora stati individuati i responsabili. Le sue ceneri sono tornate al canile di Cava de’ Tirreni e AIDAA annuncia il coinvolgimento di un criminologo.

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Due anni e mezzo dopo, il nome di Leone continua a chiedere giustizia. Il gatto trovato ad Angri in condizioni disperate, con gravissime lesioni su gran parte del corpo, morì dopo alcuni giorni nonostante le cure dei volontari e dei veterinari del canile municipale di Cava de’ Tirreni. La sua storia commosse l’Italia, ma chi gli inflisse quelle torture non è stato ancora individuato.

Nei giorni scorsi, dopo il dissequestro della salma e la cremazione, le ceneri del felino sono tornate nella struttura che lo aveva accolto e assistito durante gli ultimi giorni di vita.

Le ceneri tornano al canile

Il corpo di Leone era rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per le esigenze investigative legate alla ricostruzione dell’accaduto.

Dopo il dissequestro è stato possibile procedere alla cremazione e riportare l’urna al canile municipale di Cava de’ Tirreni, dove i volontari avevano tentato fino all’ultimo di salvarlo.

Il ritorno delle ceneri chiude il lungo percorso materiale della sua vicenda, ma lascia ancora aperta la domanda principale: chi ha torturato Leone?

Il caso che commosse l’Italia

Il gatto era stato ritrovato per strada ad Angri nel dicembre 2023 e trasportato in condizioni gravissime nella struttura veterinaria.

Nonostante le cure, morì dopo quattro giorni di agonia. Le immagini e il racconto delle sue condizioni provocarono una vasta mobilitazione.

Ad Angri si svolsero fiaccolate e manifestazioni con migliaia di partecipanti, mentre il caso arrivò anche all’attenzione del Parlamento. Associazioni e cittadini chiesero che venissero individuati e puniti i responsabili.

Nessuna traccia degli autori

A distanza di due anni e mezzo, tuttavia, non risultano persone identificate come responsabili delle sevizie.

Le indagini non hanno finora condotto a una ricostruzione definitiva dell’accaduto né all’individuazione dell’autore o degli autori.

Proprio per evitare che la vicenda finisca nel dimenticatoio, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente ha deciso di rilanciare una campagna per raccogliere nuove informazioni.

AIDAA annuncia un criminologo

Il presidente di AIDAA, Lorenzo Croce, ha annunciato la produzione di alcuni video con i quali l’associazione ha chiesto ai cittadini di fornire elementi utili a individuare una pista credibile.

Secondo Croce, in pochi giorni sarebbero arrivate numerose segnalazioni. L’associazione ha quindi deciso di incaricare un criminologo, il cui nome dovrebbe essere comunicato successivamente.

Il professionista dovrebbe contribuire a delineare un possibile profilo dell’autore o degli autori, partendo dalle informazioni raccolte e dalle modalità delle violenze inflitte al gatto.

Segnalazioni da verificare

Le segnalazioni ricevute dall’associazione dovranno essere attentamente verificate prima di poter assumere un valore concreto.

Al momento non è stata annunciata alcuna svolta ufficiale nelle indagini, né risultano persone sottoposte ad accertamenti in relazione alla morte di Leone.

L’eventuale riapertura o sviluppo dell’attività investigativa spetterebbe comunque agli organi competenti, sulla base di elementi ritenuti attendibili e rilevanti.

Una ferita ancora aperta

La vicenda di Leone resta uno dei casi più drammatici di violenza contro gli animali avvenuti negli ultimi anni in Italia.

Il ritorno delle sue ceneri al canile riporta l’attenzione su una storia che provocò dolore, indignazione e una mobilitazione collettiva senza precedenti.

Finché non sarà accertato chi abbia compiuto quelle sevizie, il caso Leone resterà una ferita aperta per Angri e per quanti chiedono una tutela più efficace degli animali.

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