Collegati con noi

Esteri

Tensione a Gaza, ucciso un soldato israeliano: la risposta dell’Idf provoca decine di morti nella Striscia

Un riservista israeliano è stato ucciso in un attacco contro le truppe a Rafah. In risposta, l’Idf ha colpito obiettivi nella Striscia di Gaza: secondo fonti mediche palestinesi, almeno 65 morti e 200 feriti.

Pubblicato

del

Torna a salire la tensione nella Striscia di Gaza. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno annunciato la morte del sergente maggiore Yonah Efraim Feldbaum, 37 anni, riservista dell’insediamento di Neria, in Cisgiordania.
Il militare è rimasto ucciso nel corso di un attacco condotto da militanti palestinesi contro le truppe israeliane di stanza nell’area di Rafah, nel sud della Striscia.

Secondo una prima ricostruzione delle Idf, gli aggressori avrebbero utilizzato lanciarazzi e armi da cecchino contro i soldati impegnati in operazioni nel quartiere di Jenina. L’attacco, riferiscono i media israeliani, è avvenuto nel primo pomeriggio di ieri.


La replica di Hamas e la crisi del cessate il fuoco

Hamas ha negato ogni coinvolgimento diretto nell’azione armata, definendo «infondate» le accuse israeliane e ribadendo la volontà di rispettare il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.
L’episodio, tuttavia, ha innescato una dura risposta militare da parte di Israele, che ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia di Gaza nelle ore successive.


Decine di morti nei raid israeliani

Secondo fonti mediche palestinesi, i bombardamenti israeliani ripresi nella notte hanno causato almeno 65 morti e oltre 200 feriti. La Protezione civile palestinese parla di una «chiara e flagrante violazione dell’accordo di cessate il fuoco», denunciando il pesante bilancio di vittime civili e il collasso del fragile equilibrio raggiunto nei giorni precedenti.

Le autorità locali riferiscono che gli attacchi hanno colpito abitazioni e aree densamente popolate, in particolare nei sobborghi meridionali di Gaza City e Rafah.


Una tregua sempre più fragile

L’uccisione del soldato israeliano e la successiva offensiva dell’Idf rischiano ora di far saltare definitivamente la treguanegoziata da Washington e dagli altri mediatori regionali.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione, mentre crescono le pressioni diplomatiche per ripristinare un cessate il fuoco effettivo e consentire l’accesso degli aiuti umanitari alla popolazione civile di Gaza.

Advertisement

Esteri

Sanzioni alla Russia, l’Ue si inceppa su Usmanov: la Francia apre alla rimozione dell’oligarca dalla lista nera

Si inceppa a Bruxelles il rinnovo delle sanzioni individuali contro la Russia. La Slovacchia chiede di eliminare Alisher Usmanov e Mikhail Fridman dalla lista, mentre la Francia apre sul nome di Usmanov. Sullo sfondo anche il caso del francese Martin Ryan, detenuto in Azerbaigian.

Pubblicato

del

L’Europa ribadisce la linea dura contro Mosca, ma a Bruxelles il fronte mostra una crepa inattesa. Per la prima volta dal 2022 il rinnovo delle sanzioni individuali contro la Russia non è arrivato secondo la consueta procedura semestrale. Al centro dello scontro c’è soprattutto il nome del miliardario russo Alisher Usmanov.

La scadenza per prorogare le misure che interessano quasi 2.700 persone ed entità era fissata al 15 settembre. Di fronte all’assenza di un accordo, gli ambasciatori dei Ventisette hanno scelto una soluzione temporanea: proroga di appena sette giorni, fino alla mezzanotte del 22 settembre, per consentire ulteriori trattative.

La Slovacchia chiede di togliere Usmanov e Fridman

A bloccare da tempo il dossier è soprattutto la Slovacchia. Bratislava chiede che dalla lista delle persone sanzionate vengano eliminati due dei nomi più importanti del capitalismo russo: Alisher Usmanov e Mikhail Fridman.

Una posizione che ha trasformato progressivamente il governo slovacco in uno degli interlocutori più difficili nelle trattative europee sulle misure contro Mosca.

La sorpresa è arrivata però dalla Francia, che avrebbe appoggiato la richiesta di rimuovere almeno Usmanov dalla lista, modificando gli equilibri nel Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Ue.

Chi è Alisher Usmanov

Nato a Tashkent quando l’Uzbekistan faceva ancora parte dell’Unione Sovietica, Usmanov ha costruito una delle maggiori fortune dell’area post-sovietica attraverso interessi in settori strategici.

Nel corso degli anni il suo impero ha compreso partecipazioni in realtà come Metalloinvest, Mail.ru, MegaFon e la holding USM, oltre a investimenti nelle grandi aziende tecnologiche statunitensi.

L’Unione Europea lo ha inserito nella propria lista delle sanzioni dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, descrivendolo come un uomo d’affari con stretti legami con il potere russo.

Usmanov ha sempre contestato questa ricostruzione e ha intrapreso iniziative legali contro le misure adottate nei suoi confronti.

Dietro la mossa francese il caso Martin Ryan

La posizione di Parigi potrebbe essere legata a un dossier completamente diverso. La Francia starebbe valutando la possibilità di utilizzare la rimozione di Usmanov dalle sanzioni nell’ambito degli sforzi per ottenere la liberazione di Martin Ryan, cittadino e uomo d’affari francese detenuto in Azerbaigian con accuse di spionaggio.

Anche Azerbaigian e Turchia sarebbero favorevoli all’eliminazione del miliardario russo dalla lista europea.

Non risulta tuttavia formalizzato un accordo del tipo «Usmanov fuori dalle sanzioni in cambio della liberazione di Ryan». L’eventuale collegamento tra i due dossier resta quindi materia di trattativa diplomatica e va distinto da un’intesa già raggiunta.

Il rischio di creare un precedente

È proprio questo uno dei punti più delicati della discussione europea. Utilizzare le sanzioni contro personalità russe come strumento negoziale in dossier bilaterali potrebbe infatti creare un precedente e incentivare future pressioni sui singoli Stati membri.

La vicenda mostra inoltre quanto sia fragile il meccanismo europeo: le sanzioni richiedono l’unanimità, permettendo anche a un singolo governo di bloccarne il rinnovo.

I Ventisette hanno adesso una settimana per trovare un compromesso. Dietro il caso Usmanov si gioca quindi una partita più grande: capire fino a che punto l’Unione Europea riuscirà a mantenere compatto il sistema di sanzioni costruito contro Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina.

Continua a leggere

Esteri

Vertice Ue nell’Artico, fronte comune contro Mosca: più aiuti a Kiev e pressing sui Patriot

Dodici Paesi Ue riuniti a Rovaniemi chiedono una presenza europea più forte nell’Artico e confermano il sostegno all’Ucraina. Finlandia ed Estonia guardano alla deterrenza nucleare francese, mentre cresce il pressing su Spagna e Grecia per fornire a Kiev intercettori Patriot.

Pubblicato

del

Dall’estremo Nord dell’Europa arriva un nuovo messaggio a Mosca: l’Unione Europea intende rafforzare il sostegno all’Ucraina e aumentare la propria presenza strategica nell’Artico. A Rovaniemi, in Finlandia, dodici Stati membri si sono riuniti per il primo vertice europeo dedicato alla regione artica, diventata uno dei nuovi terreni della competizione con la Russia.

A rendere ancora più teso il clima è stato l’attacco contro un treno passeggeri nei pressi del confine polacco, lungo una direttrice sulla quale avrebbero dovuto viaggiare poco dopo consiglieri diplomatici di diversi Paesi europei, Italia compresa.

«Un messaggio per spaventarci»

Tra i partecipanti al vertice prevale una lettura politica: l’attacco viene interpretato come un tentativo di intimidire gli europei e indebolirne il sostegno a Kiev.

«Qui, nell’estremo nord dell’Europa, si può vedere quanto sia a rischio la pace. Non posso che esortare tutti noi a prendere sul serio questa minaccia», ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Dello stesso tenore il premier finlandese Petteri Orpo: «Se i russi pensano di poter minare la nostra unità nel sostegno all’Ucraina, si sbagliano». Poi l’avvertimento: «Stanno giocando una partita molto pericolosa».

Da Mosca non arrivano segnali di arretramento. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha ribadito che le forze russe stanno svolgendo i propri compiti sul territorio ucraino e «continueranno a farlo».

L’Artico diventa una questione strategica europea

Il vertice di Rovaniemi va però oltre la guerra in Ucraina. Con il progressivo aumento dell’importanza militare, energetica e commerciale dell’Artico, la regione è diventata uno dei principali terreni della competizione geopolitica tra Russia e Occidente.

Nella dichiarazione congiunta, i Paesi partecipanti chiedono all’Unione Europea di assumere un ruolo «più strategico e proattivo nell’Artico europeo».

Il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha raccolto l’appello: «Ciò che conta per l’Artico conta per tutti gli Stati membri dell’Unione».

Costa ha ricordato che tre Paesi Ue – Danimarca, Finlandia e Svezia – sono nazioni artiche. Quanto accade nell’estremo Nord, dunque, non può più essere considerato una questione esclusivamente regionale.

Finlandia ed Estonia guardano allo scudo nucleare francese

Un altro passaggio importante riguarda la deterrenza nucleare europea. Finlandia ed Estonia intendono partecipare alla cooperazione proposta dalla Francia sulla deterrenza nucleare.

Parigi ed Helsinki hanno annunciato la futura istituzione di un gruppo di coordinamento nucleare per avviare concretamente la collaborazione.

Per l’Estonia le trattative sono ancora in corso. Il premier Kristen Michal ha precisato che non si tratta semplicemente di aderire a un meccanismo già esistente: servono capacità militari e un adeguato livello di preparazione.

La prospettiva rappresenta comunque un ulteriore segnale del dibattito europeo sulla costruzione di una capacità di deterrenza più autonoma.

Pressing su Spagna e Grecia per i Patriot

Resta intanto urgente il problema della difesa aerea dell’Ucraina in vista dell’inverno. Sono in corso pressioni sia in ambito Nato sia nell’Unione Europea affinché Spagna e Grecia mettano a disposizione di Kiev missili intercettori Patriot presenti nei propri arsenali.

Atene appare maggiormente disponibile. Una parte degli intercettori greci si avvicinerebbe inoltre alla fine della propria vita operativa, rendendo conveniente trasferirli anziché sostenere i costi necessari al loro smaltimento secondo le procedure previste.

Madrid, invece, al momento non sembra intenzionata a modificare la propria posizione.

Lo scambio per consegnare subito i missili a Kiev

La soluzione sulla quale si sta lavorando è una sorta di meccanismo di scambio. L’Ucraina dispone dei fondi necessari per acquistare nuovi intercettori e potrebbe trasferire successivamente i missili ordinati ai Paesi europei disposti a cedere immediatamente quelli presenti nei propri magazzini.

In questo modo Kiev riceverebbe subito le munizioni necessarie alla difesa aerea, mentre gli alleati ricostituirebbero successivamente le proprie scorte.

Il problema resta però quello dei tempi di produzione e consegna degli Stati Uniti. Per questo si valuta una sorta di corsia preferenziale negli ordini destinata ai Paesi che accetteranno di trasferire immediatamente i propri intercettori all’Ucraina.

Da Rovaniemi emerge così una strategia che lega ormai tre dossier: la difesa dell’Ucraina, la sicurezza dell’Artico e il rafforzamento della deterrenza europea. Tre fronti diversi di una stessa competizione strategica con Mosca.

Continua a leggere

Economia

Trump annuncia la tregua energetica tra Russia e Ucraina, Zelensky frena: «Servono garanzie»

Donald Trump sostiene che Russia e Ucraina abbiano accettato di non colpire reciprocamente le infrastrutture energetiche. Zelensky si dice disponibile, ma chiede garanzie sul rispetto dell’intesa da parte di Mosca. Sullo sfondo l’impennata dei prezzi del diesel.

Pubblicato

del

Donald Trump annuncia una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina, ma da Kiev arriva una risposta molto più prudente. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si dice disponibile a fermare i raid contro gli obiettivi energetici russi soltanto in presenza di garanzie concrete sul rispetto dell’intesa da parte di Mosca.

«L’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!», ha scritto Trump su Truth Social. Il presidente americano non ha però fornito dettagli sulla portata dell’intesa, sulla sua durata o sui meccanismi di verifica. E Mosca non ha ancora confermato formalmente nei termini indicati da Trump l’esistenza dell’accordo.

Zelensky: pronti, ma la Russia deve rispettare l’accordo

La posizione di Kiev introduce quindi una differenza sostanziale rispetto all’annuncio del presidente americano.

Zelensky ha spiegato che l’Ucraina è pronta a sospendere i propri attacchi qualora i partner siano in grado di garantire che la Russia smetta di colpire la rete elettrica ucraina, le altre infrastrutture energetiche e critiche e le vie utilizzate per il trasporto degli alimenti.

«Ci aspettiamo dettagli concreti dai nostri partner», è il messaggio di Kiev. L’Ucraina, dunque, apre alla tregua ma chiede reciprocità e garanzie verificabili.

Trump aveva chiesto a Kiev di risparmiare le raffinerie russe

L’annuncio arriva dopo che Trump aveva pubblicamente chiesto a Zelensky di interrompere gli attacchi contro le infrastrutture russe legate alla produzione di diesel.

Le incursioni ucraine contro raffinerie e impianti petroliferi sono diventate uno degli strumenti utilizzati da Kiev per colpire la capacità economica e logistica della Russia e ridurre le entrate energetiche che contribuiscono a finanziare la guerra.

Mosca ha accolto favorevolmente l’appello americano a fermare gli attacchi ucraini alle proprie infrastrutture economiche. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, tuttavia, non ha inizialmente confermato una corrispondente sospensione degli attacchi russi.

Il diesel entra nella trattativa sulla guerra

Dietro la mossa di Trump c’è anche la questione dei carburanti. Il presidente americano sostiene che l’impennata mondiale del prezzo del diesel sia dovuta soprattutto alla guerra russo-ucraina e non al conflitto con l’Iran.

Negli Stati Uniti il diesel ha raggiunto livelli record, diventando un problema economico e politico particolarmente sensibile in vista delle elezioni di midterm. Trump punta il dito soprattutto contro gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, anche se sul mercato internazionale pesano contemporaneamente le fortissime tensioni mediorientali e le difficoltà delle forniture energetiche.

Putin guarda all’inverno, Kiev teme una tregua senza garanzie

È proprio il comportamento futuro della Russia a rappresentare l’incognita principale. Secondo il Financial Times, fonti vicine al Cremlino descrivono Putin come riluttante a raggiungere un’intesa prima dell’inverno, nella convinzione che la pressione sulle infrastrutture energetiche ucraine possa aumentare la capacità negoziale di Mosca.

Per questo l’annuncio di Trump non equivale ancora a una tregua effettivamente operativa e verificata sul terreno.

Se Mosca e Kiev dovessero realmente interrompere reciprocamente gli attacchi agli impianti energetici, si tratterebbe però di uno dei più significativi passi di de-escalation degli ultimi mesi e potrebbe diventare il primo banco di prova concreto della capacità americana di avvicinare le due parti a un negoziato più ampio.

Continua a leggere
error: Contenuto Protetto