Tecnologia
Tencent prepara l’agente AI dentro WeChat, il titolo vola a Hong Kong
Tencent si avvicina al lancio di un agente di intelligenza artificiale integrato in WeChat. Il progetto, ancora in fase di test e soggetto alle procedure di conformità in Cina, ha spinto il titolo a Hong Kong fino a un rialzo del 10,5%.
Tencent si avvicina al lancio di un nuovo strumento di intelligenza artificiale integrato in WeChat, l’app centrale della vita digitale cinese, usata per messaggi, social media, pagamenti, servizi pubblici, acquisti e mini-programmi. La notizia, riportata dal Financial Times, ha acceso l’interesse degli investitori e contribuito al forte rialzo del titolo a Hong Kong.
Le azioni di Tencent sono arrivate a guadagnare il 10,5%, spinte dalle aspettative sul possibile ingresso dell’intelligenza artificiale generativa nel cuore dell’ecosistema WeChat. Per il gruppo cinese, si tratterebbe di un passaggio strategico: non solo un nuovo servizio, ma un modo per trasformare l’app in una piattaforma ancora più automatizzata e personalizzata.
Un agente AI per muoversi dentro WeChat
Secondo le ricostruzioni, Tencent sta testando un prototipo di agente AI capace di interagire con i mini-programmi di WeChat e svolgere compiti per conto dell’utente. L’obiettivo sarebbe permettere alle persone di impartire istruzioni in linguaggio naturale e ottenere azioni concrete dentro l’app.
In prospettiva, lo strumento potrebbe aiutare a cercare prodotti, ordinare servizi, completare operazioni e muoversi tra le diverse funzioni di WeChat senza dover passare manualmente da un mini-programma all’altro. È proprio questa integrazione profonda a rendere il progetto potenzialmente molto rilevante.
Il nodo della conformità in Cina
Il lancio pubblico, però, non è immediato. Tencent starebbe preparando l’avvio del processo di conformità regolatorianecessario in Cina prima della diffusione del servizio. Solo dopo questa fase l’azienda intende testare lo strumento con un gruppo ristretto di utenti esterni, per poi procedere eventualmente con un rilascio graduale.
Non è stata fissata una data precisa per il lancio pubblico. I tempi dipenderanno anche dalle valutazioni delle autorità cinesi, particolarmente attente ai sistemi di intelligenza artificiale generativa, alla gestione dei dati, alla sicurezza e al controllo dei contenuti.
La partita con Alibaba e ByteDance
La mossa di Tencent si inserisce nella competizione sempre più intensa tra i grandi gruppi tecnologici cinesi. Alibaba, ByteDance, Baidu e Tencent stanno accelerando sugli agenti AI, strumenti capaci non solo di rispondere a domande, ma di compiere azioni e coordinare attività digitali complesse.
Per Tencent, il vantaggio principale è WeChat. Nessun altro concorrente dispone in Cina di una piattaforma così radicata nella vita quotidiana degli utenti. Integrare un agente AI in un’app già usata per comunicare, pagare, prenotare, acquistare e accedere ai servizi pubblici potrebbe cambiare il modo in cui milioni di persone interagiscono con il digitale.
Opportunità e costi
L’operazione presenta però anche sfide importanti. Lo sviluppo di agenti AI richiede grande capacità di calcolo, investimenti elevati e sistemi affidabili di controllo. Le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati verso la Cina restano un ostacolo per molti gruppi tecnologici cinesi, soprattutto nella corsa ai modelli di intelligenza artificiale più potenti.
Per gli investitori, tuttavia, la notizia segnala che Tencent vuole giocare un ruolo di primo piano nella nuova fase dell’AI cinese. La reazione della Borsa di Hong Kong mostra quanto il mercato consideri WeChat un asset decisivo: se l’agente AI funzionerà davvero dentro quell’ecosistema, Tencent potrebbe trasformare la propria app più importante in una delle piattaforme AI più influenti al mondo.
Tecnologia
Luca Parmitano pilota di Artemis III, l’Italia entra nella nuova corsa alla Luna
Luca Parmitano sarà il pilota della missione Artemis III della Nasa, diventando il primo astronauta non americano con questo ruolo nel programma. Una missione in orbita terrestre, prevista nel 2027, per preparare il ritorno dell’uomo sulla Luna.
La nuova corsa alla Luna parla anche italiano. Luca Parmitano, astronauta dell’Agenzia spaziale europea, sarà il pilota di Artemis III, la missione della Nasa che dovrà preparare una delle fasi più delicate del ritorno umano verso il suolo lunare. Non sarà ancora l’allunaggio, ma sarà una tappa cruciale: testare in orbita terrestre procedure, agganci e manovre che serviranno alle missioni successive.
Il primo non americano nel ruolo di pilota
Parmitano sarà il primo astronauta non statunitense a ricoprire il ruolo di pilota in una missione Artemis. Un incarico di grande valore tecnico e simbolico, perché conferma il peso dell’Europa e dell’Italia nella cooperazione spaziale con gli Stati Uniti.
L’equipaggio sarà guidato dal comandante Randy Bresnik. Parmitano avrà il compito di lavorare sulle manovre più complesse della navetta Orion, in particolare quelle legate all’avvicinamento, all’aggancio e al distacco dai veicoli lunari sviluppati da aziende private come Blue Origin e SpaceX.
Una missione decisiva prima del ritorno sulla Luna
La missione è prevista nella seconda metà del 2027 e si svolgerà in orbita terrestre. L’obiettivo sarà verificare tecnologie, procedure e capacità operative indispensabili per le missioni che dovranno riportare gli astronauti sulla Luna.
Per Parmitano si tratta di una sfida quasi da pagina bianca. L’astronauta italiano inizierà l’addestramento al Johnson Space Center, lavorando sui simulatori della navetta Orion. Sarà chiamato a conoscere un veicolo nuovo e a contribuire allo sviluppo di procedure complesse, in particolare quelle che non saranno eseguite automaticamente ma richiederanno l’intervento manuale dell’equipaggio.
Il sogno di un pilota collaudatore
Per AstroLuca, pilota sperimentatore e veterano dello spazio, la missione rappresenta un sogno professionale. La sua esperienza sarà decisiva nella valutazione del cockpit, dei comandi, degli schermi e della risposta della navetta durante le fasi più delicate.
Parmitano ha spiegato di non considerare Artemis III un limite per il proprio futuro. Al contrario, vede questa missione come una porta aperta verso nuove possibilità per sé, per l’Esa e per gli astronauti italiani.
Spazio, scienza e geopolitica
Accanto alla dimensione tecnica c’è quella geopolitica. Come già accaduto con il programma Apollo, anche Artemis nasce dentro un equilibrio internazionale in cui esplorazione, tecnologia e strategia camminano insieme.
La presenza di Parmitano nel ruolo di pilota diventa così anche un segnale politico: l’Europa partecipa alla nuova corsa lunare portando competenze, cooperazione scientifica e una visione fondata sulla collaborazione internazionale. Per l’Italia è un risultato di grande prestigio, che conferma il ruolo del Paese nelle missioni spaziali del futuro.
In Evidenza
Luca Parmitano volerà con Artemis III, l’Italia entra nella nuova corsa verso la Luna
Luca Parmitano sarà pilota della missione Artemis III, il volo NASA-Esa che testerà in orbita terrestre le tecnologie decisive per il futuro ritorno dell’uomo sulla Luna.
Luca Parmitano entra ufficialmente nella nuova corsa verso la Luna. L’astronauta italiano dell’Agenzia Spaziale Europea sarà pilota della missione Artemis III, il volo che dovrà testare in orbita terrestre le tecnologie necessarie per le future missioni lunari.
L’annuncio è arrivato da Houston. Parmitano volerà con tre astronauti della NASA: Randy Bresnik, comandante della missione, Frank Rubio e Andre Douglas, specialisti di missione. La NASA ha indicato anche Bob Hines come membro dell’equipaggio di riserva.
Una missione tecnica e decisiva
Artemis III non sarà più, come previsto inizialmente, la missione dell’allunaggio. Il programma è stato rimodulato e il volo servirà a sperimentare operazioni complesse in orbita terrestre, in particolare rendez-vous e attracco tra la capsula Orion e i sistemi di allunaggio sviluppati da SpaceX e Blue Origin.
Si tratta di un passaggio tecnico fondamentale. Prima di riportare astronauti sul suolo lunare, NASA ed Esa vogliono verificare procedure, sistemi e manovre che saranno decisive per la sicurezza delle missioni successive.
Il ruolo dell’Europa e dell’Italia
La presenza di Parmitano rafforza il ruolo dell’Europa nel programma Artemis. L’Esa fornirà anche il terzo European Service Module, il modulo di servizio europeo che alimenta e sostiene Orion durante il volo.
Per l’Italia è un riconoscimento importante. Parmitano, 50 anni, pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare, ha già due missioni spaziali alle spalle ed è stato il primo italiano a comandare la Stazione Spaziale Internazionale. La sua esperienza operativa, costruita tra volo militare, attività extraveicolari e missioni di lunga durata, sarà centrale in una missione ad alta complessità.
L’emozione di AstroLuca
Visibilmente commosso, Parmitano ha ringraziato l’Italia, l’Esa, la NASA e la sua famiglia. Ha definito il proprio Paese la base di lancio della sua carriera, l’Esa la torre che gli ha permesso di crescere e la NASA il razzo che lo porta verso questa nuova missione.
Poi il pensiero alle figlie, chiamate “l’energia” della sua anima, e un saluto finale in italiano. Un momento personale dentro un annuncio che ha valore scientifico, industriale e simbolico.
La soddisfazione di Esa, Asi e Governo
Il direttore generale dell’Esa, Josef Aschbacher, ha sottolineato che l’incarico di pilota affidato a Parmitano riflette la profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano.
Dall’Italia sono arrivate le reazioni del ministro Adolfo Urso e del presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente. Entrambi hanno letto la scelta come conferma del ruolo italiano nella nuova fase dell’esplorazione lunare, non solo scientifica ma anche tecnologica e industriale.
Una tappa verso il ritorno umano sulla Luna
Artemis III sarà una missione di prova, ma il suo significato va oltre il test tecnico. È uno degli snodi del programma che dovrà riportare astronauti sulla Luna e costruire una presenza umana stabile nello spazio cislunare.
Per Parmitano sarà una nuova pagina di una carriera già storica. Per l’Italia, un posto in prima fila nella stagione che riapre la strada verso la Luna.
Tecnologia
Gli ammassi stellari più grandi nascono prima: la scoperta del telescopio James Webb
Uno studio internazionale basato sui dati dei telescopi James Webb e Hubble rivela che gli ammassi stellari più massicci disperdono più rapidamente le nubi di gas e polveri nelle quali nascono. La scoperta può aiutare a comprendere l’evoluzione delle galassie e la formazione dei pianeti.
Le culle stellari più grandi riescono a liberarsi prima dal velo di gas e polveri che le nasconde. Gli ammassi stellari più massicci emergono infatti dalle loro nubi natali più rapidamente di quelli di massa inferiore, secondo una ricerca internazionale pubblicata sulla rivista scientifica Nature Astronomy.
Lo studio è stato guidato da Alex Pedrini e Angela Adamo dell’Università di Stoccolma e si basa sui dati raccolti dal programma FEAST, dedicato all’osservazione delle prime fasi di vita degli ammassi stellari nelle galassie vicine.
Alla ricerca ha partecipato per l’Italia Michele Cignoni, docente e ricercatore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa e associato alla sezione pisana dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.
Analizzati quasi 8.900 ammassi stellari
Gli studiosi hanno combinato le osservazioni nell’infrarosso del telescopio spaziale James Webb con le immagini ottiche raccolte dal telescopio Hubble.
Sono stati analizzati circa 8.900 giovani ammassi stellari presenti nelle galassie M51, M83, NGC 628 e NGC 4449.
La capacità del James Webb di osservare attraverso le polveri cosmiche ha permesso di individuare anche gli ammassi più giovani, ancora avvolti dal gas ionizzato e dal materiale nel quale si sono formati.
Le immagini di Hubble hanno invece consentito di confrontarli con ammassi già visibili alle lunghezze d’onda ottiche, ricostruendo una vera e propria sequenza evolutiva.
La massa regola i tempi di nascita
Secondo i risultati, gli ammassi stellari più massicci disperdono il materiale circostante in circa cinque milioni di anni.
Gli ammassi meno massicci possono invece impiegare tra sette e otto milioni di anni prima di emergere completamente dalla nube natale.
La massa dell’ammasso avrebbe dunque un ruolo decisivo nel determinare la durata della fase iniziale della sua evoluzione.
«Questo lavoro rappresenta uno dei censimenti più ampi delle prime fasi di vita degli ammassi stellari», ha spiegato Michele Cignoni, sottolineando come i risultati dimostrino su base statistica che la massa regola il tempo necessario per liberarsi dalla nube originaria.
Il ruolo della radiazione delle stelle
Gli ammassi più massicci contengono un numero maggiore di stelle grandi, giovani e luminose, capaci di produrre un’intensa radiazione.
Questa energia riscalda, ionizza e spinge verso l’esterno il gas circostante, favorendo la progressiva dissoluzione della nube molecolare.
Più grande è l’ammasso, più rapidamente la sua radiazione riesce a ripulire l’ambiente nel quale le stelle sono nate.
La scoperta permette quindi di comprendere meglio anche il cosiddetto feedback stellare, cioè l’insieme dei processi attraverso i quali le stelle modificano il gas, le polveri e le future attività di formazione stellare nelle galassie.
Nuove informazioni sull’evoluzione delle galassie
Gli ammassi stellari giovani hanno un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle galassie. La loro radiazione può trasformare il materiale interstellare, disperdere le nubi molecolari e influenzare la nascita di nuove generazioni di stelle.
Comprendere quanto tempo occorra a un ammasso per emergere consente agli astronomi di valutare meglio la quantità di radiazione capace di propagarsi all’interno di una galassia.
I risultati potranno contribuire anche a migliorare i modelli utilizzati per ricostruire la storia della formazione stellare nell’universo.
Le conseguenze sulla nascita dei pianeti
La ricerca apre nuove prospettive anche per lo studio della formazione dei sistemi planetari.
I pianeti nascono all’interno dei dischi di gas e polveri che circondano le giovani stelle. Negli ammassi più massicci, però, questi dischi vengono esposti prima alla forte radiazione ultravioletta prodotta dalle stelle vicine.
La radiazione può disperdere più rapidamente il materiale disponibile, riducendo il tempo durante il quale polveri e gas possono aggregarsi e dare origine ai pianeti.
Negli ambienti stellari più grandi e densi, la finestra temporale per la formazione planetaria potrebbe quindi essere più breve.
Il James Webb osserva le stelle nascoste
Il risultato conferma il ruolo decisivo del telescopio James Webb nello studio delle regioni cosmiche oscurate dalla polvere.
La sua sensibilità nell’infrarosso consente di vedere ciò che per i telescopi ottici resta nascosto, osservando gli ammassi nelle fasi immediatamente successive alla loro formazione.
L’integrazione con i dati di Hubble offre così agli astronomi una visione più completa: dalle stelle ancora immerse nelle loro nubi fino agli ammassi ormai emersi e visibili.
Una sequenza che aiuta a ricostruire non soltanto come nascono le stelle, ma anche come la loro energia trasforma le galassie e condiziona la possibile nascita dei pianeti.


