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Cultura

Tela rubata alla Provincia di Napoli esposta al Getty Museum di Malibù

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La tela ottocentesca di Camillo Miola, rubata dal palazzo della Provincia di Napoli, è tra le opere che il ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli vuole riavere dal Getty Museum di Malibù. Il dipinto, che raffigura l’oracolo di Delfi, è tra le opere citate nella lettera inviata il 9 maggio scorso al museo americano e firmata dal segretario generale del dicastero per affrontare il caso. Nella lettera è evidenziato che, a seguito di un ampio monitoraggio del patrimonio storico-artistico italiano all’estero condotto dai carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, il Mibac vorrebbe avviare con il Getty specifici negoziati per “una verifica congiunta della provenienza di quattro reperti esposti nel museo di Malibù”.
Non c’è infatti solo il dipinto di Miola da far rientrare. Ci sono anche due sculture funerarie raffiguranti dei leoni (I secolo avanti Cristo I secolo dopo Cristo), provenienti da Palazzo Spaventa di Preturo, in provincia di L’Aquila, che sono stati esportati illecitamente.
Inoltre c’è un mosaico con testa di medusa (II secolo dopo Cristo), rubato al Museo nazionale romano. Ma il ministro Alberto Bonisoli ieri ha anche rivolto il suo apprezzamento ai militari per il lavoro che ha portato al rinvenimento di un dipinto dal titolo “Un Vecchio Abbraccia l’Ancella nella Stalla” dell’artista belga David Teniers, datato 1649, sottratto dalla pinacoteca di Dresda e andato disperso durante la seconda guerra mondiale. I militari dell’Arma lo hanno rinvenuto a Napoli e la Procura partenopea ha già emesso il decreto di restituzione.

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Cultura

A Capodimonte team esperti per accelerare Grande Progetto

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Per un piu’ rapido ed efficace utilizzo delle risorse disponibili per il Grande Progetto di valorizzazione del Museo e Real Bosco di Capodimonte, a Napoli, sara’ possibile un rafforzamento della struttura di gestione del Grande Progetto, con il possibile impiego di professionalita’ qualificate per il supporto alla progettazione e realizzazione. Il team di esperti sara’ individuato dal Mibac. E’ quanto emerso dall’incontro tra segretario generale del Ministero per i beni e le attivita’ culturali, Giovanni Panebianco e il direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger, per approfondire contenuti e modalita’ attuative del progetto. Nella riunione, informano dal Mibac, e’ stato fatto il punto sul complesso dei processi avviati e da avviare le valutazioni si sono soffermate, in particolare, sul Campus e realizzazione cabinet delle porcellane.

Il direttore del mueso di Capodimonte. Sylvain Bellenger in una foto di Mario Laporta/KONTROLAB

Hanno partecipato alla riunione, oltre all’architetto Dora Di Francesco dell’autorita’ di Gestione PON-FESR-FSC, anche qualificati funzionari del Ministero e del Museo. “Il grande progetto di Capodimonte”, finanziato nell’ambito del “Piano strategico Grandi Progetti Beni Culturali – annualita’ 2020”, si inserisce in un piu’ ampio programma di interventi finalizzati a trasformare il complesso di Capodimonte in un “Campus Culturale” unico in Europa, capace di coniugare arte, storia, architettura, design, natura, spettacoli ed esecuzioni artistiche, ristoro e svago. Un intervento di grande valenza strategica, che integra le risorse nazionali e comunitarie gia’ destinate a Capodimonte, per un valore complessivo di 104 milioni di euro. Il Progetto consentira’ di potenziare l’offerta culturale e l’attrattivita’ di Capodimonte, ampliandone numero e qualita’ dei servizi, sia per i visitatori che per la comunita’ residenziale, a partire dai quartieri limitrofi di Sanita’, Miano, Stella, San Carlo all’Arena e Scampia, attraverso iniziative di promozione, divulgazione e coinvolgimento attivo che contribuiranno a qualificare il Progetto, anche in relazione alla sua importante connotazione sociale.

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Cronache

Al Real Teatro San Carlo cercano un addetto stampa che sia bello, biondo, occhi azzurri, fico e soprattutto non disabile

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Anni di cultura, civiltà, progresso buttati via con un semplice bando di concorso per l’assunzione di un addetto stampa nel tempio della Lirica mondiale, il Real Teatro San Carlo. La denuncia choc è del Sindacato unitario dei giornalisti della Campania (Sugc) che ha contestato con veemenza il concorso pubblico per la copertura a tempo indeterminato del posto di addetto stampa. Perchè? Lo ha spiegato in una lettera il segretario del Sugc, Claudio Silvestri, alla sovrintendente del Lirico, Rosanna Purchia, evidenziando gli errori rilevati nell’avviso pubblico, ritenuti talmente gravi da richiederne l’immediato ritiro.
“Il bando è inaccettabile – spiega Silvestri –: sorprende la mancata conoscenza della norma di riferimento sugli uffici stampa (la legge 150/2000) e della natura dell’albo dei giornalisti, tanto che il requisito richiesto è l’iscrizione a un inesistente “albo dei giornalisti pubblicisti”, discriminando così la partecipazione dei giornalisti professionisti”. E già questa ignoranza sarebbe degna di peggiore causa. Ma l’aspetto sconcertante è un altro. “Questo bando è uno scrigno di “sorprese” – ha spiegato il segretario del sindacato –: si spiega, nel bando, che “la Commissione ha la facoltà, a suo insindacabile giudizio, di richiedere l’esecuzione totale o parziale del programma”, come se si trattasse dell’audizione di un musicista e non dell’esame di un giornalista”.
“Ma la cosa più grave è un’ulteriore e incredibile discriminazione – prosegue sconcertato Silvestri –: il concorso pubblico del San Carlo limita la partecipazione ai “candidati che siano fisicamente idonei ed esenti da difetti o imperfezioni che possano limitare il pieno ed incondizionato espletamento, in sede e fuori sede, delle mansioni previste”. Che cosa voglia significare questa espressione insulsa e razzista finita in un bando di un ente finanziato quasi per intero da capitale pubblico dovrà spiegarlo la signora Purchia e chi ha steso il bando per lei. Per esempio un disabile in carrozzella, un Guglielmo il dentone interpretato da Sordi non può aspirare a diventare addetto stampa del San Carlo? “Esenti da difetti o imperfezioni è roba da eugenetica. Al San Carlo cercano forse un giornalista di razza ariana o dalle fattezze di Roberto Bolle? Che fine ha fatto la Costituzione che vieta le discriminazioni perché “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di condizioni personali”?» argomenta con calma ma con fermezza e franchezza Claudio Silvestri.
“Per la gravità di questa discriminazione – conclude il dirigente sindacale – ho provveduto a informare il sindaco de Magistris, nella sua qualità di presidente del teatro, nonché le autorità competenti. E siamo pronto ad impugnare il bando”. E considerate le richieste del bando, una occhiatina alla procura della Repubblica per il contenuto, non sarebbe male.

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Cultura

Riapre al MANN la collezione Magna Grecia chiusa dal 1996

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Con il rispetto dovuto al nostro passato, come se entrassimo in una sala operatoria o in un ambiente sterilizzato, dove le scarpe sono il primo conduttore di batteri e microbi, bisogna calzare dei copriscarpa in tessuto non tessuto per poter visitare la collezione Magna Grecia al Museo archeologico Nazionale. I copriscarpa servono per non rovinare i preziosissimi e meravigliosi pavimenti in mosaico che sono anch’essi pezzi che compongono la preziosa collezione.

Chiusa dal 1996, la collezione, per ricchezza ed antichità del patrimonio archeologico (i reperti, dal Settecento ai primi decenni del Novecento, furono convogliati nell’allora Real Museo Borbonico tramite acquisti e donazioni) rappresenta un unicum nel panorama museale internazionale: oltre 400 opere, infatti, testimoniano le caratteristiche insediative, le strutture sociopolitiche, il retroterra religioso ed artistico nella Campania di epoca preromana. Diversi nuclei tematici, dunque, con un significativo filo conduttore: la complessità della coesistenza tra le comunità radicate nel Sud della penisola.

Oltre ai mosaici in mostra gioielli, come collane, anelli, spille, orecchini e poi vasi, statue, monili, piatti e armature con elmi, parastinchi, busti protettivi e statuine religiose e di culto.

In un viaggio a ritroso nella storia, dall’VIII sec. a. C. sino alla conquista romana, si è  ricostruito il suggestivo mosaico che definì l’identità culturale della Magna Grecia: si parte con alcune sepolture da Pithekoussai (Ischia) e Cuma (databili tra la seconda metà dell’VIII e gli inizi del VII sec. a. C.) per testimoniare le fasi più remote della “colonizzazione” greca del Sud Italia; gli oggetti, che facevano parte dei corredi funebri, rappresentano una prima modalità per definire la convivenza, quasi ante litteram, fra indigeni e greci in Campania. Il nostro passato che finalmente si riapre per i futuri visitatori.

 

 

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