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Cronache

Taverna del Re, troppi incendi tra le ecoballe: ora serve un’inchiesta seria

Fiamme nel sito delle ecoballe di Taverna del Re a Giugliano. Nessuna causa è ancora accertata, ma la lunga sequenza di incendi che ha coinvolto rifiuti in Campania impone una domanda: quanti sono incidenti e quanti possono nascondere uno smaltimento criminale? Serve un’inchiesta capace di mettere in relazione roghi, quantità bruciate e interessi economici.

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Un incendio può essere un incidente. Due possono essere una coincidenza. Ma quando a bruciare sono ancora una volta rifiuti, quando accade in uno dei luoghi simbolo dell’emergenza ambientale campana e quando il fuoco finisce per distruggere materiale che dovrebbe essere movimentato, trattato e smaltito attraverso procedure complesse e costose, le coincidenze cominciano a diventare troppe per limitarsi ad aspettare che passi il fumo.

La quiete della domenica è stata interrotta dalle fiamme divampate nel sito di stoccaggio delle ecoballe di Taverna del Re, a Giugliano. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri del 10° Reggimento Campania e quelli della Compagnia di Giugliano. Non risultano feriti.

Il rogo ha interessato una porzione del cumulo di ecoballe già movimentato e destinato al trasferimento. Teloni e rifiuti accumulati in una piazzola sono stati divorati dalle fiamme e per chilometri l’aria è diventata irrespirabile.

Sulle cause, al momento, non esiste una verità accertata. Tutte le ipotesi devono quindi restare aperte, compresa quella dolosa. Saranno gli accertamenti, le immagini delle telecamere e le eventuali indagini a stabilire cosa sia realmente accaduto.

Troppi roghi per considerarli soltanto incidenti

C’è però una domanda che non può essere cancellata insieme alle ceneri: quante volte devono bruciare i rifiuti prima che la successione degli incendi diventi essa stessa materia di un’indagine organica?

Taverna del Re non brucia per la prima volta. Nel 2017 un altro incendio interessò il sito e andarono in fiamme circa 200 quintali di balle. Il problema, tuttavia, va ben oltre il singolo precedente.

La Campania ha conosciuto per decenni incendi in depositi, capannoni, siti di stoccaggio e aree nelle quali erano presenti enormi quantitativi di rifiuti. Migliaia e migliaia di tonnellate sono finite complessivamente in fumo nei diversi roghi che hanno segnato la Terra dei fuochi.

Non significa che ogni incendio abbia avuto origine criminale. Significa esattamente il contrario di una conclusione affrettata: bisogna capire quanti siano stati accidentali e quanti, eventualmente, abbiano rappresentato una forma criminale di smaltimento dei rifiuti attraverso il fuoco.

Perché incendiare rifiuti significa eliminare materiale evitando i costi e le procedure del trattamento regolare. Ed è proprio questa possibile convenienza economica che impone di non fermarsi alla ricerca della causa tecnica del singolo incendio.

Una domanda per la magistratura

È arrivato il momento che la magistratura e gli organismi investigativi competenti guardino a questi episodi non soltanto uno alla volta, ma nel loro insieme.

Occorre verificare date, luoghi, quantità di materiale bruciato, proprietà e gestione dei siti, movimentazioni precedenti agli incendi, contratti di trasporto e smaltimento, assicurazioni, sistemi di videosorveglianza e soprattutto chi possa aver ottenuto un eventuale vantaggio dalla distruzione dei rifiuti.

Se dietro alcuni di questi incendi esiste una manina criminale, deve essere individuata. Se invece non esiste, un’indagine approfondita servirà a sgombrare il campo dai sospetti.

Quello che non appare più sufficiente è archiviare ogni rogo come una storia isolata in attesa del successivo.

Un’eredità da 4,2 milioni di tonnellate

Le dimensioni del problema spiegano perché ogni incendio a Taverna del Re meriti un’attenzione particolare.

Le ecoballe accumulate durante l’emergenza campana hanno raggiunto complessivamente circa 4,2 milioni di tonnellatenei diversi siti regionali. Per affrontarne la rimozione, dal giugno 2024 è operativo a Ponte Riccio un impianto destinato al trattamento del materiale proveniente anche da Taverna del Re.

A pieno regime l’impianto è strutturato per riprocessare circa 200mila tonnellate l’anno, recuperando principalmente metalli e in misura minore plastiche, mentre la parte restante viene destinata al recupero energetico, anche all’estero.

Nel 2025 la Regione aveva indicato come obiettivo la rimozione di altre 700mila tonnellate, per portare al 72% il processo complessivo di smaltimento.

Numeri enormi. E dietro numeri così grandi ci sono inevitabilmente costi enormi, contratti, trasporti e interessi economici altrettanto rilevanti. Un motivo ulteriore per pretendere trasparenza assoluta.

Arpac monitora l’aria, stop ai prodotti agricoli

Il prefetto di Napoli ha convocato il Centro coordinamento soccorsi mentre l’Arpac ha avviato il monitoraggio della qualità dell’aria.

In via precauzionale, d’intesa con l’Asl Napoli 2 Nord, è stata disposta l’interdizione alla raccolta dei prodotti agricoli entro un raggio di 500 metri dal sito, in attesa dei risultati definitivi delle analisi.

«La priorità è tutelare la salute delle cittadine e dei cittadini e l’ambiente, con la massima attenzione e senza creare allarmismi, ma anche senza abbassare la guardia», ha dichiarato l’assessora regionale all’Ambiente Claudia Pecoraro.

Ed è precisamente questo il punto: niente allarmismi, ma neppure assuefazione.

Anche Afragola brucia

Nelle stesse ore un altro incendio ha colpito Afragola, alla Masseria Antonio Esposito Ferraioli, bene confiscato alla criminalità organizzata.

Le fiamme hanno devastato circa quattro ettari del «Museo vivente della biodiversità», distruggendo centinaia di alberi e compromettendo anni di lavoro di volontari e associazioni. Sarebbe stata danneggiata anche parte dei confini della masseria, aumentando il timore che alcune zone possano diventare nuovamente vulnerabili agli sversamenti abusivi.

Anche qui saranno le indagini a stabilire origine e responsabilità.

Ma una cosa può essere detta già adesso. Nella Terra dei fuochi gli incendi sono stati troppi, i rifiuti finiti in fumo sono stati troppi e le coincidenze sono diventate troppe perché ci si possa accontentare ogni volta di spegnere le fiamme.

Bisogna capire chi accende il fuoco, quando il fuoco non si accende da solo. E soprattutto chi ci guadagna.

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Cronache

Poggiomarino, cade dalla scala al cimitero: operaio in coma

Un dipendente di una ditta di onoranze funebri, 58enne di Scafati, è rimasto gravemente ferito nel cimitero comunale di Poggiomarino. Sarebbe caduto da una scala, da circa tre metri, durante una tumulazione in una cappella privata. Ricoverato all’ospedale del Mare, è in coma e in pericolo di vita. Indagini dei carabinieri in corso.

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Un lavoratore di 58 anni, residente a Scafati, è ricoverato in coma e in pericolo di vita dopo un incidente sul lavoro nel cimitero comunale di Poggiomarino. Il dipendente di una ditta di onoranze funebri sarebbe caduto da una scala durante una tumulazione in una cappella privata.

La caduta durante la tumulazione

L’incidente è avvenuto nel tardo pomeriggio di domenica 11 ottobre. Secondo una prima ricostruzione, ancora da verificare, l’uomo sarebbe precipitato da un’altezza di circa tre metri, battendo la testa e riportando diverse fratture.

Nel cimitero di Poggiomarino sono intervenuti i carabinieri della stazione locale e della sezione radiomobile di Torre Annunziata.

Il ricovero all’ospedale del Mare

Il cinquantottenne è stato trasportato in ambulanza all’ospedale del Mare, a Napoli, dove si trova in rianimazione. È in coma e le sue condizioni sono gravissime.

Le indagini sulla dinamica

Sono in corso le indagini dei carabinieri per ricostruire la dinamica dell’incidente e accertare le cause della caduta. Al momento non sono indicate eventuali responsabilità.

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Cronache

Fabrizio Corona rapinato a Milano: minacciato con un cacciavite

Fabrizio Corona ha denunciato un’aggressione e una rapina sotto casa, in via Gozzi a Milano. Sei uomini lo avrebbero minacciato con un cacciavite, sottraendogli collane e orecchini. Ha riportato lievi escoriazioni. I carabinieri verificano il suo racconto e analizzano le immagini delle telecamere.

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Accerchiato da sei uomini sotto casa, minacciato con un cacciavite e derubato di collane e orecchini. È quanto Fabrizio Corona ha riferito ai carabinieri dopo l’aggressione avvenuta nel pomeriggio di sabato 10 ottobre in via Gozzi, a Milano, nella zona di Città Studi. L’ex fotografo ha riportato alcune escoriazioni e ha rifiutato il trasporto in ospedale.

L’aggressione sotto casa

Secondo la prima ricostruzione, il gruppo avrebbe circondato Corona, aggredendolo e minacciandolo con un cacciavite, prima di sottrargli due collane e un paio di orecchini.

Dopo l’episodio, Corona ha chiamato il 112. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia Monforte, che hanno raccolto il suo racconto e avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica.

Il presunto riconoscimento di un aggressore

Ai militari, Corona avrebbe riferito di aver riconosciuto tra gli aggressori un imprenditore nei cui confronti sostiene di vantare un credito.

Si tratta di un’indicazione da verificare: il presunto riconoscimento e l’esistenza del rapporto economico non costituiscono, da soli, un accertamento di responsabilità né chiariscono il movente dell’aggressione.

Gli investigatori hanno acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona per cercare riscontri e identificare le persone coinvolte.

Il legale: «Qualche escoriazione, niente di grave»

Il suo avvocato, Ivano Chiesa, ha riferito di aver parlato con Corona dopo l’accaduto: «Lui ha qualche escoriazione, ma niente di grave».

Il legale ha inoltre riportato l’impressione del suo assistito secondo cui gli uomini avrebbero avuto un accento calabrese. È una percezione personale, che non consente di stabilire l’origine o l’identità degli aggressori.

Le indagini proseguono per chiarire circostanze, movente e responsabilità della rapina a Milano.

 

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Cronache

Termini Imerese, stop alla festa con Mauro Nardi: la scelta della sindaca

Maria Terranova non autorizza il programma della festa di San Daniele che prevede Mauro Nardi, richiamando le dichiarazioni televisive del cantante sulle esibizioni davanti a esponenti mafiosi e sui Casamonica. La sindaca precisa che la ricorrenza potrà essere riproposta con altri artisti. Il presidente dell’Antimafia regionale Cracolici esprime sostegno.

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Niente autorizzazione né patrocinio comunale alla festa di San Daniele con il programma che prevede Mauro Nardi. La sindaca di Termini Imerese, Maria Terranova, ha annunciato la decisione per i festeggiamenti del 17 ottobre, richiamando dichiarazioni televisive nelle quali il cantante avrebbe raccontato esibizioni davanti a esponenti mafiosi e rapporti di vicinanza con i Casamonica.

La prima cittadina precisa che la scelta non è contro la ricorrenza religiosa: la festa potrà essere riproposta con un programma diverso.

Le dichiarazioni richiamate da Terranova

Nel post pubblicato su Facebook, Terranova non nomina direttamente l’artista, identificato nel programma come Mauro Nardi, nome d’arte di Antonio Borrelli.

La sindaca riporta passaggi di interviste nei quali il cantante racconta di essersi esibito a feste private a Palermo, citando la presenza di figure note della storia mafiosa. Richiama inoltre le sue parole sui rapporti con i Casamonica, descritti in termini di affetto, compensi e regali ricevuti.

Sono queste dichiarazioni, secondo Terranova, a motivare il rifiuto dell’amministrazione di sostenere il programma proposto. La decisione riguarda l’evento e il patrocinio della città; non costituisce un accertamento giudiziario sulla persona del cantante.

«Non esprimo giudizi sulla persona»

Terranova distingue esplicitamente la propria valutazione amministrativa da un giudizio personale sull’artista.

«Non esprimo giudizi sulla persona», scrive, rivendicando la libertà di non concedere il patrocinio della città a uno spettacolo che ritiene incompatibile con i valori che intende rappresentare.

Il punto, nella posizione della sindaca, è la responsabilità dell’amministrazione nella scelta delle iniziative alle quali associare il nome del Comune.

Il richiamo a Falcone, Borsellino e alle vittime di mafia

Per spiegare la decisione, Terranova richiama la Sicilia di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Rosario Livatino e don Pino Puglisi, insieme alle altre persone che hanno sacrificato la vita nel contrasto alla mafia.

La sindaca lega così il diniego alla necessità di rendere coerenti le commemorazioni e le scelte quotidiane dell’amministrazione.

Resta aperta la possibilità di organizzare i festeggiamenti di San Daniele, purché venga presentato un programma differente.

Il sostegno di Antonello Cracolici

Alla sindaca è arrivato l’appoggio di Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia.

Cracolici ha condiviso la decisione e annunciato che sabato mattina sarà a Termini Imerese per manifestare personalmente il proprio sostegno a Terranova.

Il precedente della festa del 2025

Già nell’edizione dell’anno scorso la festa di San Daniele era stata interessata da un intervento delle autorità: la Questuraaveva vietato l’esibizione di due artisti neomelodici e tiktoker napoletani.

Il precedente è distinto dalla scelta annunciata ora dalla sindaca, che riguarda il programma proposto per il 17 ottobre e l’associazione dell’amministrazione comunale all’iniziativa.

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