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Tav, pubblicato il dossier su analisi costi – benefici. Toninelli è contro, il premier Conte: opera valida 25 anni fa

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Costi che superano di 7-8 miliardi i benefici, un effetto dallo spostamento delle merci su binario insufficiente rispetto alle perdite di accise e pedaggi, benefici ambientali trascurabili, un impatto sulle casse dello Stato tra i 10 e i 16 miliardi. E’ con questi numeri che l’analisi costi-benefici boccia definitivamente la Tav, concludendo che il progetto presenta una “redditivita’ fortemente negativa”. Dati “impietosi” li definisce il ministro delle infrastrutture Toninelli, assicurando comunque che la decisione finale spetta al Governo. Mentre proprio il capo del Governo, Giuseppe Conte, sottolinea come “le valutazioni che giustificano l’opera risalgono a 25 anni fa”. La sintesi, probabilmente, vedra’ i grillini scontrarsi con la Lega, gia’ pronta a non considerare l’analisi Vangelo e che ventila, con Riccardo Molinari, l’ipotesi referendum in caso di mancato accordo. E mentre si apre il caso della commissione di esperti, divisa sul documento, sono molte le voci critiche che si alzano, dal commissario alla Tav Foietta che grida alla truffa alla Confindustria che ricorda la centralita’ del lavoro (50.000 posti), fino al Piemonte che teme di essere messo nell’angolo. Attesa da oltre un mese (e’ stata consegnata dal Gruppo di lavoro il 9 gennaio al Mit), consegnata prima alla Francia e all’Ue (cosa che ha indispettito il vicepremier leghista Salvini) e arrivata solo ieri sera a Palazzo Chigi, l’analisi e’ stata pubblicata sul sito del Ministero di Porta Pia: 78 pagine fitte di numeri e tabelle, piu’ altre 53 della Relazione tecnico-giuridica.

Due gli scenari tratteggiati, uno piu’ ottimistico (che parte dai dati dell’Osservatorio Torino-Lione del 2011), che calcola un saldo costi-benefici negativo per 7,8 miliardi (considerate gli 1,4 miliardi di spese gia’ effettuate; -8,7 mld a costo completo), e uno scenario ‘realistico’ che prevede un saldo di -6,99 mld (-7,9 a costo intero). Anche nel caso in cui ci si limitasse alla mini-Tav (senza realizzare la tratta Avigliana-Orbassano), il saldo negativo tra costi e benefici oscillerebbe tra 6,1 (nello scenario realistico) e 7,2 miliardi. L’analisi evidenzia in particolare come il beneficio economico derivante dallo spostamento delle merci da strada a rotaia risulta “socialmente inefficiente” e minore della perdita di accise e pedaggi (gli Stati subiscono una perdita netta di accise superiore a 1,6 mld e i concessionari una riduzione delle entrate da pedaggio vicina ai 3 mld). Inoltre, i benefici ambientali attesi sono “di entita’ quasi trascurabile” e l’impatto sulle finanze pubbliche degli Stati varia da 10 a 16 miliardi. “Numeri estremamente negativi”, sintetizza il ministro Toninelli, rassicurando sull’obiettivita’ dell’analisi e sul lavoro della task force “indipendente”. Ma proprio nel Gruppo di esperti che ha redatto l’analisi si apre una crepa: a firmare la relazione sono infatti solo cinque dei sei commissari, fa notare il parlamentare torinese del Pd Gariglio, sostenendo che l’assente, l’ingegner Pierluigi Coppola, “si e’ peraltro apertamente dissociato dai risultati finali”. Fonti del Ministero, tuttavia, precisano che Coppola “non ha partecipato, in specifico, alla stesura della relazione”. L’analisi tuttavia solleva molte perplessita’. Il piu’ critico e’ il commissario straordinario per la Tav Paolo Foietta, che parla di costi “ampiamente gonfiati” per “far quadrare i conti in base a quello che vuole il padrone”. Non ci sta pero’ alle accuse il professor Marco Ponti, che ha presieduto il gruppo di esperti: “Io non sono pagato”, replica, “credo di aver fatto un buon lavoro”. L’esito dell’analisi non piace nemmeno al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che si rivolge al Governo auspicando che nel decidere sulla Tav “abbia una unica e grande priorita’: il lavoro”: “l’apertura di questi cantieri – ricorda – a regime determina 50mila posti di lavoro”. L’analisi fa infuriare il Piemonte, col presidente Chiamparino che vede il rischio che venga penalizzata pesantemente l’economia, le madamin che parlano di “disastro annunciato” e i Si’ Tav pronti a far sentire la loro voce. Piovono critiche anche dalla Francia: troppo di parte, e’ il giudizio del Comite’ Transalpine Lyon-Turin. La parola passa ora alla politica. E non accenna ad attenuarsi lo scontro tra M5s e Lega. Per i grillini lo stop e’ l’unica via: meglio investire in opere utili. Ma il capogruppo leghista alla Camera Molinari sottolinea che l’analisi “non e’ il Vangelo” e avverte: “non realizzarla non la ritengo un’ipotesi percorribile”. Il leghista Siri, sottosegretario di Toninelli, svela un giallo sul documento, non consegnato ne’ e lui ne’ a Salvini, ma assicura che se ne discutera’ intorno ad un tavolo e si trovera’ una “sintesi di buonsenso”.

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Anche Berlusconi molla Salvini perchè “bugiardo”, i forzisti trattano coi dem per evitare le urne

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L’azzardo della crisi di Governo non è piaciuta allo stato maggior della Lega. Matteo Salvini è contestato anche all’interno. Quello che lo fa più apertamente è Giancarlo Giorgetti. Ma anche il ministro Gianmarco Centinaio è molto critico. Tra ex alleati, poi, le cose non vanno meglio. Forza Italia e Silvio Berlusconi hanno perso la pazienza. Berlusconi definisce il leghista inaffidabile, al punto di avergli negato un incontro per siglare l’alleanza elettorale in caso di ritorno alle urne. La “scostumatezza” del “Capitano che si è fatto desiderare di persona e persino per telefono” ha ridato coraggio ai forzisti che non vogliono il voto. E non lo voglio anche perchè “di Salvini non ci si può fidare” perché bugiardo. E perchè, come dice il responsabile economico del partito Renato Brunetta, serve un governo istituzionale dati i rischi che incombono sull’ Italia: “Mentre l’ economia è in recessione, rischiando uno spread alle stelle e le banche in profondo rosso, aprire una crisi in agosto è stato un gesto da masochisti irresponsabili”, dice a La Stampa.
L’ ex ministro, peraltro, non vuole certo “un governo M5S-Pd” col quale “non ci sarebbe nessun passo avanti”: “Nascerebbe un altro mostro, tale e quale al governo M5S-Lega, mentre un ritorno di Salvini coi Cinquestelle sarebbe un mostro al quadrato”. Insomma, tradotto: in un futuro governo “istituzionale” deve esserci pure Forza Italia.
È il pensiero che corre da le file di Fi in Parlamento. A lavorare ad una ipotesi del genere  pare ci sia Gianni Letta: tra gli “azzurri” si dice che l’amico di  Berlusconi in persona abbia intavolato una discussione diretta con l’entourage di Nicola Zingaretti a cui ha provato a proporre persino nomi da spendere per Palazzo Chigi.
E sempre su Gianni Letta ha fatto affidamento, fin dall’ inizio della crisi al buio innescata dal Carroccio, Matteo Renzi: la sua stella sembrava tramontata per sempre, ma ora riluce di vita nuova proprio per aver per primo sdoganato l’ ipotesi di un’ alleanza tra democratici e grillini finalizzata a mandare a casa i ministri leghisti, primo tra tutti quello che sta al Viminale, Matteo Salvini. Una luce nuova, quella dell’ ex segretario dem, che da giorni lampeggia all’ indirizzo dei parlamentari forzisti, specie quelli che non si rassegnano a fare da ruota di scorta di Salvini.
Segnali di fumo che nelle ultime ore hanno preso la forma dell’ intervista al Giornale di famiglia, in cui Renzi – dalla prima pagina – si dispera: “Rimpiango Berlusconi”, che secondo l’ ex premier Pd ha un suo standing europeo mentre Salvini in Europa “è un appestato”. Non solo pure quanto a “rispetto delle istituzioni tra lui e Salvini c’ è un abisso”.
Corteggiamento che non è passato inosservato, almeno a Giorgia Meloni, che usa l’ arma dell’ ironia: “Al mercato delle vacche per due ministeri un piddino Di Maio comprò. Ma venne Renzi che inciuciò con ForzaItalia, che scaricò la Lega, che ruppe con il Mo’ Vi Mento, che flirtò con Leu, che amava Zingaretti che al mercato Di Maio comprò”.

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Beppe Grillo e Luigi Di Maio sferzanti con Salvini: sleale e traditore, mollato pure da Berlusconi

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“Da elevato posso solo parlare con il fondatore della Lega Umberto Bossi. Gli ho chiesto: e questo Salvini? Pensavo fosse un ragazzo tranquillo, credevo fosse abbastanza leale, con un livello medio di intelligenza ma non pensavo fosse proprio la slealtà e la pugnalata”. Usa l’arma tagliente dell’ironia Beppe Grillo in un video in cui svolge un breve dialogo immaginario con Umberto Bossi, al quale si fa spiegare che tipo è questo Matteo Salvini. E le risposte immaginarie dell’ex leader della Lega, che risponde con grugniti, insulti incomprensibili e altri fonemi indistinti emessi. “Volevo dirvi quello che sto pensando in questi momenti senza che voi pensiate che mi sia montato la testa – ha detto il comico – il momento è magico, strano, tragico. Qualsiasi aggettivo possiamo usare è la somma di una pugnalata in agosto al popolo italiano. Una cosa che mi ha sconvolto, ma non più di tanto. Ho incontrato i ragazzi – facendo riferimento al pranzo di oggi con Casaleggio, Di Maio, Fico, Di Battista, Taverna – stanno assorbendo bene tutta la situazione”.

Ma se Grillo usa l’arma dell’ironia, Luigi Di Maio è sferzante con Salvini, al quale contesta l’inaffidabilità e il fatto di avere lavorato per “fregare tutti”.  “Oggi ci siamo incontrati insieme a Beppe (Grillo – ndr), Davide (Casaleggio), Roberto (Fico), Alessandro (Di Battista), Paola (Taverna) e i capigruppo. Siamo forti e compatti e questo spaventa qualcuno”, si legge nell’attacco del post. “Non voglio scendere in polemiche – continua Di Maio – qui le cose sono molto chiare: 1. chi sapete voi (non voglio nemmeno nominarlo) ha sfiduciato il governo chiedendo di tornare al voto in pieno agosto, pugnalando alle spalle non solo il MoVimento 5 Stelle ma il Paese; 2. lo ha fatto perché non voleva tagliare i parlamentari e i loro stipendi, due proposte del MoVimento. Diceva persino che il taglio dei parlamentari era una Salva-Renzi; 3. quindi è tornato da Berlusconi e anche Berlusconi gli ha dato picche, perché nemmeno lui si fida più della sua parola; 4. quando ha capito di aver fatto un disastro è tornato sui suoi passi, iniziando ad offendere il sottoscritto e il MoVimento 5 Stelle e inventandosi la storia dell’accordo col Pd”. “Voi una persona che si comporta così – domanda Di Maio – come la definireste? Credereste ancora alla sua parola? La verità è che un governo c’era, era forte e quel qualcuno l’ha buttato giù per rincorrere i sondaggi. Mentre i ministri MoVimento 5 Stelle erano al lavoro, lui era in spiaggia a pensare come fregare tutti. Questi sono i fatti”. “Noi non rispondiamo alle offese – prosegue il post – noi pensiamo solo al Paese e a non far aumentare l’Iva perché con quel che hanno provocato c’è pure questo rischio. Così come rischiamo la chiusura di alcune fabbriche in tutta Italia perché non riusciamo ad approvare il decreto legge su Whirlpool, ex-Alcoa e simili. Il 20 saremo al fianco del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il MoVimento 5 Stelle – conclude Di Maio – non tradisce mai la parola data agli italiani!”.

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Premier e numeri, ecco tutte le incognite di un possibile governo M5S-Pd

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Mai più con la Lega. È questo il punto di partenza da cui ripartono Giuseppe Conte e il M5S dopo il voltafaccia di Salvini e la mozione di sfiducia presentata al Senato. Ed è lì, al Senato, che sentiremo il discorso del premier martedì. Sarà una puntuale contestazione delle ossessioni, della scaltrezza, della slealtà e della rincorsa del consenso ad ogni costo di Salvini.

Ma è sul dopo che si annidano contraddizioni e problemi. Un governo M5S-Pd pone una serie di nodi alle due forze politiche sia sul programma che sui nomi da mettere a capo dei ministeri e, soprattutto, di Palazzo Chigi. Ammesso che nasca un governo che abbia una qualche speranza di durare l’intera legislatura. Chi sarà premier di questa nuova squadra sarà’ l’elemento centrale della partita che si potrebbe aprire, con i dem pronti e decisi a rivendicare un nome forte e autorevole, anche e soprattutto a livello internazionale. Il secondo aspetto e’ quello della tenuta dei numeri, in particolare al Senato. Con il Pd, e questa sarebbe una delle preoccupazioni di Nicola Zingaretti, che rischierebbe di essere imprigionato dalle scelte dei renziani, che rappresentano al momento una buona fetta della squadra parlamentare Dem. Da qui anche l’ipotesi di coinvolgere Fi o una parte del gruppo azzurro. A monte il discorso che fara’ il capo del governo a palazzo Madama. Conte provera’ innanzitutto a fare un quadro degli ultimi giorni mettendo nero su bianco che il caos di questo surreale Ferragosto della politica ha un solo padre: Matteo Salvini. E’ a lui che Conte dovrebbe indirizzare il suo “j’accuse”. Poi, stando alle indiscrezioni delle ultime ore, dovrebbe dimettersi, salendo quindi al Colle. A quel punto, il presidente Sergio Mattarella, prendendo atto delle dimissioni del premier, sara’ chiamato a indire le consultazioni. E, al Quirinale, si aspettano di avere un quadro piuttosto chiaro sulle possibili nuove maggioranze. M5S e Pd, dovranno quindi trovarsi all’appuntamento con il presidente della Repubblica con uno schema ben chiaro. Anche qui diversi sono i nodi ancora da sciogliere. Il M5S, posto che Di Maio convinca tutti i suoi parlamentari dell’opportunita’ dell’alleanza con il Pd, non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo con Renzi o con i renziani. Nella strategia del Movimento l’unico interlocutore e’ Nicola Zingaretti e, al governo, non dovrebbe comparire nessun nome riconducibile a Renzi. Zingaretti persegue nella sua linea attendista. Il padre nobile dell’Ulivo e del Pd, Romano Prodi, che secondo alcune fonti parlamentari avrebbe dato la disponibilita’ a un incarico da premier, spinge per l’accordo, che una voce fuori dal coro come Carlo Calenda da’ gia’ per fatto. L’incognita, per Zingaretti, e’ proprio nelle strategie di Renzi: su quali provvedimenti e fino a quando gli uomini dell’ex premier daranno il loro assenso?, e’ la domanda che circola tra gli esponenti piu’ vicini al segretario Dem. Sul premier la trattativa non e’ ancora iniziata. Fermo restando la disponibilita’ di Prodi (non totalmente inviso al M5S, che lo introdusse nella rosa dei papabili per il Quirinale nel 2013) restano in lizza i nomi di Raffaele Cantone – gradito ai pentastellati – o di un esponente di area Dem come Enrico Letta. Un esponente europeista, di certo, che inneschi nel governo italiano una svolta in chiave dialogante con l’Ue su temi come l’immigrazione e l’economia. In questo schema, il dimissionario Conte non resterebbe, di certo, fuori dai giochi (si parla della Farnesina o dell’incarico di Commissario con deleghe forti). E anche Di Maio avrebbe un suo dicastero, con la suggestione del Viminale all’orizzonte. Sui temi il nuovo contratto di governo ha diversi punti di potenziale rottura. Sul reddito di cittadinanza il M5S non ammette deroghe mentre sul salario minimo, tra i pentastellati, l’apertura a un ripensamento ci potrebbe essere. Mentre sull’impianto della manovra l’impressione e’ che i punti di contatto tra M5S e Pd siano maggiori rispetto a quelli tra Movimento e Lega.

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