In Evidenza
Tar respinge il ricorso sul referendum sulla giustizia: confermate le date del 22 e 23 marzo
Il Tar respinge il ricorso del comitato promotore sul referendum sulla giustizia e conferma la decisione del Governo di votare il 22 e 23 marzo.
Il Tar ha respinto il ricorso presentato dal comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla giustizia. L’azione legale contestava la decisione del Consiglio dei Ministri di fissare le consultazioni referendarie per i giorni 22 e 23 marzo.
Il ricorso del comitato promotore
Il comitato aveva impugnato la scelta del Governo ritenendo inadeguata la collocazione temporale del voto, sostenendo che la decisione potesse incidere sulla partecipazione e sulla corretta espressione della volontà popolare.
La conferma delle date referendarie
Con la pronuncia del Tar, la decisione dell’esecutivo viene confermata. Salvo ulteriori iniziative giudiziarie, il referendum sulla giustizia si svolgerà regolarmente nelle date già stabilite del 22 e 23 marzo.
Gli effetti istituzionali
La sentenza rafforza il quadro di certezza istituzionale attorno al calendario referendario e consente agli apparati organizzativi di procedere senza modifiche alla preparazione del voto.
Esteri
Missione di Trump in Cina, Casa Bianca ordina di distruggere badge e telefoni usa e getta per timori di spionaggio
La Casa Bianca avrebbe ordinato a staff e giornalisti al seguito di Donald Trump in Cina di distruggere badge, accrediti e telefoni usa e getta prima di salire sull’Air Force One. La misura sarebbe stata adottata per prevenire possibili attività di spionaggio da parte della Cina.
Massima allerta sicurezza durante e dopo la missione di Donald Trump in Cina. Secondo quanto riferito da giornalisti al seguito del presidente americano, la Casa Bianca avrebbe ordinato a membri dello staff e reporter di disfarsi di tutto il materiale fornito dalle autorità cinesi prima di risalire a bordo dell’Air Force One.
Via badge, accrediti e telefoni
A riportare l’episodio è stata la giornalista del New York Post Emily Goodin attraverso un messaggio pubblicato su X.
“Nulla che ci è stato dato dai cinesi durante la missione può essere portato a bordo” ha scritto la cronista.
Secondo quanto emerso, il personale americano avrebbe dovuto eliminare:
- badge di accesso
- accrediti stampa
- telefoni usa e getta utilizzati durante la visita
Il timore di attività di spionaggio
La conduttrice di Fox News Ainsley Earhardt ha spiegato che, secondo fonti interne, tutti gli americani presenti a Pechino avrebbero ricevuto telefoni temporanei da utilizzare esclusivamente durante la permanenza in Cina.
Una volta conclusa la visita, i dispositivi sarebbero stati distrutti o abbandonati per evitare qualsiasi rischio di compromissione o attività di intelligence.
Il timore della Casa Bianca sarebbe legato a possibili operazioni di sorveglianza elettronica o raccolta dati da parte delle autorità cinesi.
La sicurezza digitale diventa centrale
L’episodio conferma il clima di crescente diffidenza tecnologica tra Washington e Pechino.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno più volte accusato la Cina di attività di cyberspionaggio, intrusioni informatiche e raccolta illegale di dati sensibili.
Pechino ha sempre respinto le accuse.
Un clima da nuova guerra fredda tecnologica
La vicenda arriva mentre le relazioni tra Usa e Cina attraversano una fase delicatissima tra tensioni commerciali, Taiwan, sicurezza informatica e competizione globale sull’intelligenza artificiale.
La gestione quasi “militare” della sicurezza durante il viaggio di Trump mostra quanto il tema dello spionaggio tecnologico sia ormai centrale nei rapporti tra le due superpotenze.
Precedenti e protocolli di sicurezza
L’utilizzo di telefoni usa e getta e la distruzione di materiali sensibili non rappresentano una novità assoluta nei viaggi diplomatici ad alto rischio.
Tuttavia, la rigidità delle misure adottate durante questa missione in Cina evidenzia il livello di attenzione raggiunto dalle autorità americane.
Economia
Eredità Del Vecchio, Milleri porta in tribunale tre figli del fondatore: in ballo azioni EssilorLuxottica da 370 milioni
Francesco Milleri ha avviato una causa civile contro tre figli di Leonardo Del Vecchio per ottenere azioni EssilorLuxottica da oltre 370 milioni di euro previste dall’eredità del fondatore. Intanto Leonardo Maria Del Vecchio lavora per consolidare il controllo della holding Delfin.
Si apre un nuovo capitolo nella lunga e complessa vicenda dell’eredità di Leonardo Del Vecchio. Secondo quanto emerso, Francesco Milleri avrebbe avviato una causa civile a Milano contro tre figli del fondatore di Luxottica — Luca Del Vecchio, Clemente Del Vecchio e Paola Del Vecchio — per ottenere l’assegnazione definitiva di un pacchetto azionario lasciato in eredità ormai quattro anni fa.
In gioco azioni EssilorLuxottica da oltre 370 milioni
La controversia riguarda circa 2,15 milioni di azioni di EssilorLuxottica, pari allo 0,5% del capitale sociale del gruppo.
Ai valori attuali di Borsa, il pacchetto avrebbe un valore superiore ai 370 milioni di euro.
Secondo la ricostruzione, Milleri avrebbe già ricevuto parte delle azioni previste dal testamento — circa 400mila titoli rinvenuti nei conti personali di Del Vecchio — oltre a ulteriori quote trasferite volontariamente da alcuni eredi con cui sarebbero stati raggiunti accordi separati.
Tra questi vi sarebbero Leonardo Maria Del Vecchio e probabilmente la sorella Marisa.
Il nodo dell’eredità accettata con beneficio d’inventario
La causa nasce anche dal fatto che alcuni eredi avrebbero accettato l’eredità con beneficio d’inventario, situazione che secondo Milleri starebbe rallentando eccessivamente l’esecuzione delle disposizioni testamentarie.
Il manager ritiene che i tempi siano ormai scaduti e avrebbe quindi deciso di rivolgersi al tribunale.
La prima udienza potrebbe tenersi già a novembre, anche se resta aperta la possibilità di una soluzione extragiudiziale.
La possibile svolta di Leonardo Maria
Sul fronte della governance familiare, il possibile accordo promosso da Leonardo Maria Del Vecchio potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri della holding di famiglia Delfin.
Leonardo Maria avrebbe infatti raggiunto un’intesa preliminare con i fratelli Paola e Luca per acquistare le rispettive quote del 12,5% della holding, per un valore di circa 5 miliardi di euro ciascuna.
L’operazione sarebbe sostenuta da una linea di credito da 11 miliardi concordata con:
- UniCredit
- Crédit Agricole
- BNP Paribas
Se l’accordo dovesse chiudersi entro fine giugno, Leonardo Maria diventerebbe il primo azionista di Delfin con il 37,5%.
Il ricorso di Rocco Basilico
A complicare ulteriormente il quadro c’è il ricorso presentato in Lussemburgo da Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo.
Basilico contesta le deliberazioni approvate dall’assemblea di Delfin a fine aprile, che hanno dato il via libera all’operazione di rafforzamento di Leonardo Maria e modificato la politica sui dividendi della holding.
Delfin ha definito il ricorso “infondato”, sostenendo che tutte le decisioni siano state adottate nel pieno rispetto delle norme e dello statuto societario.
Una partita che pesa sugli equilibri finanziari italiani
La posta in gioco va ben oltre la vicenda familiare.
La holding Delfin controlla infatti partecipazioni strategiche per circa 40 miliardi di euro, tra cui:
- il 32,4% di EssilorLuxottica;
- il 17,5% di Banca Monte dei Paschi di Siena;
- il 10% di Assicurazioni Generali;
- il 2,75% di UniCredit.
Partecipazioni che continuano ad avere un peso significativo negli equilibri finanziari italiani.
Esteri
Zelensky teme un coinvolgimento diretto della Bielorussia: “Rafforzeremo il fronte Chernihiv-Kiev”
Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina rafforzerà il fronte Chernihiv-Kiev per fronteggiare un possibile coinvolgimento più diretto della Bielorussia nella guerra. Secondo Kiev, la Russia starebbe aumentando la pressione su Alexander Lukashenko per ampliare le operazioni militari dal territorio bielorusso.
Volodymyr Zelensky lancia un nuovo allarme sul possibile coinvolgimento diretto della Bielorussia nella guerra contro l’Ucraina. Secondo il presidente ucraino, Russia starebbe aumentando la pressione sul leader bielorusso Alexander Lukashenko per ampliare il ruolo di Minsk nel conflitto.
“Mosca vuole trascinare Minsk nella guerra”
Nel suo discorso serale, riportato dall’agenzia Ukrinform, Zelensky ha affermato che Kiev segue con attenzione i colloqui tra Mosca e la leadership bielorussa.
“Comprendiamo perfettamente di cosa si stia discutendo tra la Russia e la leadership bielorussa” ha dichiarato.
Secondo Zelensky, i russi starebbero cercando di coinvolgere Minsk “in modo più deciso” nelle operazioni militari.
Il timore per il fronte nord
Il presidente ucraino ritiene possibile un aumento delle attività offensive dal territorio bielorusso.
Tra gli scenari evocati da Kiev vi sarebbe una nuova pressione militare lungo la direttrice Chernihiv–Kiev, già considerata strategica nelle prime fasi della guerra.
Zelensky ha inoltre ipotizzato che eventuali operazioni possano riguardare anche Paesi della NATO confinanti con la Bielorussia.
“Rafforzeremo la linea Chernihiv-Kiev”
Per questo motivo il presidente ucraino ha annunciato nuove misure difensive.
Zelensky ha spiegato di aver incaricato le Forze di Difesa e Sicurezza ucraine di predisporre un piano operativo che sarà discusso a breve dallo Stato Maggiore.
“Rafforzeremo la linea Chernihiv-Kiev” ha sottolineato il leader ucraino.
La Bielorussia resta alleata chiave di Mosca
Dall’inizio della guerra la Bielorussia ha rappresentato uno dei principali alleati strategici della Russia.
Il territorio bielorusso è stato utilizzato da Mosca per operazioni militari, spostamenti di truppe e lancio di attacchi contro l’Ucraina, pur senza un coinvolgimento diretto massiccio dell’esercito di Minsk nei combattimenti.
Kiev teme ora che il Cremlino possa tentare di ampliare ulteriormente quel ruolo, aprendo nuovi fronti di pressione militare lungo il confine settentrionale.
Tensione crescente nell’Europa orientale
Le dichiarazioni di Zelensky arrivano in una fase di forte instabilità regionale, mentre continuano i combattimenti lungo il fronte orientale e aumentano le tensioni geopolitiche tra Russia e Nato.
L’eventuale ingresso più attivo della Bielorussia nel conflitto rappresenterebbe un ulteriore elemento di rischio per la sicurezza dell’intera area.


