Ambiente
Svolta energetica in Cina, il fotovoltaico supera il carbone per capacità installata
La capacità fotovoltaica installata in Cina ha raggiunto 1,286 miliardi di kilowatt, superando per la prima volta quella delle centrali a carbone, ferma a 1,285 miliardi. Il solare rappresenta ormai oltre il 30% della capacità elettrica del Paese, ma produce ancora una quota molto inferiore dell’elettricità: nei primi sette mesi del 2026 ha coperto circa il 13% dei consumi. Il carbone resta quindi essenziale per la stabilità della rete.
Un sorpasso dal forte valore simbolico nella più grande macchina energetica del mondo. In Cina la capacità fotovoltaica installata ha superato per la prima volta quella delle centrali a carbone, diventando la principale fonte elettrica del Paese in termini di potenza installata.
Secondo i dati diffusi dalla National Energy Administration (NEA) e riportati dall’agenzia Xinhua, alla fine di luglio la capacità fotovoltaica cinese aveva raggiunto 1,286 miliardi di kilowatt, contro 1,285 miliardi del carbone.
Una differenza minima, appena un milione di kilowatt, ma sufficiente a segnare un passaggio storico per il sistema energetico cinese.
Il solare rappresenta ormai oltre il 30% della capacità cinese
Alla fine di luglio la capacità complessiva di generazione elettrica installata in Cina aveva raggiunto 4,08 miliardi di kilowatt.
Il fotovoltaico rappresenta quindi ormai più del 30% del totale.
Secondo Liu Zhiqiang, vicedirettore del dipartimento per la pianificazione e lo sviluppo del China Electricity Council, il sorpasso rappresenta un evento simbolicamente importante nel percorso cinese verso un sistema energetico più verde e a basse emissioni.
I numeri mostrano soprattutto la velocità con la quale Pechino continua ad aumentare la propria capacità di generazione.
Quasi 86 milioni di kW solari aggiunti in sette mesi
Nei primi sette mesi del 2026 la Cina ha installato complessivamente 193,97 milioni di kilowatt di nuova capacità elettrica.
Di questi, 85,65 milioni provengono dal fotovoltaico.
Significa che oltre il 40% della nuova potenza installata nel Paese dall’inizio dell’anno è solare.
L’espansione riguarda entrambe le principali modalità di produzione.
Dei complessivi 1,286 miliardi di kilowatt fotovoltaici, circa 704 milioni provengono dai grandi impianti centralizzatie altri 582 milioni dagli impianti distribuiti.
Una gigantesca industria del fotovoltaico
Dietro questi numeri c’è anche la forza della filiera industriale cinese.
Negli ultimi anni Pechino ha costruito un sistema che copre praticamente l’intera catena produttiva del fotovoltaico: dalla ricerca alla progettazione, dalla produzione dei componenti alla realizzazione dei pannelli e degli impianti.
L’aumento dell’efficienza di conversione delle celle e la progressiva riduzione dei costi hanno contribuito alla rapidissima diffusione del solare.
La Cina è diventata contemporaneamente il maggiore mercato mondiale per il fotovoltaico e il principale centro industriale della sua produzione.
Ma il carbone produce ancora molta più elettricità
Il dato sulla capacità installata deve però essere interpretato correttamente.
Avere più capacità fotovoltaica installata rispetto al carbone non significa che il solare produca già più energia elettrica.
La differenza resta significativa.
Nei primi sette mesi del 2026 gli impianti fotovoltaici cinesi hanno generato 802,4 miliardi di kilowattora, equivalenti a circa il 13% dei consumi elettrici complessivi del Paese.
Il solare è infatti una fonte intermittente: produce soltanto nelle ore di luce e la quantità di energia generata dipende dalle condizioni meteorologiche.
Le centrali a carbone possono invece funzionare per molte più ore durante l’anno e possono aumentare la produzione quando la domanda della rete lo richiede.
Il carbone resta fondamentale per la sicurezza energetica
Per questo motivo Pechino non è ancora nelle condizioni di abbandonare il carbone.
Secondo Liu, nel breve periodo le centrali termoelettriche continueranno a svolgere un ruolo centrale nel garantire la stabilità e la sicurezza del sistema elettrico cinese.
La vera sfida della transizione energetica non consiste quindi soltanto nell’installare nuovi pannelli.
La Cina deve aumentare la capacità delle reti elettriche di trasportare l’energia prodotta nelle grandi aree solari, sviluppare sistemi di accumulo e rendere più flessibile la gestione della domanda.
Soltanto in questo modo il primato raggiunto nella potenza installata potrà trasformarsi progressivamente in un aumento equivalente della produzione effettivamente utilizzabile.
L’obiettivo dei 6.000 miliardi di kWh rinnovabili
Pechino punta molto più avanti.
Nel quadro della programmazione energetica collegata al 15° Piano quinquennale, la Cina prevede che entro il 2030 la produzione annuale da fonti rinnovabili possa raggiungere circa 6.000 miliardi di kilowattora.
Eolico e solare dovrebbero da soli superare i 4.000 miliardi di kilowattora all’anno.
Sono numeri enormi anche per le dimensioni del sistema energetico cinese.
Il sorpasso appena avvenuto resta quindi soprattutto simbolico, ma indica la direzione della trasformazione in corso: per la prima volta la Cina possiede più capacità elettrica installata nei pannelli solari che nelle centrali a carbone.
Il carbone resta ancora fondamentale per produrre energia e garantire la stabilità della rete. Ma nella fotografia della potenza installata, il primato è passato al sole.
Ambiente
Agosto 2026 da record: è il mese più caldo mai registrato
Agosto 2026 ha raggiunto una temperatura media globale di 16,96 gradi, 1,65 sopra i livelli preindustriali. Record di caldo anche per l’Europa occidentale e gli oceani.
L’agosto 2026 è stato, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale. È stato inoltre l’agosto più caldo dall’inizio delle rilevazioni. Lo rende noto Copernicus, il servizio europeo di osservazione della Terra.
La temperatura media globale ha raggiunto i 16,96 gradi, risultando superiore di 1,65 gradi rispetto alla media preindustriale del periodo 1850-1900. È il primo mese, dal novembre 2025, a superare nuovamente la soglia di 1,5 gradi.
L’estate più calda nel mondo
Il trimestre compreso tra giugno e agosto 2026 è stato il più caldo mai rilevato a livello globale, alla pari con l’estate del 2024.
In Europa occidentale è stata invece registrata l’estate più calda di sempre, con temperature superiori anche al precedente record del 2003. La stagione è stata segnata da ondate di calore eccezionalmente precoci, persistenti e intense.
Siccità, incendi e fiumi ai minimi
Ad agosto vaste aree dell’Europa occidentale, centrale e orientale hanno registrato precipitazioni inferiori alla media. La siccità ha favorito una diffusa aridità dei terreni e numerosi incendi.
Le portate dei fiumi sono diminuite soprattutto nell’Europa centrale e orientale. Danubio, Reno, Bug meridionale e Dnepr hanno registrato livelli eccezionalmente bassi.
Situazioni critiche anche per Vistola, Glomma, Rodano, Senna e Po, che hanno mostrato una leggera ripresa soltanto dopo le piogge cadute alla fine di agosto.
Record anche per gli oceani
La temperatura media della superficie degli oceani extrapolari, compresi tra il 60° parallelo Sud e il 60° Nord, ha raggiunto ad agosto i 21,07 gradi.
È il valore più alto mai registrato per questo mese e supera il precedente primato di 20,98 gradi, stabilito nell’agosto 2023.
Ambiente
Il caldo estremo cambia il turismo: l’Italia resta attrattiva, ma perde terreno
Le ondate di calore stanno modificando la percezione delle destinazioni mediterranee. L’Italia resta attrattiva con un indice di 91,6, ma perde 0,9 punti rispetto allo stesso periodo del 2025. I francesi sono i viaggiatori più sensibili alle temperature estreme, gli americani i più tolleranti.
Il Mediterraneo continua a essere sinonimo di sole e vacanze, ma le ondate di calore sempre più intense e frequenti stanno iniziando a modificare la percezione dei turisti. I primi segnali di un cambiamento strutturale emergono nel 2026, con effetti differenti a seconda delle destinazioni e della nazionalità dei viaggiatori.
È quanto emerge da un’analisi di The Data Appeal Company del Gruppo Almaviva, basata sul Perception of Climate Index, un indicatore da zero a cento che misura il modo in cui i visitatori percepiscono le condizioni climatiche di una destinazione.
Francesi più sensibili, americani più tolleranti
I viaggiatori francesi risultano tra i più insofferenti alle temperature elevate. Una maggiore sensibilità si registra anche tra i turisti che scelgono di trascorrere le vacanze nel proprio Paese, in particolare in Francia e Spagna.
Chi viaggia all’interno dei confini nazionali può infatti confrontare più facilmente le temperature attuali con quelle tradizionalmente associate alla destinazione e tende a percepire con maggiore fastidio le anomalie climatiche.
I britannici manifestano reazioni negative nell’immediato, ma recuperano rapidamente una valutazione positiva. Gli statunitensi appaiono invece i più tolleranti e continuano a giudicare favorevolmente il clima mediterraneo anche durante i periodi di caldo intenso.
Italia ancora promossa, ma l’indice scende
Tra maggio e luglio 2026 l’Italia ha registrato un Perception of Climate Index pari a 91,6, mantenendosi su livelli elevati. Il risultato è però inferiore di 0,9 punti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nell’estate 2025 la media italiana aveva raggiunto quota 92,2. Secondo l’analisi, le singole ondate di calore hanno provocato reazioni negative limitate, ma la ripetuta esposizione a temperature estreme starebbe producendo un effetto cumulativo sulla percezione dei visitatori.
Francia in difficoltà, Portogallo in testa
Il segnale di allarme più evidente riguarda la Francia, che tra maggio e luglio si è fermata a 77,2 punti, nettamente al di sotto di Portogallo, Italia, Spagna e Grecia.
Le ondate di calore precoci, ripetute e considerate anomale avrebbero inciso sull’attrattività climatica della destinazione francese.
Il Portogallo ha ottenuto il valore più alto del periodo, con 93,5 punti, seguito dall’Italia con 91,6, dalla Spagna con 90,4 e dalla Grecia con 89,9.
Spagna e Grecia resistono alle temperature estreme
Spagna e Grecia conservano una percezione climatica complessivamente positiva, ma mostrano una forte sensibilità durante i picchi di calore.
Dal 2023 la Spagna registra una media estiva di 87,2 punti, mentre la Grecia si attesta a 89,2. Entrambe hanno riportato nel 2026 risultati leggermente inferiori rispetto agli anni precedenti.
Il Portogallo presenta invece una delle percezioni più stabili, con una media di 91,1 nelle estati analizzate. La progressiva normalizzazione di stagioni più calde potrebbe avere reso i visitatori meno sensibili alle alte temperature.
Non conta soltanto quanto fa caldo
Lo studio evidenzia che l’impatto del cambiamento climatico sul turismo non può essere valutato misurando soltanto le temperature. Contano anche la durata dei fenomeni, la loro eccezionalità e la distanza tra il clima sperimentato e quello che il turista si aspettava di trovare.
«Le ondate di calore non possono essere controllate, ma le aspettative e l’esperienza dei viaggiatori sì», spiega Carlos Cendra, responsabile marketing e comunicazione di The Data Appeal Company.
Per le destinazioni turistiche diventa quindi essenziale adattare servizi, periodi promozionali e attività offerte. Informazioni tempestive, luoghi climatizzati, aree ombreggiate, gestione degli orari e valorizzazione dei mesi meno caldi possono diventare elementi decisivi per conservare l’attrattività delle mete mediterranee.
Ambiente
Campi Flegrei, il suolo si è sollevato di 4,60 metri dal 1950: «Terremoti legati al bradisismo»
Il suolo dei Campi Flegrei si è sollevato complessivamente di 4,60 metri dal 1950, con effetti evidenti lungo la costa. L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano Mauro Antonio Di Vito richiama la necessità di potenziare monitoraggio, informazione ed esercitazioni.
Dal 1950 a oggi il suolo dei Campi Flegrei si è sollevato complessivamente di 4,60 metri, producendo effetti particolarmente evidenti lungo la costa e modificando il rapporto tra la terra e il mare.
Il dato è stato illustrato da Mauro Antonio Di Vito, già direttore dell’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv, durante un’audizione informale davanti alle commissioni Ambiente e Bilancio della Camera.
Le audizioni riguardano la conversione in legge del decreto-legge del 7 agosto 2026 sull’emergenza nei Campi Flegrei.
Il mare è arretrato lungo la costa
Di Vito ha spiegato che tra gli effetti della deformazione del territorio vi è il visibile arretramento del mare. Non si tratta di un abbassamento del livello delle acque, ma della conseguenza del sollevamento del suolo prodotto dal fenomeno bradisismico.
L’innalzamento di 4,60 metri indicato dal vulcanologo è un dato cumulativo, maturato attraverso diverse fasi di sollevamento e abbassamento del territorio nell’arco di oltre settant’anni.
«I terremoti associati al sollevamento»
L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha ricordato che i terremoti registrati nell’area sono «quasi esclusivamente associati al sollevamento del suolo».
La deformazione delle rocce genera infatti tensioni che possono provocare la loro fratturazione e, di conseguenza, gli eventi sismici. Il dato non consente però di prevedere con precisione quando avverrà una scossa né quale sarà la sua intensità.
La rete di controllo dell’Osservatorio Vesuviano
L’area flegrea è sorvegliata attraverso un’ampia rete di monitoraggio composta da stazioni che registrano, in maniera continua o periodica, deformazioni del suolo, terremoti, emissioni di gas e altri parametri utili a comprendere l’evoluzione del fenomeno.
Secondo Di Vito, la riduzione del rischio deve partire dalla conoscenza dei processi che alimentano il bradisismo e dal progressivo miglioramento degli strumenti impiegati per controllare il territorio.
Informazione ed esercitazioni per la popolazione
Accanto al monitoraggio scientifico, il vulcanologo considera fondamentale una capillare attività di formazione e informazione rivolta sia alla popolazione sia agli amministratori chiamati ad assumere decisioni sul territorio.
Di Vito ha sollecitato anche esercitazioni periodiche per diffondere la conoscenza dei pericoli e dei comportamenti da adottare in caso di emergenza. Una preparazione necessaria in un’area densamente abitata, nella quale il bradisismo rappresenta un fenomeno strutturale con cui istituzioni e cittadini devono imparare a convivere.
Frase chiave
Sollevamento del suolo nei Campi Flegrei
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Campi Flegrei, il suolo si è sollevato complessivamente di 4,60 metri dal 1950. Di Vito: terremoti associati al bradisismo, serve prevenzione.
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Il suolo dei Campi Flegrei si è sollevato complessivamente di 4,60 metri dal 1950, con effetti evidenti lungo la costa. L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano Mauro Antonio Di Vito richiama la necessità di potenziare monitoraggio, informazione ed esercitazioni.


