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Svezia e Finlandia nella Nato, fumata nera ad Ankara

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La Turchia continua a opporsi alla candidatura di Svezia e Finlandia nella Nato. Non e’ stato trovato alcun accordo tra Ankara e i Paesi scandinavi anche dopo 5 ore di colloqui con i delegati di Helsinki e Stoccolma arrivati nella capitale turca. A conclusione del vertice il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, ha ribadito che il sostegno alla candidatura nell’Alleanza Atlantica potrebbe arrivare solo se Svezia e Finlandia metteranno in campo “azioni concrete” contro gruppi considerati terroristi dalla Turchia. Ankara infatti accusa i Paesi scandinavi di sostenere a livello finanziario e di fornitura di armi i militanti curdi del Pkk e le Unita’ di protezione del popolo curde siriane Ypg. La Turchia ha attaccato soprattutto Stoccolma per richieste di estradizione, mai assecondate, rispetto a membri della rete considerata responsabile del tentato golpe del 2016 e ha chiesto la rimozione di sanzioni sull’industria della Difesa e l’embargo sulla vendita di armi, misure imposte negli scorsi anni in seguito ad operazioni di Ankara contro le forze curde nel nord della Siria. Per ora, il portavoce di Erdogan ha parlato di un “atteggiamento positivo” soltanto sulla rimozione delle sanzioni, ma ha fatto sapere che il dialogo coi rappresentanti di Svezia e Finlandia andra’ avanti anche se non e’ stata definita alcuna road map. La contrattazione pare destinata a durare forse fino al prossimo vertice Nato, in programma il 29-30 giugno a Madrid e a cui parteciperanno anche Svezia e Finlandia. Ma la disputa potrebbe protrarsi anche oltre quella data, ha fatto intendere il portavoce del presidente turco che non ha escluso possibili incontri a livello di leadership per cercare di risolvere la questione. Mentre l’incontro di Ankara era in corso, la stampa turca filogovernativa ha pubblicato una notizia sul ritrovamento di armi svedesi – il lanciarazzi anticarro AT4 – nelle basi del Pkk in nord Iraq dove e’ in corso da oltre un mese un’operazione militare della Turchia contro il gruppo armato curdo. Le critiche che Erdogan ha mosso ai Paesi scandinavi non sono condivise soltanto dai suoi elettori. Gran parte della popolazione turca vede il Pkk come un gruppo terrorista e in Parlamento anche la leader di opposizione Meral Aksener ha sottolineato come le preoccupazioni sulla sicurezza di Ankara dovrebbero essere ascoltate dagli altri membri della Nato. Nel commentare la questione del sostegno al Pkk dei Paesi scandinavi, il leader dell’estrema destra nazionalista Devlet Bahceli – alleato del partito di Erdogan in Parlamento – aveva addirittura affermato che dovrebbe essere presa in considerazione l’ipotesi di lasciare la Nato “se non si riuscisse a trovare una soluzione riguardo alle attuali circostanze”.

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J. Stoltenberg e V. Zelensky: una coppia perfetta

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Come dite, strana? Direi proprio di no. La loro intesa è perfetta. Ispirato a una sola ed unica cultura belluina –il mondo che non ci appartiene è pieno di hostes, che vanno annientati-  il loro linguaggio è sovrapponibile. Anzi, scambiabile. Anche se hanno entrambi i loro temi preferiti e una loro espressività seriale. Ecco le due ultime, anzi penultime.

J. Stolteberg

Il segretario generale della NATO va in missione in Estremo Oriente, per dare un’occhiata da vicino all’Indo-Pacifico, lo scacchiere decisivo per la competizione globalitaria tra USA e Cina: che è politica, economica, securitaria. Nutrito da una cultura bellicista, il suo sguardo riduce t.u.t.t.o. a conflitto. E dopo aver abbaiato sotto le finestre della Russia, come ebbe a dire Papa Francesco, è andato ad abbaiare sotto quelle della Cina, dicendo che il grande Paese asiatico, con una popolazione pari a 1/5 di quella mondiale e un PIL secondo solo a quello degli Stati Uniti, la Cina, dicevo…E’ UNA MINACCIA!!!!! Una minaccia per chi? Perché? A quanto pare per questo personaggio il solo fatto di esistere fa di te una minaccia, se non appartieni alla sua organizzazione. Senza dire: che ci faceva il segretario generale della NATO nell’Indo-Pacifico? E’ l’Indo-Pacifico, dopotutto, non l’Atlantico del North Atlantic Treaty Organization. D’accordo, è andato a far visita a quei territori che una reazione alchemica ha trasformato da Estremo Oriente geografico in Estremo Occidente geopolitico. Sì, insomma, Corea del Sud (con cui si sono appena concluse esercitazioni aeree congiunte con gli USA sul Mar Giallo, con vista su Pechino) e Giappone. Da cui si evince che non la storia, la cultura, i valori fanno la compattezza e la riconoscibilità dell’Occidente, ma puramente e brutalmente i soldi: l’Occidente? E’ il mondo ricco bellezza! Perciò dentro ci mettiamo anche l’Australia (ah! gli antichi mari del Sud che ci facevano sognare con Gauguin e le danze tahitiane), questo stato-isola-continente che oltretutto fa già parte, in qualche modo, dell’Occidente, perché è incluso nel Commonwealth Britannico ed ha per capo dello Stato il re Carlo III. E perciò dentro non ci mettiamo né l’India né il Pakistan, pur essendo anch’essi membri del Commonwealth che hanno avuto a capo, pur se non hanno più, di nuovo la regina del Regno Unito.

L’Occidente è un club per ricchi, a quanto pare, e la NATO è la loro conchiglia fossile, il loro scudo protettivo. Ecco perché Stoltenberg è di casa a Seul, che non ha niente a che fare con Carlo V, con Beethoven e con Jefferson, ma cui ha chiesto di rafforzare gli aiuti all’Ucraina, che combatte una guerra per procura contro la Russia per conto della NATO. Ed ecco perché è andato, successivamente in Giappone, a sussurrare all’orecchio dei circoli che contano che la Cina è una MINACCIA, e che Tokyo fa bene ad armarsi spendendo centinaia di miliardi e, naturalmente, fa benissimo ad aiutare l’Ucraina, che combatte la comune lotta della NATO in difesa della libertà dell’Occidente nipponico.

V. Zelensky

Il presidente Ucraino scandisce fino allo sfinimento due ritornelli: armi, armi, armi; e: NO a tutto ciò che è russo: caviale compreso; Dostoevskij compreso, Čajkovskij compreso, Chagall compreso. Ora dunque esplora i fertili territori dello sport e dice al Comitato Olimpico impegnato ad organizzare i giochi di Parigi del prossimo anno: se vengono ammessi gli atleti russi (e bielorussi), l’Ucraina boicotterà i giochi. Il ministro dello sport ucraino V. Gutzeit, ha chiamato gli atleti russi e bielorussi “rappresentanti di Paesi terroristi”. Mentre lo stesso Zelensky, appuntandosi sul petto una nuova medaglia di “combattente per tutti noi”, è impegnato a “garantire che il mondo protegga lo sport dalla politica e da qualsiasi altra influenza di uno Stato terrorista”.  

E poi, siccome in occasione dell’Australian Open, il padre di Novak Djokovic –che ha dominato il torneo di Melbourne- è stato “pizzicato” fuoti dalla Rod Laver Arena con alcuni tifosi russi sotto una bandiera con l’effigie di Putin mentre diceva: “viva la Russia”, ebbene l’Ambasciatore ucraino chiede all’Australia di cancellare l’accredito a Sdjan Djokovic, il padre del campione. 

Frattanto Bruxelles che sta combattendo la guerra Occidente-Russia in Ucraina nel momento esatto in cui sta perdendo la sua battaglia per l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa, chiede a gran voce che si rafforzi ed acceleri il processo di ingresso dell’Ucraina nell’UE. Sperando, immagino, che Zelensky indossi una camicia invece della tuta mimetica, e dica finalmente cosa vuol fare per il suo Paese oltre che distruggerlo, come sta facendo.  E frattanto sempre a Bruxelles, dove ha sede oltre all’UE anche la NATO, si chiede che, nei giusti tempi e modi, l’Ucraina entri nell’Alleanza Atlantica, con ciò inviando un altro messaggio irricevibile da Mosca. Un altro schiaffo alla dignità della Russia. Un altro formidabile bastone tra le ruote della pace. Il fatto è che qualcuno continua a dire che è tutta colpa del “cattivissimo Putin”!

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Nyt: Russia bypassa la stretta occidentale grazie a Paesi amici

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L’economia russa sopravvive alle sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina grazie anche ad una serie di Paesi vicini e alleati che la riforniscono di tutto, dai generi alimentari agli smartphone, dalle lavatrici ai semiconduttori. E’ quanto emerge da una indagine del New York Times, che punta il dito contro ex repubbliche sovietiche come Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan ma anche contro Paesi come la Cina e la Turchia.

I dati indicano l’esplosione dell’export di varie merci da questi Paesi alla Russia, tanto che secondo alcuni analisti l’import di Mosca potrebbe essere tornato ai livelli pre guerra. Lunedi’ il Fondo monetario internazionale ha dichiarato di aspettarsi che l’economia russa cresca dello 0,3% quest’anno, un netto miglioramento rispetto alla precedente stima di una contrazione del 2,3%. Il Fmi ha anche affermato di aspettarsi che il volume delle esportazioni di greggio russo rimanga relativamente forte nonostante il price cap e che il commercio russo continui a essere reindirizzato verso paesi che non hanno imposto sanzioni. Questo spiegherebbe l’inattesa resilienza dell’economia russa.

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A che serve la guerra ucraina? La guerra ucraina a chi serve?

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Finora ci siamo battuti contro la guerra ucraina, sviluppando ragionamenti, analizzando documenti, valutando gli atti politici della miriade di Stati coinvolti. Non solo i belligeranti, dunque, ma anche USA –con la NATO sotto la piena influenza di Washington- e UE, di cui l’Italia è parte attiva. Ed anche la Cina e l’India, la Turchia, il Giappone, l’Iran, il Venezuela. Insomma ci siamo occupati, nel nostro libro non meno che nel dibattito pubblico, degli attori in campo che, pur lontani dalla battaglia armata, sviluppano comportamenti di guerra e fanno di questo il primo conflitto mondiale di nuovo tipo. Ibrido, transcalare, combattuto:

  1. Con le armi, nelle steppe ucraine appunto, in via diretta dall’esercito e dalle milizie kievane, ed altresì in via indiretta dal “fronte Biden”, un’alleanza liderata da Washington e composta da una quarantina di Stati che hanno sostenuto lo sforzo bellico ucraino con decine di miliardi di dollari: per armamenti e supporti addestrativi e tecnologici, soprattutto, come pure, in parte, di sostegno a un Paese la cui economia è crollata di 1/3 in quest’anno di guerra.
  2. Con le sanzioni, bloccando l’interscambio di migliaia di prodotti tra Mosca e il resto del mondo che si riconosce nel “fronte Biden”, mettendo in mora le politiche energetiche e alimentari di mezzo mondo, e inibendo gli ingranaggi finanziari che assicuravano il funzionamento dell’economia internazionale russa.

Abbiamo sostenuto, chiedendoci a che serve questa guerra, che il conflitto –al netto delle retoriche sui valori vaghi e universalistici tipo “difesa della libertà”- non serve agli ucraini, che soffrono e muoiono e fuggono dal loro Paese distrutto. Non serve alla Russia, che porta la terribile responsabilità dell’aggressione e paga un prezzo senza ritorno con la vita dei propri soldati mandati al macello e una intollerabile crescita del cancro russofobo nel mondo. Men che meno serve all’Europa, che si impoverisce con l’inflazione e la stagnazione. Senza dimenticare l’emersione di conflitti latenti –come quello tra Francia e Germania -che certo non giova né al prestigio né alla tenuta dell’UE- oppure di nuovi conflitti, come quello tra la Turchia e la Svezia, che nel suo accesso alla NATO si vede sbarrate il passo da Ankara. La quale reclama un atteggiamento repressivo nei confronti dei curdi rifugiati in terra scandinava: curdi che vengono considerati “terroristi” dai turchi, né più né meno.

Questa guerra infinita serve certo agli Stati Uniti, che probabilmente con una certa superficialità, seguono due strategie di indebolimento:

  1. Indebolimento dell’Europa, che si traduce in una limitazione dell’autonomia politica ed economica dell’Unione, con una tragica rottura delle relazioni cooperative con la Russia, segnatamente sul piano strategico ed energetico, non meno che sul piano tecnologico e culturale. In questo modo aumenta la dipendenza di Bruxelles da Washington e si blocca lo storico processo geopolitico dell’Heartland, temutissimo da Washington, che consiste nell’assemblaggio tra la sterminata Russia e l’Europa. Un’Europa che sarebbe poi null’altro che una metonimia della Germania (il tutto per una parte) visto che il geografo inglese Halford Mackinder, al quale si deve il termine agli inizi del secolo scorso, aveva in mente proprio Berlino, preoccupato per la tenuta dalla supremazia britannica, assicurata dal controllo assoluto dei mari.
  2. Indebolimento della Russia, sul duplice piano della potenza militare che potrebbe essere pericolosa per l’Occidente, e dell’alleanza eventuale con la Cina. E ciò, in vista del big game dell’Indo-Pacifico -ne abbiamo parlato su questo giornale nei giorni scorsi- di cui la guerra ucraina, in fondo, non sarebbe che un feroce preludio.

Con la scoperta delle filiere corruttive nel Governo stesso di Kiev, e addirittura nel primo cerchio del Presidente Zelensky, siamo ora a chiederci: a chi serve questa guerra? I fatti che sono venuti precisandosi nella giornata di ieri, 24/1/2023, sono noti. Figure politiche di primo piano, altissimi funzionari, magistrati, sono accusati di corruzione. Tra questi, i vice-ministri delle infrastrutture (palazzi crollati, fabbriche disintegrate, ponti, strade, porti e ferrovie scardinati) e, nientemeno, della difesa (condotta della guerra, forniture di armamenti occidentali). Ma anche i governatori di 5 regioni, tra cui Kiev, e il vice-procuratore generale Symonenko. Si indaga per ora, a quanto pare, su un malloppo di 13 miliardi di grivnie ucraine, equivalenti a qualcosa come 380 milioni di €.

Intendiamoci: la fabbricazione delle notizie avviene nello spazio epimediale, un’estensione lattiginosa, dove si mescolano verità e menzogna, anche attraverso “trattamenti” sapientemente omissivi degli eventi. Uno spazio grigio dove l’informazione serve la comunicazione, invertendo il canone mediale che vuole la comunicazione al servizio dell’informazione. Vogliamo dire, con ciò, che l’emersione delle figure corrotte –e, ancor più, delle filiere corruttive- pur registrata dal sistema dei media, circola a fatica, con scarso impatto sulla pubblica opinione. Il rischio è che rimanga sostanzialmente opaca e ad essa venga dato non il rilievo sismico che merita, ma un’importanza modesta, pronta a sparire nel mare magnum della mediatizzazione della guerra armata.

Come a dire: e allora? Sapevamo che l’Ucraina era il Paese più corrotto e inaffidabile d’Europa: 122mo classificato su 180 nell’indice di Transparency International. Sapevamo della morsa degli obliqui oligarchi sulle istituzioni, l’economia e la società ucraine. Mica si poteva d.a.v.v.e.r.o. pensare che tutto sarebbe sparito, così, di fronte alle bare, alle distruzioni, agli ospedali intasati, alle scuole chiuse, ai milioni di profughi, donne e bambini che scappano al rombo dei missili russi. Sicché, potrà bastare il trucchetto su cui troppo spesso si fonda quella che N. Luhmann chiamava “la realtà dei media”, il trucchetto elementare per il quale basta non parlare di una faccenda perché quella faccenda non esista. E quindi non chiediamoci, come avremmo dovuto fare già dal 24 febbraio 2022, chi c’è a Kiev, chi dirige questa interminabile guerra, per quali scopi politici “nazionali” o “ideologici”, per quali interessi personali. Ora però questo atteggiamento non è più possibile. Ora la televisione cerimoniale di Zelensky che, abbiamo appreso, va anche a Sanremo, non basta più a coprire segreti che non si vogliono vedere ma che il popolo ucraino conosce tristemente. Ora il silenzio mediatico non basta più a silenziare il fatto che un sistema di potere opaco e non si sa quanto tentacolare sta gestendo sul terreno una guerra mortifera e carica di conseguenze a breve, medio e lungo termine per il mondo intero. Il silenzio, ora, diventa complicità.    

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