Politica
Stragi del 1993, Sisto attacca: “Con l’ossessione per le indagini non si fanno buone indagini”
Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto commenta l’archiviazione delle accuse a Berlusconi e Dell’Utri nel filone sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993. Per Sisto, il numero di archiviazioni dimostra che l’inchiesta inseguiva obiettivi irraggiungibili.
La sesta archiviazione sul filone dei presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 riapre una domanda che la politica, la giustizia e l’informazione non possono più eludere: quanto può durare un sospetto così infamante prima di diventare esso stesso una ferita per lo Stato di diritto?
Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, a margine del convegno “Avvocatura, presidio di legalità”, promosso dal Consiglio Nazionale Forense e dal quotidiano Il Dubbio, ha usato parole nette per commentare l’archiviazione delle accuse nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nel procedimento sulle stragi del 1993.
“Quando c’è un’ossessione per le indagini non si fanno buone indagini”, ha detto Sisto. E ancora: “Il numero di archiviazioni e le ragioni mostrano che forse qualcuno aveva pensato di raggiungere obiettivi irraggiungibili. Berlusconi poteva essere tutto, salvo che una persona vicina alla mafia”.
Il decreto del gip di Firenze
Il riferimento è al decreto con cui il gip del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci ha disposto l’archiviazione della posizione di Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993. Nel provvedimento, firmato il 15 gennaio scorso ma conosciuto solo ora, si legge che mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore del fondatore di Forza Italia. (tg24.sky.it)
L’ipotesi investigativa era gravissima: verificare se la campagna stragista di Cosa Nostra avesse favorito l’affermazione politica di Forza Italia e l’ascesa di Berlusconi. Secondo il giudice, però, gli elementi raccolti non consentono di sostenere in giudizio quell’assunto. (rainews.it)
La critica all’“ossessione investigativa”
La frase di Sisto colpisce perché sposta il dibattito dal singolo decreto alla qualità complessiva dell’azione investigativa. Secondo il viceministro, quando un’indagine diventa ossessione rischia di perdere lucidità, inseguire scenari non dimostrabili e trasformare il sospetto in una sorta di destino giudiziario permanente.
È una critica politica, ma tocca un tema reale: trent’anni di indagini, riaperture e archiviazioni su accuse di questa gravità producono un effetto devastante sulla reputazione delle persone coinvolte e sulla credibilità stessa della giustizia.
Il garantismo non consiste nel negare il dovere di indagare sulle stragi. Consiste nel ricordare che anche le ipotesi più gravi devono trovare riscontri concreti e che, quando questi riscontri non emergono, lo Stato deve avere la forza di chiudere davvero.
Le stragi restano una ferita della Repubblica
La critica di Sisto non cancella, né potrebbe cancellare, la verità giudiziaria sulle stragi mafiose del 1993. Le bombe di Firenze, Roma e Milano, il fallito attentato allo stadio Olimpico e l’attentato a Maurizio Costanzo appartengono alla stagione più violenta della strategia terroristico-mafiosa di Cosa Nostra.
Per quella campagna criminale sono stati condannati boss ed esecutori mafiosi, tra cui Totò Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. La ferita delle vittime e dei loro familiari resta pienamente aperta, così come resta legittima la domanda sui possibili mandanti esterni non ancora individuati.
Ma una cosa è la ricerca della verità sulle stragi. Altra cosa è attribuire responsabilità personali a Berlusconi e Dell’Utri senza elementi concreti capaci di reggere in giudizio.
Il nodo dei tempi della giustizia
Il punto più delicato resta il tempo. Le prime iscrizioni di Berlusconi e Dell’Utri risalgono al 1996. La prima archiviazione arrivò nel 1998. Poi altre riaperture, altri approfondimenti, altri filoni, altre archiviazioni. Ora la sesta.
In un Paese normale, una vicenda simile dovrebbe imporre una riflessione severa. Non perché le procure non debbano indagare. Ma perché accuse così devastanti non possono restare sospese per decenni senza produrre, alla fine, un accertamento processuale.
Quando il tempo della giustizia diventa infinito, anche l’archiviazione rischia di arrivare troppo tardi. Può chiudere un fascicolo, ma non restituisce pienamente ciò che il sospetto ha consumato: reputazione, serenità, credibilità pubblica, memoria storica.
Una questione anche per l’informazione
La vicenda interpella anche il giornalismo. Le riaperture delle indagini hanno spesso avuto grande spazio nel dibattito pubblico. Le ipotesi investigative sono state raccontate, discusse, amplificate, talvolta trasformate in verità politiche provvisorie.
Le archiviazioni, invece, arrivano spesso con minore forza, quando il giudizio pubblico si è già sedimentato. È uno squilibrio che la cronaca giudiziaria deve imparare a correggere.
Se un’accusa viene raccontata con grande evidenza, anche la sua caduta deve avere pari evidenza. Altrimenti l’informazione contribuisce a creare una memoria deformata, nella quale il sospetto resta e l’archiviazione scompare.
La posizione politica del centrodestra
Le parole di Sisto si inseriscono nella reazione del centrodestra, che ha letto l’archiviazione come la conferma dell’infondatezza delle accuse rivolte per decenni a Berlusconi. Giorgia Meloni ha parlato di una verità storica e giudiziaria sull’inesistenza di rapporti tra il fondatore di Forza Italia e la criminalità organizzata. Marina Berlusconi ha rilanciato il tema della giustizia come emergenza del Paese. Antonio Tajani ha denunciato l’accanimento contro il leader scomparso.
È una lettura politica forte, destinata ad alimentare il confronto sulle riforme della giustizia, sulla responsabilità dei magistrati e sui limiti delle indagini che si protraggono per tempi lunghissimi.
La distinzione necessaria su Dell’Utri
Resta però necessaria una precisazione. Marcello Dell’Utri ha una storia giudiziaria distinta ed è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Questo dato non viene cancellato dall’archiviazione fiorentina e va ricordato per completezza. (ilfattoquotidiano.it)
Ma quella condanna non equivale alla prova di un ruolo nelle stragi del 1993-1994. Il decreto del gip riguarda un altro filone, quello dei presunti mandanti occulti degli attentati terroristico-mafiosi. Confondere i piani significherebbe fare cattiva informazione.
Il punto lasciato da Sisto
La frase di Sisto sull’“ossessione per le indagini” è destinata a far discutere. Per una parte dell’opinione pubblica sarà la denuncia di una giustizia che ha inseguito un teorema per trent’anni. Per altri rischierà di apparire come un attacco politico alla magistratura che ha cercato di fare luce sui lati più oscuri della stagione stragista.
La verità, come spesso accade, richiede misura. Indagare sulle stragi era doveroso. Cercare eventuali mandanti esterni resta legittimo. Ma tenere per decenni persone dentro accuse così infamanti, senza arrivare a elementi concreti, impone una riflessione profonda.
Una giustizia forte non è quella che non si ferma mai. È quella che sa indagare con rigore, ma anche archiviare senza ritardi quando la prova non c’è.
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Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.
Il provvedimento del Governo
La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.
Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.
È il secondo scioglimento consecutivo
Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.
Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.
Attese le motivazioni del decreto
Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.
Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.
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Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati
Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.
Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.
La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.
L’esame iniziato il 4 giugno
La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.
Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.
Nessuna bocciatura delle promozioni
Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.
L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.
Il confronto istituzionale sulle nomine
La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.
Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.
Politica
Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica
La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.
Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.
Aula al completo per il voto decisivo
Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.
I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.
A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.
La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.
I telefoni per dimostrare la fedeltà
Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.
Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.
Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.
Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula
Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.
La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.
Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.
Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti
Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.
In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.
Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.
La sorpresa delle opposizioni
Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.
«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.
Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.
Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive
Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.
«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.
La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.


