Cronache
Stragi del 1993, archiviata l’indagine su Dell’Utri: dopo trent’anni mancano elementi concreti
Il gip di Firenze ha archiviato l’indagine su Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993-1994. Nel decreto si legge che mancano elementi concreti su rapporti diretti tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e Dell’Utri. Dopo trent’anni e sei archiviazioni, resta il nodo dei tempi della giustizia italiana.
Ci sono accuse che, anche quando finiscono archiviate, lasciano dietro di sé un’ombra lunghissima. Se quelle accuse riguardano le stragi mafiose del 1993-1994, i presunti mandanti occulti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, il peso diventa politico, giudiziario e umano insieme. Per questo il decreto di archiviazione firmato dal gip di Firenze non è soltanto un atto tecnico: è anche una fotografia impietosa dei tempi della giustizia italiana.
Nel provvedimento, depositato il 15 gennaio scorso ma conosciuto solo ora, il gip del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci ha disposto l’archiviazione dell’indagine a carico di Marcello Dell’Utri, coinvolto nel filone sui presunti mandanti a volto coperto degli attentati terroristico-mafiosi di Roma, Milano e Firenze.
La motivazione centrale è netta: “mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. Elementi che, secondo il giudice, avrebbero dovuto dimostrare l’assunto investigativo secondo cui l’attacco stragista del 1993-1994 avrebbe avvantaggiato gli interessi di Berlusconi.
La sesta archiviazione
Il dato più impressionante è quello temporale. Le prime contestazioni risalgono al 1996, quando furono avviate le indagini su Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni. Nel 1998 arrivò la prima archiviazione. Poi nuove riaperture, nuovi approfondimenti, nuove archiviazioni.
Quella disposta ora è la sesta archiviazione in trent’anni. Un numero che non può essere liquidato come una semplice scansione procedurale. Quando un fascicolo così grave attraversa tre decenni senza arrivare a una ragionevole previsione di condanna, il problema non riguarda soltanto gli indagati. Riguarda la capacità del sistema giudiziario di dare risposte in tempi compatibili con lo Stato di diritto.
Le stragi e la verità già accertata su Cosa Nostra
La nuova archiviazione non cancella la verità giudiziaria sulle stragi. Tra esecutori e mandanti mafiosi sono stati inflitti oltre quindici ergastoli per la campagna terroristico-mafiosa che insanguinò l’Italia tra il 1993 e il 1994.
Le autobombe di via dei Georgofili a Firenze, del 27 maggio 1993, quelle esplose a Roma e Milano due mesi dopo, il fallito attentato allo stadio Olimpico del 23 gennaio 1994 e l’attentato a Maurizio Costanzo l’anno precedente fanno parte di una strategia criminale di Cosa Nostra già accertata nelle aule di giustizia.
Tra i condannati figurano Totò Riina, Leoluca Bagarella, Filippo e Giuseppe Graviano, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Secondo le sentenze, quella stagione stragista servì a costringere lo Stato a trattare o comunque a piegarsi su temi decisivi per la mafia, dal carcere duro alla normativa sui collaboratori di giustizia.
Il punto archiviato dal gip di Firenze è un altro: l’ipotesi che esistessero mandanti esterni, a volto coperto, riconducibili al centro di interessi di Berlusconi e al suo stretto collaboratore Dell’Utri.
Il filone riaperto nel 2022
L’ultima riapertura del fascicolo risale al 2022. La procura di Firenze voleva verificare se il centro di interessi rappresentato da Berlusconi, proprio negli anni in cui nasceva Forza Italia, avesse alimentato o incrociato il convergente interesse criminale di Cosa Nostra.
Il decreto di archiviazione, pur tra diversi omissis, ripercorre il procedimento e cita anche nuovi atti investigativi, tra cui l’audizione di Nunzio Samuele Calamucci, coinvolto nell’inchiesta Equalize, sentito in relazione a un’annotazione degli anni Ottanta firmata dall’ex carabiniere Vincenzo De Marzio.
Il gip riconosce che il quadro indiziario sulla posizione di Dell’Utri presenta elementi significativi. Ma aggiunge il passaggio decisivo: non vi sono elementi che consentano di formulare una ragionevole previsione di condanna. È la soglia processuale che, dopo la riforma Cartabia, orienta la valutazione sulla possibilità di andare avanti verso un processo.
Il confine tra indizio e prova
La differenza è fondamentale. Un’indagine può contenere elementi suggestivi, dichiarazioni, confidenze, tracce documentali, scenari compatibili. Ma per sostenere un’accusa così grave serve molto di più: servono collegamenti concreti, rapporti dimostrabili, riscontri diretti, una catena probatoria capace di reggere in giudizio.
Secondo il gip, questo salto non c’è stato. Gli esiti investigativi, si legge nel provvedimento, prospettano la possibile esistenza di soggetti in possesso di notizie riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura. Ma mancano, allo stato, elementi concreti sui rapporti diretti tra Cosa Nostra, Berlusconi e Dell’Utri tali da dimostrare l’assunto investigativo.
È in questo punto che si misura la distanza tra sospetto e processo. Una distanza che, in uno Stato di diritto, non può essere colmata dalla storia personale degli indagati, dal clima politico, dalle suggestioni o dal peso mediatico dei nomi coinvolti.
Accuse infamanti e giustizia troppo lenta
Il nodo più grave resta quello dei tempi. Un’accusa di possibile coinvolgimento nelle stragi mafiose è tra le più infamanti che possano essere formulate in una democrazia. Anche solo restare indagati in un filone simile comporta un marchio pubblico difficilissimo da rimuovere.
Se poi il procedimento si trascina per trent’anni, con riaperture e archiviazioni ripetute, quel marchio diventa quasi permanente. Non c’è condanna, non c’è processo, non c’è accertamento definitivo di responsabilità. Ma c’è una nube che resta sopra la vita pubblica e personale degli indagati.
È qui che la giustizia italiana mostra una delle sue fragilità più profonde. La ricerca della verità sulle stragi è un dovere assoluto. Ma anche le indagini più complesse devono avere un orizzonte ragionevole. Altrimenti il tempo diventa esso stesso una pena, anche quando alla fine si conclude che mancano elementi concreti.
Dell’Utri, la distinzione necessaria
Marcello Dell’Utri ha una storia giudiziaria autonoma e nota. È stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Questo dato resta e non viene cancellato dall’archiviazione fiorentina.
Ma proprio per rispetto della precisione giornalistica e giudiziaria bisogna distinguere i piani. Una condanna per concorso esterno non equivale alla prova di un ruolo nelle stragi del 1993-1994. Il decreto del gip riguarda questo specifico filone: i presunti mandanti occulti degli attentati terroristico-mafiosi.
Confondere le vicende significa fare cattiva informazione. E significa usare una responsabilità già accertata in un procedimento per sostenere, impropriamente, una responsabilità non provata in un altro.
Berlusconi, l’archiviazione dopo la morte
Anche Silvio Berlusconi era stato coinvolto nell’indagine. La sua morte aveva già portato all’archiviazione della posizione. Ora il decreto su Dell’Utri chiude anche questa nuova fase del fascicolo.
Resta però il peso politico di una vicenda che ha accompagnato per trent’anni il rapporto tra giustizia, mafia e nascita della Seconda Repubblica. Il sospetto di un collegamento tra le stragi e l’ascesa politica di Forza Italia è stato uno dei temi più delicati e divisivi della storia italiana recente.
Proprio per questo il decreto di archiviazione non può essere trattato né come un dettaglio burocratico né come una assoluzione storica generale. È un atto giudiziario preciso: dice che, allo stato degli atti, non ci sono elementi concreti sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio.
La verità sulle stragi e il diritto a non vivere sotto accusa per sempre
Le associazioni dei familiari delle vittime continuano a chiedere verità piena sui mandanti a volto coperto. È una richiesta comprensibile e legittima. Le stragi del 1993 hanno colpito persone innocenti, città, monumenti, memoria collettiva e istituzioni. La ricerca della verità non può essere considerata chiusa solo perché un filone investigativo viene archiviato.
Ma questa esigenza deve convivere con un altro principio: nessuno può restare per sempre sospeso dentro un’accusa personale senza che emergano elementi concreti per portarlo a giudizio. La giustizia deve cercare la verità, ma non può trasformare il sospetto in una condizione permanente.
È questo l’equilibrio più difficile: rispetto assoluto per le vittime e per la memoria delle stragi, ma anche rispetto delle garanzie individuali di chi viene accusato.
Il peso mediatico del sospetto
La vicenda mostra anche un altro problema italiano: la forza mediatica dell’indagine è spesso superiore a quella dell’archiviazione. Le riaperture fanno rumore. Le ipotesi investigative vengono raccontate come scenari possibili, talvolta come verità imminenti. Le archiviazioni arrivano anni dopo, quando il danno reputazionale è già sedimentato.
Nel caso di Dell’Utri e Berlusconi, questo meccanismo è stato amplificato dal peso dei nomi, dalla storia politica del Paese e dal legame con la stagione più sanguinosa della strategia mafiosa. Ma il principio vale per tutti. La cronaca giudiziaria deve raccontare le indagini, ma deve anche dare alla loro conclusione lo stesso peso dato al sospetto iniziale.
Una lezione per giustizia e informazione
La sesta archiviazione dovrebbe imporre una riflessione doppia. Alla giustizia chiede tempi più ragionevoli, anche nei procedimenti più complessi. All’informazione chiede maggiore rigore nel distinguere ipotesi, indizi, prove, sentenze e archiviazioni.
Le stragi del 1993-1994 restano una pagina tragica e centrale della storia italiana. La mafia ha colpito lo Stato, i cittadini, il patrimonio artistico e la democrazia. Ma proprio per questo la verità giudiziaria deve essere solida, non suggestiva. Deve poggiare su prove, non su ombre prolungate all’infinito.
Dopo trent’anni e sei archiviazioni, resta una domanda che pesa: quanto può durare una indagine su accuse così devastanti prima che il tempo stesso diventi una forma di ingiustizia?
Cronache
Omicidio di Luigi “Luca” Esposito, in auto con lui c’era un’altra persona: si cerca il misterioso accompagnatore
Le immagini di videosorveglianza mostrerebbero Luigi “Luca” Esposito arrivare nella zona periferica di Eboli insieme a un’altra persona. Gli investigatori cercano l’uomo che potrebbe conoscere dettagli decisivi sull’omicidio del giornalista 53enne.
Luigi “Luca” Esposito non sarebbe arrivato da solo nella strada interpoderale di località Cioffi, alla periferia di Eboli, dove il suo corpo carbonizzato è stato ritrovato all’alba di domenica.
Secondo quanto emergerebbe da un esame più approfondito delle immagini di videosorveglianza, il giornalista sportivo di 53 anni avrebbe raggiunto la zona a bordo della sua Lancia Y bianca insieme a un’altra persona.
Un particolare che potrebbe rivelarsi decisivo per ricostruire le ultime ore di vita della vittima.
Il mistero dell’accompagnatore
Dell’uomo che si trovava con Esposito non ci sarebbe, al momento, alcuna traccia.
Gli investigatori stanno cercando di identificarlo e di chiarire quale ruolo abbia avuto nella vicenda. Potrebbe aver partecipato al delitto oppure essere in possesso di informazioni fondamentali sull’incontro e sulle circostanze che hanno preceduto la morte del giornalista.
Le immagini, già visionate in una prima fase dai carabinieri, sono state analizzate nuovamente fotogramma per fotogramma nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura di Salerno.
Gli accertamenti sui rapporti personali
La ricostruzione della rete di conoscenze di Esposito si sta rivelando complessa.
Dopo l’Arpac e la Regione Campania, anche l’Ordine dei biologi avrebbe escluso che il 53enne fosse iscritto al relativo albo professionale. Gli investigatori stanno quindi verificando le informazioni relative alla sua attività lavorativa, ma l’attenzione resta concentrata soprattutto sui rapporti personali.
Le sorelle della vittima sono assistite dall’avvocata Annalisa Califano.
I sommozzatori nel canale vicino al luogo del delitto
I carabinieri del nucleo sommozzatori sono tornati nella zona del ritrovamento per controllare un piccolo corso d’acqua pieno di rifiuti che scorre alle spalle del terreno.
L’obiettivo è individuare eventuali oggetti utilizzati per colpire Esposito e poi abbandonati nel canale. Gli accertamenti medico-legali avrebbero infatti escluso l’uso di armi da fuoco.
Gli investigatori cercano bastoni, corpi contundenti o altri strumenti compatibili con le profonde lesioni riscontrate sul corpo.
L’autopsia e le lesioni
L’autopsia è stata eseguita dal medico legale incaricato dalla Procura, Gabriele Casaburi, alla presenza del consulente della famiglia, Giuseppe Raimo.
Sono stati effettuati esami istologici, tossicologici e genetici, questi ultimi necessari anche per la conferma definitiva dell’identità della vittima.
Gli accertamenti dovranno chiarire la causa e l’orario della morte e soprattutto stabilire se Esposito fosse già morto quando il corpo è stato dato alle fiamme.
Fratture al volto e alla clavicola
L’esame autoptico avrebbe confermato le lesioni già emerse dalla Tac total body effettuata dal dottore Fiorentino Mondillo, direttore dell’Unità operativa di Radiologia del Dea di Battipaglia-Eboli-Roccadaspide.
Sono state rilevate fratture alle ossa nasali, a una clavicola e al volto. Sarebbe invece esclusa, allo stato, l’ipotesi dello strangolamento, non essendo state riscontrate lesioni compatibili alle vertebre cervicali o alle cartilagini del collo.
Una frattura al bacino potrebbe essere stata provocata dall’aggressione oppure dall’azione del fuoco appiccato nel tentativo di distruggere il corpo e cancellare le tracce del delitto.
La salma resta sotto sequestro in attesa degli esiti completi degli esami.
Cronache
Tragedia in Alta Valtellina, bambino di un anno travolto e ucciso da un pick-up
Un bambino di poco più di un anno è morto dopo essere stato investito da un pick-up guidato da un familiare a Valdidentro, in Alta Valtellina. La tragedia è avvenuta durante la raccolta del fieno. Indagano i carabinieri.
Un bambino di poco più di un anno è morto dopo essere stato investito da un pick-up in località Plator, nel territorio comunale di Valdidentro, in Alta Valtellina.
L’incidente è avvenuto poco prima delle 18.30 durante le operazioni di raccolta del fieno.
Il mezzo era guidato da un familiare
Secondo le prime informazioni, il veicolo era guidato da un familiare stretto del piccolo.
Il bambino sarebbe sfuggito al controllo dei genitori e sarebbe finito nella traiettoria del mezzo. Si tratta tuttavia di una prima ricostruzione, ancora al vaglio degli investigatori.
Indagano i carabinieri
Sull’accaduto sono in corso gli accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Tirano, chiamati a ricostruire con precisione la dinamica della tragedia e le circostanze nelle quali il bambino si trovava vicino al pick-up.
Al momento non sono stati resi noti ulteriori dettagli. La comunità dell’Alta Valtellina è sconvolta per la morte del piccolo.
Cronache
Tragedia nel lago di Como, muore a 9 anni davanti ai familiari
Arwa Rfali, bambina marocchina di 9 anni in vacanza con la famiglia, è annegata nel lago di Como davanti al Tempio Voltiano. Il corpo è stato recuperato dai sommozzatori dopo ore di ricerche.
Una bambina di 9 anni, Arwa Rfali, di nazionalità marocchina, è morta dopo essere scomparsa nelle acque del lago di Como, davanti al Tempio Voltiano, nella zona dei cosiddetti Giardini a lago.
La piccola si trovava in Italia con i genitori per trascorrere un periodo di vacanza e fare visita ad alcuni parenti residenti da anni nel Monzese. Nel pomeriggio stava giocando in acqua insieme ai cuginetti, a pochi metri dalla riva, quando è improvvisamente scomparsa.
L’allarme e le ricerche nel lago
A raccogliere per prima la richiesta di aiuto dei genitori è stata una pattuglia della polizia che si trovava nella zona. È quindi scattata una vasta operazione di ricerca alla quale hanno partecipato vigili del fuoco, unità navali della Guardia di finanza, personale sanitario e sommozzatori arrivati anche da Torino.
Le ricerche sono proseguite per circa otto ore, fino al ritrovamento del corpo nella tarda serata di martedì 21 luglio. Per la bambina, che avrebbe compiuto 10 anni il mese successivo, non c’era ormai più nulla da fare.
Il pericolo della falsa secca
La tragedia si è consumata in un tratto del lago caratterizzato da un fondale particolarmente insidioso. Per alcuni metri l’acqua appare poco profonda e il terreno sembra scendere gradualmente, ma subito dopo si apre un improvviso dislivello.
È possibile che la bambina sia stata sorpresa dalla profondità o trascinata dalla corrente. Saranno gli accertamenti a ricostruire con precisione la dinamica.
Un tratto vietato alla balneazione
Nella zona è in vigore il divieto di balneazione, segnalato da numerosi cartelli. Nonostante questo, nelle giornate estive la spiaggetta davanti al Tempio Voltiano viene frequentata da centinaia di persone, soprattutto turisti.
Lo stesso tratto del lago era già stato teatro, negli anni passati, di diversi annegamenti. Le vittime erano in molti casi giovani stranieri che non conoscevano l’andamento del fondale e i pericoli di quell’area.
I genitori sotto choc
I genitori di Arwa hanno assistito per ore alle operazioni di soccorso e sono stati successivamente accompagnati in questura, profondamente provati.
La morte della bambina riapre a Como il tema della sicurezza nella zona dei Giardini a lago e dell’effettiva possibilità di far rispettare il divieto di balneazione in un’area liberamente accessibile e frequentata ogni estate da moltissime persone.


