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Cronache

Strage dei braccianti, tremila in corteo ad Amendolara: «Basta sfruttamento»

Migliaia di persone hanno sfilato ad Amendolara dopo l’uccisione di quattro braccianti stranieri. Landini chiede l’applicazione delle leggi contro il caporalato, mentre Schlein propone il sequestro preventivo delle aziende che sfruttano i lavoratori.

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Sul palco non c’erano soltanto quattro nomi. Ce n’erano dieci, tutti appartenenti a lavoratori agricoli stranieri morti in Italia nel giro di poche settimane. Il corteo di Amendolara ha trasformato il dolore per l’uccisione di quattro braccianti in una denuncia nazionale contro caporalato, lavoro nero e sfruttamento nei campi.

Circa tremila persone, secondo gli organizzatori, hanno partecipato alla manifestazione promossa dalla Flai Cgil e dalla Cgil. Il corteo è partito dalla stazione di servizio sulla Statale 106, nelle vicinanze del luogo in cui erano stati ritrovati i corpi carbonizzati dei quattro lavoratori.

I nomi delle quattro vittime

Le vittime sono il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni.

Erano tutti in possesso di un regolare permesso di soggiorno e vivevano in Italia da tempo. L’inchiesta della Procura di Castrovillari ha portato all’arresto di due persone.

Gli investigatori ipotizzano che l’uccisione sia maturata nell’ambiente dello sfruttamento del lavoro agricolo. Le responsabilità degli indagati dovranno tuttavia essere accertate nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Dieci morti in meno di un mese

Accanto ai nomi delle vittime di Amendolara, il sindacato ha ricordato altri sei lavoratori agricoli stranieri morti nelle settimane precedenti.

Tre marocchini hanno perso la vita in un incidente stradale nel Rodigino. Bakari Sako, lavoratore originario del Mali, è stato ucciso a Taranto. Alagie Singathe si è tolto la vita in un insediamento informale nel Foggiano. Un lavoratore romeno, del quale non è stata ancora ricostruita con certezza l’identità, è stato trovato carbonizzato nella roulotte in cui viveva.

Morti avvenute in circostanze diverse, ma riunite dal sindacato per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita, trasporto, alloggio e lavoro di migliaia di braccianti.

Landini: «Le leggi esistono, devono essere applicate»

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha chiesto una svolta politica e culturale.

«Non c’è bisogno di nuove norme, basterebbe applicare quelle che ci sono. Ma per farlo ci vuole volontà politica», ha affermato.

Secondo Landini, la tragedia di Amendolara non può essere considerata un episodio isolato. Il problema riguarderebbe un modello d’impresa fondato sulla compressione dei diritti e sull’utilizzo di manodopera vulnerabile, presente non soltanto nell’agricoltura, ma anche nell’edilizia e nella logistica.

Il leader della Cgil ha invocato una «rivolta morale» contro l’indifferenza e ha chiesto maggiori controlli, ispettori e strumenti capaci di colpire l’intera filiera dello sfruttamento.

Schlein propone il sequestro delle aziende

Alla manifestazione ha partecipato anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, insieme a Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra e a una delegazione del Movimento 5 Stelle guidata da Pasquale Tridico.

Schlein ha proposto il sequestro preventivo delle aziende nelle quali venga accertato lo sfruttamento dei lavoratori e l’istituzione di una procura nazionale specializzata nel contrasto alle agromafie.

«Quello che è successo qui è una vergogna che riguarda tutti», ha dichiarato la segretaria dem, collegando la qualità dei prodotti agricoli alle condizioni nelle quali vengono raccolti.

Le proposte dovranno essere tradotte in testi normativi e confrontate con le garanzie previste dall’ordinamento, ma indicano la volontà di colpire non soltanto i caporali, bensì anche gli imprenditori che utilizzano consapevolmente manodopera sfruttata.

Il ricordo di Satnam Singh

Nel corteo erano presenti lavoratori stranieri provenienti da diverse regioni italiane. Una delegazione della comunità indiana è arrivata dalla provincia di Latina per ricordare Satnam Singh, il bracciante morto nel giugno 2024 dopo essere stato abbandonato davanti alla propria abitazione con un braccio amputato da un macchinario agricolo.

La sua morte è diventata uno dei simboli più drammatici dello sfruttamento nelle campagne italiane.

I manifestanti hanno chiesto che la memoria delle vittime non venga confinata alle giornate immediatamente successive alle tragedie e che le istituzioni intervengano sulle cause strutturali.

Mininni: «Non si può continuare a fingere»

Il segretario generale della Flai Cgil, Giovanni Mininni, ha denunciato lo strapotere esercitato dai caporali in numerose aree agricole del Paese.

In alcuni territori, ha sostenuto, allo sfruttamento economico si aggiunge il controllo della criminalità organizzata. I lavoratori più fragili vengono reclutati, trasportati e alloggiati in condizioni precarie, con salari inferiori a quelli previsti dai contratti e orari spesso insostenibili.

Il caporalato non è soltanto l’intermediazione illegale della manodopera, ma un sistema che può coinvolgere aziende, trasportatori, alloggi, distribuzione e controllo del territorio.

La legge contro il caporalato

L’Italia dispone dal 2016 di una normativa che punisce sia chi recluta la manodopera sia il datore di lavoro che utilizza lavoratori sottoposti a sfruttamento.

La legge prevede arresti, confische, controllo giudiziario delle aziende e responsabilità degli enti. Il problema denunciato dal sindacato riguarda soprattutto l’effettiva applicazione delle norme, il numero insufficiente dei controlli e la difficoltà dei lavoratori a denunciare.

La paura di perdere il lavoro, l’alloggio o il permesso di soggiorno può rendere particolarmente difficile la collaborazione con le autorità.

Un corteo contro l’indifferenza

Lungo le strade di Amendolara hanno sfilato sindaci con la fascia tricolore, associazioni, lavoratori e cittadini. Dai balconi molte persone hanno seguito e filmato il passaggio del corteo.

La manifestazione aveva un evidente carattere politico, ma il suo messaggio principale ha riguardato la dignità del lavoro.

Quattro uomini sono stati uccisi, ma sul palco i nomi erano dieci perché il problema non comincia e non finisce ad Amendolara. Riguarda le campagne nelle quali il prezzo basso dei prodotti può nascondere salari irregolari, alloggi degradati, trasporti pericolosi e vite considerate sacrificabili.

Il corteo ha chiesto che quelle morti non vengano archiviate come una sequenza di tragedie individuali. La risposta attesa riguarda controlli, responsabilità delle imprese e applicazione concreta delle leggi già esistenti.

 

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Cappellini racconta il sondaggio per Ranucci premier: «Dissi a Lavitola che era una follia»

Stefano Cappellini racconta di avere preparato alcune domande per un sondaggio commissionato da Lavitola senza sapere che il possibile candidato premier fosse Sigfrido Ranucci. Appreso il nome, giudicò il progetto privo di possibilità.

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Il direttore di Repubblica Stefano Cappellini (foto Imagoeconomica) ricostruisce il proprio ruolo nella preparazione del sondaggio con il quale Valter Lavitola voleva misurare le presunte potenzialità elettorali di Sigfrido Ranucci. Un contributo limitato alla stesura di alcune domande e fornito, precisa il giornalista, quando ancora non conosceva il nome del possibile candidato.

La vicenda assume rilievo perché, secondo la ricostruzione della gip Iole Moricca, il progetto politico rappresenterebbe uno dei possibili moventi dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 contro il conduttore di Report. Lavitola sostiene invece di avere organizzato l’azione soltanto per far rafforzare la scorta dell’amico.

I primi incontri con Lavitola

Cappellini racconta di avere conosciuto Lavitola nell’agosto 2023 durante una cena al ristorante Cefalù, nel quartiere romano di Monteverde. L’incontro portò successivamente a un’intervista, pubblicata nel marzo 2024, sul ruolo dell’ex direttore dell’Avanti! nella vicenda della casa di Montecarlo legata a Gianfranco Fini.

Il terzo incontro avviene nel febbraio 2026, ancora al ristorante. Lavitola parla di una personalità molto conosciuta che starebbe valutando un ingresso in politica e potrebbe aspirare alla candidatura a presidente del Consiglio per il centrosinistra. Non ne rivela però l’identità.

Sostiene inoltre di avere visto un sondaggio americano con risultati eccezionali per il misterioso candidato e propone di realizzare una rilevazione anche in Italia. Chiede quindi a Cappellini quali domande inserire e a quale istituto rivolgersi.

La griglia inviata senza conoscere il candidato

Il 7 aprile Lavitola torna a sollecitare il giornalista. Il 20 aprile Cappellini gli invia un file contenente una decina di domande generiche: lo spazio per un candidato proveniente dalla società civile, i temi sui quali dovrebbe puntare e le possibilità di competere con Giorgia Meloni.

Cappellini presenta il proprio intervento come uno sforzo limitato, compiuto nella speranza di ottenere una possibile notizia. In quella fase, ribadisce, non sapeva che il candidato indicato da Lavitola fosse Ranucci.

Il 29 aprile l’imprenditore gli comunica che la bozza sarebbe passata al vaglio di Paolo Mieli e dello stesso Ranucci. Cappellini interpreta inizialmente il coinvolgimento del conduttore come il consiglio fornito da un amico di Lavitola, non come quello del diretto interessato.

Il nome rivelato il 9 giugno

Dopo altri messaggi e l’invio di alcune bozze, il 9 giugno Lavitola rivela finalmente il nome: Sigfrido Ranucci. Sostiene che un precedente sondaggio americano, mai mostrato neppure al giornalista Rai, avrebbe prodotto numeri straordinari.

La risposta di Cappellini è immediata: «Per me è una follia». Il direttore ritiene che Ranucci non abbia possibilità di imporsi come candidato del centrosinistra, soprattutto in un’eventuale competizione con Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Cappellini conclude che il progetto non sia credibile e decide di non pubblicare nulla. La storia del sondaggio americano non gli appare verificabile, la candidatura poco plausibile e Lavitola una fonte non sufficientemente attendibile.

L’ultimo messaggio dopo l’apertura dell’inchiesta

Il 2 luglio, dopo l’arresto dei presunti esecutori dell’attentato, Lavitola comunica di voler sospendere il sondaggio. Cinque giorni più tardi informa Cappellini di essere indagato come possibile mandante della bomba contro Ranucci.

La testimonianza del direttore conferma quindi l’esistenza del progetto per valutare una possibile candidatura politica del conduttore. Non dimostra però che quel sondaggio fosse effettivamente destinato a trasformarsi in un’iniziativa politica né prova, da solo, il movente dell’attentato.

Ranucci avrebbe fornito alcuni suggerimenti sulla bozza, ma gli atti giudiziari escludono, allo stato, che fosse a conoscenza del progetto dinamitardo organizzato da Lavitola. Il giornalista resta la persona offesa dell’inchiesta.

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Cronache

Attentato a Ranucci, la gip smonta la versione di Lavitola: «Ricostruzioni inverosimili»

Valter Lavitola resta in carcere. La gip Iole Moricca ritiene inverosimili le sue spiegazioni sul movente dell’attentato a Ranucci, sull’uso dell’esplosivo e sul ruolo di Gomes Tavares.

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Valter Lavitola resta nel carcere romano di Rebibbia. La gip Iole Moricca ha respinto la richiesta degli arresti domiciliari, giudicando inattendibili diversi passaggi della ricostruzione fornita dall’ex editore durante l’interrogatorio sull’attentato a Sigfrido Ranucci.

Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante dell’azione intimidatoria, ma ha negato di avere ordinato l’impiego dell’esplosivo e ha indicato come unico obiettivo il rafforzamento della scorta del conduttore di Report. Spiegazioni considerate dalla giudice non credibili e contraddette dagli elementi raccolti durante le indagini.

Il difensore Sergio Cola potrebbe adesso chiedere un nuovo interrogatorio davanti al pubblico ministero antimafia Edoardo De Santis. Al momento, però, non risulta presentata alcuna istanza.

La pista israeliana senza riscontri

Uno dei punti più controversi riguarda la presunta minaccia dell’intelligence israeliana. Lavitola ha raccontato di avere appreso dell’esistenza di un progetto contro Ranucci collegato a un servizio di Report sul Cantiere Vittoria. Sarebbe stata questa preoccupazione, secondo la sua versione, a spingerlo a organizzare un attentato dimostrativo per ottenere un aumento della protezione.

La pista non avrebbe però trovato alcun riscontro investigativo. Agli atti figura invece la testimonianza del giornalista Daniele Autieri, secondo il quale Lavitola avrebbe cercato di convincerlo ad approfondire proprio l’ipotesi israeliana.

Per la gip si tratta di una contraddizione evidente: se Lavitola temeva realmente per la vita dell’amico, non si comprenderebbe perché avrebbe incoraggiato Report a indagare ulteriormente sulla pista che, secondo lui, esponeva Ranucci a nuovi pericoli. La giudice parla di una capacità di condizionare le indagini attraverso possibili «opere di depistaggio».

La scorta e il possibile movente politico

Lavitola ha escluso che l’attentato servisse ad accrescere la popolarità di Ranucci in vista di un’eventuale carriera politica. Ha sostenuto di avere agito esclusivamente per ottenere un potenziamento della scorta.

Anche questa spiegazione non ha convinto la giudice. Le preoccupazioni espresse dall’indagato sull’incolumità di Ranucci risulterebbero prevalentemente successive all’esplosione, mentre il livello di protezione del giornalista era già stato valutato dalle autorità competenti.

Resta inoltre senza risposta un altro interrogativo: Ranucci potrebbe avere sospettato, dopo l’attentato, un coinvolgimento dell’amico? La questione, riferita dal difensore di Lavitola, non è stata chiarita. La posizione processuale del conduttore resta comunque quella di persona offesa: non sono emersi elementi che indichino una sua precedente conoscenza o condivisione del progetto.

«Avevo ordinato soltanto degli spari»

Lavitola ha poi sostenuto di avere chiesto a Gomes Clesio Tavares un gesto meramente simbolico: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa di Ranucci. Sarebbe stato il suo collaboratore, disobbedendo alle indicazioni ricevute, a scegliere l’utilizzo della gelatina da cava.

La gip considera anche questa versione «totalmente inverosimile». Tavares viene descritto nelle carte come uomo di assoluta fiducia e factotum di Lavitola, nonché come presunto intermediario con il gruppo campano accusato di avere materialmente compiuto l’attentato.

Gli investigatori sottolineano inoltre che, quando Antonio Passariello avrebbe manifestato alcune difficoltà, Tavares gli avrebbe indicato proprio l’avvocato Cola, storico difensore di Lavitola. Una circostanza ritenuta significativa della stretta relazione esistente tra i protagonisti.

Il rischio di inquinamento delle prove

Il pericolo che Lavitola possa concordare con Tavares una versione comune è una delle ragioni alla base del rigetto dei domiciliari. Per la giudice rimangono concreti sia il rischio di inquinamento probatorio sia quello di fuga, considerati i contatti e gli interessi dell’indagato all’estero.

L’inchiesta resta nella fase delle indagini preliminari. Le responsabilità delle persone coinvolte, oltre alle ammissioni rese da Lavitola, dovranno essere accertate nel processo e nel pieno rispetto della presunzione d’innocenza.

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Cronache

Lucarelli contro il mito Ranucci: Report non è la Bibbia, il suo conduttore non è Dio

Selvaggia Lucarelli contesta la rappresentazione di Sigfrido Ranucci come eroe infallibile, solleva dubbi sul rapporto con Lavitola e invita il conduttore a interrogarsi sul futuro di Report.

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Selvaggia Lucarelli (foto Imagoeconomica) mette sotto esame Sigfrido Ranucci, il suo rapporto con Valter Lavitola e la progressiva identificazione tra il conduttore e Report. Lo fa nella newsletter Vale tutto e in un’intervista nella quale riconosce il valore della trasmissione, ma contesta la costruzione pubblica di Ranucci come eroe solitario e infallibile.

Ranucci, sostiene Lucarelli, «non è un santo». Ma nessun giornalista è tenuto a esserlo. Il problema nascerebbe quando la notorietà e la rappresentazione dell’inviato contro il sistema finiscono per prendere il sopravvento sul lavoro giornalistico.

La bomba e il rapporto con Lavitola

Sul piano giudiziario Lucarelli non lascia spazio ad ambiguità: gli atti dell’inchiesta indicano che Ranucci non era a conoscenza del progetto dinamitardo. La sua riflessione riguarda invece il rapporto di amicizia con Lavitola e la rappresentazione del conduttore come una persona ingenuamente manipolata.

Secondo Lucarelli, dalle conversazioni emergerebbe una relazione sostanzialmente alla pari, nella quale Lavitola alimentava possibili ambizioni politiche del giornalista. È una lettura personale, non un fatto accertato dagli inquirenti. La gip Iole Moricca ha infatti definito Ranucci vittima della manipolazione di Lavitola ed escluso, allo stato, elementi indicativi di una sua consapevolezza dell’attentato.

Lucarelli contesta anche l’idea che un giornalista d’inchiesta debba necessariamente trasformare le proprie fonti in amici. Un conto è frequentare personaggi controversi per ragioni professionali, osserva; altro è stabilire rapporti personali tanto stretti da rendere più difficile conservare distanza e lucidità.

Le critiche al “metodo Report”

La giornalista riconosce che Report ha realizzato inchieste importanti e svolge una funzione essenziale nel servizio pubblico. Respinge però l’idea che il programma e il suo conduttore siano infallibili.

Ricorda, tra l’altro, una propria inchiesta sul Covid che sarebbe stata ripresa dalla trasmissione senza citarla e, a suo giudizio, modificata introducendo errori. Anche questa resta una contestazione di Lucarelli, sulla quale non viene riportata una replica della redazione.

Il rischio, secondo la giornalista, è che ogni critica rivolta al conduttore venga presentata automaticamente come un attacco alla trasmissione e alla libertà d’informazione. Una personalizzazione che trasformerebbe il legittimo «controllo sul controllore» in uno scontro tra tifoserie.

Il caso della presunta autorecensione

Lucarelli torna anche sulla recensione a cinque stelle del libro La scelta, pubblicata su Amazon con il nome di “Emilio Cresci”. Secondo la sua ricostruzione, l’account avrebbe mostrato il nome di Sigfrido Ranucci e la recensione sarebbe stata successivamente cancellata.

Ranucci sostiene invece che si trattasse di un profilo falso. L’episodio, non accertato in maniera indipendente, resta quindi una contestazione della giornalista e non può essere presentato come un’autorecensione provata.

Il libro e i rapporti professionali

Un altro passaggio delicato riguarda i rapporti tra Ranucci, alcune fonti e collaboratrici. Lucarelli riferisce la testimonianza di una propria amica e critica quella che considera una gestione poco prudente della separazione tra vita privata e ruolo professionale, richiamando il tema dell’asimmetria di potere.

Ranucci ha precisato che alcuni passaggi di La scelta sono stati romanzati. Inoltre, le accuse anonime di molestie e comportamenti irregolari emerse nel 2021 non trovarono riscontro nell’audit interno concluso dalla Rai nel 2022. Lucarelli stessa afferma di non ritenere che il conduttore abbia molestato fisicamente qualcuno, ma continua a sollevare una questione di opportunità professionale.

Il futuro della trasmissione

Lucarelli non sostiene esplicitamente che il tempo di Ranucci a Report sia terminato. Ritiene però che il conduttore dovrebbe chiedersi se la sua esposizione personale stia rafforzando il programma oppure sottraendo spazio alla redazione e alla sua missione.

La conclusione è netta: una trasmissione con la storia e la funzione pubblica di Report dovrebbe dimostrare di poter sopravvivere ai propri avversari, ma anche a qualunque conduttore.

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