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Stop visti Ue a russi: Scholz scettico, Finlandia a favore

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 “Qualsiasi decisione prendiamo, non dovrebbe rendere piu’ complicato cercare la liberta’ e lasciare il paese” per i cittadini russi. Lo ha detto il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha cosi’ ripetuto il suo scetticismo su uno stop Ue ai visti turistici per tutti i russi. “Non e’ la guerra del popolo russo, e’ la guerra di Putin”, ha ripetuto Scholz durante una conferenza stampa a Oslo, dopo un meeting con i primi ministri di Norvegia, Danimarca, Finlandia, Islanda e Svezia. Diversa la posizione della premier finlandese, Sanna Marin, che ha detto che “i cittadini russi non hanno iniziato la guerra, ma dobbiamo allo stesso tempo renderci conto che la sostengono” e “non credo sia giusto che i cittadini russi entrino nell’Ue e nell’area Schengen mentre la Russia uccide persone in Ucraina”. La premier danese Mette Frederiksen ha espresso comprensione per la posizione finlandese, aggiungendo che crede che la questione vada discussa. La premier svedese, Magdalena Andersson, ha chiesto un approccio comune dell’Ue, dicendo che ci sono argomenti per entrambe le posizioni. Anche il capo del governo norvegese, Jonas Gahr St›re, ha dichiarato che e’ importante discutere del tema.

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Snowden giura fedeltà a Putin, prende passaporto russo

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Edward Snowden ha completato il guado del suo Rubicone. Nove anni dopo la sua valanga di rivelazioni di documenti segretissimi sulle intrusioni nella vita privata da parte delle agenzie d’intelligence di tutto il mondo e la sua fuga all’estero, due anni dopo aver ottenuto la residenza permanente in Russia e tre mesi dopo dopo essere diventato cittadino russo, l’esperto informatico ed ex consulente dell’Nsa ha pagato il prezzo dell’asilo: il primo dicembre – ma la notizia è trapelata il giorno dopo – ha giurato la sua fedeltà alla Federazione russa in cambio della consegna del passaporto, che gli mancava da quasi 10 anni.

Un traguardo che non era probabilmente quello che Snowden avrebbe scelto quando nel 2013 decise di violare le sue consegne professionali e di desecretare migliaia di documenti top secret. Subito dopo essersi licenziato da contractor dell’Nsa alle Hawaii, l’allora trentenne Snowden volò a Hong Kong, da dove fece le sue rivelazioni alla fine di maggio. Inseguito a breve giro da mandato di cattura emesso il 21 giugno 2013 dal Dipartimento di Giustizia Usa per violazione della legge sullo spionaggio e per furto di proprietà governative, Snowden s’imbarcò per Mosca: un semplice scalo verso Cuba e poi l’Ecuador, al quale voleva chiedere asilo.

Ma la sua corsa si fermò all’aeroporto moscovita di Sheremetyevo, dove gli agenti gli tolsero il passaporto, che il governo degli Stati Uniti gli aveva nel frattempo annullato. Rimase in una sorta di limbo per oltre un mese, prima che le autorità russe gli concedessero – anche in funzione anti-americana – un permesso di soggiorno con diritto d’asilo per un anno, che poi divenne di due, eccetera. Che fosse o meno la sua nuova patria d’elezione, la Grande Madre Russia divenne de facto la sua prigione: una prigione in cui si è sicuramente rifatto una vita, conscio di essere una pedina in un gioco politico che la guerra in Ucraina ha poi intensificato all’infinito.

Come per Julian Assange, Snowden è diventato eroe della libera informazione per alcuni, traditore e codardo per altri. E le sue battaglie simboliche sono continuate mentre lui percorreva il lungo guado del suo Rubicone. Nel 2016 fu nominato presidente della Freedom of the Press Foundation, ong di San Francisco dedita a proteggere la libertà di parola e la tutela dei giornalisti. Nel 2019 presentò online il suo libro autobiografico Permenent Record, che diede forma alle sue rivelazioni sulla sorveglianza segreta e la libertà individuale, pubblicato dalla newyorkese Metropolitan Books. Da aspirante cittadino russo, ha continuato a lavorare nel campo dell’IT e ha sposato Lindsay Mills con la quale ha avuto due figli.

In un’intervista dell’ottobre 2018 disse: “In Russia non posso dire di essere al sicuro. Ma la vera domanda è: questo è importante? Non mi sono fatto avanti per stare al sicuro. La Russia – disse – non è casa mia, è il mio luogo di esilio”. Le rivelazioni del ‘whistleblower’ Snowden, che disse di aver così finalmente liberato la sua coscienza, dopo averci lottato per anni da addetto all’intelligence, aprirono un vaso di Pandora sulle molte e variegate sfaccettature dei programmi di sorveglianza globale, senza confini nazionali. Cose che nel 2013 erano solo oggetto di congetture e di sui si sapeva pubblicamente poco o nulla. Tirò in ballo non solo l’Nsa, per la quale lavorava, ma anche l’alleanza d’intelligence dei Five Eyes (fra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) e varie compagnie di telecomunicazioni, accusati di intrusioni indebite nelle vite delle persone, per motivi leciti e illeciti, comunque senza permesso. Snowden fece le sue rivelazioni a un pool di giornalisti e le sue storie apparvero sul Guardian, sul Washington Post e altri giornali. Il numero dei file segreti pubblicati resta incerto, ma si stima che siano fino a 200.000 solo per gli Stati Uniti e un numero che oltrepassa il milione e mezzo in totale.

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Musk svela i Twitter Files sui segreti di Hunter Biden

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Lo aveva promesso e l’ha fatto. In una nuova controversa mossa Elon Musk svela i ‘Twitter Files’ su come la precedente gestione della società che cinguetta è giunta alla conclusione di limitare e bloccare l’accesso all’articolo del New York Post sui ‘segreti’ contenuti nel personal computer di Hunter Biden – dalla sua vita privata ai suoi affari esteri – nei giorni precedenti alle elezioni del 2020.

Il patron di Tesla non pubblica direttamente i documenti ma ne concede l’accesso a Matt Taibbi, il giornalista da sempre critico della censura online e sui media, con cui lascia intendere di aver collaborato nella valutazione. Taibbi in una lunga serie di tweet descrive il contenuto delle carte visionate, ne allega alcune e giunge alle sue conclusioni.

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Nel tweet numero 18 afferma: “Twitter ha preso misure straordinarie per sopprimere la storia” del computer di Hunter Biden del New York Post “rimuovendo link e mettendo in guardia su quello che poteva essere ‘non sicuro’. Hanno anche bloccato la sua trasmissione diretta via messaggio, uno strumento riservato ai casi estremi come la pedopornografia”.

I documenti fanno luce sul dibattito interno a Twitter sul blocco dell’articolo, mettendo in evidenza il dissenso e la confusione su una decisione successivamente definita sbagliata anche dall’ex amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey. Sullo stop all’articolo del New York Post da parte di Twitter il dibattito impazza da anni, con i conservatori che da sempre parlano di censura.

I ‘Twitter Files’ sono accolti con soddisfazione proprio dai repubblicani e dai media conservatori, che vi leggono una rivincita sulla veridicità della storia – già confermata comunque in precedenza – e soprattutto su come le decisioni all’interno di una Twitter liberal venivano prese. Per Musk la nuova provocazione serve a dimostrare come in passato avveniva una sorta di ‘soppressione’ della libertà di espressione, alla quale la sua Twitter 2.0 sfuggirà. E quasi – secondo alcuni osservatori – a giustificare la sua riammissione di figure controverse sulla piattaforma, fra le quali esponenti di estrema destra.

L’impegno alla libertà di parola a tutti i costi di Musk è stato comunque già messo alla prova dal rapper Kanye West: l’ex marito di Kim Kardashian, appena riammesso, è stato sospeso di nuovo dalla piattaforma per incitamento alla violenza dopo una serie di cinguettii antisemiti. Secondo alcune recenti ricerche su Twitter si è assistito a un aumento senza precedenti di messaggi di odio da quando Musk ne ha assunto la guida.

Prima del patron di Tesla gli insulti contro gli afroamericani comparivano sul social in media 1.282 volte al giorno, ora invece il numero è salito a 3.876. Lo stesso vale per gli insulti ai gay: si è passati da 2.506 volte al giorno alle attuali 3.964. I post antisemiti sono schizzati del 61% nelle prime due settimane di Musk alla guida. Dati preoccupanti ai quali il patron di Tesla risponde con la promessa di una seconda puntata dei ‘Twitter Files’.

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Mondo in ansia per Pelè, lui rassicura “mi sento forte”

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“Voglio tranquillizzare tutti, pensate in positivo. Sono forte, con tanta speranza e continuo il trattamento di sempre”. Il messaggio con cui Pelé rassicura tutti riporta un po’ di sereno nel mondo del calcio e non solo che per l’intera giornata aveva tremato causa notizie poco felici sullo stato di salute del campione brasiliano.

“Pregate per il re” aveva scritto Kylian Mbappè, facendosi in qualche modo portavoce dello stato d’animo dei milioni di tifosi per i quali Pelè è O Rei, lui che dallo scorso anno però lotta contro un tumore all’intestino, e che sarebbe stato trasferito nel reparto per le cure palliative dell’ospedale Albert Einstein perché non risponderebbe alle terapie chemioterapiche.

La notizia riportata dalla ‘Folha de Sao Paulo’ aveva fatto presto il giro del mondo. Le cure a cui è sottoposto Pelé – che ha 82 anni ed è stato tre volte vincitore della Coppa Rimet, quindi dei Mondiali, nel 1958, 1962 e 1970 – non starebbero ormai dando risultati e le metastasi avrebbero aggredito anche i polmoni e il fegato.

Un peggioramento che avrebbe indotto i sanitari a sottoporre l’ex campione soltanto a cure palliative che servono per alleviare il dolore e sopperire alla mancanza di aria e che vengono somministrate a pazienti per i quali non sarebbe prevista una lunga aspettativa di vita.

Appena ieri, il bollettino medico dell’ospedale, parlava di una infezione respiratoria trattata con antibiotici. Lo stesso Pelè, attraverso i suoi profili social, aveva voluto rassicurare i suoi fans, parlando di una “visita mensile”. “Amici, sono in ospedale a fare la visita mensile. È sempre bello ricevere messaggi positivi come questo”, aveva postato O Rei alludendo anche al fatto che a Doha, sulle facciate di alcuni grattacieli, era stata proiettata la sua immagine con la scritta “Pelé, get well soon”, rimettiti presto.

Che poi era stata ripresa anche dai tifosi del Brasile che ieri l’hanno esposta in degli striscioni allo stadio. E della torcida in Qatar fa parte anche Kelly Nascimento, la figlia del Re, la quale non ritiene che suo padre sia in pericolo di vita e per questo rimane a Doha a fare il tifo per la Seleçao (“con lui ci sono i miei fratelli, io tornerò a casa per Natale”, il suo post).

A sostenere O Rei c’è anche la tifoseria organizzata della squadra di cui sarà simbolo eterno, ovvero il Santos: il gruppo ‘Torcida Jovem’ ha convocato i suoi appartenenti per domani alle 10 (ora di San Paolo) per una veglia davanti all’ospedale dove il loro idolo è ricoverato.

“Chi è Re non perde la sua maestà! – è scritto in un comunicato diffuso dal gruppo -. La Torcida Jovem del Santos convoca tutti i suoi associati ad essere con noi domani per una veglia con cui dimostreremo il nostro appoggio a Pelé e la nostra fede in suo recupero”. Tantissimi i messaggi di sostegno. Da quello di Mbappè, a quello dell’inglese Harry Kane che definisce Pelè “un giocatore e una persona incredibile: un’ispirazione per tutti i calciatori. Gli auguriamo ogni bene”, dai messaggi di Neymar (“Forza Pelè, preghiamo per la tua salute”), Vinicius Junior e Rodrygo, quest’ultimo ragazzo ex del Santos che in Pelé vede quasi un dio, fino a quello del ct brasiliano Tite che come milioni di suoi connazionali, ha voluto dedicare un messaggio a O Rei, come aveva già fatto due giorni fa.

“Gli auguro tanta salute, lui è il nostro maggior rappresentante – le parole di Tite -, è un extraterrestre fattosi terrestre. I nostri sentimenti sono per lui”. Alejandro Dominguez, dirigente paraguayano che presiede la Conmebol, incita anche lui O Rei, e sottolinea che “l’intera America del Sud sta giocando questa partita al tuo fianco”. E O Rei ancora una volta fa sentire la sua voce: “Voglio ringraziare tutti gli infermieri e l’equipe medica per lo zelo con cui mi seguono. Ho molta fede in Dio, e ogni messaggio di amore che ricevo da voi, e che provengono da tutto il mondo, mi mantengono pieno di energia. E mi fanno assistere alle partite del Brasile ai Mondiali!”.

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