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Salute

Sonno bifasico, il ritorno al “paleo-sonno”: può davvero farci dormire meglio?

Riscoprire il sonno in due fasi può migliorare il riposo? Studi e specialisti spiegano quando il modello bifasico è utile e quando evitarlo.

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Per secoli l’essere umano non ha dormito come oggi. Il riposo notturno era spesso diviso in due fasi: un primo sonno, un periodo di veglia attorno alla mezzanotte e poi un secondo sonno. Un modello documentato in testi storici e letterari, dall’Odissea ai racconti medievali.

Secondo lo storico Roger Ekirch, questa abitudine è scomparsa con l’avvento dell’elettricità e della rivoluzione industriale, che hanno imposto ritmi più rigidi e continui.

Il sonno oggi: compresso e meno naturale

La società moderna ha “compresso” il sonno in un’unica fase, spesso ridotta e disturbata. Il risultato è che svegliarsi di notte viene percepito come un problema, quando per alcuni potrebbe essere fisiologico.

Una ricerca recente suggerisce che il risveglio notturno può essere naturale per determinate persone e non necessariamente un segnale di insonnia.

A chi può servire il sonno bifasico

Il modello a due fasi potrebbe risultare utile per categorie specifiche: turnisti, studenti, neogenitori o persone con ritmi irregolari.

Secondo gli esperti dell’Università di Lisbona, una maggiore flessibilità del sonno può adattarsi meglio ai diversi cronotipi, in particolare ai cosiddetti “gufi”, che tendono ad andare a letto tardi e accumulano debito di sonno.

I benefici e i limiti secondo gli specialisti

Il cronobiologo Roberto Manfredini sottolinea che il sonno bifasico può aiutare a ridurre il cosiddetto “jet lag sociale”, ma solo in casi specifici e con un approccio controllato.

Anche chi soffre di disturbi del sonno potrebbe trarne beneficio, ma solo sotto supervisione medica: improvvisare è sconsigliato.

La regolarità conta più delle ore

Per Luigi Ferini Strambi, il punto centrale non è tanto quante ore si dormono, ma la regolarità del ritmo sonno-veglia.

Un riposo efficace deve rispettare le diverse fasi fisiologiche del sonno. Interromperle o forzarle, ad esempio con farmaci, può compromettere la qualità del riposo.

Attenzione agli errori più comuni

Tra gli errori più diffusi c’è l’uso di dispositivi elettronici durante i risvegli notturni. La luce degli schermi inibisce la produzione di melatonina, rendendo più difficile riaddormentarsi.

Anche l’assunzione di ipnotici può alterare la struttura naturale del sonno, senza garantire un vero recupero.

Ritmi biologici e salute

Il corpo umano è sincronizzato con il ciclo luce-buio. Dormire di notte resta la soluzione migliore per la salute generale.

Alterare questo equilibrio, ad esempio dormendo di giorno, può avere conseguenze sul metabolismo e aumentare il rischio cardiovascolare.

Le regole per dormire meglio

Gli esperti indicano alcune linee guida fondamentali: orari regolari, riduzione della luce artificiale nelle ore serali, cena anticipata e attività rilassanti prima di dormire.

Il sonno, spiegano, va “accompagnato”: per addormentarsi non basta voler dormire, bisogna anche spegnere i meccanismi della veglia.

Un modello da personalizzare

Il sonno bifasico non è una soluzione universale, ma un’opzione da valutare caso per caso.

La chiave resta una: ascoltare il proprio organismo e, se necessario, affidarsi a specialisti. Perché dormire bene non è solo una questione di quantità, ma di equilibrio tra biologia e stile di vita.

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In Evidenza

Ebola torna a spaventare l’Africa: l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria globale per il raro ceppo Bundibugyo

L’Oms ha dichiarato l’emergenza sanitaria globale per la nuova epidemia di Ebola causata dal raro ceppo Bundibugyo, privo di vaccino e cure specifiche. In Congo si contano già 88 morti e oltre 300 casi sospetti, mentre il virus si è diffuso anche in Uganda. Cresce il timore per una propagazione regionale in aree caratterizzate da conflitti e infrastrutture sanitarie fragili.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme per la nuova epidemia di Ebola che sta colpendo l’Africa centrale. Non si parla di pandemia, ma di una “emergenza sanitaria globale” dopo la diffusione del raro ceppo Bundibugyo, per il quale attualmente non esistono né vaccini né cure specifiche.

La situazione più grave riguarda la Repubblica Democratica del Congo, dove sono già morte 88 persone e si contano 336 casi sospetti. Aumenta inoltre la preoccupazione per il rischio di diffusione regionale dopo la conferma di casi anche in Uganda.

Il raro ceppo Bundibugyo preoccupa gli esperti

Il virus identificato è il ceppo Bundibugyo dell’Ebola, scoperto nel 2007 e molto meno conosciuto rispetto al più noto ceppo Zaire.

I sintomi iniziali comprendono febbre, dolori muscolari, stanchezza, mal di testa e mal di gola. Successivamente possono comparire vomito, diarrea, eruzioni cutanee ed emorragie.

Secondo l’Oms, il tasso di mortalità di questo ceppo si aggira intorno al 50%, inferiore rispetto al ceppo Zaire che può arrivare fino al 90%, ma comunque estremamente elevato.

La differenza più allarmante è che per il Bundibugyo non esistono vaccini né trattamenti approvati.

Caso confermato a Goma, città controllata dai ribelli M23

Nelle ultime ore è stato confermato un nuovo caso nella città di Goma, area orientale del Congo controllata dalla milizia M23 sostenuta dal Ruanda.

Si tratta di una donna risultata positiva dopo essersi spostata da Bunia, dove il marito era morto di Ebola. La notizia aumenta ulteriormente le preoccupazioni sanitarie e politiche in una regione già destabilizzata dal conflitto armato.

L’Oms: “La diffusione reale potrebbe essere molto più ampia”

Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato il secondo livello di allerta più alto previsto dall’organizzazione, immediatamente inferiore alla pandemia.

Secondo l’Oms, il numero reale dei contagi potrebbe essere molto più alto rispetto ai dati ufficiali. Le aree colpite sono isolate, difficili da raggiungere e caratterizzate da infrastrutture sanitarie estremamente fragili.

L’alto tasso di positività dei campioni analizzati, unito ai casi confermati in due Paesi differenti, lascia temere una diffusione molto più estesa a livello regionale.

Medici Senza Frontiere prepara una risposta su larga scala

Anche Medici Senza Frontiere parla di situazione “estremamente preoccupante”.

Secondo testimonianze raccolte sul posto, molti malati muoiono in casa senza isolamento sanitario e i corpi vengono maneggiati direttamente dai familiari, aumentando enormemente il rischio di contagio.

La trasmissione del virus avviene infatti attraverso il contatto con fluidi corporei, sangue o tessuti infetti. Una persona diventa contagiosa solo dopo la comparsa dei sintomi, mentre il periodo di incubazione può durare fino a 21 giorni.

Una lunga storia di epidemie in Congo

Quella attuale è la diciassettesima epidemia di Ebola registrata nella Repubblica Democratica del Congo.

La più devastante resta quella tra il 2018 e il 2020, che provocò quasi 2.300 morti. Negli ultimi cinquant’anni il virus Ebola ha causato circa 15 mila vittime in Africa.

La nuova emergenza riporta al centro dell’attenzione internazionale la fragilità sanitaria di vaste aree del continente africano, dove guerre, povertà e carenza di infrastrutture rendono molto più difficile contenere epidemie altamente contagiose.

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Torino, raro tumore invade il cranio: donna di 73 anni salvata con una protesi 3D personalizzata

Una donna di 73 anni è stata salvata al Cto di Torino grazie a un complesso intervento per rimuovere un raro tumore maligno che aveva invaso il cranio. I chirurghi hanno ricostruito la teca cranica con una protesi 3D personalizzata e tessuti prelevati dalla paziente.

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Un delicatissimo intervento chirurgico eseguito all’Ospedale Cto di Torino ha salvato la vita a una donna di 73 anni colpita da un raro tumore maligno che aveva progressivamente invaso il cuoio capelluto e l’osso cranico.

Per ricostruire la parte del cranio rimossa dai chirurghi è stata realizzata una protesi personalizzata in 3D, modellata sulla base delle immagini Tac e di risonanza magnetica della paziente.

Il tumore dalla cute fino all’osso cranico

La donna era già stata operata anni fa per una lesione al cuoio capelluto, ma il problema si era ripresentato più volte nel tempo.

Gli approfondimenti diagnostici hanno poi evidenziato la presenza di una rara forma tumorale aggressiva capace di infiltrarsi dalla pelle fino all’osso del cranio, provocandone una progressiva erosione.

Secondo quanto spiegato dalla Città della Salute e della Scienza di Torino, si tratta di lesioni estremamente rare e con un importante potenziale evolutivo.

Un intervento ad altissima complessità

L’operazione ha richiesto il lavoro congiunto di neurochirurghi, chirurghi plastici e anestesisti altamente specializzati.

Hanno partecipato i neurochirurghi Francesca Vincitorio e Francesco Calamo Specchia dell’équipe guidata da Diego Garbossa, insieme ai chirurghi plastici diretti da Massimo Navissano.

Il tumore aveva ormai coinvolto profondamente il lato sinistro del cranio, arrivando vicino a importanti strutture venose cerebrali e sconfinando anche nella parte destra della teca cranica.

Rimossa una vasta parte del cranio

I medici hanno eseguito un’apertura cranica di circa 15 centimetri per 12, asportando completamente i tessuti malati, una porzione dell’osso cranico e anche la dura madre, risultata patologica per la possibile estensione intracranica della lesione.

Dopo la rimozione del tumore è stata impiantata una cranioplastica 3D costruita su misura.

Ricostruzione con tessuti della coscia e lembo arterioso

La fase ricostruttiva è stata particolarmente complessa.

I chirurghi plastici hanno coperto la protesi sintetica utilizzando un grande lembo arterializzato scolpito nella zona sopra l’orecchio. Sono stati impiegati anche tessuti prelevati dalla coscia della paziente per completare la ricostruzione.

Decorso positivo e ritorno a casa

La donna è stata dimessa senza complicanze neurologiche né infezioni.

I controlli successivi hanno confermato la buona riuscita dell’intervento e la corretta vitalità dei tessuti ricostruiti. La paziente continuerà ora un programma di monitoraggio periodico con i team specialistici.

“Nuova frontiera della chirurgia”

Il direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, Livio Tranchida, ha definito il caso “una nuova frontiera della chirurgia”, sottolineando il ruolo decisivo delle tecnologie avanzate e della multidisciplinarità medica.

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Salute

Oms dichiara emergenza sanitaria internazionale per Ebola in Congo: decine di morti per un raro ceppo del virus

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria internazionale per un raro ceppo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Il virus ha già causato decine di morti, ma l’epidemia non è stata classificata come pandemia perché non soddisfa i criteri di diffusione globale previsti dall’Oms.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria internazionale a causa di un raro ceppo di Ebola che ha provocato decine di vittime nella Repubblica Democratica del Congo.

La decisione è stata annunciata domenica dopo l’aumento dei casi registrati nel Paese africano e il timore di una possibile espansione del contagio nelle aree confinanti. Secondo le prime informazioni diffuse dagli organismi sanitari internazionali, il ceppo individuato presenta caratteristiche considerate particolarmente preoccupanti dagli esperti.

Perché non si parla di pandemia

Nonostante la gravità della situazione, l’epidemia non è stata classificata come pandemia. L’Oms ha chiarito che, allo stato attuale, il focolaio non rispetta i criteri necessari per essere definito tale.

La distinzione riguarda soprattutto la diffusione geografica del virus e la trasmissione su scala globale. Al momento, infatti, l’emergenza appare circoscritta principalmente alla Repubblica Democratica del Congo, pur con un livello di attenzione molto elevato da parte delle autorità sanitarie internazionali.

Ebola resta uno dei virus più pericolosi al mondo

Il virus Ebola è considerato tra gli agenti patogeni più letali conosciuti, con tassi di mortalità che in alcune epidemie hanno raggiunto livelli estremamente elevati. La malattia provoca febbre emorragica grave e può diffondersi attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti.

Negli ultimi anni diversi Paesi africani hanno affrontato focolai più o meno estesi, ma la comparsa di varianti rare continua a rappresentare una sfida per i sistemi sanitari locali e per le strutture di monitoraggio internazionale.

Monitoraggio internazionale e misure di contenimento

L’emergenza sanitaria internazionale consente all’Oms di coordinare con maggiore rapidità le attività di prevenzione, contenimento e assistenza sanitaria. Tra le priorità figurano il tracciamento dei contatti, l’isolamento dei casi sospetti e il rafforzamento delle strutture ospedaliere nelle aree colpite.

Le autorità congolesi, insieme agli organismi internazionali, stanno cercando di evitare che il focolaio possa estendersi oltre i confini nazionali.

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