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Cinema

Sidney Poitier, il gigante che non sapeva odiare

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C’e’ stato un tempo in cui agli uomini di colore in America era impedito di frequentare i locali dei banchi, salire sugli stessi autobus, vincere premi e perfino veder riconosciuta la stessa dignita’. Non era ancora il tempo in cui Barak Obama poteva diventare Presidente degli Stati Uniti, ma in quel tempo (solo apparentemente lontano), un altro americano di colore riusci’ a infrangere la barriera della segregazione razziale, facendosi applaudire senza condizioni e vincendo perfino l’Oscar come miglior attore. Quell’uomo, un gigante gentile che nessuno avrebbe chiamato con disprezzo “negro”, si chiamava Sidney Poitier e oggi Hollywood lo piange come ultimo esponente della “Golden Age” che trionfava nel mondo tra gli anni ’50 e ’60. Se Obama veniva dalle Hawaii, Poitier era un “americano per caso”: la sua famiglia di poveri agricoltori si era stabilita nelle Bahamas e forse discendeva dagli schiavi haitiani, come farebbe supporre l’origine francese del cognome. I suoi genitori lo fecero nascere a Miami per caso, durante una gita che costrinse la madre in ospedale per un parto prematuro. Dopo la nascita di Sidney, il 20 febbraio del 1927, la famiglia dovette rimanere in America tre mesi prima che il bambino recuperasse la salute. In cambio ebbe in dono la cittadinanza americana insieme a quella inglese, visto che allora le Bahamas erano ancora un protettorato della Corona. Rimpatriato a Nassau, il piccolo Sidney vi resto’ fino ai 15 anni quando torno’ in America insieme al fratello maggiore. Un anno dopo viveva gia’ da solo a New York, lavando piatti di giorno e sognando il teatro la notte. Conquistare un palcoscenico non fu facile, ma dopo un paio di audizioni fallite per il marcato accento delle isole e le modeste capacita’ vocali, fu finalmente accettato nell’American Negro Theater dopo una breve parentesi militare terminata con il congedo per una simulata malattia mentale che uno psichiatra compiacente approvo’: Poitier era stato assegnato a un ospedale militare ma non sopportava la brutalita’ degli psichiatri dell’esercito e per questo lascio’ l’uniforme prima della fine della guerra. Era appena maggiorenne, ma il suo talento da attore emerse in fretta, sul palcoscenico di Broadway con una applaudita “Lisistrata” in cui giganteggiava come protagonista maschile. A notarlo fu tra l’altro il tycoon di Hollwyood, Daryl Zanuck, che gli fece firmare un contratto per “Uomo bianco, tu vivrai” di Joseph Mackiewicz in cui teneva testa al fanatico razzista Richard Widmark. Nonostante l’amore per il teatro che lo avrebbe applaudito a piu’ riprese regalandogli due nominations agli Emmy e un Grammy per come voce recitante nel disco “Measure of a Man”, la vita artistica di Sidney Poitier si consuma nel cinema, spesso attore prediletto dai registi ribelli degli anni ’50 e’60: Richard Brooks in “Il seme della violenza” (il primo successo personale nel 1955), Martin Ritt (“Nel fango della periferia”, 1957), il veterano e da lui amatissimo William Wellman (“Addio, Lady”, 1956) e soprattutto Ralph Nelson (l’autore di “Soldato Blu”) che gli fece vincere l’Oscar nel 1964 con “I gigli del campo”. Era il primo “nero” a conquistare il premio come miglior attore e sarebbe rimasto l’unico fino alla generazione di Louis Gossett Jr (“Ufficiale gentiluomo”) e Denzel Washington. Ma l’America di Sidney Poitier era ancora quella delle marce di Martin Luther King, del sogno kennediano per una Nuova Frontiera, del Ku Klux Klan e dei primi scontri razziali. Alla ribellione di Malcolm X, l’attore venuto dalle Bahamas contrapponeva una rivoluzione gentile, ruoli socialmente impegnati (come “La parete di fango” di Stanley Kramer), un orgoglio di razza fondato sulla tolleranza. Con questi mezzi e con la complicita’ di due registi come lo stesso Kramer e Norman Jewison riusci’ a conquistare il grande pubblico e a imporsi come un’icona di tutta l’America. Accadde nel 1967 quando la rivolta giovanile infiammava il mondo. Poitier la tradusse in una commedia di costume e un thriller sociale che fecero epoca: “Indovina chi viene a cena?” con Spencer Tracy e Katharine Hepburn in cui conquista il cuore di una famiglia tipicamente wasp ma di convinzioni liberal, prendendo in moglie la tipica ragazza americana che ha conosciuto alle Hawaii (corsi e ricorsi della Storia). E piu’ esplicitamente “La calda notte dell’ispettore Tibbs” in cui ottiene il rispetto del brutale sceriffo Rod Steiger, con cui fa coppia nell’indagine su un omicidio a sfondo razziale nel cuore del Mississippi. Entrambe le pellicole hanno un successo planetario e Poitier si affezionera’ al personaggio dell’incorruttibile Virgil Tibbs tanto da riprenderlo in altri due film. Alla fine degli anni’60 l’attore venuto dalle Bahamas si e’ costruito un’icona che restera’ nella storia e un prestigio che consolidera’ con una vita consapevole del ruolo che il sentimento del tempo gli ha assegnato. Nonostante abbia sempre professato un sostanziale agnosticismo, spesso ha scelto ruoli in cui la fede nella giustizia va di pari passo con l’adesione ai precetti della religione; dopo un primo matrimonio e una lunga relazione, ha sposato nel 1976 l’attrice canadese Joanna Shimkus con cui ha dato origine a una autentica famiglia patriarcale con sei figlie (quattro nate nel primo matrimonio), otto nipoti e tre pronipoti. Sul piano artistico si e’ cimentato nove volte nella regia scegliendo quasi sempre la via della commedia, quasi a volersi distaccare dal proprio mito, esaltando il talento di Gene Wilder e Richard Pryor. Ma basterebbe scorrere la lista dei suoi premi per capire lo spessore del personaggio: due Oscar; 3 Golden Globes e otto candidature, 2 premi e 5 candidature ai Bafta Awards; la medaglia della Liberta’ (la massima onorificenza civile americana conferitagli da Barak Obama) e il titolo di Cavaliere dell’Impero Britannico assegnatogli dalla Regina Elisabetta; la nomina ad ambasciatore delle Bahamas che lo ha impegnato in Giappone e all’Unesco fino al 2007. Non e’ un caso che la sera dell’Oscar il suo successore Denzel Washington gli abbia dedicato la sua statuetta esclamando: “Seguiro’ sempre le tue orme, Sidney, e non c’e’ niente che vorrei di piu'”. (

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David, vola “È stata mano di Dio” di Paolo Sorrentino: Napoli capitale del cinema fa incetta di premi

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E’ STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino sbanca in questa 67/ma edizione dei David di Donatello che si e’ tenuta stasera in diretta su Rai 1 dagli studi di Cinecitta’ in una serata condotta da Carlo Conti affiancato da Drusilla Foer, portandosi a casa il premio per miglior film, regia, attrice non protagonista Teresa Saponangelo, fotografia e David giovani). E’ pero’ il fantasy FREAKS OUT ad aver piu’ statuette, ben sei, ma prevalentemente tecniche, contro le cinque di E’ STATA LA MANO DI DIO. Ed esattamente il film di Mainetti vince: miglior scenografia, fotografia, produttore, trucco, acconciatura, effetti visivi-vex).

In questa edizione dall’anima partenopea bene anche QUI RIDO IO di Mario Martone che si porta a casa il Davidandato al miglior attore non protagonista, Eduardo Scarpetta, e quello ai costumi. Il film drammatico ambientato in un carcere ARIAFERMA di Leonardo Costanzo vince invece il David per il miglior attore andato a Silvio Orlando e anche la sceneggiatura originale. ENNIO, straordinario documentario di Giuseppe Tornatore dedicato a Ennio Morricone, ha ottenuto ben tre David: miglior documentario, suono e montaggio. Mentre A CHIARA di Jonas Carpignano ottiene il premio di miglior attrice protagonista che va a Swamy Rotolo. A DIABOLIK va invece un solo David, quello della canzone originale a Manuel Agnelli mentre la sceneggiatura non originale, categoria in cui correva anche TRE PIANI di Nanni Moretti, va a L’ARMINUTA, film diretto da Giuseppe Bonito e tratto dal romanzo bestseller di Donatella Di Pietrantonio. Infine, sempre nel segno di Napoli, I FRATELLI DE FILIPPO di Sergio Rubini si porta a casa il premio al miglior compositore, Nicola Piovani.

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“La cena perfetta” tra camorra, cucina e amore

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Esce domani nei cinema “La cena perfetta” e segue tre binari, di cui uno centrale: “il fulcro del film e’ essere una commedia romantica con camorra e cucina come due binari che si muovono lateralmente all’amore”. E’ cosi’ che Salvatore Esposito, che interpreta il protagonista, definisce la pellicola girata insieme a Greta Scarano, con la direzione di Davide Minnella, al suo esordio sui lungometraggi e presentata oggi in anteprima al pubblico dell’auditorium Comicon a Napoli. Il film narra di Carmine, interpretato da Esposito, giovane figlio di boss di un piccolo clan che investe in un ristorante a Roma e manda proprio Carmine a gestirlo.

Li’ incontra Consuelo, interpretata da Scarano, che ha perso il ristorante ma resta cercando stelle Michelin. E’ questa la strada, tra camorra e cucina, che apre il sentimento tra i due e un futuro diverso per Carmine, alla fine benedetto dal padre, interpretato da Gianfranco Gallo. Esposito torna, dopo Gomorra, in una persona nata sotto la camorra ma capace di uscirne stavolta: “Sono un ragazzotto – spiega – cresciuto sotto un padre adottivo boss ma lui non e’ un criminale e anche il padre boss alla fne approvera’ Carmine. Anche in Gomorra il mio personaggio voleva scegliere ma non ha mai la chance, qui si’ e la sceglie, seguendo la passione”. Un giovane in una svolta positiva della vita, presentato in un Comicon che storicamente e’ invaso da giovani positivi della societa’, diversi dai gruppi di bullismo delle citta’: “Questo pero’ non dipende dai ragazzi singoli – spiega Esposito – ma spesso sono dei giovani di periferia abbandonati dalle famiglie, che diventano mostri e che nessuno ha mai fatto nulla per recuperarli. Questo film puo’ svegliare la coscienza ragazzi ma soprattutto e’ un grido verso le istituzioni a fare qualcosa su ragazzi che da soli non cercano vie diverse”. Vie diverse cercate e trovate dal suo personaggio anche grazie all’amore per Consuelo, che proietta la storia anche nella realta’: “la criminalita’ usa capitali – spiega Greta Scarano – da riciclare in tutte le citta’, lo fa la camorra ma anche i clan a Roma.

E’ un problema molto grande che mi sembra continui dove manca la forza delle istituzioni. Mi ha colpito di questo film la storia di un ragazzo che nasce in un contesto criminale e poi sceglie qualcosa di giusto. Ha una seconda possibilita’ e da’ un segnale ai ragazzi”. L’attrice sottolinea anche lo spessore del suo personaggio “in Italia dove – spiega – per un personaggio femminile e’ difficile avere un ruolo indipendente ma io ho sempre inseguito questa strada, non vorrei essere dipendente in una storia e stavolta io e Carmine siamo totalmente indipendenti l’uno dall’altro”. Una distanza che riavvicina i protagonisti in scena come spiega il regista: “E’ una favola vincente – dice Minnella – che parte dai problemi di due giovani toccati dalla camorra ma tra cui nasce poi una storia d’amore che mette insieme due personaggi completamenti diversi. E’ una storia d’amore che sembra impossibile, e invece loro si uniscono grazie al terzo protagonista del film, il cibo, una passione che li unisce”.

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In mostra al MAN le foto di Gianni Fiorito scattate sul set de “La mano di Dio”

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Dopo il grande successo su Netflix del film di Paolo Sorrentino “È stata la mano di Dio”, arriva a Napoli anche una mostra dedicata alla pellicola del regista napoletano.

La mostra fotografica dal titolo “È stata la mano di Dio – Immagini dal set” a cura di Maria Savarese, inaugurata appena prima di Pasqua, sarà visibile fino al 5 settembre al MAN, il Museo Archeologico Napoletano e racconta il film di Paolo Sorrentino attraverso 51 scatti ripresi sulle scene da Gianni Fiorito, grande fotografo napoletano che con passione si dedica sempre di più alla fotografia di scena cinematografica.

“La mano di Dio” racconta che negli anni ’80 a Napoli, un ragazzo ha l’occasione di vivere uno dei sogni più grandi degli amanti del calcio, quando giunge nella sua città il goleador Diego Maradona, ma a questa grande gioia si accompagnerà una tragedia inaspettata. Un film fortemente autobiografico ed intimo che ripercorre la giovinezza napoletana del regista, già premio Oscar per “La grande bellezza”.

 

 

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