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Sgominata la banda del cavallo di ritorno, le auto rubate ricettate anche in Spagna: 14 arresti a Napoli

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Rubavano auto. Chiedevano soldi per restituirle. A volte ricettavano all’estero.   finivano anche all’estero. L’indagine ha coinvolto perfino la Guardia Civil in Spagna: oggi la conclusione dell’inchiesta da parte dei Carabinieri della compagnia di Pozzuoli (Napoli) che hanno dato esecuzione a un’ordinanza del gip di Napoli che dispone misure cautelari a carico di 13 italiani e un albanese gia’ noti alle forze dell’ordine. Per loro l’accusa, a vario titolo, di furto aggravato, ricettazione e riciclaggio di autovetture di lusso, utilitarie e autoarticolati. In Spagna, la Guardia Civil ha ritrovato una Range Rover Evoque rubata dal gruppo e poi trovata con telaio punzonato e documenti contraffatto. Nel porto c’erano invece due autoarticolati con targhe contraffatte che stavano per essere imbarcati su una nave diretta all’estero. In provincia di Caserta una BMW X1 con telaio punzonato; in strada, in diverse zone, altre 24 auto. Per l’accusa gli indagati rubavano di notte veicoli di diverse tipologie per poi prevalentemente immetterli in circuiti di ricettazione e riciclaggio.

I reati contestati anche quello di estorsione perche’ in tre circostanze i componenti della banda avevano preteso denaro per restituire altrettante vetture con il metodo del “cavallo di ritorno”. Il provvedimento e’ stato deciso dopo indagini dei militari della tenenza Carabinieri di Quarto Flegreo coordinate dalla settima sezione della Procura di Napoli svolte tra settembre 2017 e settembre 2018 anche utilizzando intercettazioni telefoniche e ambientali e con il ricorso a pedinamenti, facilitati da sistemi GPS di rilevamento della posizione. Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti tre arresti in flagranza e si e’ proceduto a un fermo d’indiziato di delitto.

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Botte e minacce alla moglie “colpevole” di un aborto

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L’amore, il matrimonio e un figlio da crescere insieme. Questo sognava una 43enne brianzola ma, quando ha perso il bimbo che portava in grembo, suo marito per punirla l’ha picchiata, minacciata e obbligata ad uscire di casa solo per lavorare, per oltre due anni. Lei ha tentato più volte di chiedere aiuto ai suoi famigliari e quando lui l’ha scoperto, ha minacciato di morte anche loro. “Se parli ancora vengo a casa e ti riempio di botte, te e la tua famiglia”, le ha ripetuto fino alla nausea. Salvata dai carabinieri dopo l’ennesima aggressione, ora è libera. Lui, 27enne egiziano, è stato sottoposto a un provvedimento cautelare di allontanamento da lei e dalla loro abitazione a Bernareggio (Monza). Quando ha perso suo figlio, la donna ha creduto di poter contare sull’affetto e la comprensione di suo marito per lenire il dolore e, invece, ha ricevuto solo insulti e vessazioni, a partire dal quel terribile giugno del 2017. “È colpa tua, sei inutile”, le avrebbe detto. E ancora: “Ora esci di casa solo per andare a lavorare”. E poi schiaffi, calci, spinte fino a farla cadere a terra. “Ti taglio la gola”, le ripeteva quando lei provava a liberarsi dalla sua morsa aggressiva. Per acuire la sua punizione, oltre ad averla privata del telefonino e a permetterle di uscire solo per andare e tornare dall’azienda, le impediva di vedere la sua famiglia. Quando qualcuno dei suoi parenti ha iniziato a presentarsi a casa della coppia per chiedere spiegazioni, il marito ‘orco’ li cacciava via e minacciava la moglie di far loro del male: “tanto io non ho niente da perdere, in carcere ci vado volentieri, per una m…. come te ci vado”. Quando erano in casa la donna non poteva usare il pc e a malapena le era consentito di guardare la televisione. Straziata dalla perdita del suo bambino e vessata dalle violenze fisiche e psicologiche, a un certo punto ha trovato la forza di chiedere al marito la separazione. Sul suo telefonino aveva anche trovato una chat in cui lui faceva la corte a un’altra donna e quindi lo immaginava pronto a lasciarla andare. Alla vista dei documenti del divorzio, però, l’uomo ha reagito strappando le carte dell’avvocato e, dopo averla picchiata con una mensola, ha promesso di ucciderla. Qualche settimana fa l’ultima furiosa discussione, con lui che le ha stretto le mani intorno al collo. La donna è fortunatamente riuscita a fuggire e, finalmente, a chiedere aiuto al 112. Quando i carabinieri sono arrivati sotto casa sua l’hanno trovata nascosta in macchina. Il marito era gia’ scappato. Sostenuta dai militari e dalla sua famiglia, la 43enne ha infine trovato la forza di denunciare anni di abusi e di riprendersi la sua vita.

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Baby-gang sempre più violente, allarme rosso a Venezia

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A Venezia è allarme per episodi di violenza segnalati ormai da alcune settimane, nel centro storico e nella terraferma, ad opera di ‘baby-gang’ che compiono danneggiamenti e hanno gia’ mandato in ospedale ignare persone che si sono trovate coinvolte nei ‘raid’ di questi gruppi di ragazzi. La situazione si e’ aggravata al punto tale che ad essa oggi e’ stata dedicata la riunione di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocata dal prefetto Vittorio Zappalorto, con la partecipazione anche del Procuratore della repubblica e del presidente del Tribunale per i minorenni, Maria Teresa Rossi. Dall’analisi fatta nel corso dell’incontro e’ emerso che si tratta di piu’ gruppi, in maggior parte composti da minorenni con qualche maggiorenne, italiani e stranieri, accomunati da manifestazioni immotivate di violenza. Preoccupato il sindaco, Luigi Brugnaro, per la situazione di pericolo e il clima di paura: ha chiesto una rapida azione contro i ‘capi’ dei gruppi, per lui un deterrente contro il ripetersi di queste azioni. Oltre all’identificazione dei componenti delle bande, verranno aumentate – e’ stato detto – le attivita’ di controllo del territorio e degli esercizi pubblici nelle zone dove hanno agito le baby gang, chiudendo quelli che somministrano alcolici a minori o dove si spacciano stupefacenti. “La risposta di carattere sanzionatorio – conclude la Prefettura lagunare – sara’ accompagnata da un attento e continuo monitoraggio e un’approfondita analisi del fenomeno” per agire “in via preventiva sul mondo della scuola e delle famiglie, con iniziative di rieducazione e di carattere sociale”.

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Finto medico scoperto dopo 30 anni nel Pavese: “Non mi facevo pagare”

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Non aveva un ambulatorio e visitava solo a domicilio, presentandosi come un immunologo che aveva lavorato all’ospedale Mauriziano di Torino e alla Fondazione Mondino di Pavia. Tra i ‘colleghi’ della zona godeva di una certa stima, tanto che diversi medici gli inviavano i loro pazienti per un consulto. Invece non solo non possedeva alcuna specializzazione, ma non e’ neppure laureato: il suo titolo di studio e’ quello di diploma di liceo classico. Si era iscritto alla facolta’ di Medicina dell’universita’ di Pavia, ma aveva lasciato dopo aver sostenuto pochi esami del primo anno. L’uomo, un 63enne residente a Mortara (Pavia), sarebbe andato avanti con la sua attivita’ abusiva per trent’anni. Finche’ una paziente residente a Sant’Angelo Lomellina, insospettita, non ha segnalato la situazione ai carabinieri della stazione di Robbio, ai quali sono bastati pochi accertamenti per stabilire che non era affatto un medico, non risultando tra l’altro iscritto al relativo Ordine professionale. Piu’ complesso e’ stato ricostruire la sua attivita’, andando a ritroso nel tempo di decenni.

Sono stati sentiti a verbale una ventina di pazienti. Al termine delle indagini l’uomo e’ stato denunciato a piede libero per usurpazione di funzioni pubbliche, esercizio abusivo di professione e sostituzione di persona. Sulla carta d’identita’ aveva scritto “ricercatore” e a Mortara i conoscenti sapevano che lavorava a Torino. Gli stessi famigliari, la moglie e un figlio, sarebbero stati ignari della sua reale attivita’. Da quanto hanno ricostruito gli inquirenti, le visite a domicilio che effettuava erano anche di tipo ginecologico e l’uomo a volte faceva denudare completamente le pazienti con la scusa di eseguire rilievi antropometrici. Quando occorreva consigliava ulteriori visite ed esami, ma direttamente non prescriveva nulla, non disponendo di alcun ricettario: si limitava ad invitare a rivolgersi al proprio medico di base. In un’occasione, per fare colpo, si sarebbe spacciato per un medico dell’Aeronautica militare appartenente ai servizi segreti. Lui invece si difende sostenendo di non essersi mai qualificato come medico e di essersi limitato a fornire consigli a chi glieli chiedeva, senza mai farsi pagare. Un aspetto, quest’ultimo, sul quale sono ancora in corso gli accertamenti dei carabinieri.

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