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Cronache

Sessa Aurunca, trovato morto Vincenzo Iannitti: il corpo nascosto in una cantinola, fermato un uomo

Ritrovato senza vita Vincenzo Iannitti, 20 anni, scomparso da San Castrese. Il corpo era nascosto in una cantinola. Un uomo fermato, indagini in corso.

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Si sono spente nel modo più tragico le speranze per Vincenzo Iannitti, il ventenne scomparso il 18 marzo da San Castrese, frazione di Sessa Aurunca. Il corpo di un giovane, ritenuto con ogni probabilità quello del ragazzo, è stato rinvenuto nel tardo pomeriggio di ieri dai carabinieri in una cantinola scavata nel terreno, a ridosso di un fabbricato in ristrutturazione, a poche decine di metri dalla piazza centrale del paese.

Manca ancora il riconoscimento ufficiale da parte dei familiari, ma gli investigatori ritengono che non vi siano dubbi sull’identità.

Il ritrovamento e il fermo di un sospettato

Il cadavere sarebbe stato trovato avvolto in una busta e occultato sotto alcune pietre, in stato di decomposizione. Le ricerche sono culminate dopo una lunga giornata di perquisizioni condotte dai carabinieri del nucleo operativo di Caserta e della compagnia di Sessa Aurunca.

Nel corso delle operazioni una persona, ritenuta legata all’immobile in cui è stato rinvenuto il corpo, è stata fermata e condotta in caserma per essere interrogata. Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulla sua identità.

Le indagini della Procura

L’inchiesta è coordinata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Nei giorni precedenti era già stato ascoltato un giovane di San Castrese, amico della vittima.

Sul luogo del ritrovamento sono intervenuti anche i militari del reparto scientifico e il medico legale. I rilievi sono proseguiti per ore, con l’ausilio delle torri faro dei vigili del fuoco. Il corpo è stato poi trasferito all’istituto di medicina legale del policlinico di Caserta, dove sarà eseguita l’autopsia.

L’esame autoptico sarà decisivo per chiarire le cause della morte e stabilire quando sia avvenuto il decesso, elemento centrale per ricostruire la dinamica dei fatti.

Il dolore della comunità e l’attesa di verità

San Castrese ha vissuto ore di angoscia e silenzio. Centinaia di persone si sono radunate nei pressi dell’area del ritrovamento, tra familiari e amici del giovane, in attesa di notizie. Solo il passaggio del carro funebre ha rotto l’immobilità di una comunità sotto shock.

Pochi giorni prima, una fiaccolata aveva riunito l’intero paese per chiedere il ritorno del ragazzo. Un appello rimasto senza risposta. Ora resta la richiesta di verità.

Il parroco don Carlo Fiorenza, al termine della manifestazione, aveva invitato chiunque sapesse qualcosa a parlare. Un invito che oggi assume un peso ancora maggiore.

L’appello e la richiesta di chiarezza

Tra i primi interventi pubblici anche quello dell’Associazione Penelope, impegnata nella ricerca delle persone scomparse, che ha espresso dolore per la vicenda e auspicato che venga fatta piena luce sulle cause della morte.

Le indagini proseguono. Ogni sviluppo sarà determinante per chiarire responsabilità e circostanze di una vicenda che ha profondamente colpito l’intera comunità.

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Cronache

Taranto, 35enne ucciso in strada da un gruppo di giovani: fermato anche un ragazzo di 15 anni

A Taranto un uomo di 35 anni originario del Mali, Bakari Sako, è stato ucciso durante un’aggressione di gruppo nella città vecchia. Fermati cinque giovani, quattro dei quali minorenni. Secondo gli investigatori sarebbe stato un ragazzo di 15 anni a colpire mortalmente la vittima con un’arma da taglio.

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Un ragazzo di appena 15 anni sarebbe l’autore materiale dell’omicidio di Bakari Sako, il 35enne originario del Mali morto dopo una violenta aggressione avvenuta all’alba di sabato scorso nella città vecchia di Taranto.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo sarebbe stato accerchiato in piazza Fontana da un gruppo composto da cinque giovani e successivamente colpito con diversi fendenti all’addome e al torace.

Cinque fermati, quattro sono minorenni

La Procura ha disposto cinque fermi: quattro attraverso la procura minorile e uno tramite la procura ordinaria.

L’unico maggiorenne coinvolto è Fabio Sale, di 20 anni. Gli altri quattro fermati hanno invece tra i 15 e i 16 anni.

Secondo gli inquirenti sarebbe stato proprio il quindicenne a infliggere i colpi mortali, utilizzando un coltello oppure un cacciavite che portava con sé.

La ricostruzione degli investigatori

Stando a quanto riportato nel provvedimento di fermo, Bakari Sako sarebbe stato inizialmente circondato dal gruppo e aggredito con pugni e spintoni.

L’uomo avrebbe poi tentato di allontanarsi e fuggire, ma sarebbe stato inseguito dai ragazzi e raggiunto poco dopo.

A quel punto il 35enne sarebbe stato colpito tre volte nella zona toracica e addominale con un’arma da taglio.Ferite che si sono rivelate mortali.

Le indagini della magistratura

Gli investigatori stanno ricostruendo le fasi dell’aggressione e il ruolo dei singoli partecipanti nel branco che avrebbe preso parte all’azione violenta.

Restano da chiarire il movente dell’aggressione e le eventuali responsabilità individuali dei fermati.

Come previsto dalla legge, trattandosi di indagati minorenni, vale il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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Cronache

Delitto di Garlasco, scontro tra i legali: “Nessuna prova nuova contro Stasi” contro “Sentenza disintegrata”

Nuovo scontro sul delitto di Garlasco dopo la chiusura della nuova indagine della Procura di Pavia contro Andrea Sempio. Il legale dei Poggi, Gian Luigi Tizzoni, sostiene che non esistano elementi per una revisione della condanna di Alberto Stasi. Di parere opposto la difesa Stasi, che parla di nuove prove capaci di “disintegrare” la sentenza definitiva.

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Il delitto di Chiara Poggi torna al centro di un duro confronto tra avvocati, procure e consulenze tecniche, riportando il caso giudiziario più discusso degli ultimi vent’anni dentro una dimensione che ricorda quella dei primi processi celebrati a porte chiuse.

A riaccendere il dibattito sono gli atti della nuova inchiesta della Procura di Pavia, che punta oggi su Andrea Sempioe mette in discussione l’impianto che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

Tizzoni: “Non ci sono elementi per una revisione”

A contestare duramente la nuova impostazione investigativa è l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, storico difensore della famiglia Poggi.

Secondo Tizzoni, dalle nuove consulenze depositate dalla Procura non emergerebbero elementi realmente capaci di scardinare la sentenza definitiva di condanna nei confronti di Stasi.

“Non vedo spazio per una revisione”, sostiene il legale, spiegando che né la consulenza medico-legale della dottoressa Cristina Cattaneo, né le analisi informatiche o le consulenze del Ris sulle tracce ematiche avrebbero prodotto prove nuove decisive.

Per il legale dei Poggi l’impianto accusatorio che ha retto fino alla Cassazione resterebbe ancora solido.

La replica della difesa Stasi: “Condanna disintegrata”

Di segno opposto la posizione dell’avvocato Giada Bocellari, che difende Alberto Stasi e che parla invece di una vera demolizione della sentenza definitiva.

Secondo Bocellari, la nuova indagine avrebbe prodotto “un’imponente e articolata attività investigativa” in grado di dimostrare “l’assoluta innocenza” del suo assistito.

La difesa ritiene che le nuove prove abbiano “letteralmente disintegrato” la sentenza di condanna.

La legale richiama anche gli sviluppi dell’inchiesta aperta a Brescia su presunte anomalie investigative che coinvolgerebbero l’ex procuratore di Pavia.

La battaglia sulla revisione del processo

Il confronto ruota attorno alla possibile richiesta di revisione del processo Stasi, che la difesa starebbe preparando.

Per Tizzoni, però, la revisione non avrebbe basi concrete. Secondo il legale della famiglia Poggi, alcuni aspetti storicamente centrali del processo sarebbero stati “liquidati” o accantonati nella nuova ricostruzione investigativa.

Tra questi cita la cosiddetta “camminata” attribuita a Stasi sulla scena del crimine e il tema della bicicletta nera, elementi che avevano avuto peso nel processo originario.

Secondo Tizzoni la Procura di Pavia avrebbe cercato di smentire le conclusioni giudiziarie definitive senza però incidere davvero sui punti cruciali del caso.

Un caso che continua a dividere

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco continua dunque a dividere investigatori, magistrati e opinione pubblica.

Da una parte chi ritiene che la condanna definitiva di Alberto Stasi resti fondata su elementi solidi. Dall’altra chi sostiene che le nuove indagini abbiano aperto scenari completamente diversi.

Come sempre in questa fase, vale il principio della presunzione di innocenza per tutti gli indagati coinvolti nei nuovi filoni investigativi fino a eventuali sentenze definitive.

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Cronache

Luca Abete torna alla Parthenope con #NonCiFermaNessuno: i giovani non vogliono sermoni, ma ascolto vero

È la campagna sociale dedicata al disagio giovanile e alla salute mentale degli studenti. Tra podcast, ascolto e laboratori di comunicazione, il progetto punta a creare un dialogo autentico con le nuove generazioni.

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Aula piena, storie vere, fragilità raccontate senza filtri e un messaggio chiaro: i giovani non chiedono lezioni, ma ascolto autentico. Per il terzo anno consecutivo Luca Abete torna domani, 12 maggio, all’Università Parthenope con la dodicesima edizione di “#NonCiFermaNessuno”, la campagna sociale motivazionale che attraversa gli atenei italiani affrontando il disagio giovanile, le paure, la salute mentale e il bisogno di confronto di una generazione spesso lasciata sola dietro un “va tutto bene” di facciata. Tra talk, podcast e laboratori di comunicazione, il progetto continua a trasformare le Università in luoghi di ascolto reale.

Luca, che cos’è #NonCiFermaNessuno?

È una campagna sociale che, dal 2014, incoraggia gli studenti italiani puntando non sul successo a tutti i costi, ma sull’analisi di sconfitte, difficoltà e paure. In aula non portiamo lezioni di vita, ma ascolto attento sulle emergenze giovanili. La verità è che i ragazzi odiano i sermoni: vogliono vibrazioni. Cercano un confronto con chi non li giudica, ma li ascolta. Non vogliono subire un messaggio, preferiscono stimoli coerenti con la loro sensibilità, da reinventare attraverso una rivoluzione silenziosa.

In aula una formula vincente: le storie degli studenti al centro dei momenti talk…

Il metodo funziona perché rappresenta un intreccio raro di coraggio e fragilità. Raccontiamo queste storie sui social network, ma lasciarle solo lì sarebbe uno spreco. Hanno un valore educativo enorme, tanto da spingerci a registrare dal vivo in aula un podcast dal titolo “Va tutto bene. Anzi no”. Non è il nostro primo podcast, ma questa volta faremo qualcosa di diverso: porteremo fuori dall’aula tutto ciò che merita di essere ascoltato, usando uno strumento che i ragazzi sentono davvero loro.

Per il 2026 ti sei ripromesso di battere il “benegrazismo”: di cosa si tratta?

È un vocabolo che ho coniato personalmente per raccontare quella tentazione, fin troppo frequente, di rispondere frettolosamente “bene, grazie” alla domanda “come stai?”. Da qui è nato il claim di questa edizione: “Dimmi davvero come stai”. Una domanda che nasconde dubbi e insicurezze, ma che mette al centro del dibattito la salute mentale di ragazze e ragazzi.

Gli stessi giovani che veicolano i valori della community attraverso il Laboratorio dei Linguaggi della Comunicazione. Di cosa si tratta?

È un hub interattivo in cui 15 ragazzi e ragazze per ogni tappa, 120 in totale, diffondono i valori della campagna sociale. Non insegniamo linguaggi: li costruiamo insieme a loro. La voglia è quella di sorprendere, con installazioni che spiazzano, parole nuove che incuriosiscono, piccoli cortocircuiti capaci di accendere attenzione dove spesso c’è superficialità. Gli esperimenti social sul web hanno avuto riscontri fortissimi perché toccano le corde giuste. I numeri che stiamo registrando confermano che stiamo facendo un percorso eccellente anche sotto questo punto di vista.

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