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Esteri

Serbia, Vucic ribadisce il no all’indipendenza del Kosovo: «È parte inalienabile del nostro Stato»

Il presidente serbo Aleksandar Vucic riafferma il rifiuto dell’indipendenza del Kosovo, punta sul negoziato e denuncia il riarmo nella regione balcanica come diretto contro Belgrado.

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Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha ribadito con forza la posizione di Belgrado contro l’indipendenza del Kosovo, definito «parte inalienabile della Serbia». L’intervento è avvenuto durante una conferenza che ha riunito a Belgrado gli ambasciatori serbi nel mondo, chiamati a rappresentare all’estero una linea politica che il capo dello Stato ha indicato come non negoziabile.

La linea di Belgrado sul Kosovo

Nel suo discorso, Vučić ha chiarito che per la Serbia la questione del Kosovo non può essere oggetto di concessioni. Il presidente ha sottolineato che, pur nella fermezza della posizione, Belgrado non intende avviare alcun conflitto e continua a considerare il dialogo l’unica strada possibile per affrontare le tensioni con Pristina, anche parlando con i partner internazionali.

La strategia diplomatica e il ruolo dell’UE

Vučić ha rivendicato i risultati della campagna diplomatica condotta negli ultimi anni, che avrebbe portato una ventina di Paesi a riconsiderare o revocare il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, in attesa degli sviluppi del dialogo mediato dall’Unione europea. Un percorso definito complesso, ma ritenuto centrale per rafforzare la posizione serba sul piano internazionale.

Pace, stabilità e timori per il riarmo regionale

Secondo il presidente, l’obiettivo prioritario della Serbia resta il mantenimento della pace e della stabilità nei Balcani. Tuttavia, Vučić ha espresso preoccupazione per quella che ha definito una crescente ondata di riarmo e di accordi militari nella regione, citando in particolare l’intesa tra Albania, Croazia e Kosovo. A suo avviso, tali dinamiche sarebbero indirettamente rivolte contro Belgrado.

Nato e equilibri nei Balcani

Nel suo intervento, Vučić ha osservato che quasi tutti i Paesi confinanti con la Serbia sono membri della NATO o avviati verso l’adesione, come la Bosnia-Erzegovina. Un contesto che, secondo il presidente serbo, alimenta interrogativi sulle reali finalità di questo rafforzamento militare in un’area già segnata da fragili equilibri geopolitici.

La posizione ribadita a Belgrado conferma dunque la linea di continuità della leadership serba: fermezza sul Kosovo, rifiuto dell’escalation militare e insistenza sul negoziato come unico strumento per gestire una delle questioni più delicate dei Balcani contemporanei.

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Esteri

Conferenza di Monaco, il mondo “under destruction”. Il rapporto accusa Trump di demolire l’ordine globale

Il rapporto 2026 della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco descrive un mondo “under destruction” e punta il dito contro la politica di Donald Trump. Dura replica Usa.

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L’allarme è esplicito fin dal titolo: il mondo è “under destruction”. È questa la fotografia tracciata dal rapporto 2026 della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, presentato a Berlino in vista del summit in programma a Monaco dal 13 al 15 febbraio. Nelle 120 pagine del documento, gli analisti individuano nel presidente degli Stati Uniti Donald Trump il principale responsabile del drammatico impatto sull’assetto dell’ordine globale costruito nel secondo dopoguerra.

La “politica della demolizione”

Secondo il rapporto, il mondo è entrato in una fase in cui “la distruzione totale, più che riforme caute e correzioni politiche, è all’ordine del giorno”. Trump non viene però descritto come un caso isolato. Il documento parla di una più ampia categoria di leader, definiti “demolition men”, accomunati da un’attrazione per la demolizione delle istituzioni che regolano il sistema internazionale.

I pilastri del dopoguerra sotto attacco

L’analisi individua tre pilastri dell’ordine postbellico considerati oggi in fase di smantellamento: l’impegno degli Stati Uniti a favore della cooperazione multilaterale, delle istituzioni internazionali e dello stato di diritto; il sostegno a un’economia mondiale aperta e al commercio internazionale; la promozione dei valori liberali e della cooperazione tra democrazie. In un passaggio specifico, il rapporto sostiene che Washington starebbe tradendo anche una norma basilare come il rispetto della sovranità territoriale, attraverso minacce rivolte a diversi Stati.

La replica americana

Le conclusioni del documento sono state respinte dall’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, che ha definito l’analisi “completamente sbagliata”. Intervenendo in un panel alla Rappresentanza bavarese, al fianco del chairman Wolfgang Ischinger, Whitaker ha negato qualsiasi intento distruttivo, sostenendo che l’obiettivo degli Stati Uniti sia rendere il sistema più sostenibile sia per Washington sia per l’Unione europea.

Difesa, alleanze e messaggi all’Europa

Secondo l’ambasciatore, gli Stati Uniti attendono ora l’implementazione concreta degli impegni europei, in particolare sulle spese per la difesa, che richiederebbero una maggiore armonizzazione nel continente. Pur ribadendo l’alleanza transatlantica, Whitaker ha affermato che Washington intende spingere l’Europa a “crescere” e a diventare “più forte”.

I protagonisti del summit

Al vertice di Monaco parteciperà il segretario di Stato Marco Rubio, insieme a una delegazione di circa cinquanta membri del Congresso statunitense, metà dei quali democratici. Sono attesi, tra gli altri, il governatore della California Gavin Newsom, che incontrerà Friedrich Merz, e la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez. Assente la Russia, mentre la Cina sarà rappresentata dal ministro degli Esteri Wang Yi. In agenda anche la presenza di Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ursula von der Leyen, del segretario generale della Nato Mark Rutte e del presidente Mark Carney.

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Esteri

Bimbo di tre anni morto di fame in Austria, genitori condannati all’ergastolo

In Austria i genitori di un bambino di tre anni morto di fame sono stati condannati all’ergastolo per omicidio, tortura e sequestro di persona.

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In Austria, il Tribunale di Innsbruck ha condannato all’ergastolo i genitori di un bambino di tre anni morto di fame, riconoscendoli colpevoli di omicidio, tortura e sequestro di persona.

Il decesso e le condizioni del bambino

Il bambino è morto nel maggio 2024 nei pressi di Kufstein, in Tirolo. Al momento del decesso pesava appena quattro chili. Secondo l’accusa, il piccolo aveva subito per mesi “pene infernali”, venendo rinchiuso in una stanza buia, legato, picchiato e quasi completamente privato di cibo.

Le accuse e il contesto familiare

Per la pubblica accusa, i genitori, entrambi 27enni, vivevano una situazione economica estremamente precaria e si sarebbero rifugiati in un “mondo mistico parallelo”. Gli inquirenti hanno accertato che la coppia avrebbe documentato i maltrattamenti e che in alcuni messaggi avrebbe persino ironizzato sulle condizioni del bambino.

Le confessioni in aula

Davanti al giudice entrambi hanno confessato. Il padre ha dichiarato di non saper spiegare le proprie azioni, dicendosi pentito e addolorato soprattutto per il fatto che le altre figlie abbiano assistito all’agonia e alla morte del fratello.

Gli altri figli e la perizia psichiatrica

La coppia ha altre tre figlie, di uno, tre e sei anni, che non sono risultate denutrite né vittime di maltrattamenti. Secondo una perizia psichiatrica, la madre avrebbe individuato nel figlio morto la causa del proprio disagio mentale, arrivando a crederlo indemoniato, mentre il marito avrebbe assecondato questa convinzione.

Il provvedimento finale

Dopo la morte del bambino, il padre ha chiamato la polizia. Per la donna il tribunale ha disposto il ricovero in una struttura psichiatrica, mentre per entrambi resta la condanna all’ergastolo per uno dei casi più gravi di violenza familiare emersi nel Paese negli ultimi anni.

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Iran, nuove condanne per Narges Mohammadi: carcere e restrizioni per la Nobel per la Pace

Nuove condanne contro Narges Mohammadi: Teheran infligge altri anni di carcere alla Nobel per la Pace 2023 mentre mantiene la linea dura sugli oppositori e sui negoziati nucleari.

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Ancora una condanna, con il rischio di trascorrere molti altri anni dietro le sbarre. Dal sistema repressivo iraniano arriva un nuovo colpo contro una delle figure più note della dissidenza anti-regime: Narges Mohammadi, 53 anni, premio Nobel per la Pace e storica attivista per i diritti civili, in particolare quelli delle donne.

Secondo il suo avvocato Mostafa Nili, sono state emesse due nuove sentenze, rispettivamente a sei anni e a un anno e mezzo di carcere, non cumulative, per accuse di cospirazione e propaganda contro il sistema.

Arresto e condizioni di detenzione

Mohammadi ha appreso delle nuove decisioni mentre si trovava già in carcere da quasi due mesi. Era stata arrestata il 12 dicembre scorso durante una cerimonia commemorativa per l’attivista Khosrow Alikordi, morto in circostanze non chiarite, e trasferita nel carcere di Mashhad, seconda città dell’Iran. Non nella famigerata prigione di Evin, dove in passato aveva già trascorso lunghi periodi di detenzione prima di essere rilasciata per motivi di salute.

Un bilancio penale sempre più pesante

Le nuove condanne aggravano una situazione già estremamente grave. Secondo la Narges Foundation, Mohammadi ha ora a carico condanne complessive per 44 anni di carcere, dopo averne già scontati 17. Anche in caso di scarcerazione, le sarebbero imposte pesanti restrizioni: divieto di espatrio e obbligo di dimora per due anni a Khusf, località remota del Khorasan meridionale.

Preoccupazioni per la salute

A destare allarme è anche lo stato di salute dell’attivista, aggravato da uno sciopero della fame di sei giorni, iniziato il 2 febbraio e poi interrotto. “Per tre giorni è stata ricoverata in ospedale, ma poi riportata in carcere”, ha riferito il legale, auspicando una possibile libertà provvisoria su cauzione.

Pugno duro sugli oppositori

Nelle ultime ore l’agenzia Fars ha riportato l’arresto di tre esponenti dell’area riformista, tra cui Azar Mansouri, leader della coalizione del Fronte Riformatore, con accuse di “reati contro l’unità nazionale”.

Il fronte internazionale e il dossier nucleare

Parallelamente alla repressione interna, Teheran mantiene una linea dura anche sul piano internazionale. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che “nulla fermerà l’arricchimento nucleare dell’Iran, neppure in caso di guerra”, in vista di un nuovo round di colloqui con gli Stati Uniti.

Secondo il Jerusalem Post, funzionari della difesa israeliana hanno segnalato a Washington che il programma missilistico iraniano rappresenta una minaccia esistenziale. Un tema che il premier Benjamin Netanyahu intende ribadire durante l’incontro con Donald Trump previsto nei prossimi giorni.

Una repressione che non arretra

Il nuovo capitolo giudiziario contro Narges Mohammadi conferma la linea inflessibile del regime degli ayatollah: repressione interna senza concessioni e fermezza sui dossier più sensibili, mentre la comunità internazionale continua a osservare con crescente preoccupazione l’evoluzione della situazione in Iran.

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