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Serbia, tensione a Belgrado per proteste davanti Parlamento

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Tensione ieri sera a Belgrado quando numerosi manifestanti dell’opposizione partecipanti alla consueta manifestazione antigovernativa del sabato sera si sono ammassati davanti all’entrata del Parlamento, nel centro della capitale, scandendo slogan ostili ai deputati e al governo e minacciando di fare irruzione all’interno dell’edificio. A evitare che la situazione degenerasse e’ stato il servizio di sicurezza del Parlamento, che si e’ opposto alla pressione dei dimostranti, fra i quali vi era Bosko Obradovic, uno dei leader di ‘Alleanza per la Serbia’ il cartello che raggruppa gran parte delle forze di opposizione. Come riferiscono i media, almeno due dei dimostranti – uno dei quali lo stesso Obradovic – hanno cercato di infrangere i vetri dei portoni d’ingresso del Parlamento servendosi delle aste di bandiere della Serbia. ‘Ladri, ladri’, ‘Rivolta, rivolta’, ‘Vicic pederasta’, ‘E’ finita’ – hanno scandito a lungo i manifestanti. ‘Come abbiamo bussato alle porte del rettorato, cosi’ ora bussiamo alle porte del parlamento’, hanno gridato alcuni, alludendo all’occupazione del rettorato dell’Universita’ di Belgrado messa in atto nelle scorse settimane da un gruppo di giovani studenti oppositori, per chiedere le dimissioni del ministro delle finanze Sinisa Mali accusato di plagio per aver copiato a loro avviso buona parte della sua tesi di dottorato. Durante la protesta davanti al parlamento, la tensione e’ salita notevolmente e in tanti momenti si e’ temuto che la situazione potesse degenerare, con una possibile irruzione dei dimostranti all’interno dell’edificio. Il servizio di sicurezza ha evitato il peggio. Una dura condanna di tali atti intimidatori e antidemocratici e’ venuta in tarda serata dalla presidente del parlamento Maja Gojkovic. In precedenza il corteo dei manifestanti si era fermato davanti alla sede della tv pubblica Rts, protestando contro quella che viene ritenuta una ‘informazione di regime’ da parte dell’emittente nazionale. Da un anno ogni sabato sera migliaia di manifestanti manifestano a Belgrado contro la politica del governo e il presunto ‘autoritarismo’ del presidente Aleksandar Vucic, accusato di stretto controllo sui media. L’opposizione ha annunciato il boicottaggio delle elezioni previste in primavera, ritenendo che non vi siano in Serbia le condizioni per un voto libero e democratico.

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Weinstein prima degli stupri si iniettava farmaci anti-impotenza

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Sette anni fa, prima di stuprare una aspirante attrice in un hotel di Manhattan, Harvey Weinstein si inietto’ un farmaco ad azione rapida contro l’impotenza: lo ha riportato la rappresentante della procura di New York al processo contra l’ex produttore entrato nel vivo oggi a New York. L’episodio sarebbe avvenuto dopo circa un mese che Weinstein, allora 61enne, frequentava la donna, conosciuta a una festa a Los Angeles, ha detto la procuratrice Meghan Hast, secondo cui, via via che passava il tempo, l’ex capo di Miramax “diventava sempre piu’ esigente e violento”, fino all’incidente del 18 maggio 2013 al Double Tree Hotel di Midtown quando “decise che voleva di piu’ e se lo prese a forza”. Weinstein, secondo il resoconto della procura, entro’ nella stanza pretendendo che lei si spogliasse. Al suo rifiuto, divenne piu’ rumoroso e aggressivo, le salto’ addosso, levandole a forza i vestiti. Le ordino’ di andare a letto, ando’ in bagno e di ritorno le sali’ sopra e la violento'”. Dopo lo stupro, disgustata e sotto shock, la donna corse in bagno e trovo’ nel cestino una siringa: l’involucro scartato era quello di un farmaco contro il deficit di erezione.

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Hackeraggio dello smartphone di Bezos, “indagare sul principe saudita”

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Il cerchio si stringe sul principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, che rischia di ritrovarsi al centro di un’inchiesta internazionale per aver hackerato il telefono di Jeff Bezos, fondatore di Amazon nonche’ proprietario del Washington Post: il giornale dove scriveva come editorialista ed opinionista il dissidente di Riad Jamal Khashoggi, barbaramente assassinato nell’ottobre del 2018. A chiedere l’apertura di un’indagine da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi sono due esperti indipendenti dell’Onu che hanno gia’ indagato sul caso Khashoggi. E che in un nuovo rapporto confermano come bin Salman, tramite il suo account di WhatsApp, nel maggio del 2018 si sarebbe introdotto nello smartphone di Bezos permettendo il furto di massicce informazioni personali dell’uomo piu’ ricco del mondo.

Questo con l’intento “di influenzare, se non di mettere a tacere” le inchieste giornalistiche del Washington Post sul regime saudita, soprattutto le severe analisi anti-regime dell’ipercritico Khashoggi. Quest’ultimo sara’ ucciso cinque mesi dopo l’hackeraggio da un commando della morte nel consolato saudita di Istanbul. Agnes Callamard, inviata speciale dell’Onu per i diritti umani che da anni indaga sulla piaga delle esecuzioni sommarie, e David Kaye, inviato speciale dell’Onu per la liberta’ di espressione, per la prima volta legano esplicitamente l’operazione pirata nei confronti del telefono di Bezos con l’omicidio del giornalista saudita, chiedendo alla comunita’ internazionale di fare definitivamente chiarezza sull’intera vicenda. “L’inchiesta – scrivono – dovrebbe essere ampia e comprendere il continuo, diretto e personale coinvolgimento del principe ereditario saudita in tutti i tentativi di prendere di mira quelli che percepisce come suoi oppositori”. In particolare, spiegano Callamard e Kaye, “la circostanza e la tempistica dell’hackeraggio del telefono di Bezos, e dunque la sua sorveglianza, rafforzano la necessita’ di un’ulteriore indagine da parte degli Stati Uniti e di altre autorita’ sulle accuse” a bin Salman di “aver ordinato, incitato o almeno essere stato a conoscenza e di non aver non fermato la missione per uccidere Khashoggi”. Una richiesta che non puo’ non imbarazzare l’amministrazione Trump, finora decisamente indulgente verso chi comanda a Riad anche di fronte a un assassinio che ha indignato il mondo intero. Intanto l’Arabia Saudita torna a respingere ogni accusa, con l’ambasciata a Washington che su Twitter liquida come “assurde” le accuse mosse al principe ereditario, compresa quella di aver piratato il telefono del fondatore di Amazon.

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Libano ancora in fiamme nonostante il nuovo governo targato Hezbollah

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Una missione pressoche’ impossibile attende il nuovo governo libanese, guidato dal premier Hassan Diab, espressione dell’asse politico vicino agli Hezbollah vicini all’Iran: avviare riforme per rassicurare partner finanziari occidentali e arabi e al tempo stesso placare la crescente rabbia di una popolazione sofferente per la prolungata crisi economica. Che pero’ non sembra credere al nuovo corso, come dimostra l’ennesima e durissima contestazione di piazza. Il primo ministro oggi ha tenuto la prima urgente riunione del consiglio dei ministri, presieduta come e’ tradizione dal capo di Stato Michel Aoun, anche lui forte alleato degli Hezbollah. Il Libano, ha detto Diab, si trova di fronte a una “catastrofe” economica. Come governo, ha aggiunto, dobbiamo affrontare delle “sfide enormi”. Il suo esecutivo e’ formato da 20 ministri, tutti di prima nomina e di cui 6 sono donne. Ma al di la’ delle apparenze, il governo Diab e’ fortemente ancorato a parte di sigle politico-confessionali da decenni al potere. E che si dividono con gli altri partiti, ora all’opposizione, le responsabilita’ di aver portato il paese sull’orlo del default finanziario. Di fronte alle proteste popolari contro il carovita e la corruzione scoppiate a meta’ ottobre e gradualmente trasformatesi in un movimento massiccio di contestazione di tutto il sistema politico-clientelare, Diab ha assicurato che intende concentrarsi sulle questioni economiche piu’ urgenti.

Tra queste, gli analisti, ricordano che ci sono tre dossier impellenti: intervenire a difesa dei risparmiatori, colpiti dalle misure di “controllo dei capitali” decisi dalle banche da meta’ novembre nel contesto di crisi di liquidita’ del dollaro; stabilire un piano di ristrutturazione del mastodontico debito estero; sbloccare gli aiuti finanziari occidentali e arabi per dare ossigeno all’economia. Il presidente francese Emmanuel Macron, da Gerusalemme, ha affermato che la Francia fara’ “tutto il possibile per aiutare” il Libano nella crisi profonda che attraversa. Macron ha anche ricordato che bisogna rimanere “vigili” rispetto alla minaccia del “terrorismo”. Un riferimento che, espresso da Israele, suona come un avvertimento proprio agli Hezbollah filo-iraniani, arci-nemici dello Stato ebraico ma che guidano di fatto la coalizione a sostegno del neo-premier Diab. Nei giorni scorsi, prima che Diab annunciasse la nascita del nuovo esecutivo, il governo britannico aveva allargato le sanzioni economiche allo stesso Partito di Dio libanese. Il nuovo premier dovra’ quindi compiere la missione assai ardua di rassicurare la comunita’ internazionale occidentale e dei paesi arabi del Golfo, mandando segnali di apertura e distensione all’interno di un paese dove non si placa il movimento di protesta. Degenerato anche oggi in scontri con le forze dell’ordine, fuori dal Parlamento, perche’ i manifestanti considerano il nuovo governo una copia sbiadita di quelli precedenti.

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