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Cronache

Sequestrati botti illegali per una tonnellata e mezzo: già in vendita a Sant’Antimo

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Sarebbe davvero interessante capire con questi chiari di luna e tutti i divieti anti-Covid chi pensava di acquistare i fuochi d’artificio sequestrati dai finanzieri della Compagnia di Giugliano a Sant’Antimo, Napoli: si tratta di una tonnellata e mezzo  di botti illegali.

Una parte era già stata caricata su un’autovettura e pronta per essere “smerciata” sul mercato clandestino. Nello specifico si tratta di botti pirotecnici proibiti del tipo “CIPOLLE”, “RENDINI”, “MEZZE BOMBE” e “COBRA”, complessivamente circa 30.000 pezzi.Individuato e perquisito un deposito di circa 100m2 nella disponibilità dei due responsabili, in una zona densamente abitata e all’interno del quale i due avevano  immagazzinato i fuochi pirotecnici prodotti artigianalmente, e quindi altamente pericolosi. Nell’operazione i finanzieri In particolare, i finanzieri della Compagnia di Giugliano in Campania hanno tratto in arresto a Sant’Antimo un 43enne e un 42enne di Melito di Napoli.

Un’operazione avvenuta nell’ambito dell’intensificazione dell’attività di controllo economico del territorio in vista dell’approssimarsi delle festività natalizie, una vera e propria attività di commercio illegale di artifizi pirotecnici.

 Sequestrati anche 600 litri di gasolio di contrabbando che, attraverso un’improvvisata pompa erogatrice, veniva versato in recipienti da destinare all’autotrazione.

Nonostante le misure di contenimento connesse alla pandemia da Covid-19, infatti, non si ferma l’economia illecita a Napoli e provincia.

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Cronache

Rapporto Invalsi 2026, allarme matematica alle elementari: quattro bambini su dieci sotto il livello base

Il Rapporto Invalsi 2026 segnala un nuovo calo delle competenze matematiche nella scuola primaria: raggiunge almeno il livello base il 64% degli alunni di seconda e il 63% di quinta. Migliorano invece la dispersione scolastica, stimata al 7,3%, e i risultati degli studenti delle superiori.

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La scuola italiana riesce a trattenere più ragazzi nel sistema educativo, ma continua a mostrare una fragilità preoccupante negli apprendimenti di base. È il doppio volto restituito dal Rapporto Invalsi 2026: diminuiscono gli abbandoni e la dispersione implicita, mentre alle elementari peggiorano ancora i risultati in matematica.

In seconda primaria raggiunge almeno il livello base il 64% degli alunni, contro il 67% del 2025. In quinta la quota scende dal 66% al 63%. In entrambi i casi, dunque, quasi quattro bambini su dieci non dimostrano le competenze matematiche minime attese.

Il divario rispetto al periodo precedente al Covid

Il confronto storico mostra che la scuola primaria non è ancora riuscita a recuperare completamente quanto perso negli anni della pandemia. Prima del Covid, la quota degli alunni con risultati almeno adeguati superava il 70%.

Il presidente dell’Invalsi Roberto Ricci ha riconosciuto che non esiste ancora una spiegazione definitiva del mancato recupero. Una delle ipotesi è che, dopo lo choc delle chiusure e della didattica a distanza, i risultati si siano stabilizzati su livelli inferiori a quelli precedenti.

In Italiano il quadro è meno negativo: in seconda primaria la percentuale di bambini che raggiunge almeno il livello base sale dal 66% al 67%, mentre in quinta scende dal 75% al 73%. In Inglese i risultati restano invece sostanzialmente stabili e molto elevati.

La dispersione scende sotto l’obiettivo europeo

La notizia più positiva riguarda l’abbandono precoce degli studi. Nel 2025 la dispersione scolastica esplicita si è attestata all’8,2% e, secondo le stime Invalsi, potrebbe scendere al 7,3% nel 2026.

L’Italia avrebbe così già superato con largo anticipo l’obiettivo del 9% fissato dall’Unione europea per il 2030. Invalsi colloca il Paese tra quelli europei con i risultati migliori, su valori simili a Francia, Belgio e Paesi Bassi.

Dal 2019 al 2026 la quota dei giovani che arriva al diploma o a una qualifica professionale è passata dall’86,5% al 92,7%. Invalsi stima in circa 520mila il numero aggiuntivo di studenti rimasti nel sistema scolastico.

Cala anche la dispersione implicita

Migliora nettamente anche la cosiddetta dispersione implicita, che riguarda gli studenti capaci di completare il percorso scolastico senza però raggiungere livelli adeguati nelle competenze fondamentali.

La percentuale scende dall’8,7% del 2025 al 6,3% del 2026, il dato più basso dell’intera serie storica. Contemporaneamente, la quota degli studenti con risultati eccellenti cresce dal 12,3% al 13,1%.

Lo stesso Invalsi invita però a leggere con attenzione i risultati medi. La permanenza a scuola di ragazzi che in passato avrebbero abbandonato rende la popolazione studentesca più ampia ed eterogenea e aumenta la presenza di situazioni fragili. Una possibile flessione delle medie non corrisponde quindi necessariamente a un peggioramento dei percorsi individuali.

Valditara: «Oltre 520mila ragazzi recuperati»

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha salutato il calo degli abbandoni come uno dei risultati più importanti ottenuti negli ultimi anni.

Secondo il ministro, sono oltre 520mila i giovani che dal 2022 sarebbero stati recuperati al percorso scolastico, sottraendoli al rischio di esclusione sociale, lavoro irregolare e criminalità.

Valditara ha però richiamato l’attenzione sulle difficoltà nella scuola primaria e ha rilanciato la necessità di rafforzare grammatica, lettura, calcolo e uso della scrittura manuale, sintetizzando la propria posizione con la formula «più grammatica e meno tablet».

Meloni rivendica gli interventi del governo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha attribuito i progressi nella lotta alla dispersione agli strumenti introdotti negli ultimi anni, citando il docente tutor, Agenda Sud, il Piano Estate, il decreto Caivano e gli investimenti nelle materie scientifiche e digitali.

La premier ha riconosciuto la persistenza di fragilità nella scuola primaria e ha indicato nelle nuove Indicazioni nazionali lo strumento per rafforzare lettura, grammatica, sintassi e matematica.

I dati Invalsi parlano tuttavia di un quadro articolato, nel quale agli effetti delle politiche scolastiche si sommano fattori sociali, territoriali e demografici che richiederanno una valutazione nel medio periodo.

Alle medie arretra anche l’Italiano

Le difficoltà non riguardano soltanto le elementari. In terza media la quota degli studenti che raggiunge almeno il livello adeguato in Italiano scende dal 59% al 57%. In matematica passa dal 56% al 55%.

Restano invece molto positivi i risultati in Inglese: l’83% raggiunge il livello previsto nella comprensione scritta e il 70% in quella orale, con progressi consistenti rispetto all’inizio delle rilevazioni nel 2018.

Migliorano gli studenti dell’ultimo anno

All’ultimo anno delle superiori arrivano segnali più incoraggianti. In Italiano la percentuale di studenti che raggiunge almeno il livello adeguato sale dal 52% al 54%.

Anche in matematica i progressi più significativi arrivano dal Mezzogiorno: il Sud passa dal 40% al 45%, mentre Sud e Isole crescono dal 38% al 41%. Migliorano inoltre Inglese e competenze digitali, con risultati particolarmente solidi in diverse regioni settentrionali.

La sfida comincia nei primi anni di scuola

Il Rapporto Invalsi restituisce quindi una scuola più inclusiva e capace di ridurre gli abbandoni, ma ancora in difficoltà nel garantire a tutti competenze fondamentali solide.

Il dato sulla matematica nella scuola primaria è il segnale più allarmante perché riguarda bambini che si trovano all’inizio del percorso educativo. Recuperare queste lacune negli anni successivi diventa sempre più difficile e rischia di amplificare le disuguaglianze sociali e territoriali.

La riduzione della dispersione è un risultato rilevante. La sfida ora è evitare che restare più a lungo a scuola significhi soltanto conseguire un titolo, senza possedere gli strumenti necessari per comprendere un testo, effettuare un calcolo e affrontare consapevolmente gli studi e il lavoro.

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Cronache

Ponte Morandi, Possetti: «È crollata la cortina di fumo sulla verità»

Dopo la sentenza di primo grado sul crollo del ponte Morandi, Egle Possetti parla di «crollo della cortina di fumo sulla verità». Il Comitato dei familiari sottolinea le responsabilità riconosciute ai vertici privati e pubblici e chiede più controlli dello Stato sulle concessioni.

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Durante i quindici minuti impiegati dai giudici per leggere la sentenza sul crollo del ponte Morandi, i familiari delle vittime si sono tenuti per mano. Gli abbracci e le lacrime sono arrivati soltanto dopo, quando la tensione accumulata in quasi otto anni ha lasciato spazio alla consapevolezza di avere ottenuto una prima risposta giudiziaria.

«È il crollo della cortina di fumo che ha aleggiato sulla verità», ha dichiarato Egle Possetti, portavoce del Comitato ricordo vittime, durante la conferenza stampa organizzata dopo il verdetto.

«Non fu una tragedia, ma una strage»

Per Possetti, la sentenza individua responsabilità precise e respinge alcune delle ricostruzioni alternative emerse nel corso degli anni.

«Non è ancora il capolinea, ma è un punto fermo», ha spiegato, ricordando le ipotesi che avevano indicato tra le possibili cause del cedimento il peso delle bobine trasportate da un camion o persino un fulmine.

Il Comitato insiste anche sulle parole da utilizzare per raccontare quanto accaduto il 14 agosto 2018.

«Non è stato un dramma, non è stata una tragedia, è stata una strage», ha affermato Possetti riferendosi alla morte delle 43 persone coinvolte nel crollo.

La sentenza resta di primo grado e potrà essere impugnata. Per tutti gli imputati continua quindi a valere il principio di non colpevolezza fino a una decisione definitiva.

Le responsabilità dei controllori pubblici

Uno degli elementi considerati più importanti dai familiari è il riconoscimento di responsabilità anche nei confronti di figure appartenenti agli apparati pubblici incaricati della vigilanza.

Possetti ha richiamato in particolare il ruolo dei vertici del ministero delle Infrastrutture e del comitato che avrebbe dovuto valutare il progetto di retrofitting, cioè il rinforzo delle pile 9 e 10 del viadotto.

«Nessun controllore ha bloccato il manovratore», ha sintetizzato la portavoce.

Secondo il Comitato, la sentenza richiama direttamente lo Stato alla responsabilità di esercitare controlli effettivi sui concessionari ai quali vengono affidati beni e infrastrutture pubbliche.

Il ruolo dello Stato nelle concessioni

I familiari intendono continuare la propria battaglia anche al di fuori delle aule giudiziarie.

L’obiettivo è partecipare al dibattito sul sistema delle concessioni, sui poteri di vigilanza delle amministrazioni pubbliche e sulle responsabilità dei dirigenti delle grandi aziende.

«Lo Stato, che doveva controllare il concessionario, non lo ha fatto», ha dichiarato Possetti. Per il Comitato, quanto emerso dal processo deve tradursi in un rafforzamento strutturale della vigilanza, affinché tragedie simili non possano ripetersi.

La critica ai grandi manager

Possetti ha inoltre criticato quello che ha definito un tentativo di alcuni grandi dirigenti di autoassolversi o di proteggersi rispetto alle responsabilità connesse ai propri incarichi.

«Nessuno è obbligato a fare l’amministratore delegato di una grande azienda», ha osservato. A retribuzioni elevate e ruoli di grande prestigio, ha aggiunto, devono corrispondere anche oneri e responsabilità.

La portavoce ha citato la lettera sottoscritta da 250 top manager dopo la condanna di Mauro Moretti per il disastro ferroviario di Viareggio, giudicandola «inaccettabile».

I ringraziamenti del Comitato

Prima di entrare nel merito della sentenza, Possetti ha voluto ringraziare le persone che hanno accompagnato i familiari durante il lungo percorso processuale.

Un riconoscimento particolare è stato rivolto agli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino e al loro studio, elogiati per professionalità, dedizione e vicinanza umana.

Possetti ha ringraziato anche il consulente Paolo Rugarli, al quale ha attribuito importanti intuizioni tecniche che avrebbero contribuito ad arricchire l’impianto accusatorio.

Il ricordo del pm Terrile

Il Comitato ha espresso gratitudine alla Procura di Genova, al procuratore capo Nicola Piacente e ai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, che hanno seguito l’inchiesta e il processo.

Un applauso ha accompagnato il ricordo del magistrato Massimo Terrile, recentemente scomparso e impegnato nelle indagini sulla tragedia.

Ringraziamenti sono stati rivolti anche ai tecnici del Tribunale, ai periti, alla Guardia di finanza e alla stampa, con una menzione particolare per le testate locali che hanno seguito tutte le udienze.

«Un lavoro silenzioso tra documenti infiniti»

Possetti ha infine ringraziato il collegio giudicante composto da Paolo Lepri, Fulvio Polidori e Ferdinando Baldini, sottolineandone il lavoro «silente» su una mole enorme di documenti e testimonianze.

Un ultimo pensiero è andato alle istituzioni che, secondo il Comitato, sono rimaste vicine ai familiari durante questi anni.

La sentenza non chiude il processo e non cancella il dolore. Ma per chi ha perso una persona cara nel crollo, rappresenta la caduta di quella che Possetti definisce una lunga cortina di fumo e l’inizio di una verità giudiziaria destinata ora a confrontarsi con i successivi gradi di giudizio.

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Cronache

Rapina alla gioielleria del Merlata Bloom, presi sei uomini: recuperata tutta la refurtiva

Sei uomini sono stati fermati poco più di due ore dopo la rapina alla gioielleria “Gioielli di Valenza” del centro commerciale Merlata Bloom di Milano. Recuperata l’intera refurtiva, composta da preziosi per centinaia di migliaia di euro.

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È durata poco più di due ore la fuga della banda che ha assaltato la gioielleria “Gioielli di Valenza” all’interno del centro commerciale Merlata Bloom di Milano. Sei uomini di origine sudamericana sono stati fermati da Carabinieri e Polizia di Stato, che hanno recuperato l’intera refurtiva: gioielli per un valore stimato in centinaia di migliaia di euro.

Le posizioni dei fermati sono ora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Secondo la prima ricostruzione, quattro avrebbero partecipato direttamente all’irruzione, mentre altri due sarebbero rimasti all’esterno con il compito di controllare la zona e guidare le automobili utilizzate per la fuga.

L’assalto prima dell’apertura

I rapinatori sono entrati in azione nelle prime ore della mattina, prima della completa apertura del centro commerciale, quando all’interno della gioielleria erano presenti soltanto alcuni dipendenti.

Indossavano parrucche e mascherine ed erano armati di pistole, sulle quali saranno necessari accertamenti per stabilire se fossero vere oppure riproduzioni.

Dopo avere minacciato e strattonato i lavoratori, hanno utilizzato alcuni estintori per sfondare teche e vetrine. Prima di fuggire hanno anche disperso la polvere degli estintori nei locali, nel tentativo di generare confusione e rendere più difficile l’inseguimento.

Due persone soccorse

Un commesso di 29 anni, che accusava difficoltà respiratorie dopo avere inalato la sostanza, è stato trasportato dal personale del 118 in codice giallo all’ospedale Sacco.

Una donna di 37 anni ha invece riportato bruciore agli occhi, ma ha rifiutato il trasferimento in ospedale.

Le loro condizioni non risulterebbero gravi.

Il cambio d’auto durante la fuga

Dopo il colpo, la banda si è allontanata a bordo di una Mercedes. L’automobile è stata abbandonata poco distante dal centro commerciale e ritrovata dai Carabinieri.

I rapinatori sono quindi saliti su un secondo veicolo e si sono diretti verso un punto d’appoggio individuato in via Vespri Siciliani, nella zona sud-occidentale di Milano.

La fuga si è però conclusa rapidamente. Gli investigatori, che secondo quanto emerso stavano già seguendo alcuni componenti del gruppo, sono riusciti a ricostruirne gli spostamenti e a circondare il luogo nel quale si erano rifugiati.

Recuperati tutti i gioielli

Carabinieri e Polizia di Stato hanno bloccato i sei uomini e recuperato tutti i preziosi sottratti alla gioielleria.

Le indagini dovranno ora chiarire il ruolo attribuibile a ciascun fermato, la provenienza delle armi e l’eventuale coinvolgimento della banda in altri assalti analoghi compiuti tra Milano e il suo hinterland.

L’azione, organizzata per essere conclusa in pochi minuti, sembrava inizialmente riuscita. Ma il cambio di automobile e il rifugio scelto per dividersi il bottino non sono bastati: poco dopo il colpo, l’intero gruppo era già nelle mani delle forze dell’ordine.

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