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Salute
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West Nile, 84 casi e due morti in Italia: il virus circola in 47 province
Dall’inizio della sorveglianza stagionale al 28 luglio sono stati confermati in Italia 84 casi di infezione da West Nile Virus e due decessi. In 37 pazienti si è sviluppata la forma neuro-invasiva. La circolazione del virus è stata accertata in 47 province di 12 regioni.
Sono 84 i casi confermati di infezione da West Nile Virus segnalati in Italia dall’avvio della sorveglianza stagionale fino al 28 luglio 2026. Due persone sono morte.
I dati emergono dal bollettino della sorveglianza integrata, alimentato dalle Regioni attraverso la piattaforma gestita dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il ministero della Salute.
L’andamento epidemiologico viene considerato sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno: nello stesso periodo del 2025 erano stati registrati 89 casi, 40 dei quali nella forma neuro-invasiva.
Trentasei casi neuro-invasivi contratti in Italia
Degli 84 casi complessivamente notificati, 37 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva, quella più grave, che può provocare meningite, encefalite o paralisi.
Uno di questi casi risulta importato dalle Maldive. Gli altri sono riconducibili alla circolazione del virus sul territorio nazionale.
Sono invece 27 i pazienti che hanno sviluppato la febbre West Nile, mentre altri 20 casi sono rimasti asintomatici. Diciannove infezioni senza sintomi sono state individuate durante i controlli effettuati sui donatori di sangue.
I dati dei bollettini possono essere successivamente aggiornati dalle Regioni attraverso integrazioni o riclassificazioni dei casi.
Il virus individuato in 47 province
La circolazione del West Nile Virus è stata dimostrata in 47 province appartenenti a 12 regioni:
Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia e Sardegna.
La presenza del virus in una provincia non significa necessariamente che siano stati registrati casi umani. La sorveglianza comprende infatti anche controlli su zanzare, uccelli, cavalli, donatori di sangue e pazienti con sintomi compatibili.
Il sistema italiano è basato sull’integrazione tra sorveglianza umana, veterinaria ed entomologica, con misure specifiche anche per la sicurezza delle trasfusioni e dei trapianti.
Otto infezioni su dieci non provocano sintomi
Nella maggior parte delle persone l’infezione passa inosservata.
Secondo l’ISS, circa l’80 per cento dei contagi è asintomatico. Una parte dei pazienti può sviluppare una sindrome simil-influenzale con febbre, mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, nausea ed eruzione cutanea.
Le forme neurologiche gravi sono più rare, ma il rischio aumenta soprattutto negli anziani, nelle persone immunodepresse e nei pazienti affetti da patologie croniche.
La presenza di 37 forme neuro-invasive sugli 84 casi individuati non significa che quasi la metà di tutte le infezioni provochi conseguenze neurologiche. I casi lievi o privi di sintomi vengono infatti diagnosticati molto meno frequentemente rispetto a quelli che richiedono il ricovero.
Il contagio avviene attraverso le zanzare
La malattia non si trasmette normalmente da una persona all’altra.
Il virus viene diffuso principalmente attraverso la puntura delle zanzare comuni del genere Culex. Il ciclo naturale coinvolge soprattutto gli uccelli selvatici, che funzionano da serbatoio del virus, e le zanzare che possono successivamente trasmetterlo agli esseri umani e ai cavalli.
L’uomo viene considerato un ospite accidentale: la quantità di virus presente nel sangue è generalmente insufficiente per infettare una nuova zanzara e alimentare ulteriormente la catena di trasmissione.
Possibili trasmissioni attraverso sangue, organi o tessuti vengono contrastate con controlli mirati sui donatori e con le misure adottate dalle reti trasfusionali e dei trapianti.
Come proteggersi dalle punture
Non esiste al momento un vaccino contro il West Nile Virus destinato all’uomo. La prevenzione consiste soprattutto nel ridurre il contatto con le zanzare.
L’ISS raccomanda di utilizzare repellenti cutanei, indossare abiti che coprano braccia e gambe nelle ore serali, installare zanzariere e limitare i ristagni d’acqua nei quali gli insetti possono deporre le uova.
È utile svuotare regolarmente sottovasi, secchi, annaffiatoi e contenitori lasciati all’aperto, mantenere pulite le grondaie e cambiare spesso l’acqua destinata agli animali domestici.
Quando rivolgersi al medico
Gli esperti invitano a contattare il proprio medico in presenza di febbre superiore ai 38 gradi accompagnata da eruzione cutanea, soprattutto dopo numerose punture di zanzara o se si vive in una zona in cui è stata accertata la circolazione del virus.
Serve una valutazione tempestiva anche in caso di forte mal di testa, rigidità del collo, confusione, tremori, debolezza muscolare o difficoltà nei movimenti.
Questi sintomi non indicano automaticamente un’infezione da West Nile, ma possono richiedere accertamenti, soprattutto nei soggetti più fragili.
Sorveglianza alta, ma nessun allarme generalizzato
Il West Nile Virus circola stabilmente in Italia da diversi anni e i casi tendono ad aumentare durante l’estate e all’inizio dell’autunno, quando cresce la presenza delle zanzare.
Il confronto con il 2025 indica, almeno fino al 28 luglio, una situazione epidemiologica simile a quella della stagione precedente. Questo non elimina il rischio, ma non giustifica neppure un allarme generalizzato.
La strategia resta quella della sorveglianza continua, della protezione delle persone più vulnerabili e della prevenzione delle punture. Il bollettino nazionale viene aggiornato periodicamente sulla base delle segnalazioni trasmesse dalle Regioni.
In Evidenza
Nel nostro Dna le tracce di antenati “fantasma”: nuovi incroci riscrivono l’evoluzione umana
Una nuova tecnica computazionale ha individuato nel genoma degli esseri umani moderni tracce ereditate da popolazioni arcaiche finora sconosciute. Una di queste si sarebbe incrociata con Homo sapiens prima dell’ultima grande migrazione fuori dall’Africa.
Dentro il genoma umano sopravvivono frammenti di Dna appartenuti a popolazioni arcaiche delle quali non possediamo fossili genetici né un’identità precisa. Sono gli antenati “fantasma” che si sarebbero incrociati con Homo sapiens decine di migliaia di anni fa, lasciando un’eredità ancora presente negli esseri umani moderni.
A individuarne le tracce è uno studio coordinato dall’Università della California a Berkeley, pubblicato sulla rivista Science. I risultati mostrano che l’albero dell’evoluzione umana somiglia sempre meno a una successione ordinata di rami separati e sempre più a una rete fatta di divisioni, migrazioni e ripetuti incroci.
Un metodo cerca antenati senza averne il Dna
La scoperta è stata possibile grazie a una nuova tecnica computazionale chiamata TRACE, acronimo di TRacking Archaic Contributions via ARG Estimation.
Il metodo consente di individuare segmenti di ascendenza arcaica analizzando esclusivamente i genomi di persone viventi, senza avere bisogno di confrontarli direttamente con il Dna estratto dai resti di Neanderthal, Denisoviani o altri ominidi.
TRACE ricostruisce le relazioni genealogiche tra diverse porzioni del genoma attraverso i cosiddetti grafi ancestrali di ricombinazione. In questo modo riesce a riconoscere frammenti che sembrano provenire da popolazioni separate molto tempo fa dalla linea degli esseri umani moderni. Il software e le procedure di analisi sono stati resi disponibili dai ricercatori anche in un archivio pubblico.
La prova con Neanderthal e Denisoviani
Prima di andare alla ricerca di popolazioni sconosciute, gli studiosi hanno verificato l’affidabilità del metodo attraverso simulazioni e dati genetici già conosciuti.
TRACE è riuscito a recuperare le tracce di ascendenza neandertaliana e denisoviana presenti nei genomi moderni, anche senza utilizzare come riferimento diretto le sequenze fossili di quelle popolazioni.
La tecnica è stata quindi applicata a genomi ad alta copertura provenienti da popolazioni di diverse aree del mondo, compresi quelli raccolti dal progetto internazionale 1000 Genomes.
Una volta riconosciuti correttamente i contributi già noti, il sistema ha individuato segmenti genetici che non potevano essere attribuiti né ai Neanderthal né ai Denisoviani.
L’incontro prima dell’uscita dall’Africa
Uno dei risultati più rilevanti riguarda una popolazione arcaica sconosciuta che si sarebbe incrociata con gli antenati di Homo sapiens più di 50 mila anni fa.
L’incontro sarebbe avvenuto prima della più recente grande espansione degli esseri umani moderni dall’Africa verso l’Europa e l’Asia. Questo spiegherebbe perché tracce di quella popolazione siano presenti, con proporzioni differenti, in gruppi umani distribuiti in diverse regioni del pianeta.
Secondo le stime dei ricercatori, i frammenti ereditati da questo antenato “fantasma” rappresenterebbero complessivamente circa l’un per cento del genoma umano moderno. Una quota paragonabile, per ordine di grandezza, al contributo neandertaliano osservato in numerose popolazioni non africane.
Non significa che ogni individuo possieda esattamente lo stesso uno per cento di Dna arcaico: i segmenti variano tra popolazioni e persone e, sommati su scala globale, permettono di ricostruire una componente ancestrale più ampia.
Un ramo separato circa 800 mila anni fa
La popolazione sconosciuta si sarebbe separata dalla linea evolutiva degli esseri umani moderni circa 800 mila anni fa.
La datazione la colloca in una fase vicina a quella in cui si differenziarono anche gli antenati dei Neanderthal e dei Denisoviani. Non è però possibile, sulla base dei soli dati genetici, assegnarle con certezza un nome o collegarla a una specifica specie fossile.
L’espressione “antenato fantasma” non indica quindi una creatura misteriosa o soprannaturale. È il termine utilizzato dai genetisti per descrivere una popolazione la cui esistenza viene dedotta dai frammenti di Dna lasciati nei discendenti, pur non disponendo del suo genoma diretto.
Una storia meno lineare di quanto immaginato
Per molto tempo l’evoluzione umana è stata rappresentata come una sequenza relativamente lineare: specie più antiche sostituite da popolazioni progressivamente più moderne, fino all’affermazione di Homo sapiens.
Le scoperte degli ultimi decenni hanno modificato profondamente questo scenario. Il sequenziamento del Dna antico ha dimostrato che gli esseri umani moderni si incrociarono con i Neanderthal e con i Denisoviani e che questi incontri lasciarono conseguenze genetiche durature.
Il nuovo studio suggerisce che gli episodi di mescolamento siano stati ancora più numerosi e abbiano coinvolto gruppi dei quali non è stato ancora recuperato alcun genoma fossile.
Il nostro patrimonio genetico appare così come il risultato di una lunga storia di separazioni e ricongiungimenti, più simile a una rete intrecciata che a un albero formato da rami indipendenti.
In Oceania l’eredità di un antenato ancora più antico
Un secondo risultato riguarda le popolazioni dell’Oceania.
Nei loro genomi i ricercatori hanno individuato tracce di un lignaggio definito “super-arcaico”, separatosi dalla linea degli esseri umani moderni oltre un milione di anni fa.
Questo contributo non sarebbe arrivato direttamente a Homo sapiens. La popolazione super-arcaica si sarebbe prima incrociata con i Denisoviani, che avrebbero successivamente trasmesso quei frammenti genetici agli antenati degli abitanti dell’Oceania.
Il risultato evidenzia una sorta di eredità a più passaggi: segmenti di Dna provenienti da un lignaggio antichissimo sarebbero entrati nel genoma denisoviano e, attraverso successivi incroci, sarebbero giunti fino alle popolazioni umane contemporanee.
«La scoperta dell’antenato super-arcaico è particolarmente entusiasmante perché rivela contributi genetici da una linea evolutiva umana vissuta oltre un milione di anni fa, nonostante l’assenza di sequenze di Dna di quella popolazione», spiega Arjun Biddanda, co-primo autore dello studio.
Tracce genetiche, non fossili identificati
Le conclusioni dello studio si basano su inferenze statistiche ricavate dai genomi moderni. I ricercatori non hanno scoperto il fossile di una nuova specie né sequenziato direttamente il Dna degli antenati “fantasma”.
TRACE identifica segmenti che, per antichità e struttura genealogica, risultano compatibili con un’origine arcaica. L’attribuzione a popolazioni sconosciute deriva dal fatto che quei frammenti non coincidono con le sequenze finora disponibili di Neanderthal e Denisoviani.
Saranno necessari ulteriori studi, nuovi campioni di Dna antico e confronti con reperti fossili per comprendere chi fossero realmente queste popolazioni e dove vivessero.
Il genoma come archivio della preistoria
La ricerca dimostra però che anche in assenza di resti fossili ben conservati il genoma degli esseri umani viventi può funzionare come un archivio della preistoria.
Ogni segmento ereditato conserva una parte delle migrazioni, degli incontri e degli incroci avvenuti nel corso di centinaia di migliaia di anni.
Grazie a metodi come TRACE, gli scienziati possono cercare queste impronte senza dipendere esclusivamente dai rarissimi campioni di Dna antico, che si conservano soprattutto in ambienti freddi e asciutti e sono molto più difficili da recuperare nelle regioni tropicali.
Il quadro che emerge è quello di un’umanità nata non da una sola linea isolata, ma dall’incontro ripetuto tra popolazioni diverse. Alcune hanno un nome, come Neanderthal e Denisova. Altre continuano a vivere soltanto nelle tracce invisibili lasciate dentro il nostro Dna.


