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Politica

Schlein-Conte, il campo largo litiga sul leader: primarie o conta dei voti

Elly Schlein invita il centrosinistra a smettere di discutere di leadership, mentre Giuseppe Conte chiede al Pd chiarezza sulle primarie. I democratici vogliono prima conoscere la nuova legge elettorale. Sullo sfondo resta il nome della sindaca di Genova Silvia Salis come possibile terza figura nella corsa alla guida della coalizione.

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Prima il programma o prima il leader? E soprattutto: chi sfiderà Giorgia Meloni alle prossime elezioni politiche? Il campo largo entra nel settembre decisivo con il nodo della leadership ancora irrisolto e con Pd e Movimento 5 Stelle che continuano a mandarsi messaggi a distanza.

A Genova Elly Schlein arriva alla Festa dell’Unità insieme alla sindaca Silvia Salis. Foto, sorrisi e poi le due sedute una accanto all’altra. Un’immagine significativa proprio mentre il nome della sindaca di Genova continua a circolare come possibile alternativa nella futura corsa alla guida del centrosinistra.

Schlein, però, prova a spostare il confronto lontano dal toto-leader. «Suggerisco di smettere di parlare di noi», dice la segretaria del Pd, replicando indirettamente a Giuseppe Conte, che appena ventiquattro ore prima aveva chiesto ai democratici di fare chiarezza sulle primarie.

Il bersaglio indicato dalla leader dem resta il governo. Schlein parla di una maggioranza «in pezzi», richiama le divisioni sugli extraprofitti, le tensioni interne alla Lega, la competizione a destra e lo scontro sulla legge elettorale. «Chi si occupa dei problemi degli italiani? Nessuno», attacca.

Ma il problema della leadership resta sul tavolo. Conte chiede «lealtà» agli alleati: se il Pd non vuole utilizzare le primarie per scegliere il candidato premier, sostiene il presidente del M5S, deve dirlo apertamente.

Al Nazareno il ragionamento è diverso. Prima bisogna conoscere la legge elettorale con la quale si andrà al voto. Se le nuove regole imponessero alle coalizioni di indicare preventivamente il candidato alla presidenza del Consiglio, le primarie diventerebbero difficilmente evitabili. In caso contrario potrebbe restare in piedi l’ipotesi di affidare la leadership al capo del partito che otterrà più voti.

Una soluzione che Conte non considera accettabile. Per il leader pentastellato, il primo partito della coalizione non può automaticamente conquistare la guida dell’intero schieramento, relegando gli alleati al ruolo di semplici «cespugli».

Nel Pd c’è chi ritiene prematuro discutere per settimane di candidati senza sapere nemmeno quali saranno le regole elettorali. Igor Taruffi, responsabile organizzazione dei democratici, invita a guardare agli elettori: il centrosinistra, sostiene, non deve avere paura di chiamare il proprio popolo a scegliere il leader qualora fosse necessario.

Nel Movimento 5 Stelle, invece, cresce la convinzione che contro Meloni servirà comunque un candidato riconoscibile. Presentarsi alla campagna elettorale senza un volto capace di rappresentare l’alternativa viene considerato un rischio.

Intanto Conte prova ad allargare il confronto ai contenuti. Il 19 e 20 settembre a Milano, il M5S tirerà le fila del percorso avviato con Nova per costruire una propria piattaforma politica. Il leader pentastellato interviene anche sulla sicurezza e sull’immigrazione, sostenendo la necessità di integrazione, investimenti e corridoi umanitari ma avvertendo che i costi sociali dell’immigrazione non possono essere scaricati sulle fasce popolari.

Genova diventa così una sorta di laboratorio nazionale. È la città dove il campo largo ha mostrato di poter funzionare elettoralmente e adesso ospita, a distanza ravvicinata, alcuni dei suoi principali protagonisti.

Dopo Schlein e Salis arriverà Giuseppe Conte, che dialogherà con Andrea Orlando. Una scelta non casuale: l’ex ministro è stato tra i principali artefici dell’alleanza larga in Liguria e mantiene da anni un rapporto politico con il presidente del M5S.

Sul fondo resta Silvia Salis. La sindaca continua a respingere la rappresentazione che la vorrebbe già candidata alla leadership nazionale, ma inevitabilmente ogni sua apparizione accanto ai vertici del centrosinistra viene letta anche attraverso questa lente.

Settembre offrirà molte altre occasioni di confronto: Bologna, la festa di Avs a Roma con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni e poi la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia.

Il campo largo, insomma, prova a costruire l’alternativa. Ma resta ancora da sciogliere la questione politicamente più delicata: primarie, leadership affidata al partito più votato o un terzo nome capace di mettere tutti d’accordo?

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Politica

Legge elettorale, scontro nel centrodestra: FdI valuta le preferenze, Forza Italia avverte gli alleati

Scontro nella maggioranza sulla riforma elettorale. FdI valuta gli emendamenti del Pd sulle preferenze, mentre Forza Italia richiama gli alleati alla lealtà. Resta aperto il nodo dei partiti sotto soglia.

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eLa riforma della legge elettorale si trasforma in un nuovo terreno di scontro nel centrodestra. Nel giorno dell’approdo del provvedimento nell’Aula del Senato, le distanze tra Fratelli d’Italia e Forza Italia emergono sul tema delle preferenze.

Secondo indiscrezioni parlamentari, FdI starebbe valutando il sostegno ad alcuni emendamenti del Partito democratico che propongono l’attribuzione di tutti i seggi attraverso le preferenze. Una scelta che romperebbe l’accordo raggiunto nella maggioranza e sulla quale Forza Italia ha immediatamente richiamato gli alleati alla lealtà.

Forza Italia avverte FdI

«Forza Italia voterà convintamente l’emendamento sulle preferenze presentato dalla maggioranza», fanno sapere fonti azzurre. «Confidiamo nella serietà e nella lealtà degli alleati rispetto agli accordi raggiunti, certi che nessuno intenda aprire un problema politico nella coalizione».

Il Pd prova intanto ad alimentare le divisioni. «FdI terrà la schiena dritta e voterà i nostri emendamenti?», ha chiesto in Aula il senatore democratico Dario Parrini, firmatario di una delle proposte sulle preferenze insieme a Nicola Irto.

La Lega non sembra disponibile a riaprire il confronto. Per Matteo Salvini «il testo va bene così com’è». Più prudente il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, secondo il quale la questione sarà affrontata dai capigruppo.

Premio di maggioranza confermato al 42%

La riunione dei tecnici del centrodestra ha confermato al 42% la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza. Non è passato, dunque, l’emendamento di Fratelli d’Italia che proponeva di abbassarla al 41%.

La maggioranza continua però a modificare il testo mentre accelera sul calendario: l’approdo nell’Aula della Camera sarebbe già previsto per la fine di settembre.

Tramonta il ballottaggio

Esce definitivamente di scena l’ipotesi del ballottaggio. Il senatore di FdI Marcello Pera ha ritirato il proprio emendamento dopo aver constatato la contrarietà di circa 200 colleghi.

«Non farò il Pierino», ha detto Pera, definendo tuttavia il mancato confronto sul ballottaggio «un’occasione persa».

Il nodo dei partiti sotto soglia

Resta irrisolta la cosiddetta norma anti-cespugli, che riguarda i voti ottenuti dai partiti coalizzati rimasti sotto la soglia di sbarramento.

Le ipotesi in discussione sono tre: escludere dal calcolo per il premio i partiti sotto il 2%, mantenere il limite dell’1% previsto dal Rosatellum oppure conteggiare tutti i voti. Quest’ultima soluzione sarebbe sostenuta da FdI, mentre Lega e Forza Italia manterrebbero alcune riserve.

Secondo quanto riferito in ambienti parlamentari, anche il Quirinale avrebbe posto attenzione sulla norma. Escludere alcuni voti dal calcolo del premio di maggioranza potrebbe infatti determinare un risultato non pienamente corrispondente alla volontà espressa dagli elettori. Diversa è invece la loro esclusione dalla successiva attribuzione dei seggi.

Tra preferenze, soglie e premio di maggioranza, il centrodestra accelera sui tempi ma non ha ancora raggiunto un’intesa definitiva sul nuovo sistema elettorale.

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In Evidenza

Ranucci: «Non mi candido, do più fastidio a Report. Mi batterò per tornare»

Sigfrido Ranucci esclude una candidatura politica e annuncia un ricorso per tornare a Report. Fratelli d’Italia rilancia accuse basate su presunti contatti riservati, smentiti dal giornalista e dai legali di Lavitola. La Procura prepara la richiesta di estradizione di Gomes Tavares.

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«In politica non mi candido, perché do più fastidio come conduttore di Report». Sigfrido Ranucci respinge ancora una volta l’ipotesi di un suo ingresso diretto nella politica e annuncia battaglia per tornare alla guida della trasmissione d’inchiesta della Rai.

Il giornalista ha parlato alla festa di Alleanza Verdi e Sinistra, durante una delle tappe del tour di presentazione del suo libro Il ritorno della casta.

«Mi batterò fino all’ultimo», ha assicurato, sostenendo che esistano «possibilità di reintegro» attraverso il ricorso che il suo legale starebbe preparando. Poi ha aggiunto: «Se non riuscirò a farlo, farò un’altra cosa da un’altra parte».

Le accuse politiche di Fratelli d’Italia

La polemica intorno al giornalista non si placa. La vicepresidente del gruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Antonella Zedda, accusa Ranucci di avere condotto per mesi una «campagna di vittimismo mediatico» e di avere utilizzato l’attentato subito per gettare discredito sul partito, evocando presunti «climi d’odio e matrici politiche».

Ancora più pesanti le dichiarazioni del vicecapogruppo di FdI alla Camera Stefano Maullu, secondo il quale starebbero emergendo particolari relativi a presunti canali riservati di comunicazione tra persone vicine a Ranucci e a Valter Lavitola.

Maullu sostiene inoltre che vi sarebbe stata una lunga telefonata su Signal durante la quale sarebbero state concordate versioni comuni e possibili alibi. Si tratta di affermazioni politiche basate su indiscrezioni il cui contenuto non risulta, allo stato, confermato ufficialmente dagli inquirenti.

Ranucci smentisce: «Non esiste alcuna chat»

La replica del giornalista è stata immediata e netta: «Non c’è nessuna chat, sono tutte cazzate».

La smentita riguarda in particolare le indiscrezioni sull’esistenza di conversazioni tra Laura Cianfoni e Natalia Potenza, compagna di Lavitola.

Anche gli avvocati Sergio e Arturo Cola, difensori dell’ex faccendiere accusato di essere il mandante dell’attentato, hanno definito «assolutamente falsa» la ricostruzione. I legali sostengono di avere conosciuto il contenuto dell’ordinanza soltanto al momento del deposito degli atti del procedimento.

Le differenti versioni dovranno essere verificate sulla base degli atti investigativi. Nei confronti di tutte le persone coinvolte vale la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

La Procura prepara la richiesta di estradizione

Sul fronte giudiziario, la Procura di Roma si prepara a chiedere l’estradizione di Gomes Tavares, cittadino camerunense attualmente ricercato in Africa.

Secondo l’accusa, Tavares avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato. I pubblici ministeri stanno completando la traduzione in francese degli atti, necessaria per trasmettere una rogatoria internazionale propedeutica alla richiesta di estradizione.

Per il momento non è prevista la convocazione in Procura di Natalia Potenza, che si è dichiarata disponibile a riferire quanto a sua conoscenza. A piazzale Clodio non sarebbe stata depositata alcuna memoria né una formale richiesta di audizione. Nessuna convocazione risulta calendarizzata neppure per Laura Cianfoni.

Il M5s chiede un’informativa sulla Rai

La vicenda è arrivata anche alla Camera. Il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto ha chiesto un’informativa urgente al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sulla presunta violazione del contratto di servizio della Rai, che prevede la tutela del giornalismo d’inchiesta.

«Una cosa è criticare una trasmissione, altra cosa è usare il potere politico e mediatico per colpire chi fa giornalismo d’inchiesta», ha dichiarato Carotenuto.

Il futuro professionale di Ranucci si intreccia così con l’indagine sull’attentato e con uno scontro politico sempre più acceso. Il giornalista, però, esclude la candidatura e indica la sua priorità: tentare di tornare a Report.

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Politica

Forza Italia, Martusciello eletto segretario in Campania. I dissidenti annunciano ricorso

Fulvio Martusciello è stato eletto a larga maggioranza segretario regionale di Forza Italia in Campania. Punta a superare il Pd, mentre i dissidenti annunciano un ricorso contro le procedure congressuali. Siparietto finale con un test antidroga eseguito sul palco.

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Tutto secondo le previsioni. Fulvio Martusciello, coordinatore campano di Forza Italia dal 2022, è stato eletto a larga maggioranza segretario regionale durante il primo congresso del partito in Campania. Ma l’appuntamento non chiude la frattura interna: il gruppo dei dissidenti ha annunciato un ricorso al Collegio nazionale dei probiviri.

I contestatori avevano chiesto la sospensione dei lavori congressuali, facendo mettere a verbale l’istanza che non è stata accolta. La fronda è guidata dai parlamentari Pino Bicchielli, Annarita Patriarca e Raffaele De Rosa, insieme al consigliere regionale Livio Petitto.

Martusciello: «Vogliamo superare il Pd»

Napoletano, 58 anni, in Forza Italia dalla sua fondazione ed eurodeputato dal 2014, Martusciello ha indicato un obiettivo ambizioso: trasformare il partito nella prima forza politica della Campania.

«Vogliamo continuare a guidare il centrodestra in Campania e diventare il primo partito della regione», ha dichiarato. «La sfida che lanciamo oggi è superare il Partito democratico alle prossime elezioni politiche, consentendo al centro di tornare protagonista».

Il nuovo segretario regionale parte dalle quasi 100mila preferenze raccolte alle ultime elezioni europee e punta a consolidare la Campania come una delle principali roccaforti nazionali di Forza Italia.

La risposta ai contestatori

Alle accuse sulle procedure congressuali Martusciello ha risposto rivendicando il consenso degli iscritti.

«Nel 2022 fui scelto da Silvio Berlusconi, oggi sono stato scelto dagli iscritti di Forza Italia: da oltre 2.200 ragazzi, 4.600 donne e 490 amministratori locali. È una grandissima responsabilità».

Il ricorso annunciato dai dissidenti lascia tuttavia aperto il confronto sulla regolarità del congresso. Sarà il Collegio nazionale dei probiviri a esaminare le contestazioni e a pronunciarsi sulle procedure adottate.

Tajani: «La classe dirigente sia scelta dagli iscritti»

Il segretario nazionale Antonio Tajani, intervenuto in collegamento dal Brasile, ha difeso il modello congressuale.

«Credo fortemente in un partito aperto, nel quale la classe dirigente venga scelta dagli iscritti», ha affermato. «Non può esserci un partito dove non esiste la democrazia. Ci si confronta e si fa sintesi per raggiungere gli obiettivi che abbiamo di fronte, primo fra tutti la vittoria alle prossime elezioni politiche».

In sala erano presenti le delegazioni di diversi partiti, il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.

Il test antidroga sul palco

A stemperare il clima è stato il garante campano delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, che sul palco ha estratto un test salivare antidroga e ha proposto a Martusciello di sottoporvisi.

Il neo segretario ha accettato senza esitazioni. Il risultato è stato negativo e la platea ha applaudito. Martusciello ha quindi indicato i militanti e concluso con una battuta: «Sono loro la mia droga».

La prova più impegnativa comincia però adesso: tenere unito il partito, gestire il ricorso dei dissidenti e trasformare le ambizioni annunciate al congresso in consenso elettorale.

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