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Schlein: chi lascia il Pd oggi sbagliò partito. Ma Bonaccini non ci sta
Per il Pd è un settembre turbolento. L’uscita dal partito di una trentina di esponenti liguri, passati nelle file di Azione, ha il sapore di un fatto che va oltre la regione. Stefano Bonaccini, presidente dem e leader dell’area riformista, ora minoranza nel partito, in un’intervista al Domani avverte: “Sbaglia chi lascia, ma si torni subito a una vocazione maggioritaria. Un Pd piccolo e radicale non serve”. Parole rivolte alla segretaria Elly Schlein. Che però non fa passi indietro: “C’è un’agenda che unisce le varie sensibilità del Pd – ribatte lei alla festa de Il Fatto Quotidiano – Credo che sia sempre un dispiacere quando qualcuno decide di andare via, ma se qualcuno può non sentirsi a casa in un Pd che si batte per l’ambiente, i diritti e il lavoro di qualità, allora forse l’indirizzo lo aveva sbagliato prima”. Che se non è un muro contro muro, nemmeno è una mano tesa. E infatti Piero Fassino la critica: “Voglio sperare che le parole di Elly Schlein siano andate al di là dei suoi reali convincimenti.
Ci si rallegra di chi arriva, non di chi parte”. L’avvicinarsi delle europee del 2024 non aiuta. Come per ogni elezione, ci sono da temperare tensioni, aspirazioni, ambizioni e attese, di persone e di correnti. Per esempio, Bonaccini è in pole per una candidatura, ma il mandato da governatore scade nel 2025 e se ci fosse la possibilità di un terzo round chissà. Governatori Pd che spingono per una proroga non mancano, come quello campano Vincenzo De Luca. La segretaria però non sembra troppo per la quale. “Attualmente non è previsto dalla legge – dice Schlein – e non abbiamo notizie che la maggioranza voglia andare in quella direzione. Nel Pd c’è una discussione interna, la affronteremo”. E dopo le europee ci sarà da affrontare la questione delle alleanze. Alla festa nazionale dell’Unità, a Ravenna, la serata è dedicata a un confronto fra Bonaccini e Giuseppe Conte.
Il governatore ritiene che un’intesa con i Cinque stelle servirà, ma è sempre apparso molto più tiepido di Schlein. E, soprattutto, non vuole abbandonare la prospettiva di un accordo col Terzo polo, o con ciò che resta del Terzo polo. Anche Conte non chiude a un’intesa col Pd, ma va coi piedi di piombo: “Non abbiamo un’alleanza organica con nessuna forza politica, contano i valori e l’agenda che di volta in volta si mettono in campo per trovare la convergenza”. Intanto – è il mantra che ripetono tutti – bisogna trovare temi per un’azione comune in Parlamento, come già è stato con la proposta di legge sul salario minimo.
Il prossimo passo lo annuncia Schlein: “Proviamo a farlo sulla sanità”, con la richiesta di un aumento dei fondi nazionali e di togliere il tetto alle assunzioni. Se per Conte la festa nazionale dell’Unità è una prova del fuoco con il pubblico Pd, per Schlein c’è quella con la platea de Il Fatto Quotidiano, molto in sintonia col Movimento cinque stelle. Schlein strappa appalusi quando difende il superbonus: “Il governo quando si trova in difficoltà si cerca un nemico, credo che il superbonus fosse utile alla ripresa, è chiaro, forse avremmo potuto migliorarne alcuni aspetti”. Ma quando parla di Ucraina il pubblico rumoreggia forte: “Non ho cambiato idea – ribadisce la segretaria Pd – Quando è partita l’invasione criminale di Putin ho capito che non avremmo potuto non sostenere anche militarmente quel popolo invaso. Lo so che ci dividiamo su questo”. Più che a chi sta fuori, però, Schlein ora fa attenzione a chi è dentro il Pd. La segretaria non fa concessioni: “La partecipazione alle primarie è stata il segnale di un partito vitale – avverte – tutt’altro che morto, e di un elettorato che aveva una aspettativa di cambiamento, che incontra sempre delle resistenze. Ma se il Pd avesse fatto bene fino a quel momento, una come me non avrebbe mai vinto, quindi c’era una forte spinta dalla base che chiedeva di ritrovare un’identità chiara”.
Economia
Fisco, Agenzia delle Entrate punta sull’adempimento collaborativo: “Assunti 300 funzionari”
Il direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone annuncia l’assunzione di 300 funzionari dedicati all’adempimento collaborativo. Il sistema di cooperative compliance, nato per le multinazionali, viene ora esteso anche ad altri contribuenti, con Milano e Roma al centro del nuovo modello operativo del fisco italiano.
Economia
Leonardo, Roberto Cingolani lascia: accordo consensuale e indennità da oltre 4,4 milioni
Nel comunicato finale, Leonardo ringrazia Roberto Cingolani “per il prezioso contributo fornito alla crescita del Gruppo” e gli rivolge “i migliori auguri” per il futuro professionale.
Leonardo ha comunicato ufficialmente la cessazione dell’incarico del professor Roberto Cingolani come amministratore delegato e direttore generale del gruppo.
Il mandato si è concluso dopo tre anni, dal 9 maggio 2023 al 7 maggio 2026.
La società ha spiegato che il Consiglio di amministrazione, nelle riunioni del 5 e 7 maggio, ha dato attuazione alle procedure previste dalla politica sulle remunerazioni approvata dall’assemblea degli azionisti.
Accordo consensuale e indennità milionaria
Leonardo ha precisato di avere perfezionato con Cingolani un accordo di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dirigenziale.
L’intesa prevede il riconoscimento di una indennità complessiva lorda pari a 4 milioni 483 mila 250 euro, equivalente a 24 mensilità di retribuzione fissa e variabile di breve termine.
L’importo sarà erogato entro luglio 2026.
Incentivi mantenuti pro quota
Nel comunicato si specifica inoltre che l’ex amministratore delegato manterrà i diritti collegati ai sistemi di incentivazione già assegnati, calcolati pro-rata temporis fino alla data di cessazione del rapporto.
L’effettiva erogazione resterà comunque subordinata alla verifica del raggiungimento degli obiettivi di performance previsti.
Nessun patto di non concorrenza
Leonardo evidenzia anche che non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione dell’incarico.
Di conseguenza, non sarà corrisposto alcun compenso aggiuntivo a tale titolo.
Esteri
Trump vola in Cina: incontro con Xi Jinping tra Iran, Taiwan e guerra commerciale
Donald Trump sarà in Cina dal 13 al 15 maggio per una visita ufficiale confermata da Pechino. Il presidente americano incontrerà Xi Jinping per discutere di Iran, Taiwan e rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina in una fase delicata degli equilibri geopolitici mondiali.
Donald Trump sarà in Cina dal 13 al 15 maggio per una visita di Stato ufficiale su invito del presidente cinese Xi Jinping. L’annuncio è arrivato direttamente dal ministero degli Esteri di Pechino, che ha confermato il viaggio del leader americano in un momento particolarmente delicato per gli equilibri geopolitici mondiali.
Sul tavolo Iran, commercio e Taiwan
Secondo quanto trapela, i colloqui tra Trump e Xi dovrebbero concentrarsi soprattutto su tre dossier strategici: la crisi con l’Iran, i rapporti commerciali tra Washington e Pechino e la questione di Taiwan.
La visita arriva infatti mentre restano alte le tensioni internazionali sul Medio Oriente e sulle rotte energetiche, con particolare attenzione allo Stretto di Hormuz.
La nuova fase dei rapporti Usa-Cina
Il viaggio rappresenta anche un passaggio politico simbolico nei rapporti tra Stati Uniti e Cina.
Dopo mesi di tensioni economiche e diplomatiche, Washington e Pechino sembrano intenzionate a mantenere aperto un canale di dialogo diretto.
Restano però profonde divergenze sia sul piano commerciale sia sugli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico.
Taiwan resta il nodo più delicato
Tra i temi più sensibili ci sarà inevitabilmente la situazione di Taiwan.
Pechino considera l’isola parte integrante della Cina e guarda con crescente preoccupazione ai rapporti tra Taipei e Washington.
Gli Stati Uniti continuano invece a sostenere militarmente e politicamente Taiwan, pur mantenendo formalmente la linea della “One China Policy”.
Iran e sicurezza internazionale
L’incontro potrebbe avere un peso importante anche sulla crisi iraniana.
Negli ultimi mesi sia Washington sia Pechino hanno intensificato le rispettive iniziative diplomatiche attorno al dossier nucleare e alle tensioni nel Golfo Persico.
La Cina resta uno dei partner economici più importanti dell’Iran e un interlocutore centrale negli equilibri regionali.
Un vertice osservato dal mondo
La visita di Trump in Cina sarà seguita con attenzione dalle principali cancellerie internazionali.
L’incontro tra i due leader potrebbe infatti incidere non solo sui rapporti bilaterali, ma anche sugli assetti economici globali, sui mercati energetici e sulle future dinamiche strategiche tra Oriente e Occidente.


