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Sanremo tra pace, emozioni e investitura di De Martino in diretta: applausi, lacrime e messaggi civili all’Ariston

Serata intensa al Festival di Sanremo tra appelli per la pace, ricordo delle vittime di femminicidio, emozioni familiari e annuncio ufficiale di Stefano De Martino per il prossimo Festival.

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Le luci dell’Ariston si accendono con un forte richiamo alla pace. Carlo Conti apre la serata insieme a Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti con una riflessione sull’Iran e un appello per i 500 milioni di bambini coinvolti in 56 aree di conflitto. Dopo le notizie del Tg1, dalla platea si leva un coro spontaneo: “Pace”.

Il tema attraversa anche gli interventi degli artisti. Leo Gassmann invoca la fine delle guerre e delle tirannie, Le Bambole di Pezza espongono la scritta “Give Peace a Chance”, Ermal Meta dedica la sua esibizione ai bambini colpiti dai bombardamenti, Michele Bravi richiama l’attenzione su ciò che accade nel mondo. Maria Antonietta e Colombre parlano di pace come impegno collettivo.

Sal Da Vinci e la forza dell’amore

Emozione e spontaneità per Sal Da Vinci che, dopo la vittoria, cade in ginocchio e ammette di non riuscire a realizzare quanto accaduto. Dedica alla famiglia e a Napoli, in una scena che restituisce autenticità e trasporto.

La fratellanza sul palco

Un’immagine che resta è quella degli artisti abbracciati in attesa del verdetto. Fedez consola Serena Brancale per il nono posto del brano dedicato alla madre. Un momento che racconta solidarietà oltre la competizione.

L’annuncio su Stefano De Martino

Per la prima volta arriva l’ufficialità: Stefano De Martino sarà conduttore e direttore artistico del prossimo Festival. Conti rivendica una scelta generosa. Un’investitura in diretta che sorprende, anche se qualcuno avrebbe preferito tempi diversi.

Bocelli a cavallo e i Pooh in piazza

Ingresso scenografico per Andrea Bocelli in sella al suo cavallo bianco, con ironico riferimento alla necessità di maggiore prudenza “a questa età”.

I Pooh celebrano 60 anni di carriera scegliendo il live in piazza Colombo anziché l’Ariston, tra fan e atmosfera di festa.

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Il ricordo delle 301 donne uccise

Sul palco anche Gino Cecchettin che riporta al centro il tema del femminicidio. Il riferimento alle 301 donne uccise dal 2023 diventa un momento di forte impatto civile. L’appello è semplice: se si può evitare anche una sola tragedia, bisogna provarci.

Il Signal for Help

Laura Pausini mostra in diretta il gesto internazionale ideato dalla Canadian Women’s Foundation per chiedere aiuto in situazioni di violenza domestica. Un segnale silenzioso ma potente, spesso poco conosciuto.

Impegno civico e leggerezza

Colombre in sala stampa rivendica l’importanza del voto come dovere civile. Serena Brancale emoziona con il vestito appartenuto alla madre. Elettra diverte con ironia e riferimenti al FantaSanremo. Nayt rivendica il valore della cultura e del dialogo con i fan.

Tra dediche alle madri, omaggi familiari, citazioni dei Queen rilanciate da Fulminacci e inviti all’amore di Malika, la serata si muove tra leggerezza e impegno.

Il Festival offre così uno specchio variegato del Paese: spettacolo, emozione, riflessione civile e qualche scelta destinata a far discutere anche oltre il palco.

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Esteri

Iran, ipotesi di raid Usa per tre giorni: Trump frena

Il Pentagono avrebbe elaborato nuove opzioni militari contro l’Iran, tra cui una campagna di circa tre giorni contro missili, droni e altri possibili obiettivi. Trump esclude attacchi prima delle elezioni americane del 3 novembre e parla di negoziati produttivi. Non è stata annunciata una decisione operativa, mentre restano le preoccupazioni per Israele e per la navigazione nello Stretto di Hormuz.

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Il Pentagono prepara nuove opzioni militari contro l’Iran, tra cui una campagna intensa di circa tre giorni, mentre Donald Trump esclude attacchi prima delle elezioni americane del 3 novembre. I preparativi descritti nelle indiscrezioni riguarderebbero arsenali missilistici, droni e possibili obiettivi energetici. Non risulta però annunciata una decisione definitiva di riprendere le operazioni su larga scala.

La pianificazione militare procede parallelamente ai contatti diplomatici. Il presidente americano parla di discussioni «produttive» con Teheran, ma mantiene la pressione economica e militare. Sullo sfondo restano le difficoltà della navigazione nello Stretto di Hormuz e le conseguenze della guerra sui mercati energetici.

Il piano per una campagna di tre giorni

Secondo le ricostruzioni emerse, i nuovi piani sarebbero stati elaborati su richiesta di Trump e discussi durante una riunione a Camp David, presieduta dal vicepresidente JD Vance.

L’opzione descritta prevede attacchi concentrati in circa tre giorni contro le capacità militari iraniane, in particolare l’arsenale di missili e droni, che sarebbe stato parzialmente ricostituito dopo le prime fasi della guerra.

Tra i possibili obiettivi figurerebbero anche infrastrutture energetiche e centri di comando delle Guardie della Rivoluzione. Le indiscrezioni prospettano inoltre un rafforzamento dello schieramento americano nella regione, fino alla presenza di tre portaerei.

Si tratta di scenari operativi: la loro preparazione non equivale all’autorizzazione politica a eseguirli.

Trump esclude attacchi prima delle midterm

Il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, sostenendo che il confronto diplomatico stia producendo progressi.

Questa posizione si affianca alle informazioni sui preparativi militari, senza chiarire quali decisioni potrebbero essere prese successivamente.

Negli ultimi mesi Trump avrebbe respinto cinque proposte di operazioni su larga scala contro l’Iran o contro gli houthi, il movimento yemenita sostenuto da Teheran. Le nuove opzioni rappresenterebbero quindi un ulteriore passaggio nella valutazione delle possibili azioni americane.

Non ci sono elementi sufficienti per stabilire che la dichiarazione del presidente sia una manovra di depistaggio o che un attacco sia già stato deciso.

Israele valuta il rischio di una nuova escalation

Le indiscrezioni coinvolgono anche Israele. Il capo di stato maggiore delle forze armate, Eyal Zamir, sarebbe stato informato da interlocutori americani dei preparativi per una possibile ripresa dei combattimenti nelle prossime settimane.

La preoccupazione israeliana riguarda soprattutto una possibile risposta di Teheran con nuovi lanci di missili. Uno scenario che, nelle valutazioni riportate, potrebbe incidere anche sulle elezioni israeliane previste per il 27 ottobre.

L’eventuale rinvio del voto resta tuttavia un’ipotesi legata all’evoluzione della sicurezza: non è una decisione annunciata.

Hormuz e l’incertezza sui prezzi dell’energia

Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più delicati del conflitto. Le minacce alla navigazione e le difficoltà nel transito delle petroliere continuano a pesare sulle aspettative dei mercati e sulla sicurezza degli approvvigionamenti.

Trump sostiene che il petrolio stia attraversando lo stretto in grandi quantità e promette una diminuzione dei prezzi una volta conclusa la guerra. Le sue dichiarazioni sui volumi di transito non possono però essere considerate, da sole, una verifica della normalizzazione dei flussi.

Anche l’idea che una nuova offensiva possa ridurre rapidamente il costo dell’energia resta incerta. Un’intensificazione dei combattimenti potrebbe invece aumentare i rischi per le infrastrutture e per le rotte commerciali, con effetti difficili da prevedere.

Preparativi militari e negoziati restano aperti

La situazione presenta dunque due percorsi paralleli: da una parte i piani del Pentagono, dall’altra i tentativi di raggiungere un’intesa con Teheran.

La posizione pubblica di Trump esclude attacchi prima delle midterm, ma non definisce la strategia successiva. Restano da chiarire l’esito dei negoziati, le condizioni di un eventuale accordo e le conseguenze di una nuova escalation.

Le ipotesi su un uso del conflitto per condizionare o bloccare le elezioni americane non sono accompagnate, negli elementi disponibili, da riscontri sufficienti e non possono essere presentate come fatti.

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Economia

Eni taglia il gasolio a 2,19 euro: il tetto resta a 2,25

Nuovo ribasso del gasolio Eni: il prezzo consigliato passa da 2,21 a 2,19 euro al litro, tornando al livello del primo price cap annunciato il 25 settembre. Il limite ufficiale rimane però a 2,25 euro. Il taglio equivale a un euro su 50 litri, se applicato integralmente alla pompa.

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Eni riduce di altri due centesimi il prezzo del gasolio consigliato ai distributori, portandolo da 2,21 a 2,19 euro al litro. Il tetto ufficiale resta invece fissato a 2,25 euro. Il nuovo ribasso riporta il listino allo stesso livello del primo price cap, annunciato il 25 settembre.

Il prezzo consigliato torna a 2,19 euro

La riduzione riguarda il prezzo consigliato alla rete del marchio, che scende sotto il limite massimo attualmente previsto dalla compagnia.

Il taglio di due centesimi corrisponde a un euro in meno su un rifornimento di 50 litri, qualora il ribasso venga interamente applicato dal distributore.

Prezzo consigliato e tetto sono distinti

Il ritorno a 2,19 euro al litro non modifica il tetto ufficiale di 2,25 euro: il primo è il livello del listino consigliato, il secondo il limite previsto per contenere eventuali picchi.

La distinzione è importante per evitare di interpretare il ribasso come l’annuncio di un nuovo massimale.

Il precedente aumento dopo lo stop allo sconto fiscale

Il tetto iniziale di 2,19 euro era collegato all’agevolazione sulle accise allora in vigore. Dopo la fine dello sconto fiscale, era stato portato a 2,25 euro.

Eni aveva successivamente abbassato il prezzo consigliato a 2,21 euro. Con l’ulteriore riduzione, il listino torna ora al livello precedente, pur mantenendo invariato il tetto.

Per conoscere il costo effettivo del rifornimento resta necessario verificare il prezzo esposto alla pompa, distinguendo tra modalità self service e servito.

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Stabilicum, come si vota: preferenze, premio e nuove soglie

Lo Stabilicum introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la formazione vincente che raggiunge almeno il 42% in entrambe le Camere. Tornano fino a tre preferenze, ma restano capilista e liste del premio bloccati. La riforma disciplina anche l’indicazione del candidato premier, le soglie di accesso, il voto fuori sede e la presentazione delle liste.

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Tornano le preferenze, ma una parte dei parlamentari continuerà a essere scelta attraverso liste bloccate. Il premio di maggioranza scatterà soltanto se la stessa formazione vincerà e raggiungerà almeno il 42% sia alla Camera sia al Senato. Sono le principali novità dello Stabilicum, la riforma elettorale approvata definitivamente dal Parlamento l’8 ottobre.

Il sistema assegna i seggi su base proporzionale, correggendolo con un premio per il vincitore. Cambiano anche le modalità di indicazione del candidato premier, il voto dei fuori sede e i requisiti per presentare le liste.

Il premio: almeno il 42% in entrambe le Camere

La lista o coalizione che ottiene più voti può ricevere un premio di 70 deputati e 35 senatori, a condizione di raggiungere almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere.

Se la soglia viene raggiunta soltanto in una Camera, oppure vincono formazioni diverse nei due rami del Parlamento, il premio non scatta. La maggioranza di governo dovrà quindi essere costruita attraverso accordi parlamentari.

È previsto anche un limite: la formazione beneficiaria del premio non può superare 220 deputati e 113 senatori, senza conteggiare gli eletti all’estero.

Fino a tre preferenze, ma il capolista resta bloccato

L’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, segnando sulla scheda i nomi dei candidati prescelti.

Le liste nei collegi plurinominali comprendono sette candidati, incluso il capolista bloccato, che non partecipa alla competizione delle preferenze. Se la lista conquista un solo seggio nel collegio, viene eletto il capolista; le preferenze determinano la scelta degli altri eletti.

Restano bloccate anche le liste di coalizione destinate al premio di maggioranza: i loro candidati vengono eletti se il premio scatta. Le preferenze, dunque, non riguardano tutti i parlamentari.

Le regole sulla rappresentanza di genere

Quando si esprime più di una preferenza, occorre rispettare l’alternanza di genere, indicando candidati di sesso diverso.

Non sono invece previste quote minime tra uomini e donne per i capilista bloccati. Nelle liste destinate al premio, nessun genere può superare il 60% dei candidati.

Sono consentite pluricandidature fino a cinque collegi: una stessa persona può quindi presentarsi in più territori.

Il candidato premier non sarà sulla scheda

I partiti devono depositare, insieme al programma elettorale, il nome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio. Le formazioni alleate devono indicare lo stesso candidato.

Il nome non comparirà sulla scheda e l’indicazione non introduce l’elezione diretta del premier. Restano ferme le prerogative del presidente della Repubblica, al quale spetta la nomina del presidente del Consiglio.

Sbarramento al 3% per le liste

La soglia per le singole liste è fissata al 3%, mentre per le coalizioni è del 10%. È previsto un meccanismo di recupero per la lista della coalizione con il risultato migliore tra quelle rimaste sotto lo sbarramento.

Per raggiungere il 42% necessario al premio vengono conteggiati anche i voti dei partiti alleati che non superano il 3%, compresi quelli sotto l’1%.

Come funziona il voto fuori sede

Potrà votare nel comune di temporaneo domicilio chi si trova fuori dalla propria regione per studio o lavoro da almeno nove mesi, oppure per cure da almeno tre mesi.

La possibilità è estesa ai caregiver che assistono figli o familiari ricoverati fuori regione. Occorre iscriversi all’apposito albo almeno 45 giorni prima del voto.

Firme per le liste e voto all’estero

Per le formazioni prive delle esenzioni previste, il numero minimo di firme necessario a presentare una lista sale da 1.500 a 6.000 per collegio. Sono previste esenzioni per determinati gruppi parlamentari già costituiti e requisiti ridotti per alcune componenti del gruppo Misto.

Cambiano infine le ripartizioni del voto all’estero: due alla Camera, Europa e resto del mondo, e una al Senato. Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige mantengono regole specifiche.

 

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