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Salute

Sanità sempre più privata: raddoppia la spesa delle famiglie, Gimbe denuncia “privatizzazione di fatto”

La spesa delle famiglie per prestazioni sanitarie private non convenzionate è più che raddoppiata dal 2016. Gimbe avverte: la privatizzazione del sistema sanitario è già una realtà.

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Una telefonata al centralino e, nel giro di pochi giorni, la visita è fatta. Per molti italiani, è questa la scorciatoia che consente di superare liste d’attesa sempre più lunghe. La conseguenza è un ricorso crescente alle strutture sanitarie private, soprattutto quelle non convenzionate che operano esclusivamente in regime privato, senza alcun rimborso pubblico.

Secondo il nuovo rapporto della Fondazione Gimbe, presentato al Forum Risk Management di Arezzo, tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso queste strutture è più che raddoppiata: da 3,05 miliardi a 7,23 miliardi di euro. Un incremento del +137% che fotografa un cambiamento strutturale.

Cartabellotta: “Non c’è un piano occulto, è già tutto nei numeri”

Il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta, è netto: «Chi può pagare cerca altrove ed esce definitivamente dal perimetro delle tutele pubbliche». Per il presidente, non serve evocare strategie nascoste: «La privatizzazione della sanità pubblica è già una triste realtà».

Il report evidenzia anche lo spostamento verso i cittadini di una quota crescente della spesa sanitaria complessiva, che nel 2024 ha toccato 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% del totale. Nel 2012 erano 32,4 miliardi.

Un sistema diventato “misto” senza dichiararlo

In Italia, quasi 1 euro su 4 destinato alla salute viene pagato direttamente dalle famiglie. «Siamo di fronte a un servizio sanitario ormai misto», osserva Cartabellotta, «senza che nessun Governo lo abbia mai esplicitamente dichiarato».

La spesa privata dei cittadini si distribuisce così:

  • 7,2 miliardi al privato “puro”;

  • 12,1 miliardi alle farmacie;

  • 10,6 miliardi ai professionisti sanitari (odontoiatri, medici, psicologi);

  • 7,6 miliardi al privato accreditato;

  • 2,2 miliardi alle strutture pubbliche per intramoenia e altre prestazioni.

Il privato accreditato è ormai dominante in molti settori

Il rapporto Gimbe mostra come diverse porzioni del sistema sanitario siano ormai sorrette dal privato accreditato:

  • 85,1% della sanità residenziale;

  • 78,4% della riabilitazione;

  • 72,8% della semi-residenziale;

  • 59,7% della specialistica ambulatoriale.

Fondi sanitari e assicurazioni crescono in silenzio

A questa trasformazione si affianca il ruolo dei cosiddetti “terzi paganti”: fondi sanitari, assicurazioni, casse mutue, enti non profit. Nel 2024 la loro spesa ha raggiunto 6,36 miliardi, in aumento di oltre due miliardi nel triennio post-pandemia.
Per Cartabellotta, questo fenomeno «di fatto dirotta risorse pubbliche verso soggetti privati», contribuendo a una privatizzazione indiretta.

Le preoccupazioni politiche

Sul fronte politico, arrivano critiche severe dal Partito democratico.
Per la deputata Ilenia Malavasi, «la sanità pubblica sta scomparendo sotto i colpi della privatizzazione selvaggia, favorita dall’attuale governo». La crescita del privato puro viene letta come un segnale di rischio sociale: «La sanità sta diventando inaccessibile per chi non può permettersi di pagare».

La parlamentare annuncia un’interrogazione per chiedere chiarimenti e interventi urgenti.

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Salute

Cardiopatie congenite, oltre 100mila adulti in Italia: al Bambino Gesù unità dedicata ai pazienti Achd

In Italia oltre 100mila adulti con cardiopatie congenite. Al Bambino Gesù attiva l’Unità di Cardiologia del Congenito Adulto con circa 3mila pazienti presi in carico nel 2025.

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Ogni anno in Italia nascono circa 4.000 bambini con cardiopatie congenite. Grazie ai progressi della medicina, in particolare della cardiochirurgia e della cardiologia interventistica pediatrica, oggi circa il 90% di questi pazienti raggiunge l’età adulta.

La popolazione dei cosiddetti Grown up congenital heart (Guch) o Adults with congenital heart disease (Achd) supera ormai le 100.000 persone. Un dato che segna un cambiamento profondo nella gestione clinica di queste patologie.

L’Unità dedicata al Bambino Gesù

Per rispondere alla crescente domanda di assistenza specialistica, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha istituito l’Unità Operativa Semplice di Cardiologia del Congenito Adulto. Nel 2025 la struttura ha preso in carico circa 3.000 pazienti.

L’Unità è diretta dalla dottoressa Claudia Montanaro e adotta un approccio multidisciplinare che coinvolge cardiologi clinici e interventisti, cardiochirurghi, aritmologi, radiologi, anestesisti, psicologi e altri specialisti in base alle necessità del singolo caso.

“La cardiopatia congenita, anche dopo interventi cardiochirurgici, non può essere considerata una condizione guarita”, sottolinea Montanaro, evidenziando la necessità di un follow-up costante e altamente specializzato, anche nelle fasi delicate come la gravidanza.

Giornata mondiale e Open Day

In occasione della Giornata Mondiale delle Cardiopatie Congenite, l’Ospedale ha organizzato un Open Day dedicato agli adulti con cardiopatie congenite. L’iniziativa punta a rafforzare l’informazione sanitaria e a promuovere un ruolo attivo del paziente nella gestione della propria condizione.

Secondo il direttore sanitario Massimiliano Raponi, l’appuntamento inaugura un ciclo di incontri periodici dedicati alle malattie rare, con cadenza mensile, per consolidare il dialogo tra équipe sanitaria, pazienti e famiglie.

Il modello adottato mira a migliorare qualità e aspettativa di vita, accompagnando il paziente lungo tutto l’arco della vita con una presa in carico personalizzata e integrata.

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Salute

25 anni dal genoma umano online, la rivoluzione che ha cambiato la biologia

Il 15 febbraio 2001 la pubblicazione online del genoma umano su Nature e Science segnò una svolta storica. Oggi l’intelligenza artificiale accelera nuove scoperte in medicina e genetica.

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Il 15 febbraio 2001 il grande libro del Dna diventò accessibile al mondo. Le riviste Nature e Science pubblicarono i risultati del sequenziamento del genoma umano: da un lato il consorzio internazionale del Progetto Genoma Umano, dall’altro la società privata Celera fondata da Craig Venter.

La risonanza fu globale. Per molti ricercatori fu come “arrivare sulla Luna”, osserva Stefano Gustincich, direttore del Centro di Genomica clinica e computazionale dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Aosta.

Meno geni del previsto

Tra le prime sorprese emerse allora vi fu il numero di geni umani: non circa 100mila, come si ipotizzava, ma tra 28mila e 40mila. Un dato che ridimensionò le aspettative e mise in prospettiva la complessità della biologia umana, confrontabile con organismi molto più semplici come il moscerino della frutta o alcune piante.

Negli anni successivi il quadro si è precisato: oggi si stimano circa 25mila geni codificanti per proteine e decine di migliaia di geni che producono Rna non codificante, con funzioni regolatorie fondamentali.

Le nuove discipline

Dalla lettura del genoma sono nate discipline come genomica, proteomica, terapia genica e farmacogenomica. La comprensione delle basi molecolari delle malattie si è ampliata, aprendo la strada a test genetici mirati e allo sviluppo di nuove terapie.

Non tutto, però, fu compreso subito. Molte sequenze considerate inizialmente prive di funzione si sono rivelate cruciali nella regolazione genica e nei meccanismi patologici.

L’intelligenza artificiale legge il Dna

Oggi anche l’intelligenza artificiale contribuisce a interpretare il patrimonio genetico. Strumenti basati su algoritmi avanzati consentono di analizzare la struttura delle proteine e attribuire significato funzionale o patologico alle varianti genetiche dei pazienti.

A 25 anni dalla pubblicazione online, il genoma umano resta insieme un punto di arrivo e un punto di partenza: una mappa che continua a generare scoperte, trasformando la medicina e la ricerca biomedica.

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In Evidenza

Alimenti ultra-processati, aumenta la mortalità anche dopo un tumore: lo studio Neuromed

Uno studio dell’IRCCS Neuromed pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention evidenzia un aumento della mortalità nei pazienti oncologici con elevato consumo di alimenti ultra-processati.

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Un elevato consumo di alimenti ultra-processati è associato a un aumento della mortalità tra le persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore. È quanto emerge da uno studio condotto dall’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, con il sostegno della Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS, e pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, dell’American Association for Cancer Research.

I dati indicano che, rispetto a chi segue un’alimentazione più salutare, i pazienti oncologici con maggiore consumo di cibi ultra-processati presentano un rischio relativo di mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio di mortalità specifica per cancro superiore del 59%.

Licia Iacoviello. Responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed

Il progetto Moli-sani e il metodo di analisi

L’analisi si inserisce nell’ambito del Progetto Studio Moli-sani, avviato nel 2005, che ha coinvolto oltre 24 mila cittadini molisani seguiti fino al 2022.

Tra questi, 802 partecipanti avevano già ricevuto una diagnosi di tumore al momento dell’ingresso nello studio. Le abitudini alimentari sono state valutate attraverso il questionario EPIC e gli alimenti classificati secondo il sistema Nova, che distingue i cibi in base al livello di trasformazione industriale.

Le analisi hanno tenuto conto di molteplici fattori: età, abitudine al fumo, indice di massa corporea, attività fisica, storia clinica, tipo di tumore e aderenza alla dieta mediterranea.

Il ruolo della trasformazione industriale

Secondo la prima autrice dello studio, Marialaura Bonaccio, la maggior parte delle ricerche precedenti si è concentrata sui singoli nutrienti, trascurando il grado di trasformazione degli alimenti.

Autrice dello studio. Marialaura Bonaccio,

Gli additivi, gli emulsionanti, gli zuccheri aggiunti e i grassi non salutari introdotti nei processi industriali possono interferire con i meccanismi metabolici, alterare il microbiota intestinale e favorire l’infiammazione. Anche a parità apparente di contenuto calorico, un alimento ultra-processato può quindi avere effetti biologici diversi rispetto a uno poco trasformato.

Uno degli elementi più rilevanti è che l’associazione tra consumo di alimenti ultra-processati e mortalità persiste anche dopo aver considerato la qualità complessiva della dieta, misurata attraverso l’aderenza alla dieta mediterranea tradizionale.

I possibili meccanismi biologici

I ricercatori hanno analizzato anche biomarcatori infiammatori, metabolici e cardiovascolari. Due fattori sono risultati particolarmente significativi: gli indici di infiammazione e la frequenza cardiaca a riposo.

Secondo Licia Iacoviello, responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed e docente di Igiene, l’aumento dell’infiammazione e della frequenza cardiaca potrebbe spiegare in parte il legame tra alimenti ultra-processati e mortalità nei pazienti oncologici.

Il messaggio che emerge dallo studio è di carattere generale: più che il singolo alimento, conta il consumo complessivo di prodotti ultra-processati. Ridurne l’assunzione e orientarsi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa rappresenta un’indicazione coerente con le evidenze scientifiche disponibili.

Lo studio Moli-sani, oggi basato presso l’IRCCS Neuromed, continua a rappresentare una delle più ampie coorti epidemiologiche italiane dedicate all’analisi dei fattori ambientali e genetici nelle malattie cardiovascolari e oncologiche.

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