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San Valentino tra folla in strada, movida e locali pieni

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Ristoranti sold out da giorni, turni serrati per pranzare, ma anche folla nelle strade, assembramenti e multe. Nel giorno di San Valentino ha prevalso la voglia di liberta’ degli italiani che, in certi casi, si e’ trasformata in trasgressione delle regole anti-contagio. Durante i controlli serrati a Roma gli agenti hanno dovuto chiudere temporaneamente la Fontana di Trevi a causa del gran numero di persone presenti. Traffico paralizzato nelle strade centrali di Napoli, con parte della citta’ che si e’ trasformata in arena per la movida. Ristoranti aperti nella ‘arancione’ Liguria e calca anche sul lago di Como, meta di tantissimi visitatori: nella zona pedonale della citta’ quasi non si riusciva a camminare. Accantonata – per cause di forza maggiore – la tradizionale cena romantica, molti ristoranti si sono riempiti all’ora di pranzo, anche laddove sarebbe stato vietato. Tavoli prenotati da giorni e tutto esaurito, la costante da nord a sud, con alcune eccezioni. L’ufficio studi della Fipe Confcommercio gia’ calcola 230 milioni di incassi, ma al contempo sottolinea che con il via libera alla ristorazione serale sarebbero stati 400, quasi il doppio. Diverse coppie, hanno optato per un diversivo: una fuga in hotel con cena e pernotto. A Roma qualcuno ha prenotato in albergo anticipando il San Valentino, “ma non c’e’ stata nessuna invasione”, spiega il presidente della Federalberghi locale Giuseppe Roscioli. Stessa cosa anche in altre parti d’Italia, da Milano a Parma. “E’ un fatto positivo che, pero’, non ha cambiato le sorti di nessuna struttura”, commenta l’associazione degli albergatori. Torna a rimarcare le sofferenze della ristorazione il direttore generale della Fipe Roberto Calugi, che annuncia la richiesta imminente di un incontro al nuovo governo: “Il mio pensiero va alla Toscana, alla Liguria e all’Abruzzo che hanno saputo con pochissimo preavviso del blocco delle loro attivita’. Hanno dovuto buttare le derrate acquistate. La categoria e’ gia’ allo stremo. Rischiano di chiudere 60mila imprese, con 300mila persone a casa. Serve trovare un equilibrio tra salute e lavoro”. Anche perche’ c’e’ chi si ribella ai divieti: diversi ristoranti in Liguria, come detto, a pranzo sono rimasti aperti facendo il pienone, nonostante l’intera regione fosse stata collocata in zona arancione. “Il nostro intervento rappresenta una sconfitta per tutti”, commenta il questore di Imperia facendo il punto sui controlli: clienti identificati e gestori per i quali si profila una multa da 400 euro (ridotta a 280 se pagata entro 5 giorni). Per domani pomeriggio e’ gia’ prevista una manifestazione di protesta della categoria davanti alla prefettura di Genova. A Roma, complice il sole, coppie e non solo si sono riversate in strada, soprattutto sul litorale. Nel pomeriggio e’ stata chiusa temporaneamente Fontana di Trevi a causa degli assembramenti. Folla pure sul lungomare di Napoli, locali sold out e traffico paralizzato in centro. A sconcertare e’ stato soprattutto il maxi ingorgo nelle strade centrali della citta’. Come se il Covid non esistesse. Ottocento chilometri piu’ a nord, e’ stata presa d’assalto anche Como: code ovunque, parcheggi impossibili e ristoranti costretti a fare il triplo turno.

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Grillo, la madre di Silvia: mia figlia, solo un corpo che cammina

Un racconto molto sofferto, quello della madre della giovane, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e si trovava in Sardegna, a Porto Cervo, in vacanza.

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La sua è stata la testimonianza chiave, quella che ha di fatto monopolizzato la sesta udienza del processo – la prima del 2023 – davanti ai giudici del Tribunale di Tempio Pausania, in cui sono imputati Ciro Grillo e tre suoi amici genovesi, Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, accusati di violenza sessuale di gruppo su una ragazza italo norvegese, Silvia, nell’estate del 2019. Un racconto molto sofferto, quello della madre della giovane, che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e si trovava in Sardegna, a Porto Cervo, in vacanza. “Mia figlia dopo l’accaduto era una persona diversa, da quel momento ha iniziato un periodo tragico in cui era solo un corpo che camminava. Da allora non riesce più a dormire con la luce spenta”, ha detto la donna in aula, parlando per oltre quattro ore, visibilmente provata e commossa. “E’ stata una testimonianza autentica, mai un’incertezza, colma di sofferenza. Riteniamo che possa essere di grande rilevanza nella ricostruzione del caso”, ha spiegato l’avvocato Dario Romano, che tutela la presunta vittima insieme a Giulia Bongiorno, oggi assente. Un altro avvocato ha riferito che “la mamma ha fatto la mamma”, lasciando intendere che la donna si è schierata con la figlia, senza se e senza ma.

Fu lei ad accompagnare la ragazza nella clinica Mangiagalli di Milano per effettuare delle visite e dei controlli. E proprio ai carabinieri del capoluogo lombardo disse di aver notato dei cambiamenti profondi nella figlia. La teste, che ha raccontato molti dettagli finora inediti su quella notte di 4 anni fa, mai svelati agli inquirenti nemmeno dalla figlia (“Silvia è stata sbattuta al muro ed è svenuta”), è crollata e ha pianto più volte durante l’udienza, in particolare quando ha ricordato l’arrivo a sorpresa dalla Norvegia, per il compleanno di Silvia, di una cara amica con cui la ragazza si era confidata dopo il presunto stupro. Il processo, che si svolge a porte chiuse per la delicatezza del caso trattato, ha visto dunque la figura della madre al centro dell’udienza. Durante il controesame, alla donna è stato chiesto di fare chiarezza sul contenuto dei messaggi e delle telefonate che, nelle giornate successive alla notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019, ha scambiato con la figlia mentre la ragazza si trovava ancora in Sardegna e lei era invece a Milano. Secondo il pool difensivo, il tenore delle telefonate e degli sms non sarebbe compatibile con uno stato di stress: la ragazza, in un primo momento, sembrerebbe non aver fatto alcun riferimento a quanto sarebbe accaduto all’interno della villetta a schiera di proprietà della famiglia Grillo a Porto Cervo.

Durante l’udienza gli avvocati degli imputati hanno poi mostrato alcune fotografie, scattate e postate nei giorni successivi ai fatti contestati dalla Procura, in cui compare Silvia in bikini su un lettino in una spiaggia delle Galapagos. Per la difesa, queste immagini testimonierebbero la serenità e la situazione di non stress della ragazza. Le foto potranno essere depositate solo dopo le audizioni dei consulenti. In aula ha parlato anche la consulente tecnica della Procura, Veronica Chiodino – solo 5 minuti per spiegare come ha tradotto le chat tra Silvia e la sua amica norvegese – e il padre di Silvia. Il suo è stato un racconto molto più breve e meno impattante dal punto di vista emotivo rispetto a quello della moglie. Il presidente del collegio, Marco Contu, ha invece rinviato alla prossima udienza dell’8 marzo le deposizioni dei due migliori amici della ragazza, Adelaide Malinverno e Alex Cerato. Quest’ultimo nel luglio del 2019 si trovava in Sardegna insieme a Silvia: i due avrebbe trascorso la prima parte della serata del 16 luglio nella nota discoteca Billionaire di Porto Cervo per poi separarsi.

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Quirinale, tra i 30 Alfieri della Repubblica scelti da Mattarella c’è un bimbo di 10 anni 

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli, spiega una nota del Quirinale, “è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani”. Il Presidente Mattarella ha inoltre assegnato quattro targhe per azioni collettive che intendono valorizzare la partecipazione attiva e sentita dei giovani, anche al fine di incoraggiare un loro più consapevole protagonismo. 

“Un prestigioso riconoscimento nel segno della solidarietà, dell’amicizia e della fratellanza”. E’ quanto affermato dal sindaco di Città di Castello, Luca Secondi, in riferimento al conferimento da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell’Attestato d’onore di “Alfiere della Repubblica”, al tifernate Alexander Bani, di dieci anni, “per la solidarietà e l’amicizia dimostrate nei confronti del piccolo Sasha, bambino ucraino scappato dal conflitto, ospite di una famiglia italiana per alcuni mesi”. “Un messaggio spontaneo, sincero e concreto – ha continuato, in una dichiarazione congiunta con l’assessore alle Politiche scolastiche, Letizia Guerri e la giunta municipale – che hanno lanciato due bambini direttamente dai banchi di scuola e dalla vita quotidiana vissuta insieme, ha poi assunto un significato straordinario per essere rivolto simbolicamente ai potenti della terra e cioè la forza della fratellanza che supera ogni divisione e confine geografico, religioso, culturale e sociale”. “Un gesto, un messaggio di speranza – ha aggiunto Secondi – che con questo prestigioso riconoscimento spero possa contribuire a rafforzare il legame di fratellanza e solidarietà fra i popoli partendo proprio dai più piccoli e dalle loro famiglie, in un momento difficile a livello mondiale per i noti eventi della guerra che si trascina da troppo tempo”. “E’ ancora vivo in tutti noi il ricordo di quella bella giornata allo stadio comunale ‘Bernicchi’, l’11 Marzo dello scorso anno, con oltre 200 bambini di tutte le scuole cittadine che insieme mano nella mano hanno formato la parola pace e si sono stretti in un abbraccio ad Alexander e Sasha, ai loro compagni, agli insegnanti e alle famiglie”, ha concluso il sindaco Luca Secondi nel rinnovare ai genitori di Alexander Bani , il babbo Ulisse e la mamma Elena “le più sentite congratulazioni e confermare la vicinanza e orgoglio di tutta la comunità tifernate e gratitudine nei confronti del presidente Mattarella”. 

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Violenze in famiglia, padre padrone condannato a 20 anni

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Per quasi vent’anni, tra il 2003 e il 2021, ha costretto la moglie e le sue quattro figlie a subire violenze “orribili” di ogni genere, come costringere una delle ragazze a “mangiare per terra, senza posate, come un animale” o stringere un “sacchetto di plastica” in testa alla moglie. Stamani per quelle accuse di maltrattamenti, violenza sessuale ed estorsione l’uomo, 43 anni e definito dagli inquirenti un “padre padrone”, in carcere dal dicembre 2021 e che aveva vissuto con la famiglia tra Napoli e Milano, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Con sentenza della nona sezione penale del Tribunale milanese, a seguito dell’inchiesta del pm Giovanni Tarzia. I giudici (collegio Panasiti-Recaneschi-Processo) hanno condannato l’imputato, in particolare, per maltrattamenti aggravati, violenza sessuale (sulla moglie), estorsione perché si sarebbe fatto dare la pensione di una figlia disabile e anche per uso indebito di una carta di credito dei familiari. Prescritta, invece, un’ipotesi di sequestro di persona. Il pm aveva chiesto una condanna a 16 anni e mezzo, ma i giudici hanno inflitto una pena anche più pesante. Inoltre, hanno riconosciuto provvisionali di risarcimento, tra i 10mila e i 40mila euro, per la moglie e le quattro figlie, parti civili nel dibattimento coi legali Francesca Garisto e Alessia Turci.

Disposto, poi, per il condannato pure un anno di misura di sorveglianza a pena espiata. Già negli atti di una misura di prevenzione della sorveglianza speciale per 3 anni e mezzo, emessa a suo carico nel gennaio del 2022, quando il 43enne era già finito in carcere, venivano ripercorsi quegli oltre 18 anni di “aggressioni” contro i familiari. Abusi “di rara violenza sul piano sessuale, economico e limitativo della libertà personale”. Violenze continue, tra cui botte, insulti e minacce. Ad una delle figlie, solo per fare un esempio, “aveva messo le mani attorno alla gola”, dicendole: “Così come ti ho messo al mondo ti distruggo”. L’uomo, mai condannato per mafia ma appartenente ad una famiglia legata alla camorra (era stato pure ferito a colpi pistola in passato), voleva manifestare, si legge negli atti, un “predominio di genere con l’imposizione di un regime di vita finalizzato allo sfruttamento sessuale ed economico delle componenti femminili della famiglia” e con condotte di “stampo padronale”. E usava spesso “un coltello come strumento di minaccia”. La moglie e tre delle quattro figlie hanno testimoniato nel processo e, tra l’altro, i giudici oggi hanno anche deciso la trasmissione degli atti alla Procura per un profilo ‘minore’ di presunta falsa testimonianza della moglie. La donna, dopo una vita da incubo, nell’agosto del 2021 era riuscita con le figlie a fuggire dalla casa dove viveva col marito, nel Milanese. Si sono, poi, tutte trasferite in un’altra città. Mentre l’imputato aveva scelto di farsi interrogare in aula per provare a respingere le accuse. Oggi è arrivato il verdetto e ad una pena superiore anche a quella di certi processi per omicidio.

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