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Salvini apre ma non va in Aula, durissima protesta Pd

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“Certo che vado in Parlamento”, dice Matteo Salvini. Il leader della Lega apre alla possibilita’ di sottoporsi alle domande del Parlamento su Gianluca Savoini, Claudio D’Amico e i presunti soldi russi alla Lega. Ma non dice ancora si’: tra i suoi tanti glielo sconsigliano. E infatti il Pd lo incalza con ogni mezzo: occupa la commissione, sbandiera in Aula foto giganti di Salvini con Savoini. Ma pressa anche Luigi Di Maio, che nella forma tende la mano all’alleato, ma in sostanza lo mette alle corde: “Chiarisca”. Arriva a evocare la crisi di governo e accusa Salvini anche di aver usato il tavolo con i sindacati al Viminale, lunedi’, per coprire il caso russo. Nessuno minaccia crisi ma i rapporti nel governo sono glaciali. Tutti gli occhi sono puntati sull’inchiesta di Milano che, come spiega il procuratore Francesco Greco, e’ “lunga e difficile”. Dal Cremlino offrono collaborazione nelle indagini ma assicurano che “mai” sono stati dati soldi a partiti italiani. Viene intanto svelata l’identita’ del terzo italiano presente all’hotel Metropol di Mosca con Gianluca Savoini e Gianluca Meranda: e’ Francesco Vannucci, collaboratore di Meranda, che definisce l’incontro “assolutamente professionale”. Ma la conversazione registrata al Metropol apre un fronte politico che promette di non chiudersi tanto presto. Il Pd deposita la sua proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sui legami tra la Lega e la Russia. L’iniziativa non e’ pero’ destinata ad avere futuro, perche’ il M5s sceglie la via di una commissione d’inchiesta sui finanziamenti a tutti i partiti. Il capogruppo Francesco D’Uva la mostra al collega leghista Riccardo Molinari che la definisce “un buon punto di partenza” che puo’ essere “migliorato”. Ma la Lega la sostiene, sostengono dall’opposizione, proprio perche’ la commissione indagherebbe su elementi che gia’ si sanno e su finanziamenti che “sono iper controllati da altri organi”: “solo un modo per annacquare le indagini parlamentari sulla Lega”. Ecco perche’ il Pd alza i toni. Nicola Zingaretti incontra al Senato Elisabetta Casellati e chiede un appuntamento a Roberto Fico: la richiesta e’ che il premier Giuseppe Conte riferisca al Senato e Salvini alla Camera. Ma nella riunione dei capigruppo di Montecitorio Riccardo Fraccaro fa sapere che il ministro dell’Interno non ha ancora dato la sua disponibilita’ a riferire. I Dem insorgono e, dopo aver protestato vivacemente in Aula, occupano l’Aula della commissione dove da due giorni stanno facendo ostruzionismo al decreto sicurezza bis di Salvini. Il leader leghista sembra aprire a un confronto con il Parlamento quando dice: “Al question time rispondo su tutto lo scibile umano, sempre”. Ma il question time, con i tempi contingentati, non basta a spiegare: il Pd chiede un dibattito pieno che Salvini non vuole. “Mi occupo di vita reale”, non si stanca di ripetere il leader leghista. Dice di ritenere Savoini “una persona corretta”. Invoca per tutti i suoi uomini il principio di innocenza fino a prova contraria. Di piu’. Dopo aver detto che la sua pazienza con gli alleati si va esaurendo, dice pero’ che con Conte non c’e’ nessun problema: “Lo sentiro'”. Ma a sera non risulta nessuna telefonata ne’ incontro. Il gelo e’ glaciale: “zero rapporti”, confermano dalla Lega. Nelle prossime ore una nuova tegola potrebbe essere la condanna del viceministro Massimo Garavaglia, al quale il premier Conte applicherebbe lo stesso metro usato per Armando Siri: dimissioni. I Cinque stelle sono convinti che alla fine Salvini in Aula ci andra’: “E’ la strada giusta”, afferma Roberto Fico. “Se va ci dara’ modo come maggioranza di difenderlo”, dice Di Maio. Ma i leghisti temono la trappola. Gli attacchi, sostiene qualcuno di loro, non fanno che rafforzare Salvini, che infatti sale nei sondaggi: andare a parlare in Aula di presunti soldi russi potrebbe essere un boomerang. Gli alleati pero’ non sentono ragioni: Di Maio ribalta i ruoli nel governo e accusa la Lega di “frenare”, di usare ogni mezzo per coprire il caso russo. Ora e’ lui a dire: “Se non si fanno le cose il governo salta”.

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Fino a 100 euro in busta paga, il premier Conte: è il primo vero taglio delle tasse

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Arriva il primo taglio delle tasse del governo giallorosso, che con i 3 miliardi stanziati in manovra per il 2020 alleggerira’ la busta paga per circa 16 milioni di lavoratori. La riduzione del cuneo fiscale, come ha spiegato l’esecutivo ai sindacati incassando il via libera, interessera’ i dipendenti con redditi fino a 40mila euro, ampliando di 4,3 milioni la platea del ‘vecchio’ bonus Renzi: per chi guadagna fino a 28mila euro si trattera’ di 100 euro al mese a partire da luglio, quando scatteranno le nuove misure. “A dispetto di quanto ha sostenuto una certa propaganda, e’ la prova che la manovra riduce davvero le tasse” ha detto a Cgil, Cisl e Uil il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, assicurando, come ha sottolineato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che si tratta di un “primo passo” per arrivare alla riforma dell’Irpef. Che, nelle intenzioni, coinvolgera’ tutti i lavoratori, non solo i dipendenti, e anche i pensionati. Il vecchio bonus Irpef intanto non sparira’ ma sara’ portato a 100 euro al mese, cioe’ 20 euro in piu’ dell’attuale beneficio: si tratta quindi di 600 euro nel 2020, quando sara’ erogato per 6 mesi, e di 1.200 euro l’anno a regime (il beneficio minimo per i redditi piu’ alti si fermera’ invece a 192 euro l’anno, ovvero 16 euro al mese). La cifra piena andra’ anche a una piccola nuova platea di circa 750mila lavoratori dipendenti, oggi esclusi dagli 80 euro, che hanno redditi tra i 26.600 e i 28mila euro e che passeranno quindi da zero a 100 euro al mese. Oltre i 28mila euro partira’ un meccanismo di ‘decalage’, che ridurra’ il beneficio progressivamente fino a 80 euro al mese per chi ha 35mila euro di reddito. Nella fascia tra 35mila e 40mila euro la discesa sara’ piu’ netta, passando da 80 euro mensili a zero. Per tutti i nuovi beneficiari, pero’, lo sconto non dovrebbe arrivare sotto forma di bonus ma come detrazione fiscale, ha spiegato la vice di Gualtieri al Mef, Laura Castelli. La soluzione “mista”, non piace pero’ a Italia Viva.

Matteo Renzi. L’ex premier ricorda a tutti che la stessa misura varata dal suo governo fu massacrata

Matteo Renzi plaude all’ampliamento degli 80 euro ma non manca di ricordare che “per sei anni” gli era stata imputato il “bonus elettorale. Una reazione che irrita i Dem, che ricordano come proprio Iv durante l’iter della manovra ha provato di continuo a ridurre lo stanziamento per il taglio del cuneo a favore di altre misure. Ora deve essere il momento di festeggiare insieme un risultato dell’intera maggioranza, e’ il messaggio del Pd. I dettagli dell’intervento, comunque saranno presentati in un provvedimento (probabilmente un decreto legge) che potrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri gia’ la prossima settimana o comunque, come ha auspicato Gualtieri, entro la fine del mese. Il ministro, al termine del tavolo a Palazzo Chigi – presenti anche Castelli e la titolare del Lavoro Nunzia Catalfo – ha sottolineato la “convergenza ampia” sia all’interno della maggioranza sia con i sindacati su questo “primo intervento importante a sostengo dei redditi da lavoro dipendente” che dara’ sostegno “alla crescita”. Lo step successivo sara’ la riforma dell’Irpef, che arrivera’ con una delega da varare entro aprile. L’intervento intanto soddisfa i sindacati: Maurizio Landini parla di “giornata importante” in cui “dopo diversi anni c’e’ un provvedimento che aumenta il salario netto a una parte dei lavoratori dipendenti”. “Siamo partiti con il piede giusto” dice anche Carmelo Barbagallo, mentre Annamaria Furlan sottolinea il risultato “positivo” anche se “parziale”. Frutto, rivendicano, delle mobilitazioni messe in campo nell’ultimo anno. L’obiettivo dei sindacati resta la riforma complessiva del fisco, che passi per una “vera lotta all’evasione” e che tenga conto anche di incapienti e pensionati.

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Napoli

Suppletive al Senato di Napoli, Ruotolo è il candidato di de Magistris, De Luca e Renzi: forse nasconderanno i simboli alle elezioni

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La notizia è che Sandro Ruotolo è il candidato di DemA alle suppletive di febbraio al Senato nel collegio rimasto vacante per la morte del senatore del M5S Franco Ortolani. Doveva rimanere una notizia riservata fino a quando non si sarebbe raggiunto un accordo col Pd napoletano. Ambienti DemA hanno però preferito far circolare il nome di Ruotolo anche per capire quale sarebbe stata la reazione dei Dem.  Ebbene Ruotolo sarà candidato di Dem e Dema oltre che di Italia Viva di Matteo Renzi e delle tante sigle della galassia della sinistra partenopea ovvero Leu, Federazione della Sinistra e altri. Ci sarebbe anche la benedizione delle Sardine di Napoli già che Ruotolo ha ottimi rapporti con alcuni dei maggiorenti della galassia sardinista vesuviana e con le Sardine bolognesi. Ruotolo domenica sarà sul palco delle Sardine di Bologna come candidato al Senato alle suppletive, dunque da politico già schierato. L’idea potrebbe essere quella di presentare Sandro Ruotolo come se fosse un candidato sardinista piuttosto che frutto di un accordo tra partiti e movimenti più o meno civici. L’operazione verrà messa in  campo, ma non è facile farla digerire a tutti. Anche perchè come tutti sanno Ruotolo ha già fatto esperienza politica nel 2013 con l’allora Pm Antonio Ingroia. Faceva parte di quel progetto politico che voleva realizzare la Rivoluzione civile ma che fallì nelle urne. Ruotolo candidato governatore del Lazio racimolò uno striminzito 2 per cento.  In quel caso vinse a mani basse Nicola Zingaretti che sconfisse, doppiandolo, il candidato della destra Francesco Storace. Ma la notizia non è tanto la candidatura di Ruotolo quanto il fatto che dietro questo nome trovano un accordo il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, l’ex premier Matteo Renzi. Che cosa abbiano da condividere politicamente questi tre politici ovviamente nessuno lo saprà mai, di sicuro condivideranno la scelta di Ruotolo candidato al Senato. Di sicuro, con questo schieramento, il candidato del centrodestra non avrà vita facile, così come non sarà semplice anche il cammino del candidato del M5S che è uscito dalle parlamentarie. Quali sono i primi effetti della candidatura di Ruotolo?  Annamaria Palmieri, che sarebbe stata il candidato di DemA, è stata ritirata. Lo schieramento che appoggia Ruotolo e che proverà a nascondere i propri simboli alle elezioni per far sembrare Ruotolo un candidato di una coalizione civica ampia sta provando in queste ore a far convergere su questo nome anche il M5S. Che però, salvo ripensamenti dell’ultim’ora, sembra impossibile a Napoli nonostante i buoni uffici di Roberto Fico, Presidente della Camera ed in eccellenti rapporti con Luigi de Magistris.

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Librandi, l’onorevole-imprenditore minaccioso coi finanzieri che osano fare controlli alla sua azienda

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Gianfranco Librandi ama dire che ha finanziato quasi tutti i partiti del Parlamento. È deputato renziano. Ha  finanziato la fondazione di Open di Matteo Renzi  con 800 mila euro. In cambio (non scambio) il Pd gli ha assicurato un  bel posto in Parlamento, alla Camera dei deputati. Insomma Librandi un po’ lo è e un po’ si sente potente. Se poi ci metti anche il suo carattere un pochino “arrogante”, diciamo che non è lontano dalla verità quello che racconta l’Espresso. Il buon Librandi, al finanziere di turno che s’era permesso di andare a controllare i bilanci della sua società, per intimidirlo ha rifilato la classica espressione beota “lei non sa chi sono io”. Questo è quanto racconta l’Espresso di un episodio il cui protagonista è Gianfranco Librandi, imprenditore di Saronno e deputato di Italia Viva. “Io sono un onorevole, un intoccabile, voi siete morti”, avrebbe detto Librandi rivolgendosi ai funzionari della Guardia di Finanza che, il 24 luglio 2019 (quando era ancora un deputato Pd), stavano eseguendo controlli nella sede della sua società, la Tlc comunicazioni, azienda elettronica da 200 mila euro di fatturato. “Io lavoro mentre voi non fate un cazzo dalla mattina alla sera () chiamerò i vostri superiori, vedrete”. E ancora, rivolto a un finanziere: “Lei non prenderà la pensione (), mi saluti i suoi amici leghisti!”.

E questo fa parte di un processo che si concluderà con una condanna o un assoluzione. Librandi sostiene che non è vero quel che gli si contesta. E dice che non è vero il racconto de l’Espresso. Si vedrà. Certo è che Librandi è personaggio politico-imprenditore pittoresco. Uno che per una poltrona nelle istituzioni, quale che sia la poltrona, non sta a guardare idee, programmi, ideologie, nome del partito. Per lui è importante la poltrona, in nome della quale la transumanza politica è solo la strada, non uno scuorno. Nel 2004 Librandi diventa consigliere comunale a Saronno per Forza Italia. Da FI passa al Pdl. Nel 2011 si innamora di Monti e diventa montiano. Entra in Scelta Civica e ne diventa tesoriere. Nel 2013 è in Parlamento con Monti. Alle Amministrative del 2016 Librandi stacca un assegno da 10 mila euro per Fratelli d’Italia. Finanziamento legittimo. Dal 2008 al 2017 l’ imprenditore-deputato ha finanziato partiti per circa 500 mila euro. Tutti i partiti. Quando Librandi sceglie di traslocare nel Pd, lo fa solo perchè  innamorato di Matteo Renzi. Tanto innamorato che finanzia la Fondazione Open di Alberto Bianchi con 800 mila euro. E infatti  marzo 2018 viene rieletto alla Camera col Pd di cui Renzi è segretario.  E se ne va con Renzi quando questi inventa Italia Viva.

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