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Economia

Salta l’affare R2 tra Mediaset e Sky ma la piattaforma di servizi e tecnologie del Biscione continuerà a lavorare per gli americani, che nel frattempo…

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Salta l’accordo tra Mediaset e Sky per la cessione a quest’ultima di R2, la piattaforma di servizi e tecnologie (distinta da Premium, ci tengono molto a farlo sapere i signori che gestiscono Sky Italia), in vista di “una improbabile autorizzazione incondizionata” da parte dell’Antitrust, agenzia davvero indipendente anche dalle pesanti lusinghe delle lobbies. La novità la si legge in una nota congiunta. R2 rientra in Mediaset e con Sky verrà firmato un contratto di fornitura biennale “con un adeguato ritorno economico”. “Adeguato” è termine che in economia significa tutto o nulla, soprattutto se l’adeguatezza diventa merce di scambio sul terreno dei posti di lavoro da salvaguardare. Comunque sia a Sky fan sapere che non è preclusa “la possibilità che la piattaforma sia aperta a utilizzatori terzi a condizioni eque, trasparenti e non discriminatorie”. Che come affermazioni di principio moralistico vanno bene, anche in economia quando occorre lavarsi le coscienze.

Sotto controllo. C’è anche tutta la questione dei diritti Tv del calcio che segna l’interesse dell’Antitrust oltre ai meccanismi di pubblicizzazione e commercializzazione dell’offerta ai comsumatori che in molti casi hanno avviato class action

 

La cessione di R2, piattaforma erogatrice esclusivamente di servizi e tecnologie e giuridicamente distinta da Mediaset Premium, era stata reso possibile dal ‘Piano di Londra’, comunicato da Mediaset nel 2017, che stabilì una rifocalizzazione della strategia del gruppo nel settore della pay tv. Pertanto, in relazione agli sviluppi della procedura antitrust e in coerenza con gli accordi di cessione di R2, le parti hanno concordato oggi le modalità di rientro di R2 nel gruppo Mediaset malgrado il gruppo non eserciti più l’offerta di pay tv classica e non necessiti quindi più di tali servizi. A seguito di tale rientro, Sky ha richiesto a Mediaset che i servizi di piattaforma tecnica a supporto della trasmissione sul digitale terrestre – a esclusione delle attività commerciali, di marketing e di gestione del cliente – continuino a esserle fornite da R2 su base non esclusiva sino al 30 giugno 2021. Tale rapporto di fornitura a Sky non preclude dunque la possibilità che la piattaforma sia aperta a utilizzatori terzi a condizioni eque, trasparenti e non discriminatorie. Mediaset, da parte sua, ha verificato la possibilità di erogare il servizio con un adeguato ritorno economico generato da un contratto biennale e ne ha favorevolmente accolto la richiesta. Mediaset conferma quindi la volontà di continuare a fornire a tutto il mercato della pay tv sul digitale terrestre i servizi tecnici della società R2. La domanda è: in questo andirivieni societario, con R2 che lascia Mediaset e passa a Sky che fine faranno i dipendenti di R2? È questa la domanda che i sindacati confederali ed autonomi porranno, appena sarà comprensibile questa ennesima operazione di ingegneria societaria e finanziaria. Vero è che questa operazione è già sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza ed ha ricevuto il massimo interessamento del nucleo delle Fiamme Gialle che si occupano precipuamente delle problematiche che arrivano all’Antitrust. L’Authority presta grande attenzione a tutte le operazioni in questo campo delicato e vitale anche per la libertà d’informazione.

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Nissan, nuove accuse a Ghosn: rischia di restare in cella

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Nuova incriminazione per Carlos Ghosn in Giappone: la quarta a cinque mesi dall’arresto, che potrebbe segnare il primo punto di arrivo dell’inchiesta del pubblico ministero, e l’avvio di un altro tormentato capitolo per la difesa. I pm sostengono che l’ex presidente di Nissan-Renault-Mitsubishi Motors abbia causato una perdita di 5 milioni di dollari alla casa auto nipponica in conseguenza a un trasferimento fittizio di denaro ad una succursale in Oman. “Saremo in grado di respingere ogni imputazione nel modo piu’ palese”, ha detto l’avvocato di Ghosn, Junichiro Hironaka, che ha fatto ricorso, e presentato la richiesta di liberta’ su cauzione, precisando che il suo assistito si e’ avvalso la facolta’ di non rispondere. Dal canto suo, il vice capo del pool degli investigatori assicura che i pm hanno quanto necessita per ottenere un verdetto di colpevolezza dell’imputato. La stessa Nissan ha presentato una denuncia penale nei confronti dell’ex tycoon sulla gestione dei fondi discrezionali e i presunti investimenti illeciti ai danni dell’azienda. Le precedenti incriminazioni riguardavano l’aver sottostimato i propri guadagni in due diverse istanze per un periodo di oltre 8 anni, e un altro caso di abuso di fiducia aggravata per la copertura di perdite personali tramite trasferimenti a societa’ prestanome in Arabia Saudita.

Il tribunale che dovra’ pronunciarsi sulla proroga del fermo dopo la recente denuncia, potrebbe accogliere la richiesta di liberta’ su cauzione, e in quel caso i pm si appellerebbero alla decisione del giudice. Una vicenda legale dai risvolti incerti che a tratti lascia perplessa l’opinione pubblica sulla conduzione delle indagini, e rischia di creare frizioni tra i vertici delle due case auto. Secondo le ultime rivelazioni dei media nipponici il prospetto di integrazione avanzato a meta’ aprile dalla casa transalpina sarebbe stato gia’ respinto a meta’ aprile dal presidente e Ceo di Nissan, Hiroto Saikawa. Sul tavolo ci sono le questioni che riguardano i rapporti di forza tra le due aziende, considerati sbilanciati dalla casa nipponica, dal momento che Nissan genera gran parte delle redditivita’ del gruppo ma possiede appena il 15% della Renault e senza diritti di voto, a differenza del marchio francese che controlla il 43% di Nissan. In un video pubblicato prima del suo ultimo arresto, a inizio aprile, Ghosn si e’ detto estraneo alle accuse ribadendo di essere vittima di una complotto da parte dei vertici della azienda nipponica, minacciata dal progetto di fusione delle due entita’.

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Contratto, boom accordi pirata: il Cnel propone un codice unico per i contratti

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Un ddl per istituire un codice unico dei contratti collettivi nazionali di lavoro da realizzare in collaborazione con Inps. Lo propone il Cnel con l’obiettivo, come spiega il presidente Tiziano Treu “per arginare il fenomeno della proliferazione di contratti pirata registratosi nel corso dell’ultimo decennio”, visto che ad ora “risultano depositati ben 888 accordi suddivisi per i diversi settori lavorativi per cui esiste un corrispondente contatto collettivo nazionale. Di questi 229 solo nel commercio e 110 in istituzioni private, enti assistenziali, sanitari e terzo settore”. Il testo e’ stato depositato al Senato e oltre a definire il Codice di identificazione unico di tutti i contratti e gli accordi depositati e archiviati, con “sequenza alfanumerica a ciascun contratto o accordo collettivo”, sara’ anche “inserito dall’Inps” nella “compilazione digitale dei flussi delle denunce retributive e contributive individuali mensili” e i datori di lavoro saranno obbligati “a indicare per ciascuna posizione professionale il codice Ccnl riferibile al contratto o accordo collettivo applicato”.

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Studio della Cgia: molte grandi imprese italiane sono sparite ma le piccole e medie sono leader in Europa

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Sebbene le nostre Pmi (piccole e medie imprese) siano leader in Europa, il nostro sistema produttivo ha ancora dei forti elementi di criticità. Sino alla prima metà degli anni ’80, segnala la Cgia, l’Italia era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’ alluminio, nell’informatica e nella farmaceutica. Grazie al peso di molte grandi imprese pubbliche e private (Montedison, Montefibre, Pirelli, Italsider, Alumix, Olivetti, Angelini, Eni), lo sviluppo ruotava attorno a questi comparti. A distanza di 40 anni abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti questi settori. “In Italia – spiega Paolo Zabeo – le grandi imprese si sono pressoche’ estinte, non certo per l’eccessiva numero delle piccole aziende, ma per l’incapacita’ di questi grandi player di reggere la sfida della globalizzazione”. Per la Cgia si deve guardare con piu’ attenzione al mondo delle imprese, specie alle piccole e alle micro, visto che la tassazione resta su livelli insopportabili, il credito viene concesso con il contagocce, l’ammontare del debito commerciale della nostra Pa verso i propri fornitori e’ di 57 miliardi di euro, di cui circa la meta’ e’ riconducibile ai mancati pagamenti.

Le performance delle nostre Pmi (sotto i 250 addetti) e delle micro imprese sono molto positive, anche a livello europeo, per numero delle attivita’, fatturato, valore aggiunto e occupati. Siamo primi in Ue per numero di imprese (oltre 3.719.000) e pur constatando che anche negli altri paesi il peso delle Pmi e’ molto simile al nostro, il ruolo delle nostre micro aziende, invece, ci vede primeggiare, soprattutto quando ci confrontiamo con paesi nostri omologhi come la Germania. In termini di fatturato, invece, l’Italia e’ al quarto posto in UE con 2.855 mld di euro all’anno (2016). Solo Germania (6.195 mld), Regno Unito (3.976 mld) e Francia (3.696 mld) hanno un risultato superiore al nostro. Tuttavia, quando analizziamo l’incidenza prodotta dalle nostre Pmi sul totale fatturato, tra i big non abbiamo rivali. E cosi’ anche relativamente al valore aggiunto delle nostre Pmi e delle piccolissime aziende. A fronte di 14,5 mln di occupati in Italia (dato al netto dei lavoratori del pubblico impiego e di alcuni comparti economici rilevanti), 11,4 lavorano presso le Pmi, di cui 6,5 nelle micro imprese. In entrambi i casi, l’incidenza sul totale occupati sbaraglia qualsiasi altro grande paese Ue. Cosi’ anche per quanto riguarda le microimprese (44,9% sul totale occupati).

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