Esteri
Russia sotto pressione, cresce il malcontento mentre Putin prepara una nuova escalation in Ucraina
Carenza di carburanti, prezzi in aumento e consenso in calo alimentano il malcontento in Russia. Ma Putin continua a puntare alla conquista del Donbass.
La guerra in Ucraina non è più percepita in Russia come un conflitto lontano. Gli effetti dei bombardamenti contro raffinerie, depositi petroliferi e infrastrutture energetiche stanno entrando nella vita quotidiana della popolazione, alimentando frustrazione, timori e crescente insofferenza verso il potere.
La produzione russa di benzina sarebbe scesa a circa il 65% della domanda stagionale, con una carenza giornaliera stimata tra 40mila e 45mila tonnellate. In numerose regioni si registrano code alle stazioni di servizio, razionamenti e interruzioni delle forniture, mentre il governo ha vietato le esportazioni e aumentato le importazioni di carburante dalla Bielorussia e da altri Paesi.
La guerra entra nella vita dei russi
Alla crisi dei carburanti si aggiungono blackout, difficoltà nei trasporti e aumenti dei prezzi. Il malcontento resta difficile da misurare in un sistema politico nel quale il dissenso viene fortemente limitato, ma alcuni sondaggi indicano un indebolimento del consenso nei confronti di Vladimir Putin.
Una rilevazione dell’istituto statale Vtsiom ha registrato alla fine di giugno un calo del gradimento del presidente russo dal 70,4 al 66,9% in una sola settimana, la flessione più marcata dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Altre rilevazioni continuano tuttavia ad attribuirgli percentuali più alte, segno che il quadro dell’opinione pubblica russa resta complesso e condizionato anche dai diversi metodi di rilevazione.
Il problema per il Cremlino è che la guerra sta progressivamente erodendo quella promessa di stabilità economica e sociale sulla quale Putin ha costruito per anni una parte rilevante del proprio consenso.
Putin respinge l’ipotesi di congelare il fronte
Nonostante la pressione economica e politica, il presidente russo non sembra disposto a modificare la propria strategia. Secondo fonti vicine al Cremlino citate da Reuters, Putin avrebbe respinto il suggerimento di alcuni consiglieri di accettare una tregua lungo l’attuale linea del fronte.
Mosca controlla una parte consistente del Donbass, ma non l’intera regione. Putin continuerebbe a considerare la conquista completa delle province orientali ucraine un obiettivo irrinunciabile e sarebbe convinto che nuovi progressi militari possano essere ottenuti nei prossimi mesi.
Gli attacchi ucraini in profondità contro raffinerie, porti e depositi avrebbero ulteriormente irrigidito la posizione del presidente russo. In risposta, Mosca ha intensificato i bombardamenti con missili e droni contro le città e le infrastrutture ucraine, provocando numerose vittime civili. In uno degli attacchi più pesanti, almeno 22 persone sono state uccise e oltre 80 ferite.
Il nodo della mobilitazione
Una nuova offensiva su vasta scala nel Donbass potrebbe richiedere però un aumento significativo degli effettivi. L’ipotesi di una nuova mobilitazione obbligatoria rappresenta uno dei passaggi più delicati per il Cremlino.
Putin ha finora cercato di evitare una leva generale, affidandosi soprattutto a reclutamenti volontari, incentivi economici, detenuti e contingenti provenienti dalle regioni più povere. Una mobilitazione più ampia avrebbe un costo politico elevato, perché renderebbe ancora più diretto il coinvolgimento delle famiglie russe nella guerra.
Anche alcuni osservatori occidentali ritengono che il deterioramento delle capacità militari russe e il rallentamento delle avanzate possano costringere Mosca a prendere decisioni impopolari nei prossimi mesi.
La “zona cuscinetto” evocata dal Cremlino
Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov continua a sostenere che Mosca preferirebbe una soluzione diplomatica, ma ha contemporaneamente annunciato l’intenzione di ampliare quella che il Cremlino definisce una “zona di sicurezza” lungo il confine.
Secondo Peskov, l’aumento degli attacchi ucraini in territorio russo renderebbe necessario creare una zona cuscinetto più profonda. È una formula che, nella pratica, lascia intendere la volontà di occupare nuove porzioni del territorio ucraino.
«La Russia è pronta per una soluzione pacifica», sostiene il Cremlino, ma dispone anche delle capacità necessarie per continuare quella che continua a chiamare “operazione militare speciale”.
Il dialogo resta fermo
A giugno Putin aveva respinto la proposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di un incontro diretto destinato a discutere una tregua, sostenendo che non esistessero ancora le condizioni per un vertice.
La posizione russa contrasta con l’ottimismo manifestato da Donald Trump, secondo il quale una soluzione della guerra sarebbe «più vicina di quanto si pensi». Il presidente americano ha sostenuto che sia Putin sia Zelensky vorrebbero fermare il conflitto, dopo avere avuto colloqui con entrambi.
Le informazioni provenienti dall’interno del Cremlino descrivono però un quadro molto diverso: Putin sarebbe ancora convinto di poter ottenere nuovi vantaggi sul campo prima di sedersi a un tavolo negoziale.
Le preoccupazioni dei Paesi baltici
Sul fronte occidentale cresce intanto l’attenzione verso la possibilità che Mosca possa tentare provocazioni contro un Paese della Nato. Servizi di intelligence e fonti politiche dei Paesi baltici hanno segnalato attività russe che potrebbero preludere ad azioni militari limitate o ibride contro Estonia, Lettonia, Lituania o Polonia.
Non esistono al momento prove pubbliche di un piano russo per un attacco diretto a una base Nato. L’ipotesi viene tuttavia studiata dagli apparati occidentali come possibile tentativo di mettere alla prova la coesione dell’Alleanza e la concreta applicazione dell’articolo 5, secondo il quale un’aggressione contro un membro è considerata un’aggressione contro tutti.
Gli analisti distinguono comunque tra una guerra aperta, considerata ancora poco probabile nel breve periodo, e operazioni limitate, sabotaggi o provocazioni concepite per creare divisioni politiche all’interno della Nato.
Il dilemma del Cremlino
Putin si trova così davanti a un bivio. Accettare una tregua sull’attuale linea del fronte significherebbe rinunciare, almeno temporaneamente, alla conquista completa del Donbass. Continuare la guerra comporterebbe invece nuovi costi economici, militari e sociali, con il rischio di alimentare ulteriormente il malcontento interno.
Per ora, i segnali provenienti da Mosca indicano che il Cremlino continua a scegliere la seconda strada. La pressione sulla società russa aumenta, ma Putin sembra ancora convinto che un’escalation possa migliorare la posizione negoziale della Russia.
Il rischio è che la ricerca di una vittoria militare sempre più difficile finisca per mettere sotto tensione non soltanto l’Ucraina, ma anche la stabilità interna dello stesso sistema di potere russo.
Esteri
Trump: «Hormuz diventerà territorio Usa». Nuova sfida all’Iran
Trump rivendica il controllo americano dello Stretto di Hormuz e aumenta la pressione sull’Iran. In arrivo nuove sanzioni mentre resta incerto il futuro della tregua.
Donald Trump alza ulteriormente il livello dello scontro con Teheran e annuncia l’intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz «territorio degli Stati Uniti».
Parlando all’accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente americano ha descritto l’Iran come un Paese «pesantemente sconfitto» e rivendicato il controllo statunitense sul passaggio marittimo: «Abbiamo imposto il blocco. Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi».
Trump non ha spiegato attraverso quali strumenti giuridici o diplomatici intenderebbe procedere. Lo Stretto di Hormuz si trova tra Iran e Oman ed è disciplinato dalle norme internazionali sul transito negli stretti utilizzati per la navigazione. Una dichiarazione unilaterale di Washington non sarebbe quindi sufficiente a modificarne la sovranità.
Minacce militari e nuove sanzioni
Il presidente ha minacciato una risposta «cento volte superiore» nel caso di un attacco iraniano e ha definito la guerra contro Teheran un servizio reso alla comunità internazionale, ribadendo che Washington non consentirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
Alla pressione militare si aggiungerà quella economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato per la prossima settimana misure di isolamento finanziario «mai viste prima». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece sostenuto che il blocco navale dei porti iraniani potrà proseguire a tempo indeterminato attraverso la rotazione delle unità statunitensi.
La portaerei USS George Washington è diretta verso la regione per sostituire la USS Abraham Lincoln, impegnata da oltre 250 giorni. Trump ha respinto le preoccupazioni sulle difficili condizioni dell’equipaggio, sostenendo che il dispiegamento non sia stato eccessivamente lungo.
La tregua in scadenza
Le dichiarazioni arrivano alla vigilia della scadenza della finestra di 60 giorni prevista dal memorandum di Islamabad, fissata per il 17 agosto. Fonti governative pakistane hanno parlato di un’intesa per una proroga, ma Teheran ha negato che siano in corso trattative formali sull’estensione.
I rapporti tra Stati Uniti e Iran restano bloccati sui principali punti del negoziato: riapertura dello Stretto, sospensione del blocco navale, sanzioni, beni iraniani congelati e futuro del programma nucleare.
Petrolio e voto di novembre
La crisi energetica pesa anche sulla politica interna statunitense. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella riduzione dei prezzi di petrolio e benzina la priorità immediata dell’amministrazione, seguita dall’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
Prima del conflitto attraverso Hormuz transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Le forti limitazioni alla navigazione hanno ridotto drasticamente i flussi, mantenendo elevati i prezzi dell’energia.
Alla Casa Bianca cresce la preoccupazione per le elezioni di metà mandato di novembre. I repubblicani temono che una guerra prolungata e il caro-carburanti possano compromettere il controllo del Congresso. L’annuncio di Trump appare così rivolto contemporaneamente a Teheran, ai mercati e all’elettorato americano.
Esteri
Piogge record in Giappone: otto morti, Chiba sommersa e migliaia bloccati a Narita
Un’alluvione provocata da precipitazioni eccezionali ha colpito Chiba, nell’area metropolitana di Tokyo. Il bilancio provvisorio è di otto morti e un disperso. Trasporti paralizzati, evacuazioni e migliaia di passeggeri costretti a trascorrere la notte all’aeroporto di Narita.
Almeno otto persone sono morte e una risulta dispersa dopo le piogge torrenziali che hanno investito la prefettura di Chiba, a est di Tokyo. Il bilancio resta provvisorio mentre proseguono le ricerche e gli interventi nelle zone isolate.
Il nubifragio ha paralizzato trasporti e servizi nel pieno dell’Obon, la festività buddhista durante la quale milioni di giapponesi tornano nei luoghi d’origine per ricordare gli antenati.
Più di 360 millimetri in un giorno
Nella città di Chiba sono caduti oltre 360 millimetri di pioggia in 24 ore, più di tre volte la media dell’intero mese di agosto. Diverse stazioni meteorologiche della prefettura hanno superato i precedenti record.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha diramato l’allerta di livello 5, il massimo previsto, in numerosi comuni interessati da inondazioni e rischio di frane. Nonostante l’attenuazione delle precipitazioni, il terreno saturo e i corsi d’acqua ingrossati continuano a rappresentare un pericolo.
Alcune vittime sono rimaste intrappolate in veicoli sommersi dalle acque. Oltre trenta persone sono rimaste ferite, mentre centinaia di abitazioni risultano allagate o danneggiate.
Settemila passeggeri bloccati a Narita
All’aeroporto internazionale di Narita circa settemila passeggeri hanno trascorso la notte nei terminal. Il personale ha distribuito sacchi a pelo e generi di prima necessità dopo la cancellazione dei voli e l’interruzione dei collegamenti ferroviari e stradali.
Migliaia di pendolari hanno trovato riparo nelle stazioni, negli uffici pubblici e nei municipi. Autostrade e linee ferroviarie sono state chiuse per allagamenti e smottamenti, mentre decine di migliaia di abitazioni sono rimaste temporaneamente senza elettricità.
Oltre 400mila persone hanno ricevuto indicazioni o ordini di evacuazione. Il governo ha mobilitato anche le forze di autodifesa per sostenere i soccorritori.
Il governatore: «Mai visto un disastro simile»
Il governatore di Chiba, Toshihito Kumagai, ha descritto l’evento come una situazione senza precedenti nella propria esperienza amministrativa.
L’impatto è stato aggravato dall’elevata urbanizzazione della regione. Strade asfaltate, superfici impermeabili e sistemi di drenaggio sopraffatti dalla quantità d’acqua caduta in poche ore hanno favorito l’allagamento di quartieri, sottopassi e arterie di collegamento.
Il ruolo del riscaldamento globale
Il riscaldamento globale aumenta la quantità di vapore acqueo che può essere trattenuta nell’atmosfera e crea condizioni favorevoli a precipitazioni più intense. È quindi coerente con l’aumento del rischio di eventi estremi osservato in diverse regioni del pianeta.
Non è però scientificamente corretto attribuire automaticamente un singolo nubifragio al cambiamento climatico senza uno specifico studio di attribuzione. Nel caso di Chiba, gli esperti indicano tra le cause immediate l’incontro tra aria calda e molto umida e masse più fredde presenti in quota.
Esteri
Farage rieletto a Clacton, ma riparte l’inchiesta sui suoi finanziamenti
Nigel Farage ha riconquistato il seggio di Clacton con 22.239 voti. Secondo il candidato satirico Count Binface. Con il ritorno alla Camera dei Comuni riprende l’indagine parlamentare su un contributo da cinque milioni di sterline che il leader di Reform UK avrebbe omesso di dichiarare.
Nigel Farage è stato rieletto deputato nel collegio di Clacton, nell’Inghilterra sudorientale, al termine dell’elezione suppletiva da lui stesso provocata con le dimissioni dalla Camera dei Comuni.
Il leader di Reform UK ha ottenuto 22.239 voti, pari al 63,34%, migliorando la percentuale del 46,2% raccolta alle elezioni politiche del 2024. La consultazione è stata però disertata dai principali partiti britannici, che l’avevano definita un’iniziativa propagandistica destinata a distogliere l’attenzione dall’inchiesta parlamentare sulle finanze di Farage.
Count Binface secondo con il 26,9%
Al secondo posto si è classificato Count Binface, personaggio satirico interpretato dal comico Jonathan Harvey, con 9.455 voti e il 26,93% dei consensi. Alla competizione hanno partecipato complessivamente 34 candidati, molti dei quali indipendenti o appartenenti a formazioni minori.
L’affluenza si è fermata al 44,4%, in calo rispetto al 58,7% registrato nel collegio alle politiche del 2024. Farage ha presentato il risultato come una sfida vinta contro l’establishment politico, mentre Count Binface si è proclamato ironicamente «vincitore morale».
L’assenza alla proclamazione
Farage non ha partecipato alla cerimonia di proclamazione. Reform UK ha motivato l’assenza facendo riferimento a una minaccia alla sicurezza del leader. La polizia dell’Essex ha tuttavia precisato di non avere consigliato ad alcun candidato di disertare lo scrutinio e ha riferito che non si sono verificati incidenti.
Farage ha successivamente spiegato di avere temuto contestazioni e iniziative organizzate per metterlo in imbarazzo durante la proclamazione.
Sul tema della sicurezza pesa anche il clima seguito all’uccisione dell’ex ministra Ann Widdecombe. Gli investigatori dell’antiterrorismo stanno verificando un’eventuale connessione tra quell’omicidio e un precedente episodio incendiario avvenuto nell’abitazione londinese di Farage. Il possibile collegamento resta un’ipotesi investigativa.
Riprende l’inchiesta parlamentare
Con il ritorno di Farage alla Camera dei Comuni riparte l’indagine del commissario parlamentare per gli standard, sospesa quando il leader di Reform aveva lasciato il seggio. Gli accertamenti riguardano la mancata dichiarazione di un contributo da cinque milioni di sterline ricevuto dall’imprenditore delle criptovalute Christopher Harborne.
Farage respinge le contestazioni e sostiene di non avere commesso irregolarità. Al termine dell’inchiesta potrebbe essere proposta una sanzione parlamentare. Un’eventuale sospensione che rientrasse nei casi previsti dalla legge potrebbe aprire la strada a una petizione di revoca: per provocare una nuova elezione suppletiva sarebbe necessaria la firma del 10% degli elettori del collegio.
Labour e Conservatori hanno sottolineato che la rielezione non chiude il caso. La presidente laburista Bridget Phillipson ha affermato che il risultato non cancella le questioni ancora aperte sui finanziamenti di Farage.


