Esteri
Russia e Ucraina scambiano 185 prigionieri per parte, nuovo spiraglio umanitario nella guerra
Russia e Ucraina hanno effettuato un nuovo scambio di prigionieri, liberando 185 militari per parte. Secondo Mosca, l’operazione rientra negli accordi raggiunti nei precedenti contatti tra le parti ed è stata mediata dagli Emirati Arabi Uniti.
Mentre la diplomazia continua a muoversi tra aperture, sospetti e nuove richieste di garanzie, Russia e Ucraina hanno portato a termine un nuovo scambio di prigionieri. Mosca e Kiev hanno liberato 185 militari per parte, in una delle poche forme di cooperazione che continuano a funzionare nonostante il conflitto resti aperto sul terreno.
A riferirlo è stato il ministero della Difesa russo, citato dai media di Mosca. Anche Reuters conferma lo scambio, precisando che si tratta del secondo passaggio nell’ambito di un accordo più ampio per lo scambio di mille prigionieri di guerra per parte. (reuters.com)
Il ruolo della mediazione
Secondo il ministero della Difesa russo, lo scambio è stato facilitato dagli Emirati Arabi Uniti, già coinvolti in precedenti operazioni di questo tipo tra Mosca e Kiev. Gli scambi di prigionieri restano uno dei pochi canali pratici ancora aperti tra i due Paesi, anche quando il dialogo politico appare bloccato o attraversato da accuse reciproche.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sottolineato che molti dei militari rientrati erano in prigionia russa dal 2022. Kyiv ha riferito anche del ritorno di un civile. (reuters.com)
Un gesto umanitario, non ancora una svolta politica
Lo scambio ha un evidente valore umanitario. Per le famiglie dei prigionieri significa la fine di un’attesa spesso durata anni, tra silenzi, paura e incertezza. Per i governi, invece, rappresenta un canale minimo di comunicazione che sopravvive anche nei momenti più duri della guerra.
Ma sarebbe prematuro leggerlo come una vera svolta verso la pace. Sul terreno i combattimenti proseguono, le posizioni politiche restano lontane e il negoziato su cessate il fuoco, territori occupati, garanzie di sicurezza e futuro dell’Ucraina rimane estremamente complesso.
Il peso umano della guerra
Ogni scambio di prigionieri ricorda la dimensione più concreta del conflitto: uomini catturati, famiglie sospese, soldati che tornano dopo mesi o anni di detenzione. Dietro i numeri ci sono corpi provati, storie interrotte e vite che tentano di ricominciare.
La guerra resta aperta. Ma il ritorno di 370 militari, 185 per parte, è almeno una crepa nel muro dell’ostilità totale. Non basta a fermare il conflitto, ma restituisce a centinaia di famiglie ciò che la diplomazia, quando riesce ancora a funzionare, può ottenere anche nel mezzo della guerra.
Esteri
Zelensky silura Syrsky e nomina Drapatyi: scossa ai vertici militari ucraini
Volodymyr Zelensky ha sostituito Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate ucraine, nominando Mykhailo Drapatyi. La decisione arriva dopo giorni di proteste per la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e le tensioni ai vertici militari.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostituito il generale Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate, nominando al suo posto il maggiore generale Mykhailo Drapatyi.
«Ho deciso che il nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine sarà Mykhailo Drapatyi», ha annunciato Zelensky, ringraziando Syrsky e i soldati ucraini per aver mantenuto solide le posizioni al fronte.
La sostituzione rappresenta il più importante cambiamento ai vertici militari ucraini degli ultimi anni e arriva nel pieno di una crisi politica innescata dal recente rimpasto di governo e dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.
Le proteste dopo la rimozione di Fedorov
La decisione di escludere Fedorov dal nuovo governo aveva provocato manifestazioni a Kiev e in altre città ucraine. Migliaia di persone erano scese in piazza per chiedere il suo reintegro e un rinnovamento della catena di comando militare.
Fedorov era considerato uno dei protagonisti della modernizzazione tecnologica delle forze ucraine, soprattutto nell’impiego di droni, sistemi digitali e nuove procedure di approvvigionamento. La sua estromissione era stata collegata alle profonde divergenze con Syrsky sulla gestione della guerra e sulle riforme dell’esercito.
Gli organizzatori delle proteste avevano dato a Zelensky un ultimatum per reintegrare l’ex ministro, minacciando in caso contrario una mobilitazione generale a tempo indeterminato.
Le scuse tardive di Syrsky
Nelle ore precedenti alla sua rimozione, Syrsky aveva cercato di ridimensionare lo scontro con Fedorov, sostenendo di essere rimasto sorpreso dalle notizie sull’esistenza di un conflitto personale tra loro.
Il generale aveva definito i contrasti come normali divergenze di lavoro tra istituzioni impegnate in una guerra su larga scala e aveva presentato le proprie scuse qualora i suoi modi duri avessero offeso l’ex ministro.
«Il mio lavoro è la guerra: strategia, fronte e uomini», aveva affermato, respingendo le accuse di mancanza di visione strategica. Il tentativo di ricomporre la frattura non è però bastato a evitare la sostituzione.
Chi è Mykhailo Drapatyi
Drapatyi, 43 anni, appartiene a una generazione di ufficiali formatasi direttamente nei combattimenti contro la Russia. Si mise in evidenza già nel 2014 durante le operazioni a Mariupol e, dopo l’invasione russa del 2022, contribuì alla difesa di Kryvyi Rih e alle operazioni nella regione di Kherson.
Ha successivamente ricoperto incarichi di primo piano nello Stato maggiore, nelle forze terrestri e nel comando delle forze congiunte. È considerato un ufficiale favorevole all’innovazione tecnologica, alla riforma dell’addestramento e a una maggiore responsabilizzazione della catena di comando.
Il sostegno a Fedorov
La nomina assume anche un evidente significato politico. Nei giorni scorsi Drapatyi aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Fedorov al ministero della Difesa, sottolineando la nascita di un dialogo concreto tra il governo e le Forze armate.
Il nuovo comandante è quindi considerato più vicino alla linea riformatrice dell’ex ministro rispetto a Syrsky. Zelensky avrebbe intanto offerto a Fedorov un nuovo incarico di primo piano nel governo, dedicato allo sviluppo tecnologico, senza tuttavia reintegrarlo formalmente alla Difesa.
Zelensky: costringere Mosca alla pace
Annunciando il cambio della guardia, Zelensky ha ribadito che l’obiettivo resta quello di rafforzare l’esercito, colpire con maggiore efficacia le forze russe e creare le condizioni per obbligare Mosca a negoziare.
«Vogliamo tutti la stessa cosa: sconfiggere il nemico e creare le condizioni, al fronte e attraverso la pressione sulla Russia, che ci permettano di costringere Mosca alla pace», ha affermato il presidente.
La nomina di Drapatyi tenta quindi di rispondere contemporaneamente alle esigenze militari, alle pressioni della piazza e alla necessità di ricomporre le divisioni che si erano aperte ai vertici dello Stato ucraino.
Esteri
Laura Loomer cambia idea sull’Ucraina: “Ho sbagliato, ho sminuito la sofferenza degli ucraini”
La commentatrice e attivista conservatrice Laura Loomer, alleata di Donald Trump, cambia posizione sulla guerra in Ucraina dopo una visita a Kiev. Su X ammette di aver sottovalutato per anni le sofferenze degli ucraini e ringrazia il presidente Volodymyr Zelensky per l’accoglienza.
Esteri
Trump vuole Gianni Infantino alla guida dell’Onu: l’indiscrezione del New York Post
Donald Trump starebbe valutando di sostenere il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Non è ancora chiaro se il dirigente sportivo sia interessato all’incarico.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vorrebbe sostenere Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. L’indiscrezione è stata pubblicata dal New York Post, che cita fonti vicine alla Casa Bianca. Al momento non risultano però una candidatura formale né una dichiarazione pubblica di Infantino sulla sua disponibilità ad assumere l’incarico.
Secondo una delle fonti citate dal quotidiano americano, Trump considera il presidente della Fifa «rispettato da tutti nel mondo» e gli riconosce una particolare capacità di unire le persone.
Il rapporto tra Trump e il presidente della Fifa
I rapporti tra Trump e Infantino si sono rafforzati durante l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico. Infantino è attualmente presidente della Fifa, incarico nel quale era stato rieletto nel 2023.
La scelta del dirigente sportivo rappresenterebbe un’opzione esterna alla diplomazia tradizionale e potrebbe essere letta come il tentativo di Trump di imprimere una svolta alla gestione delle Nazioni Unite, organizzazione più volte criticata dal presidente americano per la sua presunta inefficacia nella soluzione dei principali conflitti internazionali.
Non è ancora una candidatura ufficiale
Il New York Post precisa che non è chiaro se Trump abbia discusso direttamente dell’ipotesi con Infantino e se il presidente della Fifa sia realmente interessato al ruolo.
Per entrare ufficialmente nella corsa, Infantino dovrebbe essere candidato da uno o più Stati membri. La procedura per la scelta del nuovo segretario generale è già stata avviata e prevede la presentazione delle candidature, audizioni pubbliche e una successiva valutazione da parte del Consiglio di Sicurezza.
Come viene scelto il segretario generale
Il segretario generale non viene eletto direttamente dai 193 Paesi membri. Il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 Stati, deve prima raccomandare un candidato all’Assemblea generale. Ciascuno dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito — può bloccare la scelta esercitando il diritto di veto.
L’Assemblea generale procede quindi alla nomina formale. Il nuovo segretario generale entrerà in carica il 1° gennaio 2027, dopo la conclusione del mandato di António Guterres il 31 dicembre 2026.
Gli altri nomi in corsa
Tra i candidati citati dal quotidiano americano figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’argentino Rafael Grossi.
Bachelet potrebbe incontrare la contrarietà degli Stati Uniti, mentre Grossi potrebbe dover superare eventuali riserve britanniche legate alla storica controversia tra Londra e Buenos Aires sulle isole Falkland-Malvine.
La prassi diplomatica favorirebbe questa volta un candidato proveniente dall’America Latina o dai Caraibi, ma la rotazione geografica non costituisce una regola vincolante. L’eventuale ingresso di Infantino cambierebbe quindi gli equilibri di una competizione ancora aperta e condizionata soprattutto dal confronto tra le grandi potenze.


