Cronache
Ruini, il cardinale che guidò la Chiesa italiana nell’era dopo la Dc
Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa italiana contemporanea. Presidente della Cei dal 1991, vicario del Papa per Roma e protagonista del rapporto tra cattolici e politica dopo la fine della Dc, ha lasciato un’impronta profonda nel dibattito pubblico italiano.
Per oltre quindici anni Camillo Ruini è stato molto più del presidente della Conferenza episcopale italiana. È stato il volto pubblico di una Chiesa che, dopo il tramonto della Democrazia cristiana, scelse di non arretrare dal confronto politico e culturale del Paese. Una Chiesa identitaria, presente, spesso contestata, ma mai marginale.
Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, Ruini è stato una delle figure più influenti del cattolicesimo italiano del Novecento e dei primi anni Duemila. Sacerdote dal 1954, vescovo dal 1983, fu chiamato da Giovanni Paolo II alla segreteria generale della Cei nel 1986. Cinque anni dopo ne divenne presidente, incarico che avrebbe ricoperto dal 1991 per sedici anni, insieme a quello di vicario del Papa per la diocesi di Roma.
Il peso della Cei dopo la fine della Dc
Gli anni della sua guida coincisero con una fase decisiva della storia italiana. La fine della Democrazia cristiana lasciò i cattolici senza il tradizionale partito di riferimento. In quel vuoto, la Cei guidata da Ruini assunse un ruolo centrale nel rapporto tra Chiesa, politica e società.
Fu in quella stagione che nacque il termine ruinismo, entrato nel 2008 anche nella Treccani, a indicare un modo preciso di intendere la presenza ecclesiale nello spazio pubblico: forte attenzione ai temi della vita, della famiglia, della bioetica e della secolarizzazione.
La stagione dei valori non negoziabili
Il momento più emblematico di quella linea fu il referendum del 2005 sulla legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita. La mobilitazione per l’astensione, sostenuta dalla Chiesa italiana, contribuì al mancato raggiungimento del quorum e segnò una delle vittorie più nette della strategia ruiniana.
Ruini rivendicò sempre la necessità di una Chiesa capace di incidere nel dibattito pubblico. A chi accusava la Cei di eccessiva ingerenza nella vita politica italiana, rispose con una formula rimasta celebre: “Meglio criticati che irrilevanti”.
Il rapporto con i Papi e con la politica
Ruini fu tra i collaboratori più stretti di Giovanni Paolo II, che lo volle alla guida della Cei e vicario per Roma dopo l’era Poletti. Fu anche considerato tra i grandi elettori di Joseph Ratzinger, diventato Papa Benedetto XVI.
Più complesso fu il rapporto con la stagione successiva. Con l’avvento di Papa Francesco, la Chiesa italiana cambiò sensibilmente passo, con una maggiore attenzione alle periferie, ai parroci, ai missionari e a una diversa idea di presenza pubblica. Lo stesso Ruini, nell’ultima intervista concessa per i suoi 95 anni, aveva ammesso di essersi trovato in difficoltà con Papa Francesco, mentre aveva espresso un giudizio positivo su Leone XIV.
Una figura mai davvero ritirata
Anche dopo la fine degli incarichi più rilevanti, Ruini non si è mai ritirato del tutto dalla vita ecclesiale. Ha continuato a ricevere vescovi, sacerdoti, giornalisti e interlocutori del mondo politico e culturale. Quando la salute glielo consentiva, partecipava ancora alle celebrazioni pontificie nella basilica di San Pietro.
La sua eredità resta una delle più discusse della Chiesa italiana contemporanea. Per alcuni Ruini ha garantito visibilità e forza al cattolicesimo in una fase di smarrimento politico. Per altri ha rappresentato una stagione di eccessiva esposizione ecclesiastica nello scontro pubblico.
In ogni caso, il suo nome resta legato a una fase cruciale della storia nazionale: quella in cui la Chiesa italiana, rimasta senza il grande partito cattolico, cercò una nuova forma di presenza nella società. E lo fece con una voce forte, riconoscibile, destinata a lasciare un segno profondo.
Cronache
Poggioreale, abbattuto un drone con hashish e un iPhone diretto nel carcere
Un drone carico di hashish e con un telefono di ultima generazione è stato abbattuto prima di raggiungere il carcere di Poggioreale. L’Uspp chiede più agenti e sistemi tecnologici contro le consegne illegali.
Cronache
Ranucci-Lavitola, incontri, cene e affari mancati: sotto esame un rapporto iniziato nel 2019
Gli investigatori ricostruiscono il rapporto tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, iniziato nel 2019 e diventato progressivamente personale. Al centro delle verifiche ci sono le cene al Cefalù Bistrò, i crediti di carbonio e alcune mediazioni imprenditoriali. Ranucci resta vittima e parte lesa.
«Valter mi portava ovunque, neanche fossi la Madonna di Pompei. Come testimonial, però, sono stato un fallimento». Con questa battuta Sigfrido Ranucci ha descritto il rapporto complesso costruito negli anni con Valter Lavitola, tra incontri, cene e presentazioni organizzate al Cefalù Bistrò di Roma.
È proprio la natura di quella frequentazione a occupare uno spazio rilevante nell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025. Lavitola è indicato come il presunto mandante dell’esplosione, mentre Ranucci resta vittima e parte lesa. Le responsabilità dell’ex editore dovranno essere accertate definitivamente nel processo.
I primi incontri risalgono al 2019
Il rapporto sarebbe cominciato almeno nel 2019, quando Lavitola entrò nella sede della Rai per incontrare Ranucci. Un secondo accesso risulta nel 2021.
Durante la pandemia, Lavitola avrebbe inoltre ospitato gratuitamente nel bed and breakfast vicino al proprio ristorante un inviato di Report rientrato dal Brasile e sottoposto a quarantena.
Ranucci avrebbe inizialmente considerato Lavitola una fonte utile per arrivare a un’intervista con Marcello Dell’Utri. Con il passare del tempo, tuttavia, il legame sarebbe diventato più personale, alimentato anche dalle frequenti cene nel locale romano.
Lavitola parla di «amicizia interessata»
Davanti al Tribunale del Riesame, Lavitola ha definito il rapporto con Ranucci un’«amicizia interessata». Il giornalista, secondo la sua ricostruzione, avrebbe potuto aiutarlo a riconquistare una reputazione dopo le precedenti vicende giudiziarie.
L’ipotesi accusatoria è che l’attentato fosse stato organizzato anche per favorire un aumento della protezione assegnata a Ranucci e spingerlo verso una futura candidatura politica. Lavitola avrebbe immaginato per sé il ruolo di consigliere e mediatore.
La Procura ritiene che il giornalista sia stato progressivamente manipolato. Ranucci, invece, ha spiegato di aver fornito soltanto consigli personali e disinteressati.
Le cene al Cefalù Bistrò
Il ristorante di via dei Quattro Venti sarebbe stato il punto d’incontro tra giornalisti, imprenditori e persone vicine a Lavitola.
Tra le cene finite sotto osservazione c’è quella alla quale parteciparono Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni di Urban Vision, società della quale Report si era occupato in passato per l’ingresso di Marco Dell’Utri, figlio di Marcello.
Gli inviti sarebbero stati organizzati da Giuseppe Lavitola, figlio ventiduenne di Valter e consigliere di Urban Venture, società partecipata dal gruppo. Urban Vision non avrebbe poi investito nel progetto africano sui crediti di carbonio al quale lavorava Lavitola.
Il progetto dei crediti di carbonio
Un altro passaggio riguarda l’intervista concessa da Ranucci il 5 luglio a un giornale dello Zimbabwe. L’iniziativa sarebbe stata sollecitata da Lavitola, impegnato in un’attività imprenditoriale nel settore dei crediti di carbonio.
Durante il colloquio, il giornalista accennò a un possibile interesse di Report per la corruzione nel Paese africano. Gli investigatori stanno cercando di stabilire se quell’intervento avesse una finalità esclusivamente giornalistica o potesse essere utile agli interessi di Lavitola.
Ranucci ha sempre respinto l’ipotesi di condizionamenti sulle scelte editoriali della trasmissione. Ha inoltre negato l’esistenza di un’inchiesta sull’eolico influenzata dall’ex editore, dopo l’annuncio di un esposto da parte di Fratelli d’Italia.
La mediazione per acquistare il ristorante
Lavitola avrebbe chiesto a Ranucci anche un intervento per tentare di acquistare le mura del Cefalù Bistrò dalla famiglia Pulcini. Il giornalista ha spiegato che i proprietari erano estimatori di Report e che il suo ruolo si sarebbe limitato a una mediazione personale.
L’operazione non si concluse. Le conversazioni successive, però, mostrerebbero una notevole confidenza tra i due. Lavitola ringraziò il giornalista con parole molto calorose e Ranucci gli rispose confermando il proprio affetto.
Messaggi che non dimostrano il coinvolgimento di Ranucci negli affari dell’ex editore, ma documentano un rapporto personale più stretto di una semplice relazione tra giornalista e fonte. È su questa zona di confine che si concentrano ora gli accertamenti.
Cronache
Ranucci ironizza sul sondaggio: “Io al 7% senza neppure fare campagna elettorale”
Sigfrido Ranucci ironizza sul sondaggio Swg che gli attribuisce il 7% in un’ipotesi politica. Il giornalista rivendica inoltre una credibilità personale e di Report superiore al 60%, dato da lui riferito ma non ancora pubblicato.
«Il sondaggio è stato una sorpresa: non ho annunciato di volermi candidare e non ho neppure fatto campagna elettorale». Sigfrido Ranucci commenta con ironia la rilevazione realizzata da Swg e diffusa da La7, che gli attribuisce il 7% nell’ipotesi di una sua discesa in campo.
Il giornalista è intervenuto a margine della presentazione del libro “Il ritorno della casta”, a Roma.
“Più interessanti gli elettori ancora incerti”
Ranucci invita a leggere anche gli altri risultati della rilevazione. «Più interessante è il 23% che, alla domanda se mi voterebbe, risponde “può darsi”, oppure il 30% che dice “non saprei”», osserva.
Le percentuali, secondo il conduttore, mostrerebbero l’esistenza di un’area ancora molto ampia di persone che non esclude di sostenerlo. Ranucci non ha però annunciato alcuna candidatura né indicato un eventuale progetto politico.
La rivendicazione sulla credibilità di Report
Il giornalista richiama poi una parte della rilevazione che, a suo dire, non sarebbe stata resa pubblica e riguarderebbe la sua credibilità personale e quella delle inchieste di Report.
«È sopra il 60%, dopo tre mesi di campagne vergognose», afferma Ranucci, parlando della «più grande character assassination della storia».
Il dato sulla credibilità superiore al 60% viene riferito dal diretto interessato e non è contenuto nei risultati del sondaggio finora diffusi pubblicamente.
L’attacco agli autori degli articoli
Ranucci sostiene di essere stato oggetto di una campagna finalizzata a danneggiarne la reputazione e attacca quanti hanno pubblicato articoli critici nei suoi confronti.
«Qualcuno dovrà dire a quelli che hanno scritto tutti questi articoli che hanno sbagliato», conclude il giornalista.
Le sue parole alimentano il dibattito su un possibile futuro politico, ma al momento restano dichiarazioni pronunciate in risposta a uno scenario ipotetico formulato attraverso un sondaggio.


