Esteri
Royal Navy in affanno, tutti i sottomarini nucleari d’attacco fermi per manutenzione
La Royal Navy deve affrontare una nuova crisi operativa: tutti e cinque i sottomarini nucleari d’attacco della classe Astute disponibili sono fermi per lavori tecnici. Problemi anche per la portaerei HMS Prince of Wales, bloccata temporaneamente in Norvegia.
La forza navale che dovrebbe garantire la sicurezza degli oceani britannici si ritrova senza alcun sottomarino nucleare d’attacco immediatamente disponibile. Tutti e cinque gli esemplari operativi della classe Astute sono contemporaneamente fermi in porto per interventi di manutenzione o riparazione, mentre un sesto battello non è ancora pronto per essere impiegato in missione.
La nuova emergenza mette in evidenza le difficoltà strutturali della Royal Navy proprio mentre cresce l’attività militare russa nelle acque dell’Atlantico settentrionale e attorno al Regno Unito.
Tutti gli Astute fermi in porto
I sottomarini della classe Astute costituiscono la principale componente subacquea offensiva della Marina britannica. Sono mezzi a propulsione nucleare destinati alla sorveglianza, alla raccolta di informazioni, alla guerra antisommergibile e alla protezione delle unità strategiche che trasportano i missili nucleari Trident.
Secondo quanto riferito dalla stampa britannica, tutti e cinque gli esemplari già disponibili sarebbero in attesa di interventi tecnici o sottoposti a lavori programmati.
Il sesto sottomarino della classe, pur avendo raggiunto una fase avanzata del percorso di ingresso nella flotta, non sarebbe ancora pronto per un dispiegamento operativo.
La coincidenza dei periodi di manutenzione lascia quindi la Royal Navy temporaneamente priva della propria principale capacità di attacco subacqueo.
Il piano ordinato dal vertice della Marina
Il First Sea Lord, massima autorità militare della Royal Navy, avrebbe ordinato la predisposizione di un piano per accelerare i lavori e impedire nuovi ritardi.
Il ministero della Difesa britannico ha riconosciuto la necessità di rafforzare la resilienza della flotta sottomarina e di intervenire sulle infrastrutture, sull’organizzazione della manutenzione e sulla disponibilità dei tecnici specializzati.
Le difficoltà non riguardano soltanto i singoli battelli, ma una più ampia carenza di capacità industriale e logistica, maturata dopo anni di riduzione degli investimenti e progressivo assottigliamento della flotta.
Londra sostiene comunque che le acque britanniche continuino a essere sorvegliate attraverso navi di superficie, aerei da pattugliamento marittimo e mezzi messi a disposizione dagli alleati.
Il rischio rappresentato dalla Russia
La situazione assume particolare rilevanza alla luce dell’aumento delle attività navali russe nell’Atlantico settentrionale e nei mari che circondano le isole britanniche.
Secondo i vertici militari britannici, negli ultimi due anni i movimenti delle unità russe nella regione sarebbero cresciuti sensibilmente.
Mosca dispone di sottomarini capaci di operare in profondità, raccogliere informazioni, seguire le unità della Nato e avvicinarsi alle infrastrutture sottomarine dalle quali dipendono comunicazioni, energia e trasmissione dei dati.
La protezione dei cavi sottomarini e dei sommergibili nucleari strategici rappresenta ormai una delle principali priorità della difesa britannica.
La temporanea indisponibilità degli Astute riduce inevitabilmente l’autonomia operativa di Londra e aumenta la dipendenza dalla cooperazione con le altre marine della Nato.
Nuovo guasto per la HMS Prince of Wales
Alle difficoltà della flotta subacquea si aggiunge un nuovo problema tecnico per la HMS Prince of Wales, una delle due grandi portaerei della classe Queen Elizabeth e nave ammiraglia della Royal Navy.
L’unità è stata costretta a fermarsi nel porto norvegese di Stavanger durante una missione nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico.
Il ministero della Difesa ha parlato di un inconveniente di entità limitata e ha assicurato che la nave dovrebbe riprendere il mare in tempi brevi.
Il nuovo arresto richiama tuttavia i precedenti problemi tecnici della portaerei, che nel 2022 rimase a lungo inattiva dopo un grave guasto all’albero di trasmissione.
A rischio la missione negli Stati Uniti
La sosta in Norvegia potrebbe incidere sul programma che dovrebbe portare la HMS Prince of Wales negli Stati Uniti in occasione delle celebrazioni per il 250º anniversario della Dichiarazione d’indipendenza americana.
L’appuntamento ha un forte valore simbolico e diplomatico per i rapporti tra Londra e Washington.
Al momento le autorità britanniche affermano che la portaerei dovrebbe tornare rapidamente operativa. Saranno però necessari ulteriori controlli per stabilire se il programma potrà essere rispettato integralmente.
Una flotta ridotta e sottoposta a forte pressione
La Royal Navy continua a essere una delle marine tecnologicamente più avanzate del mondo, ma dispone oggi di un numero di unità molto inferiore rispetto al passato.
Le missioni internazionali, la protezione del deterrente nucleare, la sorveglianza dell’Atlantico e gli impegni nell’Indo-Pacifico sottopongono uomini e mezzi a un’intensa pressione operativa.
La manutenzione delle unità nucleari richiede inoltre strutture altamente specializzate, tempi lunghi e una catena industriale capace di garantire continuità negli interventi.
Quando una flotta è numericamente ridotta, anche il fermo contemporaneo di poche unità può produrre una perdita significativa di capacità.
La sfida degli investimenti nella difesa
Il governo britannico ha annunciato l’intenzione di aumentare la spesa militare e di ampliare in futuro la flotta dei sottomarini nucleari attraverso il programma congiunto AUKUS con Stati Uniti e Australia.
I nuovi battelli, tuttavia, entreranno in servizio soltanto nei prossimi decenni. Nel frattempo Londra deve garantire la disponibilità degli Astute e mantenere operative le due portaerei.
La doppia crisi dei sottomarini e della HMS Prince of Wales mostra il divario tra le ambizioni strategiche del Regno Unito e le risorse immediatamente disponibili.
La Royal Navy resta una potenza globale, ma la successione di guasti, ritardi e manutenzioni rivela una fragilità che preoccupa Londra e i suoi alleati proprio mentre la competizione militare nei mari europei torna a crescere.
Economia
Europa, corsa al gas russo prima del divieto: importazioni di Gnl in aumento del 18%
La crisi delle forniture dal Qatar e la necessità di riempire gli stoccaggi spingono l’Unione europea ad aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto russo. Nel primo semestre del 2026 le importazioni dal progetto Yamal sono cresciute del 18%, nonostante il divieto totale previsto dall’inizio del 2027.
L’Europa si prepara a vietare definitivamente il gas russo, ma nell’attesa ne sta comprando quantità sempre maggiori. La riduzione delle forniture provenienti dal Qatar, provocata dalla crisi nel Golfo, e la necessità di ricostituire gli stoccaggi prima dell’inverno hanno prodotto un effetto apparentemente paradossale: l’aumento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto russo.
Nel primo semestre del 2026 i Paesi dell’Unione europea hanno acquistato dal progetto artico Yamal LNG circa 9,9 milioni di tonnellate di gas, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del livello più alto mai registrato per l’impianto controllato dalla società russa Novatek.
Gli acquisti aumentano prima del divieto
Secondo le elaborazioni del Centre for Research on Energy and Clean Air, nel solo mese di giugno le importazioni europee di Gnl russo sono risultate superiori del 14% rispetto a un anno prima.
Particolarmente significativo il dato della Francia, che ha aumentato gli acquisti del 34% rispetto a maggio, nonostante una forte diminuzione delle quantità complessive di gas liquefatto scaricate nei propri terminali.
I principali importatori europei sono Francia, Belgio e Spagna, Paesi dotati di grandi terminali di rigassificazione sulle coste atlantiche, nel Mare del Nord e nel Mediterraneo. Una parte del gas sbarcato nei porti francesi e belgi viene successivamente immessa nella rete europea e destinata anche alla Germania.
Il gas del Qatar quasi fermo
A spingere la domanda europea è soprattutto la difficoltà di ricevere carichi dal Qatar. Le tensioni militari e i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz hanno drasticamente ridotto il traffico delle metaniere.
Il Qatar aveva già dichiarato la forza maggiore su alcuni contratti di fornitura a causa delle interruzioni collegate alla guerra, mentre gli attacchi contro le navi commerciali hanno ulteriormente aumentato i costi assicurativi e scoraggiato i transiti.
A luglio le importazioni europee complessive di Gnl sono previste ai livelli più bassi dal settembre 2024, mentre la concorrenza asiatica per i carichi disponibili torna a crescere. Gli stoccaggi europei risultano inoltre inferiori alle medie stagionali, rendendo più urgente l’acquisto di gas prima dell’inverno.
La Russia vende di più ma incassa meno
L’aumento dei volumi esportati non si traduce automaticamente in maggiori entrate per Mosca. Secondo il Crea, nel mese di giugno le esportazioni russe di petrolio, gas e carbone sono cresciute del 14% rispetto a maggio, mentre i ricavi sono diminuiti dell’8%.
La differenza è dovuta soprattutto agli sconti applicati ai prodotti energetici russi, venduti a prezzi inferiori rispetto alle quotazioni internazionali a causa delle sanzioni, delle restrizioni finanziarie e dei maggiori costi di trasporto.
La Russia riesce quindi a collocare più combustibili fossili sul mercato, ma non beneficia pienamente dell’aumento dei prezzi provocato dalla crisi mediorientale.
Il divieto europeo dall’inizio del 2027
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nel gennaio scorso il regolamento che prevede l’eliminazione graduale delle importazioni di gas russo.
Il divieto totale sul Gnl russo entrerà in vigore dall’inizio del 2027, mentre per il gas trasportato attraverso i gasdotti la scadenza definitiva è prevista nell’autunno dello stesso anno. Sono stati previsti periodi transitori per i contratti già sottoscritti, allo scopo di limitare gli effetti sui prezzi e sulla sicurezza energetica.
La normativa consente inoltre alla Commissione europea di sospendere temporaneamente il blocco, per un massimo di quattro settimane, qualora un’emergenza minacci seriamente la sicurezza delle forniture di uno o più Stati membri.
Gli interessi francesi in Novatek
Il gas arriva prevalentemente dall’impianto Yamal LNG, situato nell’Artico russo e controllato da Novatek. La compagnia francese TotalEnergies mantiene una partecipazione del 19,4% nella società russa e possiede anche il 20% del progetto Yamal LNG.
Dopo l’invasione dell’Ucraina TotalEnergies ha ritirato i propri rappresentanti dal consiglio di amministrazione di Novatek e ha svalutato contabilmente la partecipazione, senza però riuscire a cederla.
Il paradosso energetico europeo
L’aumento degli acquisti mette in evidenza la distanza tra gli obiettivi politici e le necessità immediate del mercato. Bruxelles vuole eliminare la dipendenza energetica dalla Russia, ma deve contemporaneamente garantire forniture sufficienti alle famiglie e alle imprese.
La crisi del Qatar, la minore disponibilità di metaniere e la necessità di riempire gli stoccaggi stanno così trasformando il periodo precedente al divieto in una corsa agli ultimi carichi russi.
Un paradosso destinato a durare ancora alcuni mesi: l’Europa prepara la fine del gas di Mosca, ma per affrontare il prossimo inverno continua a comprarne sempre di più.
Esteri
Attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei: «Aiuteremo l’Iran a difendere la rivoluzione»
Tre attivisti che hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla si sono recati in Iran per i funerali di Ali Khamenei, esprimendo sostegno alla Repubblica islamica e alla sua battaglia contro gli Stati Uniti. La Flotilla precisa che non si trattava di una delegazione ufficiale.
«Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione». È il messaggio lanciato da Lisi Proença, attivista brasiliana che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla, durante il viaggio in Iran per le cerimonie funebri dell’ex guida suprema Ali Khamenei.
In un video pubblicato sul proprio profilo Instagram, Proença ha espresso pieno sostegno alla Repubblica islamica e ha invitato gli iraniani a indicare agli attivisti internazionali di cosa avessero bisogno. La sua presenza a Teheran è documentata da diversi contenuti pubblicati sui social nei giorni delle commemorazioni.
«Il Sud globale contro l’imperialismo americano»
Nel filmato l’attivista afferma che il cosiddetto Sud globale, restando unito, potrà porre fine all’«imperialismo americano». Proença sostiene inoltre di avere conosciuto soltanto una volta arrivata in Iran quella che definisce la “verità” sul Paese, al di là della rappresentazione proposta dai media occidentali.
Secondo l’attivista, l’uccisione di Khamenei sarebbe stata un atto di imperialismo compiuto dagli Stati Uniti. Una posizione nettamente schierata a favore della Repubblica islamica e destinata ad alimentare il dibattito anche all’interno del movimento internazionale di solidarietà con Gaza.
Con lei Hickey e Teles
In Iran sono arrivati anche l’attivista e comico irlandese Tadhg Hickey e l’avvocata brasiliana Ariadne Teles, entrambi già partecipanti alle iniziative della Global Sumud Flotilla. La presenza dei tre a Teheran è stata presentata da alcuni canali social come quella di una delegazione collegata alla missione navale per Gaza.
Durante un’intervista realizzata nella capitale iraniana, Hickey ha definito l’Iran il centro della lotta mondiale contro l’imperialismo. In altri interventi ha richiamato la storia coloniale irlandese per spiegare il proprio sostegno ai movimenti che considera vittime dell’oppressione occidentale.
Ariadne Teles avrebbe invece accostato la figura di Khamenei a leader rivoluzionari come Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Thomas Sankara, presentandolo come simbolo della resistenza politica al potere degli Stati Uniti.
La precisazione della Global Sumud Flotilla
La Global Sumud Flotilla ha però preso le distanze dalla rappresentazione del viaggio come missione ufficiale del movimento. Interpellata dal Corriere della Sera, l’organizzazione ha precisato che i tre attivisti non costituivano una delegazione formale.
«Eventuali partecipanti o organizzatori vi hanno preso parte a titolo personale», ha spiegato la Flotilla, distinguendo quindi le dichiarazioni pronunciate in Iran dalla linea ufficiale dell’organizzazione.
La precisazione appare significativa perché la Global Sumud Flotilla è nata con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari a Gaza e contestare il blocco israeliano, riunendo persone provenienti da orientamenti politici e culturali differenti. Tadhg Hickey, Lisi Proença e Ariadne Teles risultano tra coloro che hanno partecipato alle iniziative del movimento, ma le loro successive posizioni politiche non possono essere automaticamente attribuite all’intera organizzazione.
Le critiche alla Repubblica islamica
Le dichiarazioni degli attivisti hanno suscitato reazioni anche perché la Repubblica islamica è stata accusata negli anni da organizzazioni internazionali e dissidenti iraniani di repressione del dissenso, limitazione dei diritti delle donne, arresti politici e controllo dell’informazione.
Il sostegno alla popolazione palestinese e la critica alle operazioni militari americane o israeliane non coincidono necessariamente con l’appoggio al sistema politico iraniano. È proprio su questa distinzione che si concentra la discussione aperta dalle parole pronunciate a Teheran.
La visita dei tre attivisti resta dunque un’iniziativa personale. Ma i loro messaggi, diffusi pubblicamente e associati alla precedente partecipazione alla Flotilla, hanno inevitabilmente prodotto un caso politico che supera i confini dell’Iran.
Esteri
Droni marini Usa colpiscono Bandar Abbas: primo attacco con i Corsair contro l’Iran
Gli Stati Uniti hanno impiegato per la prima volta in combattimento droni marini d’attacco Saronic Corsair contro la base navale iraniana di Bandar Abbas. Colpiti un piccolo sottomarino e strutture per la manutenzione delle navi.
Gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte nella guerra tecnologica contro l’Iran, impiegando per la prima volta in combattimento droni marini esplosivi contro la base navale di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz.
Il Comando centrale americano ha confermato l’utilizzo di tre imbarcazioni senza equipaggio Saronic Corsairnell’attacco del 12 luglio. I mezzi hanno colpito un piccolo sottomarino iraniano e strutture destinate alla manutenzione delle unità navali. Il Pentagono non ha però fornito una valutazione indipendente e dettagliata sull’entità dei danni provocati.
Il primo attacco americano con droni marini
L’operazione rappresenta il primo impiego ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti di veicoli di superficie senza equipaggio utilizzati come armi a perdere.
Il video diffuso dal Centcom mostra tre battelli mentre si avvicinano al porto iraniano prima delle esplosioni. Uno dei bersagli appare essere un minisommergibile della classe Ghadir, progettata dall’Iran per operare nelle acque poco profonde del Golfo Persico.
Le autorità americane hanno parlato di un attacco riuscito contro il sottomarino e contro un impianto di manutenzione navale, senza precisare se l’unità sia stata completamente distrutta.
Come funziona il Saronic Corsair
Il Corsair è un’imbarcazione autonoma lunga circa 7,3 metri. Può superare i mille miglia nautiche di autonomia, equivalenti a oltre 1.800 chilometri, raggiungere una velocità di circa 35 nodi e trasportare un carico fino a mille libbre, poco più di 450 chilogrammi.
Ogni esemplare avrebbe un costo vicino al milione di dollari. Il sistema può essere utilizzato per ricognizione, sorveglianza, soccorso o attacchi contro obiettivi navali e portuali.
Il mezzo è prodotto dalla Saronic Technologies, società texana fondata anche dall’ex Navy Seal Dino Mavrookas. L’azienda ha ottenuto importanti commesse dal Pentagono per lo sviluppo e la produzione di sistemi navali autonomi.
La Task Force 59 nel Golfo
I Corsair erano stati trasferiti in Medio Oriente alla fine di marzo e inseriti nelle attività della Task Force 59, il reparto della Quinta Flotta americana incaricato di sperimentare e integrare droni, sensori e sistemi basati sull’intelligenza artificiale.
Il Golfo Persico rappresenta un ambiente ideale ma complesso per queste tecnologie: spazi ristretti, fondali bassi, intenso traffico commerciale e una forte presenza di imbarcazioni veloci iraniane.
Teheran ha costruito parte della propria strategia navale su piccoli battelli armati con missili, mine e lanciarazzi, progettati per condurre attacchi coordinati e saturare le difese delle unità più grandi.
Una tattica già utilizzata dall’Ucraina
La scelta americana richiama direttamente le operazioni condotte dall’Ucraina contro la flotta russa nel Mar Nero. Kiev ha utilizzato droni navali carichi di esplosivo per colpire navi, basi militari e infrastrutture logistiche russe.
Anche gli Houthi hanno impiegato imbarcazioni senza equipaggio e mezzi esplosivi contro il traffico navale nel Mar Rosso.
A Bandar Abbas, tuttavia, i mezzi americani sembrano essere riusciti a entrare nell’area portuale senza incontrare una resistenza significativa. Non è chiaro se ciò sia dipeso da una falla delle difese iraniane, dall’effetto sorpresa o da precedenti azioni americane contro radar e sistemi di sorveglianza.
Un test militare e un messaggio a Teheran
Il minisommergibile Ghadir non rappresentava necessariamente il bersaglio più importante della Marina iraniana. Avrebbe potuto essere colpito anche con un missile o con un attacco aereo.
La scelta del Corsair ha però consentito agli Stati Uniti di sperimentare il sistema in una vera operazione bellica, evitando rischi diretti per piloti o marinai e dimostrando la capacità di penetrare in uno dei principali porti militari iraniani.
Il raid potrebbe quindi aprire la strada a un uso più intenso della Task Force 59 contro porti, navi, installazioni petrolifere e infrastrutture militari lungo le coste iraniane.
Il precedente del salvataggio dell’Apache
Poche settimane prima dell’attacco, un Corsair era stato utilizzato in una missione completamente diversa. All’inizio di giugno il drone marino aveva partecipato al recupero dei due membri dell’equipaggio di un elicottero Apache precipitato nelle acque vicine all’Oman.
I militari erano stati recuperati dall’imbarcazione autonoma e successivamente trasferiti a una squadra di soccorso arrivata in elicottero. L’episodio aveva dimostrato come lo stesso mezzo potesse essere impiegato tanto per salvare vite quanto per condurre attacchi esplosivi.
La lunga guerra dei piccoli battelli
Le imbarcazioni esplosive non costituiscono una novità assoluta nelle acque del Medio Oriente. Il 12 ottobre 2000 il cacciatorpediniere americano USS Cole fu colpito nel porto yemenita di Aden da un piccolo battello guidato da due attentatori suicidi.
Nell’attacco, rivendicato da Al Qaeda, morirono 17 marinai americani.
Oggi la presenza dell’equipaggio non è più necessaria. L’intelligenza artificiale, i collegamenti satellitari e i sistemi di navigazione autonoma permettono a piccoli mezzi relativamente economici di percorrere centinaia di chilometri e colpire obiettivi molto più costosi.
L’attacco di Bandar Abbas mostra come la guerra navale nel Golfo stia cambiando rapidamente. E come la minaccia possa ormai arrivare non soltanto dal cielo o dalle profondità marine, ma anche da piccoli battelli senza uomini a bordo.


