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Roman è nello spazio: il nuovo telescopio Nasa a caccia dell’universo oscuro

Il Nancy Grace Roman Space Telescope è partito verso il punto di Lagrange L2 a bordo di un Falcon Heavy. Costato 4,3 miliardi di dollari, cercherà nuovi esopianeti e studierà materia ed energia oscura producendo fino a 1,4 terabyte di dati al giorno.

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Scoprire migliaia di nuovi pianeti, osservare galassie mai viste e cercare di comprendere la natura della materia e dell’energia oscura, che insieme costituiscono circa il 95% dell’universo: è iniziata la missione del Nancy Grace Roman Space Telescope, il nuovo grande osservatorio spaziale della Nasa.

Roman è stato lanciato dal Kennedy Space Center, in Florida, a bordo di un razzo Falcon Heavy di SpaceX. Il decollo è avvenuto regolarmente e, dopo la separazione dal vettore, il telescopio ha dispiegato con successo i pannelli solari che gli forniranno energia e contribuiranno a proteggerlo dal calore.

Il viaggio verso il punto L2

Il telescopio sta ora affrontando un viaggio di circa tre mesi verso il secondo punto di Lagrange del sistema Sole-Terra, noto come L2, situato a circa 1,6 milioni di chilometri dal nostro pianeta.

In questa regione le forze gravitazionali e il movimento orbitale permettono a un veicolo spaziale di mantenere una posizione relativamente stabile con un consumo limitato di carburante. Nella stessa area opera anche il telescopio spaziale James Webb.

Una volta raggiunta la destinazione, Roman entrerà in una fase di collaudo e calibrazione degli strumenti. Le prime immagini scientifiche sono attese nel 2027.

Un osservatorio da 4,3 miliardi

La missione è costata complessivamente circa 4,3 miliardi di dollari, comprendendo progettazione, costruzione, lancio e i primi cinque anni di attività.

Roman è il primo grande telescopio spaziale intitolato a una donna: Nancy Grace Roman, prima astronoma capo della Nasa e figura determinante nella nascita dell’astronomia dallo spazio.

Il suo lavoro contribuì a rendere possibile lo sviluppo di Hubble, tanto da farle guadagnare il soprannome di “madre di Hubble”. Roman sostenne inoltre il ruolo delle donne nella ricerca scientifica in un’epoca nella quale la loro presenza nelle istituzioni astronomiche era ancora fortemente limitata.

Una fotocamera da 300 megapixel

Il principale strumento del telescopio è il Wide Field Instrument, una fotocamera a infrarossi da 300 megapixel composta da 18 sensori.

Lo specchio primario ha dimensioni simili a quello di Hubble, ma Roman possiede un campo visivo almeno cento volte più ampio. Potrà quindi osservare vaste porzioni di cielo mantenendo una risoluzione paragonabile a quella del suo predecessore.

Secondo la Nasa, il nuovo telescopio sarà in grado di scandagliare l’universo fino a mille volte più velocemente di Hubble. Invece di concentrarsi su piccole aree con osservazioni molto profonde, realizzerà enormi panoramiche cosmiche capaci di includere miliardi di stelle e galassie.

Una valanga di dati

Roman trasmetterà sulla Terra fino a 1,4 terabyte di dati al giorno, il flusso più elevato mai prodotto da una missione astrofisica della Nasa.

Nei primi cinque anni potrebbe raccogliere circa 2.500 terabyte di informazioni. Per analizzare questa immensa quantità di materiale saranno utilizzati anche sistemi di intelligenza artificiale, apprendimento automatico e progetti aperti alla collaborazione dei cittadini.

Tutti i dati della missione saranno messi a disposizione della comunità scientifica senza periodi di utilizzo esclusivo.

La ricerca di nuovi pianeti

Uno degli obiettivi principali sarà il censimento degli esopianeti, i mondi che orbitano intorno a stelle diverse dal Sole.

Roman utilizzerà soprattutto il fenomeno della microlente gravitazionale: quando un pianeta passa davanti a una stella lontana, la sua gravità può amplificarne temporaneamente la luce, rivelandone la presenza.

Il telescopio dispone inoltre di un coronografo sperimentale capace di bloccare la luce delle stelle per fotografare direttamente pianeti giganti simili a Giove e i dischi nei quali si formano nuovi sistemi planetari.

Roman non è progettato per individuare direttamente forme di vita. Le sue scoperte potranno però indicare nuovi mondi da studiare in futuro con strumenti dedicati alla ricerca di condizioni compatibili con l’abitabilità.

Il mistero del 95% dell’universo

La missione cercherà soprattutto di comprendere la materia oscura, che contribuisce a tenere unite le galassie, e l’energia oscura, associata all’espansione accelerata dell’universo.

Queste componenti non possono essere osservate direttamente, ma i loro effetti possono essere studiati analizzando la distribuzione delle galassie, le deformazioni della luce e l’evoluzione del cosmo nel tempo.

Roman realizzerà così una grande mappa dell’universo, aiutando gli scienziati a capire come si siano formate le sue strutture e quale forza ne stia accelerando l’espansione.

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Esteri

Merz sfida AfD e Trump: «La remigrazione è pulizia etnica»

Dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, scontro durissimo tra Friedrich Merz e Alice Weidel. Il cancelliere rinvia anche una telefonata con Trump, che aveva festeggiato il risultato dell’ultradestra.

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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già sotto pressione dopo la pesante sconfitta in Sassonia-Anhalt, apre lo scontro con l’AfD e manda un segnale anche a Donald Trump. Il governo tedesco ha infatti rinviato una telefonata con la Casa Bianca prevista per l’11 settembre, dopo che il presidente americano aveva salutato con entusiasmo il successo dell’ultradestra tedesca.

La tensione è esplosa anche nel Bundestag, dove la co-leader dell’AfD Alice Weidel ha attaccato frontalmente il cancelliere: «Il suo tempo è scaduto. Gli elettori hanno chiarito che il governo nero-rosso è finito».

Merz: «AfD forza distruttiva»

Durissima la replica del cancelliere: «Lei è e resta una forza distruttiva». Merz ha accusato l’AfD di disprezzare le istituzioni democratiche e ha definito la politica della “remigrazione” sostenuta dall’ultradestra «nient’altro che pulizia etnica».

Il cancelliere è apparso però sulla difensiva ed è stato criticato da diversi media tedeschi per un intervento giudicato poco convincente. La debacle elettorale ha infatti riaperto il confronto sulla tenuta della coalizione tra conservatori e socialdemocratici.

La telefonata con Trump rinviata

Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha annunciato il rinvio della telefonata tra Merz e Trump, inizialmente programmata nell’anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Ha precisato che la decisione non è stata determinata da problemi di agenda, senza confermare esplicitamente un collegamento con le dichiarazioni del presidente americano.

Trump aveva commentato su Truth Social il risultato elettorale scrivendo: «Wow, i populisti tedeschi hanno avuto una grande serata». Aveva poi attribuito il successo dell’AfD al malcontento per le politiche migratorie, sostenendo che i tedeschi «ne hanno finalmente abbastanza».

I sospetti sulle pressioni americane

Le parole del presidente americano hanno alimentato in Germania il dibattito sulle interferenze della destra statunitense nella politica europea. Nel passato recente erano intervenuti a sostegno dell’AfD anche Elon Musk e il vicepresidente JD Vance, che aveva incontrato Weidel a Monaco durante la Conferenza sulla sicurezza.

Non ci sono tuttavia elementi pubblici che dimostrino un sostegno diretto dell’amministrazione americana alla campagna elettorale del partito tedesco. Da tempo Berlino denuncia invece tentativi di influenza e destabilizzazione attribuiti alla Russia.

AfD cerca una maggioranza regionale

In Sassonia-Anhalt il vincitore Ulrich Siegmund sta sondando la disponibilità degli altri partiti per formare il primo governo regionale guidato dall’AfD. Finora sono arrivati quattro rifiuti, mentre il Bsw di Sahra Wagenknecht ha manifestato un’apertura al confronto.

Weidel ha intanto accusato il governo di condurre la Germania verso il fallimento, denunciando la deindustrializzazione, la crisi del settore automobilistico e gli effetti della transizione energetica. Rivolgendosi all’Unione europea, ha rivendicato: «Rivogliamo indietro i nostri soldi», richiamando una celebre formula di Margaret Thatcher.

Merz contrario alla messa al bando

Il programma radicale dell’AfD continua ad alimentare il confronto sull’eventuale ricorso agli strumenti costituzionali per mettere al bando le formazioni considerate antidemocratiche.

Merz resta però scettico: il problema, secondo il cancelliere, non si risolve vietando il partito, ma riconquistando politicamente i suoi elettori.

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Napoli, Champions amara al Maradona: Ødegaard firma il tris di sconfitte

Il Napoli perde 1-0 contro l’Arsenal nell’esordio in Champions League. Decide un gran gol di Ødegaard al 75’. Gli azzurri, poco pericolosi, incassano la terza sconfitta consecutiva. Meret lascia il campo per un problema agli adduttori.

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Il Napoli cade al Maradona nell’esordio in Champions League. L’Arsenal vince 1-0 grazie a una prodezza di Martin Ødegaard al 75’ e infligge alla squadra di Massimiliano Allegri la terza sconfitta consecutiva, dopo i due passi falsi in campionato.

Gli azzurri disputano una partita soprattutto di contenimento, lasciando il controllo del gioco agli inglesi e tentando di ripartire. Ma le occasioni costruite sono troppo poche e l’Arsenal, dopo avere più volte sfiorato il vantaggio, trova il gol che decide la sfida.

A preoccupare è anche l’infortunio di Alex Meret, costretto a lasciare il posto a Vanja Milinković-Savić durante l’intervallo per un problema agli adduttori.

Meret salva il Napoli

L’Arsenal prende progressivamente il controllo del possesso e costringe il Napoli a raccogliersi nella propria metà campo.

Al 22’ gli ospiti costruiscono la prima grande occasione: Mikel Merino colpisce di testa a pochi passi dalla porta, ma Meret risponde con un intervento decisivo.

Gli azzurri faticano a risalire il campo e non riescono a rifornire con continuità Rasmus Højlund. Sul finire del primo tempo è ancora l’Arsenal a sfiorare il vantaggio. Al 45’ Bukayo Saka si presenta a tu per tu con Meret, ma spreca una clamorosa opportunità.

Meret non rientra dopo l’intervallo

Il portiere del Napoli, già alle prese con problemi muscolari agli adduttori, non torna in campo per la ripresa. Al suo posto entra Milinković-Savić.

Il copione non cambia. L’Arsenal mantiene il possesso e continua a cercare gli spazi, mentre il Napoli resta basso e prova senza successo a ripartire.

Al 51’ Piero Hincapié spreca da posizione favorevole. Al 63’ Declan Rice tenta la conclusione dalla distanza, mandando il pallone sopra la traversa.

Il Napoli prova a uscire dal guscio affidandosi a Højlund, ma non riesce a costruire vere occasioni da gol.

La prodezza di Ødegaard

La resistenza azzurra termina al 75’. Ødegaard scambia con Christos Tzolis al limite dell’area e lascia partire una conclusione mancina precisa. Il pallone colpisce il palo interno e termina in rete, senza lasciare possibilità a Milinković-Savić.

È il gol che spezza l’equilibrio e premia il dominio territoriale della formazione inglese.

Allegri prova a cambiare l’inerzia inserendo David Neres e Lorenzo Lucca al posto di Højlund e Lobotka. Le sostituzioni, però, non producono la reazione sperata.

Havertz segna, ma è fuorigioco

Nel finale l’Arsenal resta pericoloso e sfiora il raddoppio con Madueke e Tzolis. Il Napoli evita il secondo gol, ma non riesce a creare i presupposti per il pareggio.

Al 93’ Kai Havertz manda nuovamente il pallone in rete, ma il gol viene annullato per fuorigioco.

Finisce 1-0 per l’Arsenal. Il Napoli comincia la sua Champions con una sconfitta e allunga a tre la serie di ko consecutivi. Al di là del risultato, preoccupa una squadra apparsa troppo prudente e incapace di rendersi realmente pericolosa davanti al proprio pubblico.

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Esteri

Lo Yemen diventa l’ultima carta dell’Iran: raid sauditi e nuove minacce su Bab el-Mandeb

L’Arabia Saudita risponde agli attacchi degli Houthi con oltre trenta raid nello Yemen. Secondo gli analisti, con Hezbollah indebolito e il corridoio siriano interrotto, il fronte yemenita è ormai la principale leva indiretta dell’Iran contro Riad e Washington. Prime navi deviate da Bab el-Mandeb.

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Con Hezbollah indebolito in Libano e il corridoio siriano delle armi ormai interrotto, lo Yemen diventa il principale fronte dal quale l’Iran può ancora esercitare pressione indiretta su Arabia Saudita e Stati Uniti.

È in questa cornice che gli analisti regionali collocano l’escalation militare nel sud della Penisola arabica e lungo le coste del Mar Rosso, a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopo Hormuz, è la seconda strozzatura marittima strategica dell’area e rappresenta un passaggio fondamentale per le rotte commerciali dirette verso il Canale di Suez.

La tregua yemenita appare ormai compromessa. Dopo gli attacchi degli Houthi contro installazioni petrolifere saudite, Riad ha risposto con oltre trenta raid in una sola notte.

La rappresaglia saudita su quattro province

I bombardamenti hanno interessato obiettivi nelle province di Taiz, Hodeida, al-Jawf e Marib, dove gli Houthi controllano importanti porzioni di territorio e mantengono strutture militari.

Per la prima volta dopo anni, l’Arabia Saudita ha colpito contemporaneamente i diversi fronti dai quali i ribelli stanno avanzando verso Bab el-Mandeb.

L’offensiva rappresenta una risposta agli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite, ma si inserisce anche nel più ampio confronto tra Washington e Teheran.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che il nuovo ciclo di azioni e rappresaglie rischia di allargare ulteriormente il conflitto.

Trump: «Ogni attacco Houthi sarà considerato iraniano»

Da settimane il presidente americano Donald Trump alterna pressione economica e minacce militari nei confronti dell’Iran.

Pur sostenendo di voler mantenere un «basso profilo» nei negoziati con Teheran, Trump ha avvertito che ogni attacco compiuto dagli Houthi sarà considerato come se fosse stato «sparato dall’Iran».

La dichiarazione riduce lo spazio di separazione tra le azioni autonome rivendicate dal gruppo yemenita e la responsabilità attribuita dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica.

Gli Emirati Arabi Uniti, alleati regionali di Washington e legati a Israele dagli Accordi di Abramo, hanno intanto sospeso gli scambi commerciali con Teheran. Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano invece l’impiego di armi «ancora più distruttive» in caso di una nuova offensiva americano-israeliana.

Hezbollah indebolito, chiuso il corridoio siriano

Gli altri alleati regionali dell’Iran attraversano una fase di difficoltà. In Libano, Hezbollah non dispone più della capacità di deterrenza esercitata per decenni.

Le operazioni israeliane attorno alle alture di Ali Taher, nel distretto di Nabatiye, e il rinvio dei colloqui attesi a Roma confermano che il movimento sciita rimane sulla difensiva e sottoposto a una crescente pressione per il disarmo.

Ancora più rilevante è la perdita della rotta siriana. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, il nuovo potere di Damasco si è avvicinato agli Stati Uniti e ostacola il trasferimento via terra di armi e risorse dall’Iran verso il Libano.

Teheran non può quindi utilizzare con la stessa efficacia la rete che per anni ha collegato Iran, Siria e Hezbollah.

Gli Houthi come leva indiretta di Teheran

In questo scenario, secondo la lettura prevalente tra gli analisti regionali, gli Houthi rappresentano la leva più efficace ancora a disposizione dell’Iran senza un suo coinvolgimento militare diretto e dichiarato.

Il gruppo è in grado di colpire petroliere e impianti sauditi, minacciare il traffico commerciale nel Mar Rosso e rivendicare autonomamente le operazioni. Questa autonomia formale consente a Teheran di mantenere un margine di ambiguità sulla propria responsabilità.

Il legame politico e militare tra l’Iran e gli Houthi è consolidato, ma il grado di controllo esercitato da Teheran sulle singole operazioni rimane oggetto di valutazioni differenti.

Le navi cominciano a evitare lo Stretto

La minaccia alla navigazione produce già i primi effetti. Secondo l’Institute for the Study of War, almeno sette navi avrebbero modificato la propria rotta per evitare Bab el-Mandeb.

Un’interruzione più ampia del traffico costringerebbe le compagnie a circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, con tempi di percorrenza, costi assicurativi e prezzi di trasporto molto più elevati.

La battaglia per lo Yemen assume così una dimensione che supera i confini del Paese. In gioco non ci sono soltanto gli equilibri tra Iran e Arabia Saudita, ma la sicurezza di una delle rotte commerciali più importanti del mondo.

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