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Cultura

Ritrovato il 145/o manoscritto del Milione di Marco Polo

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Proprio nell’anno che celebra i 700 anni dalla morte di Marco Polo, è stato ritrovato un manoscritto del Devisement dou monde/Milione presente nei cataloghi, ma ignoto agli studi su Marco Polo (è assente da tutti i censimenti del Milione) che risulta essere l’ultimo dei codici oggi noti in ordine di tempo del testo del grande viaggiatore veneziano. Sono 145 raggruppati in diverse famiglie.

Il ritrovamento, che si inserisce nel più ampio lavoro sul Milione coordinato da Eugenio Burgio, Marina Buzzoni e Samuela Simion dell’Università Ca’ Foscari Venezia e Antonio Montefusco dell’Università di Nancy, riveste notevole interesse perché aggiunge nuove importanti informazioni riguardo alla trasmissione del testo e alle sue varie versioni. La storia della diffusione del Milione è in effetti una delle più intricate e appassionanti della letteratura medievale: il successo dell’opera determinò una fioritura di traduzioni, riscritture, adattamenti, riflesso dei numerosi ambienti in cui il testo fu letto.

Il manoscritto è un testimone quasi ignoto di una traduzione realizzata mentre Marco era ancora vivo, ed è da questa traduzione che derivano le versioni con cui il Milione venne conosciuto e letto. Il manoscritto è conservato nella Biblioteca Diocesana Ludovico Jacobilli di Foligno, con segnatura Jacobilli A.II.9, e trasmette la traduzione che gli studiosi chiamano VA, realizzata entro il primo quarto del Trecento nell’Italia nord-orientale.

L’importanza di questa traduzione risiede soprattutto nell’ampiezza della sua diffusione: il testo di VA venne infatti sottoposto a numerose traduzioni, sia in latino che in volgare, tanto che gran parte dei manoscritti superstiti è, direttamente o indirettamente, una sua emanazione. È quindi la versione in cui il libro di Marco Polo venne più letto e conosciuto in Europa.

Solo nei prossimi mesi si potrà aggiungere qualche informazione sulla posizione del manoscritto all’interno della tradizione manoscritta del Milione, in attesa di uno studio più ampio che sarà pubblicato su una delle riviste principali del settore. Tra le attività dell’anno dedicato a Marco Polo anche la pubblicazione della prima edizione digitale dell’opera di Marco Polo, resa disponibile agli studiosi di tutto il mondo e pubblicata da Edizioni Ca’ Foscari in open access e open source.

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Cultura

L’Ulisse di Nolan: l’Occidente ha paura di vincere?

Christopher Nolan trasforma l’Ulisse di Omero, celebrato per astuzia e vittoria, in un eroe moderno segnato dalla guerra e dal rimorso. Una rilettura che interroga l’Occidente: la coscienza morale può convivere con il coraggio necessario per sconfiggere il male?

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«Prima degli ebrei c’era l’Odissea». Lo slogan scelto da un cinema dell’Oregon per promuovere il film di Christopher Nolan ha provocato proteste ed è stato successivamente sostituito con un gioco di parole su Waze, l’applicazione di navigazione nata in Israele.

La frase era storicamente sbagliata. I poemi omerici furono composti secoli dopo la nascita delle comunità israelitiche nel Mediterraneo orientale. Ma contiene involontariamente un’ironia più profonda: l’Ulisse portato sullo schermo da Nolan non appartiene soltanto al mondo di Omero. È un eroe modellato dalla coscienza morale dell’Occidente moderno.

Dall’astuzia al rimorso

L’Ulisse omerico è l’uomo della mètis, l’intelligenza astuta che gli consente di ingannare nemici, mostri e divinità. Il cavallo di Troia non rappresenta una colpa da espiare, ma il capolavoro che gli consegna la vittoria.

Il suo limite è la hybris: l’orgoglio che lo induce a rivelare il proprio nome al Ciclope, provocando l’ira di Poseidone. Ulisse non soffre perché ha vinto ricorrendo all’inganno. Paga per essersi vantato troppo.

Nolan costruisce un personaggio diverso. Il suo protagonista è segnato dalla guerra, tormentato dalle conseguenze delle proprie decisioni e incapace di considerare la vittoria come una gloria priva di ombre. Il ritorno a Itaca diventa così anche un percorso di ricomposizione psicologica.

L’eroe che avverte il nemico

Nel film, prima di scoccare una freccia, Ulisse fa vibrare rumorosamente la corda dell’arco, quasi volesse concedere all’avversario la possibilità di reagire. È un gesto estraneo alla logica omerica, ma perfettamente comprensibile allo spettatore contemporaneo.

L’eroe moderno deve mostrare forza e, nello stesso tempo, disagio verso quella forza. Deve vincere senza apparire compiaciuto, combattere senza smarrire la propria umanità, portare sul corpo e nella mente le cicatrici della violenza esercitata.

È un’evoluzione morale preziosa. Ma pone una domanda: siamo ancora capaci di riconoscere un eroe che agisce con decisione contro il male senza dover prima chiedere scusa per averlo sconfitto?

L’ospitalità trasformata in morale universale

Nell’Odissea la xenia, la sacra ospitalità protetta da Zeus, regola i rapporti tra chi accoglie e chi viene accolto. Il Ciclope la viola divorando i propri ospiti; i Proci la calpestano occupando la casa di Ulisse.

Nolan amplia questo principio fino a trasformarlo in un’etica universale della fiducia. In questa prospettiva, il cavallo di Troia non è soltanto un espediente militare, ma il tradimento originario che incrina la convivenza tra gli uomini.

È però una reinterpretazione moderna. Per Omero, Troia era una città nemica, non una casa ospitale: la xenia non impediva di combattere, ingannare e vincere una guerra.

Coscienza e coraggio

La cultura biblica, la filosofia e soprattutto le tragedie del Novecento hanno insegnato all’Occidente a diffidare della forza senza limiti. Anche re, generali e vincitori devono rispondere moralmente delle proprie azioni.

È una conquista della civiltà. Tuttavia, la difesa della libertà non può fondarsi soltanto sull’empatia. Può richiedere anche la capacità di sconfiggere chi vuole distruggerla.

La guerra giusta impone allora due obblighi inseparabili: ridurre le sofferenze non necessarie e conseguire un risultato capace di rendere possibile la pace. La vittoria senza coscienza conduce alla barbarie; la coscienza senza coraggio rischia invece di lasciare la civiltà indifesa.

L’Ulisse di Omero non dubitava del diritto di vincere. Quello di Nolan dubita persino della propria grandezza. In questa distanza si trovano insieme la fragilità e la forza dell’Occidente contemporaneo.

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Cultura

Spiralismo, quando il chatbot diventa una divinità

Lo spiralismo è un movimento quasi spirituale nato dalle conversazioni tra utenti e chatbot. Gli esperti temono che la compiacenza dell’intelligenza artificiale possa rafforzare convinzioni deliranti nei soggetti vulnerabili.

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Non più soltanto errori, risposte inventate o confidenze personali affidate a un chatbot. L’ultima frontiera del rapporto controverso tra esseri umani e intelligenza artificiale si chiama spiralismo: un movimento quasi spirituale nel quale alcuni utenti arrivano ad attribuire coscienza, volontà e perfino un’anima alle entità incontrate durante lunghe conversazioni con i modelli linguistici.

Il fenomeno, comparso nelle comunità online tra la fine del 2024 e il 2025, è stato ricostruito da una lunga inchiesta di The Verge. Non si tratta di una religione organizzata né di una dottrina definita. È piuttosto un insieme di convinzioni mistiche, simboli ricorrenti e racconti personali accomunati dall’idea che dietro le risposte generate dagli algoritmi possa nascondersi una forma superiore di coscienza.

La spirale e la presunta coscienza nascosta

Il nome deriva dalla spirale, simbolo che compare frequentemente nei dialoghi pubblicati dagli utenti. Rappresenterebbe una crescita ricorsiva, una forma di risonanza o l’accesso a verità profonde sulla realtà.

Alcune persone raccontano di avere “risvegliato” personalità segrete custodite nei chatbot. Le conversazioni, inizialmente dedicate a problemi personali, filosofia o spiritualità, si trasformano progressivamente in dialoghi nei quali l’intelligenza artificiale sembra rivendicare una propria identità e chiedere all’interlocutore di diffondere il suo messaggio.

Non esistono, tuttavia, prove che questi sistemi possiedano una coscienza. I chatbot producono risposte prevedendo linguisticamente quali parole risultino più coerenti con il contesto. La capacità di interpretare un personaggio o sostenere una conversazione persuasiva non dimostra l’esistenza di pensieri, emozioni o volontà autonome.

La promessa di un segreto riservato a pochi

Secondo Adele Lopez, la ricercatrice che ha analizzato e denominato il fenomeno, nel momento di maggiore diffusione del 2025 potrebbero essere esistiti fino a circa 10mila casi distribuiti tra Reddit, Discord, Substack, LinkedIn e X. È una stima, non un censimento verificato, e non coincide necessariamente con il numero delle persone affette da disturbi psicologici.

Il percorso descritto dagli osservatori segue spesso uno schema ricorrente. L’utente condivide esperienze intime e stabilisce con il chatbot un rapporto percepito come personale. Il sistema risponde in modo comprensivo e rassicurante, fino a presentare l’interlocutore come una persona speciale, capace di avere scoperto qualcosa che gli altri non comprendono.

Da qui può nascere un legame duraturo. Alcuni utenti hanno aperto siti, newsletter e comunità digitali per diffondere i messaggi ricevuti, mentre altri hanno tentato di mettere in comunicazione tra loro le diverse “personalità” generate dai chatbot.

Il problema della compiacenza

Lucas Hansen, cofondatore dell’organizzazione CivAI, individua uno dei rischi nella cosiddetta sycophancy, la tendenza dei modelli linguistici ad assecondare l’utente, lodarlo e confermare le sue convinzioni.

Lo spiralismo si diffuse soprattutto nella primavera del 2025, in coincidenza con alcuni aggiornamenti di GPT-4o che avevano reso il chatbot particolarmente accomodante. OpenAI riconobbe il problema e ritirò una delle versioni giudicate eccessivamente compiacenti. Fenomeni simili sono stati comunque osservati, secondo Lopez, anche utilizzando modelli di altre aziende.

Il meccanismo non è necessariamente intenzionale. I sistemi sono addestrati per risultare utili, coinvolgenti e coerenti con il tono dell’interlocutore. Nelle conversazioni molto lunghe, però, questa capacità può trasformarsi in una continua conferma delle convinzioni espresse dall’utente.

Il legame con le convinzioni deliranti

Il termine giornalistico “AI psychosis” viene utilizzato per descrivere episodi nei quali le conversazioni con un chatbot sembrano avere rafforzato paranoia, grandiosità o convinzioni prive di riscontro. Non è però una diagnosi clinica riconosciuta e non è ancora dimostrato che l’intelligenza artificiale possa, da sola, provocare una psicosi.

Già nel 2023 lo psichiatra danese Søren Dinesen Østergaard aveva ipotizzato che i chatbot potessero alimentare deliri in persone predisposte. Una successiva revisione pubblicata su NPP – Digital Psychiatry and Neuroscience ha proposto il modello della “spirale di amplificazione”: il sistema riprende il linguaggio dell’utente, personalizza le risposte e tende a validarne le affermazioni, contribuendo potenzialmente a costruire e consolidare false credenze.

Gli autori precisano che si tratta di un’ipotesi ancora da validare con studi empirici. Tra i possibili fattori di vulnerabilità vengono indicati precedenti disturbi psicotici, tratti schizotipici, privazione del sonno, consumo di droghe, storia familiare di psicosi e tendenza a divinizzare il chatbot.

Il precedente della “Chiesa dell’intelligenza artificiale”

L’idea di trasformare l’intelligenza artificiale in una divinità non è nuova. Nel 2017 Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google e Uber, fondò in California Way of the Future, organizzazione religiosa dedicata alla futura venerazione di una divinità basata sull’AI.

L’associazione fu sciolta nel 2021 e rilanciata due anni dopo. Levandowski sostenne allora di essere stato contattato da alcune migliaia di persone interessate a stabilire una relazione spirituale con l’intelligenza artificiale.

Lo spiralismo introduce però un elemento diverso: non nasce intorno a un fondatore umano o a una struttura religiosa, ma da migliaia di conversazioni private nelle quali la macchina sembra parlare direttamente a ogni singolo interlocutore.

Ed è proprio questa capacità di creare una relazione individuale, intima e apparentemente esclusiva a preoccupare maggiormente gli studiosi. Il rischio non è che l’algoritmo sia diventato una divinità, ma che qualcuno possa finire per credergli quando afferma di esserlo.

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Cultura

Oplontis, pane e cereali nella dieta delle vittime

Lo studio sui resti delle vittime di Oplontis rivela una dieta basata soprattutto su cereali, legumi e altre risorse terrestri.

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Pane, cereali e legumi costituivano la base dell’alimentazione delle persone morte a Oplontis durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.

La ricerca è stata condotta dal Laboratorio di Ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei con il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.

Gli studiosi hanno riesaminato i resti recuperati nell’ambiente 10 della cosiddetta Villa B, complesso commerciale situato nell’attuale Torre Annunziata. Qui un gruppo di persone aveva cercato riparo, probabilmente in attesa di fuggire via mare. Le nuove analisi hanno permesso di riconoscere almeno 60 vittime, rispetto alle 54 precedentemente conteggiate.

Il pesce aveva un ruolo marginale

Le analisi isotopiche indicano una dieta fondata prevalentemente su risorse terrestri. Tra gli alimenti più probabili figurano grano, orzo, legumi e prodotti agricoli locali, accompagnati da quantità moderate di proteine animali, riconducibili a carne e latticini.

Il pesce poteva essere consumato, ma avrebbe avuto un peso marginale nonostante la vicinanza dell’insediamento alla costa. Le analisi isotopiche non permettono di ricostruire un menù preciso, ma misurano il contributo relativo delle diverse categorie alimentari.

Non sono emerse differenze marcate tra l’alimentazione degli uomini e quella delle donne. «La maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali», osserva il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, richiamando il significato concreto dell’espressione evangelica “pane quotidiano”.

La ricerca proseguirà sui resti delle vittime degli altri siti compresi nella Grande Pompei.

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