Collegati con noi

Esteri

Rimpatri, intesa Ue sulle nuove regole: arrivano l’ordine europeo e gli hub fuori dall’Unione

Accordo provvisorio tra Parlamento europeo, Consiglio Ue e Commissione sul nuovo regolamento rimpatri. Le norme introducono obblighi più stringenti per i cittadini di Paesi terzi senza diritto di soggiorno, l’Ordine europeo di rimpatrio e la possibilità di creare hub fuori dall’Unione. Forti critiche da Socialisti e Verdi.

Pubblicato

del

Fumata bianca a Bruxelles sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Dopo settimane di trattative tra Parlamento europeo, Consiglio Ue e Commissione europea, è stata raggiunta un’intesa politica provvisoria su uno dei dossier più delicati della politica migratoria dell’Unione.

Il testo punta a rendere più rapido e coordinato il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto di soggiornare negli Stati membri. L’accordo introduce obblighi più stringenti di cooperazione con le autorità, un Ordine europeo di rimpatrio e la possibilità di istituire hub di rimpatrio in Paesi terzi, fuori dai confini dell’Unione.

Il testo deve ancora passare da Parlamento e Consiglio

L’intesa raggiunta nel trilogo non è ancora legge. Il regolamento dovrà essere approvato dalla commissione LIBE del Parlamento europeo, poi dalla plenaria e infine ricevere il via libera formale del Consiglio.

Il punto politico è però già chiaro: l’Unione Europea prova a costruire un sistema più uniforme per i rimpatri, superando l’attuale frammentazione tra legislazioni nazionali e procedure diverse da Stato a Stato.

Obblighi più severi per chi non ha diritto di restare

Il regolamento introduce obblighi più stringenti per i cittadini di Paesi terzi destinatari di un provvedimento di rimpatrio. Le persone senza diritto di soggiorno dovranno collaborare con le autorità, fornire le informazioni necessarie e rispettare l’obbligo di lasciare il territorio dell’Unione.

L’obiettivo dichiarato è aumentare l’efficacia dei rimpatri. Secondo le istituzioni europee, oggi solo una parte ridotta delle persone destinatarie di un ordine di allontanamento lascia effettivamente il territorio dell’Ue.

Arriva l’Ordine europeo di rimpatrio

Una delle novità principali è l’Ordine europeo di rimpatrio, pensato per facilitare il riconoscimento delle decisioni adottate dagli altri Stati membri.

Nella fase iniziale il meccanismo resterà volontario, ma rappresenta un passo verso una maggiore integrazione delle procedure. L’idea è evitare che una persona destinataria di un ordine di rimpatrio in uno Stato membro possa spostarsi in un altro Paese dell’Unione riaprendo da capo l’intero percorso amministrativo.

La questione più controversa: gli hub fuori dall’Ue

Il punto più discusso riguarda i cosiddetti return hubs, centri di rimpatrio collocati in Paesi terzi. Il regolamento apre la strada alla possibilità di trasferire fuori dall’Unione persone destinatarie di un ordine di espulsione, in attesa del rientro nel Paese d’origine o in un altro Stato terzo.

La misura, però, non sarà automatica. Per rendere operativi questi hub serviranno accordi specifici con i Paesi interessati. Proprio su questo terreno si concentrano le maggiori perplessità giuridiche e politiche, perché resta da capire quali garanzie saranno assicurate alle persone trasferite, chi controllerà le strutture e quali responsabilità resteranno in capo agli Stati membri.

Il compromesso sui tempi di attuazione

Uno dei nodi più difficili del negoziato riguardava i tempi di entrata in vigore della riforma. Le capitali chiedevano almeno due anni per adeguare le normative nazionali, mentre il Parlamento europeo spingeva per un’applicazione più rapida.

Il compromesso prevede che il regolamento entri in vigore subito dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea. Alcune disposizioni, però, saranno applicate dopo dodici mesi, così da consentire agli Stati membri di modificare le proprie leggi e adattare le procedure interne.

Bruxelles rivendica una stretta sui rimpatri

Per la Commissione europea l’intesa rappresenta un passaggio importante della riforma migratoria. Il commissario agli Affari Interni Magnus Brunner ha parlato di un nuovo strumento per rafforzare il controllo su chi può entrare nell’Unione, chi può restarvi e chi deve lasciarla.

Soddisfazione anche dalla presidenza di turno cipriota del Consiglio Ue. Il vice ministro cipriota per la Migrazione e la Protezione Internazionale, Nicholas A. Ioannides, ha definito la rapida conclusione del dossier un segnale dell’impegno delle istituzioni europee per costruire norme comuni più efficaci sui rimpatri.

Esulta la destra, critiche da Socialisti e Verdi

L’accordo ha subito acceso lo scontro politico. La Lega ha rivendicato il risultato come frutto di un lavoro iniziato nei mesi scorsi sui dossier migratori e sui Paesi terzi sicuri, attribuendo un ruolo alla delegazione italiana e a Susanna Ceccardi.

Molto diversa la posizione dei Socialisti e Democratici, secondo cui il regolamento rischia di comprimere i diritti fondamentali e di spostare ulteriormente a destra la politica migratoria europea. Il gruppo critica in particolare gli hub di rimpatrio in Paesi terzi, ritenuti giuridicamente problematici, e il rischio di procedure espulsive più dure.

Sulla stessa linea i Verdi, che parlano di un accordo raggiunto tra Stati membri, Ppe e forze di destra. L’eurodeputata Melissa Camara ha denunciato un testo che, a suo giudizio, indebolisce le garanzie e apre la strada a un modello di gestione dei rimpatri sempre più esternalizzato.

Una riforma destinata a dividere l’Europa

Il nuovo regolamento sui rimpatri conferma il cambio di passo dell’Unione Europea sulla migrazione. Da un lato c’è la richiesta degli Stati di rendere più efficaci gli allontanamenti di chi non ha diritto di restare. Dall’altro restano forti i timori di organizzazioni umanitarie e gruppi politici progressisti sulle garanzie giuridiche, sulla tutela dei diritti e sulla gestione degli hub fuori dall’Ue.

Il testo dovrà ora affrontare gli ultimi passaggi istituzionali. Ma l’intesa raggiunta nel trilogo segna già una svolta politica: l’Europa prova a costruire una politica comune dei rimpatri più rigida, mentre il tema migratorio resta uno dei fronti più divisivi del dibattito europeo.

Advertisement

Economia

Europa, corsa al gas russo prima del divieto: importazioni di Gnl in aumento del 18%

La crisi delle forniture dal Qatar e la necessità di riempire gli stoccaggi spingono l’Unione europea ad aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto russo. Nel primo semestre del 2026 le importazioni dal progetto Yamal sono cresciute del 18%, nonostante il divieto totale previsto dall’inizio del 2027.

Pubblicato

del

L’Europa si prepara a vietare definitivamente il gas russo, ma nell’attesa ne sta comprando quantità sempre maggiori. La riduzione delle forniture provenienti dal Qatar, provocata dalla crisi nel Golfo, e la necessità di ricostituire gli stoccaggi prima dell’inverno hanno prodotto un effetto apparentemente paradossale: l’aumento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto russo.

Nel primo semestre del 2026 i Paesi dell’Unione europea hanno acquistato dal progetto artico Yamal LNG circa 9,9 milioni di tonnellate di gas, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del livello più alto mai registrato per l’impianto controllato dalla società russa Novatek.

Gli acquisti aumentano prima del divieto

Secondo le elaborazioni del Centre for Research on Energy and Clean Air, nel solo mese di giugno le importazioni europee di Gnl russo sono risultate superiori del 14% rispetto a un anno prima.

Particolarmente significativo il dato della Francia, che ha aumentato gli acquisti del 34% rispetto a maggio, nonostante una forte diminuzione delle quantità complessive di gas liquefatto scaricate nei propri terminali.

I principali importatori europei sono Francia, Belgio e Spagna, Paesi dotati di grandi terminali di rigassificazione sulle coste atlantiche, nel Mare del Nord e nel Mediterraneo. Una parte del gas sbarcato nei porti francesi e belgi viene successivamente immessa nella rete europea e destinata anche alla Germania.

Il gas del Qatar quasi fermo

A spingere la domanda europea è soprattutto la difficoltà di ricevere carichi dal Qatar. Le tensioni militari e i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz hanno drasticamente ridotto il traffico delle metaniere.

Il Qatar aveva già dichiarato la forza maggiore su alcuni contratti di fornitura a causa delle interruzioni collegate alla guerra, mentre gli attacchi contro le navi commerciali hanno ulteriormente aumentato i costi assicurativi e scoraggiato i transiti.

A luglio le importazioni europee complessive di Gnl sono previste ai livelli più bassi dal settembre 2024, mentre la concorrenza asiatica per i carichi disponibili torna a crescere. Gli stoccaggi europei risultano inoltre inferiori alle medie stagionali, rendendo più urgente l’acquisto di gas prima dell’inverno.

La Russia vende di più ma incassa meno

L’aumento dei volumi esportati non si traduce automaticamente in maggiori entrate per Mosca. Secondo il Crea, nel mese di giugno le esportazioni russe di petrolio, gas e carbone sono cresciute del 14% rispetto a maggio, mentre i ricavi sono diminuiti dell’8%.

La differenza è dovuta soprattutto agli sconti applicati ai prodotti energetici russi, venduti a prezzi inferiori rispetto alle quotazioni internazionali a causa delle sanzioni, delle restrizioni finanziarie e dei maggiori costi di trasporto.

La Russia riesce quindi a collocare più combustibili fossili sul mercato, ma non beneficia pienamente dell’aumento dei prezzi provocato dalla crisi mediorientale.

Il divieto europeo dall’inizio del 2027

Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nel gennaio scorso il regolamento che prevede l’eliminazione graduale delle importazioni di gas russo.

Il divieto totale sul Gnl russo entrerà in vigore dall’inizio del 2027, mentre per il gas trasportato attraverso i gasdotti la scadenza definitiva è prevista nell’autunno dello stesso anno. Sono stati previsti periodi transitori per i contratti già sottoscritti, allo scopo di limitare gli effetti sui prezzi e sulla sicurezza energetica.

La normativa consente inoltre alla Commissione europea di sospendere temporaneamente il blocco, per un massimo di quattro settimane, qualora un’emergenza minacci seriamente la sicurezza delle forniture di uno o più Stati membri.

Gli interessi francesi in Novatek

Il gas arriva prevalentemente dall’impianto Yamal LNG, situato nell’Artico russo e controllato da Novatek. La compagnia francese TotalEnergies mantiene una partecipazione del 19,4% nella società russa e possiede anche il 20% del progetto Yamal LNG.

Dopo l’invasione dell’Ucraina TotalEnergies ha ritirato i propri rappresentanti dal consiglio di amministrazione di Novatek e ha svalutato contabilmente la partecipazione, senza però riuscire a cederla.

Il paradosso energetico europeo

L’aumento degli acquisti mette in evidenza la distanza tra gli obiettivi politici e le necessità immediate del mercato. Bruxelles vuole eliminare la dipendenza energetica dalla Russia, ma deve contemporaneamente garantire forniture sufficienti alle famiglie e alle imprese.

La crisi del Qatar, la minore disponibilità di metaniere e la necessità di riempire gli stoccaggi stanno così trasformando il periodo precedente al divieto in una corsa agli ultimi carichi russi.

Un paradosso destinato a durare ancora alcuni mesi: l’Europa prepara la fine del gas di Mosca, ma per affrontare il prossimo inverno continua a comprarne sempre di più.

Continua a leggere

Esteri

Attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei: «Aiuteremo l’Iran a difendere la rivoluzione»

Tre attivisti che hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla si sono recati in Iran per i funerali di Ali Khamenei, esprimendo sostegno alla Repubblica islamica e alla sua battaglia contro gli Stati Uniti. La Flotilla precisa che non si trattava di una delegazione ufficiale.

Pubblicato

del

«Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione». È il messaggio lanciato da Lisi Proença, attivista brasiliana che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla, durante il viaggio in Iran per le cerimonie funebri dell’ex guida suprema Ali Khamenei.

In un video pubblicato sul proprio profilo Instagram, Proença ha espresso pieno sostegno alla Repubblica islamica e ha invitato gli iraniani a indicare agli attivisti internazionali di cosa avessero bisogno. La sua presenza a Teheran è documentata da diversi contenuti pubblicati sui social nei giorni delle commemorazioni.

«Il Sud globale contro l’imperialismo americano»

Nel filmato l’attivista afferma che il cosiddetto Sud globale, restando unito, potrà porre fine all’«imperialismo americano». Proença sostiene inoltre di avere conosciuto soltanto una volta arrivata in Iran quella che definisce la “verità” sul Paese, al di là della rappresentazione proposta dai media occidentali.

Secondo l’attivista, l’uccisione di Khamenei sarebbe stata un atto di imperialismo compiuto dagli Stati Uniti. Una posizione nettamente schierata a favore della Repubblica islamica e destinata ad alimentare il dibattito anche all’interno del movimento internazionale di solidarietà con Gaza.

Con lei Hickey e Teles

In Iran sono arrivati anche l’attivista e comico irlandese Tadhg Hickey e l’avvocata brasiliana Ariadne Teles, entrambi già partecipanti alle iniziative della Global Sumud Flotilla. La presenza dei tre a Teheran è stata presentata da alcuni canali social come quella di una delegazione collegata alla missione navale per Gaza.

Durante un’intervista realizzata nella capitale iraniana, Hickey ha definito l’Iran il centro della lotta mondiale contro l’imperialismo. In altri interventi ha richiamato la storia coloniale irlandese per spiegare il proprio sostegno ai movimenti che considera vittime dell’oppressione occidentale.

Ariadne Teles avrebbe invece accostato la figura di Khamenei a leader rivoluzionari come Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Thomas Sankara, presentandolo come simbolo della resistenza politica al potere degli Stati Uniti.

La precisazione della Global Sumud Flotilla

La Global Sumud Flotilla ha però preso le distanze dalla rappresentazione del viaggio come missione ufficiale del movimento. Interpellata dal Corriere della Sera, l’organizzazione ha precisato che i tre attivisti non costituivano una delegazione formale.

«Eventuali partecipanti o organizzatori vi hanno preso parte a titolo personale», ha spiegato la Flotilla, distinguendo quindi le dichiarazioni pronunciate in Iran dalla linea ufficiale dell’organizzazione.

La precisazione appare significativa perché la Global Sumud Flotilla è nata con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari a Gaza e contestare il blocco israeliano, riunendo persone provenienti da orientamenti politici e culturali differenti. Tadhg Hickey, Lisi Proença e Ariadne Teles risultano tra coloro che hanno partecipato alle iniziative del movimento, ma le loro successive posizioni politiche non possono essere automaticamente attribuite all’intera organizzazione.

Le critiche alla Repubblica islamica

Le dichiarazioni degli attivisti hanno suscitato reazioni anche perché la Repubblica islamica è stata accusata negli anni da organizzazioni internazionali e dissidenti iraniani di repressione del dissenso, limitazione dei diritti delle donne, arresti politici e controllo dell’informazione.

Il sostegno alla popolazione palestinese e la critica alle operazioni militari americane o israeliane non coincidono necessariamente con l’appoggio al sistema politico iraniano. È proprio su questa distinzione che si concentra la discussione aperta dalle parole pronunciate a Teheran.

La visita dei tre attivisti resta dunque un’iniziativa personale. Ma i loro messaggi, diffusi pubblicamente e associati alla precedente partecipazione alla Flotilla, hanno inevitabilmente prodotto un caso politico che supera i confini dell’Iran.

Continua a leggere

Esteri

Droni marini Usa colpiscono Bandar Abbas: primo attacco con i Corsair contro l’Iran

Gli Stati Uniti hanno impiegato per la prima volta in combattimento droni marini d’attacco Saronic Corsair contro la base navale iraniana di Bandar Abbas. Colpiti un piccolo sottomarino e strutture per la manutenzione delle navi.

Pubblicato

del

Gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte nella guerra tecnologica contro l’Iran, impiegando per la prima volta in combattimento droni marini esplosivi contro la base navale di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz.

Il Comando centrale americano ha confermato l’utilizzo di tre imbarcazioni senza equipaggio Saronic Corsairnell’attacco del 12 luglio. I mezzi hanno colpito un piccolo sottomarino iraniano e strutture destinate alla manutenzione delle unità navali. Il Pentagono non ha però fornito una valutazione indipendente e dettagliata sull’entità dei danni provocati.

Il primo attacco americano con droni marini

L’operazione rappresenta il primo impiego ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti di veicoli di superficie senza equipaggio utilizzati come armi a perdere.

Il video diffuso dal Centcom mostra tre battelli mentre si avvicinano al porto iraniano prima delle esplosioni. Uno dei bersagli appare essere un minisommergibile della classe Ghadir, progettata dall’Iran per operare nelle acque poco profonde del Golfo Persico.

Le autorità americane hanno parlato di un attacco riuscito contro il sottomarino e contro un impianto di manutenzione navale, senza precisare se l’unità sia stata completamente distrutta.

Come funziona il Saronic Corsair

Il Corsair è un’imbarcazione autonoma lunga circa 7,3 metri. Può superare i mille miglia nautiche di autonomia, equivalenti a oltre 1.800 chilometri, raggiungere una velocità di circa 35 nodi e trasportare un carico fino a mille libbre, poco più di 450 chilogrammi.

Ogni esemplare avrebbe un costo vicino al milione di dollari. Il sistema può essere utilizzato per ricognizione, sorveglianza, soccorso o attacchi contro obiettivi navali e portuali.

Il mezzo è prodotto dalla Saronic Technologies, società texana fondata anche dall’ex Navy Seal Dino Mavrookas. L’azienda ha ottenuto importanti commesse dal Pentagono per lo sviluppo e la produzione di sistemi navali autonomi.

La Task Force 59 nel Golfo

I Corsair erano stati trasferiti in Medio Oriente alla fine di marzo e inseriti nelle attività della Task Force 59, il reparto della Quinta Flotta americana incaricato di sperimentare e integrare droni, sensori e sistemi basati sull’intelligenza artificiale.

Il Golfo Persico rappresenta un ambiente ideale ma complesso per queste tecnologie: spazi ristretti, fondali bassi, intenso traffico commerciale e una forte presenza di imbarcazioni veloci iraniane.

Teheran ha costruito parte della propria strategia navale su piccoli battelli armati con missili, mine e lanciarazzi, progettati per condurre attacchi coordinati e saturare le difese delle unità più grandi.

Una tattica già utilizzata dall’Ucraina

La scelta americana richiama direttamente le operazioni condotte dall’Ucraina contro la flotta russa nel Mar Nero. Kiev ha utilizzato droni navali carichi di esplosivo per colpire navi, basi militari e infrastrutture logistiche russe.

Anche gli Houthi hanno impiegato imbarcazioni senza equipaggio e mezzi esplosivi contro il traffico navale nel Mar Rosso.

A Bandar Abbas, tuttavia, i mezzi americani sembrano essere riusciti a entrare nell’area portuale senza incontrare una resistenza significativa. Non è chiaro se ciò sia dipeso da una falla delle difese iraniane, dall’effetto sorpresa o da precedenti azioni americane contro radar e sistemi di sorveglianza.

Un test militare e un messaggio a Teheran

Il minisommergibile Ghadir non rappresentava necessariamente il bersaglio più importante della Marina iraniana. Avrebbe potuto essere colpito anche con un missile o con un attacco aereo.

La scelta del Corsair ha però consentito agli Stati Uniti di sperimentare il sistema in una vera operazione bellica, evitando rischi diretti per piloti o marinai e dimostrando la capacità di penetrare in uno dei principali porti militari iraniani.

Il raid potrebbe quindi aprire la strada a un uso più intenso della Task Force 59 contro porti, navi, installazioni petrolifere e infrastrutture militari lungo le coste iraniane.

Il precedente del salvataggio dell’Apache

Poche settimane prima dell’attacco, un Corsair era stato utilizzato in una missione completamente diversa. All’inizio di giugno il drone marino aveva partecipato al recupero dei due membri dell’equipaggio di un elicottero Apache precipitato nelle acque vicine all’Oman.

I militari erano stati recuperati dall’imbarcazione autonoma e successivamente trasferiti a una squadra di soccorso arrivata in elicottero. L’episodio aveva dimostrato come lo stesso mezzo potesse essere impiegato tanto per salvare vite quanto per condurre attacchi esplosivi.

La lunga guerra dei piccoli battelli

Le imbarcazioni esplosive non costituiscono una novità assoluta nelle acque del Medio Oriente. Il 12 ottobre 2000 il cacciatorpediniere americano USS Cole fu colpito nel porto yemenita di Aden da un piccolo battello guidato da due attentatori suicidi.

Nell’attacco, rivendicato da Al Qaeda, morirono 17 marinai americani.

Oggi la presenza dell’equipaggio non è più necessaria. L’intelligenza artificiale, i collegamenti satellitari e i sistemi di navigazione autonoma permettono a piccoli mezzi relativamente economici di percorrere centinaia di chilometri e colpire obiettivi molto più costosi.

L’attacco di Bandar Abbas mostra come la guerra navale nel Golfo stia cambiando rapidamente. E come la minaccia possa ormai arrivare non soltanto dal cielo o dalle profondità marine, ma anche da piccoli battelli senza uomini a bordo.

Continua a leggere
error: Contenuto Protetto