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Cronache

Richard Gere accusa l’Italia sui migranti, ma dimentica anni di salvataggi nel Mediterraneo

Richard Gere attacca l’Italia definendo “surreale” che un Paese cristiano lasci annegare i migranti in mare. Ma la sua accusa appare ingenerosa e semplicistica: l’Italia ha salvato e accolto negli anni decine di migliaia di persone, spesso sostenendo quasi da sola il peso della frontiera mediterranea dell’Europa.

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Il dolore dei migranti morti nel Mediterraneo non può essere minimizzato. Ogni naufragio è una sconfitta dell’umanità, dell’Europa, della politica e spesso anche della diplomazia internazionale. Ma proprio perché il tema è tragico e complesso, liquidare l’Italia come un Paese “cristiano” che lascia annegare le persone in mare è un giudizio ingeneroso, banale e profondamente incompleto.

Richard Gere, intervenendo a Berlino alla Hertie School, ha parlato di Lampedusa, rifugiati, compassione e responsabilità morale. Ha denunciato come “surreale” l’idea che in Italia sia illegale salvare chi sta annegando e ha criticato anche l’amministrazione Trump per avere usato parole disumanizzanti verso i migranti.

Sono parole che nascono da una sensibilità umanitaria autentica. Ma quando l’attore americano concentra il bersaglio sull’Italia, finisce per cancellare un pezzo decisivo della storia recente: l’Italia è stata per anni il Paese europeo che più di tutti ha salvato, soccorso, accolto, curato e identificato decine di migliaia di persone arrivate dal mare.

L’Italia non è il Paese che volta le spalle

L’Italia non è il Paese che per definizione lascia morire i migranti. È il Paese di Lampedusa, della Guardia costiera, della Marina militare, dei medici, dei volontari, dei sindaci, delle forze dell’ordine, dei pescatori e delle comunità locali che per anni hanno visto arrivare barconi, corpi, bambini, donne incinte, uomini stremati.

Secondo i dati Unhcr, nel 2025 sono arrivati via mare in Italia 66.316 migranti e rifugiati, in 1.510 sbarchi, pari al 46 per cento degli arrivi nel Mediterraneo. Nel 2024 erano stati 66.617, nel 2023 addirittura 157.651. Sono numeri che raccontano non una chiusura totale, ma una pressione continua su una frontiera che è italiana geograficamente e dovrebbe essere europea politicamente.

Nel solo periodo dal 2015 al 2025, sempre secondo i dati Unhcr, l’Italia ha visto arrivare via mare centinaia di migliaia di persone: 153.842 nel 2015, 181.436 nel 2016, 119.369 nel 2017, poi nuove ondate fino ai 105.131 arrivi del 2022 e ai 157.651 del 2023.

È difficile sostenere, davanti a questi numeri, che l’Italia si sia semplicemente voltata dall’altra parte.

Le morti in mare restano una tragedia europea

Questo non significa negare la tragedia. Il Mediterraneo resta una delle rotte migratorie più mortali del mondo. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni registra ogni anno migliaia di morti e dispersi. Nel 2025, almeno 2.185 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo, mentre nel 2024 erano state 1.862 solo sulle rotte legate agli arrivi in Italia secondo il quadro Unhcr.

Dal 2014, secondo il progetto Missing Migrants dell’Iom, il Mediterraneo ha registrato decine di migliaia di vittime. Reuters, citando l’Iom, ha indicato in 28.854 i morti e dispersi nel Mediterraneo tra il 2014 e il 2023, all’interno di un bilancio globale di oltre 63mila migranti morti o scomparsi sulle rotte migratorie.

È un bilancio che deve interrogare tutti: Italia, Europa, Stati di partenza, Paesi di transito, trafficanti, governi africani, regimi mediorientali, organizzazioni internazionali e anche Stati Uniti. Ma proprio per questo non può essere ridotto a una colpa morale italiana.

La semplificazione dell’attore americano

La frase di Gere colpisce perché usa un’immagine fortissima: un Paese cristiano che renderebbe illegale salvare chi sta annegando. Ma la realtà giuridica e operativa è più complessa.

In Italia non è vietato salvare persone in pericolo di vita. Il soccorso in mare resta un obbligo secondo il diritto internazionale. Le norme contestate negli ultimi anni hanno riguardato soprattutto la gestione delle navi delle ong, l’assegnazione dei porti, le procedure dopo il primo salvataggio, le sanzioni amministrative e i rapporti tra soccorso umanitario e controllo delle frontiere.

Si può criticare duramente quella normativa. Si può sostenere che abbia reso più difficile l’azione delle ong. Si può discutere se alcune scelte abbiano aumentato i rischi in mare. Ma dire che l’Italia abbia reso illegale salvare chi annega è una formula ad effetto che non restituisce la complessità dei fatti.

L’Italia lasciata troppo sola dall’Europa

Il punto più serio è un altro: l’Italia ha gestito per anni una frontiera europea con strumenti nazionali. Lampedusa, Pozzallo, Augusta, Crotone, Taranto, Reggio Calabria, Trapani e molti altri luoghi hanno retto una pressione che avrebbe dovuto essere condivisa da tutta l’Unione.

Le politiche europee hanno oscillato tra solidarietà annunciata e ricollocamenti insufficienti, tra accordi con Paesi terzi e controlli di frontiera, tra principi umanitari e paura del consenso interno. In questo quadro, l’Italia è stata spesso accusata quando chiedeva aiuto e lasciata sola quando doveva gestire gli sbarchi.

È qui che la critica di Gere diventa più debole. Perché colpire l’Italia come se fosse l’unico attore morale della tragedia significa non vedere la responsabilità europea e internazionale. Il Mediterraneo non è un mare italiano. È il confine sud dell’Europa.

Trump e il linguaggio disumano sui migranti

Diverso è il passaggio di Gere sull’amministrazione Trump. Definire i migranti “alieni” o “parassiti”, come denunciato dall’attore, significa usare un linguaggio che disumanizza. E quando la politica disumanizza, prepara sempre il terreno a politiche più dure, a indifferenza sociale, a paura e ostilità.

Su questo punto Gere coglie un problema reale: il modo in cui si parla dei migranti conta. Nessuno dovrebbe essere ridotto a massa indistinta, minaccia, invasione o categoria inferiore. Ogni persona che attraversa il mare porta con sé una storia, una famiglia, una paura, un desiderio di salvezza o di futuro.

Ma proprio perché il linguaggio conta, bisogna usarlo con precisione anche quando si critica l’Italia.

Salvare vite e governare i flussi

La vera sfida è tenere insieme due esigenze che spesso vengono contrapposte: salvare vite e governare i flussi. Una democrazia non può lasciare morire le persone in mare. Ma non può neppure fingere che gli arrivi irregolari siano un fenomeno semplice, senza costi sociali, amministrativi, diplomatici e di sicurezza.

Serve una politica europea seria: vie legali di ingresso, accordi trasparenti con i Paesi di origine e transito, lotta ai trafficanti, redistribuzione effettiva dei richiedenti asilo, rimpatri per chi non ha diritto alla protezione, tutela dei minori, corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni.

Senza questa architettura, l’Italia continuerà a essere il bersaglio facile: troppo aperta per chi vuole chiudere tutto, troppo chiusa per chi pretende accoglienza senza limiti.

La compassione non basta se cancella i fatti

Richard Gere ha il merito di ricordare che al centro della questione migratoria ci sono esseri umani. È un richiamo necessario, soprattutto in un tempo in cui la sofferenza viene spesso normalizzata e le morti in mare rischiano di diventare statistica.

Ma la compassione, per essere credibile, non può cancellare i fatti. E i fatti dicono che l’Italia ha salvato, accolto e gestito negli anni numeri enormi di persone arrivate dal Mediterraneo. Ha commesso errori, ha approvato norme discutibili, ha oscillato tra solidarietà e chiusura. Ma non può essere descritta come un Paese che semplicemente lascia annegare.

La critica morale è utile quando aiuta a vedere meglio la realtà. Diventa ingiusta quando la semplifica fino a deformarla.

Il Mediterraneo chiede verità, non slogan

Le morti nel Mediterraneo restano una vergogna collettiva. Non solo italiana. Europea, occidentale, internazionale. Sono il frutto di guerre, povertà, instabilità, trafficanti, assenza di canali legali, cinismo politico e incapacità di cooperare.

L’Italia deve continuare a essere giudicata sulle sue scelte. Ma deve esserlo per ciò che fa davvero, non per una caricatura. Perché un Paese che ogni anno vede arrivare decine di migliaia di persone dal mare, che mobilita Guardia costiera, sanità, prefetture, Comuni e volontariato, non può essere liquidato con una frase da palco internazionale.

La lezione di umanità serve. Ma deve essere accompagnata dalla lezione della verità. E la verità è che l’Italia, con tutti i suoi limiti, non è stata spettatrice del Mediterraneo. Ne è stata per anni la prima trincea di soccorso, accoglienza e responsabilità.

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Cronache

Rai, Rossi difende lo stop alle repliche di Report: «Scelta per tutelare il programma»

L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi spiega che le repliche estive di Report sono state sospese per proteggere il programma dal clima generato dall’inchiesta giudiziaria e dalle polemiche mediatiche. Rossi giudica legittima la lettera di Urso sulla Vigilanza Rai e apre un confronto a distanza con Milo Infante.

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L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi interviene direttamente sulla sospensione delle repliche estive di Report e difende la decisione assunta dai vertici di Viale Mazzini.

«È stato fatto per tutelare un brand che è fondamentale per l’azienda», ha spiegato Rossi durante un’intervista ad AdnKronos Talk. L’amministratore delegato ha precisato che non sono state cancellate nuove puntate, ma soltanto repliche che restano comunque disponibili sulla piattaforma RaiPlay.

«Una cautela per proteggere Report»

Secondo Rossi, la sospensione è stata determinata da due elementi: l’inchiesta giudiziaria relativa all’attentato contro Sigfrido Ranucci e la durezza del dibattito mediatico sviluppatosi intorno al conduttore e ai suoi rapporti con alcune fonti.

Una discussione che, secondo l’amministratore delegato, avrebbe finito per coinvolgere anche l’immagine e l’autorevolezza del programma. La Rai aveva già spiegato che la scelta sarebbe rimasta limitata alle repliche estive, mentre la nuova stagione di Report è prevista regolarmente a novembre.

La decisione era stata definita «sconcertante» da Ranucci, che aveva contestato l’opportunità di sospendere la trasmissione proprio mentre il giornalista e la redazione erano al centro di attacchi e polemiche.

La lettera di Urso e la Vigilanza Rai

Rossi ha giudicato «totalmente legittima» anche la lettera inviata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ai presidenti delle Camere e ai vertici della Rai.

Urso ha chiesto che venga ricostituita rapidamente la Commissione parlamentare di Vigilanza e che siano garantite l’affidabilità delle fonti e la qualità del giornalismo d’inchiesta realizzato dal servizio pubblico. Il ministero è titolare del contratto di servizio della Rai.

Per Rossi, l’assenza della Commissione non compromette il funzionamento operativo dell’azienda, ma determina un problema politico e istituzionale. La Vigilanza ha infatti il compito di controllare il rispetto del pluralismo e degli obblighi del servizio pubblico.

Resta aperto il tema dei possibili controlli sulle fonti giornalistiche. La verifica della correttezza delle informazioni rientra nelle responsabilità editoriali, mentre l’identità delle fonti riservate è tutelata dalle norme professionali e dalla libertà di stampa.

Il passaggio di Milo Infante a Mediaset

Nel corso dell’intervista Rossi ha affrontato anche l’addio alla Rai di Milo Infante, passato a Mediaset dopo l’esperienza alla guida di Ore 14.

L’amministratore delegato si è detto «spiacevolmente colpito» da alcune dichiarazioni con cui Infante aveva criticato l’azienda e alcuni colleghi. «Quando si va via non si dovrebbe parlare male di un’azienda che ti ha tutelato», ha affermato Rossi.

Infante ha replicato chiedendo se il riferimento fosse al periodo compreso tra il 2012 e il 2015, quando affrontò una causa contro la Rai per dequalificazione professionale. In quella vicenda un giudice riconobbe il ridimensionamento subito dal giornalista.

Fonti Rai hanno successivamente precisato che Rossi si riferiva invece al 2020, quando Infante era rimasto senza incarico e l’attuale amministratore delegato avrebbe favorito il suo ritorno su Rai2.

Un confronto che investe il servizio pubblico

Le parole di Rossi confermano la volontà dei vertici Rai di presentare lo stop alle repliche non come una sanzione nei confronti di Ranucci, ma come una misura temporanea destinata a proteggere il programma.

La vicenda, tuttavia, resta politicamente delicata. Da una parte vi sono il dovere dell’azienda di tutelare la propria credibilità e di verificare la qualità dell’informazione; dall’altra l’autonomia delle redazioni, la protezione delle fonti e il rischio che controlli esterni possano trasformarsi in pressioni sul giornalismo d’inchiesta.

Il futuro di Report non appare formalmente in discussione. Ma lo scontro sul programma, sulle sue fonti e sul ruolo della politica nella Rai è destinato a proseguire.

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Cronache

Urso chiede controlli sulle fonti di Report, scontro sulla libertà di stampa e sui dossieraggi

Il ministro Adolfo Urso ha chiesto alla Rai verifiche sulla qualità delle fonti e dei consulenti utilizzati da Report. L’iniziativa, maturata nel clima delle inchieste sui presunti dossieraggi, provoca la reazione delle opposizioni, che denunciano un attacco alla libertà di informazione.

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Le inchieste su Equalize, sulla cosiddetta Squadra Fiore e sugli accessi abusivi contestati all’ex ufficiale della Guardia di Finanza Pasquale Striano sono diventate uno dei terreni principali dello scontro politico intorno a Report.

Una parte del centrodestra sospetta da tempo che informazioni provenienti da reti investigative private, banche dati consultate illecitamente o ambienti vicini ai servizi possano essere finite nelle mani di giornalisti e utilizzate per costruire dossier contro esponenti del governo. Sono ipotesi politiche e investigative che, per quanto riguarda la trasmissione Rai, non risultano tradotte in responsabilità giudiziarie accertate.

La lettera di Urso all’amministratore delegato Rai

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha scritto all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, chiedendo iniziative per garantire l’affidabilità dell’informazione del servizio pubblico e sollecitando anche la ricostituzione della Commissione parlamentare di Vigilanza.

Nella lettera, secondo quanto pubblicato dal Corriere della Sera, si propone di valutare forme di controllo qualitativo e verifiche, anche saltuarie, sulla veridicità delle fonti, sull’affidabilità deontologica dei consulenti e sulla natura dei rapporti intrattenuti con autori e protagonisti delle trasmissioni.

La richiesta apre una questione delicata. Il controllo della correttezza e della qualità dell’informazione rientra nelle responsabilità editoriali della Rai; la tutela delle fonti confidenziali rappresenta però uno dei principi essenziali del giornalismo e non può tradursi automaticamente nell’obbligo di rivelarne l’identità.

Il caso Lavitola e la puntata su Urso

L’iniziativa del ministro arriva mentre l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci ha riportato al centro dell’attenzione i rapporti tra il conduttore di Report e Valter Lavitola.

Urso ha annunciato un’azione legale nei confronti dell’ex direttore dell’Avanti! in relazione ai suoi presunti rapporti con la redazione del programma. Il ministro collega la vicenda a una puntata del 2023 nella quale Gioele Magaldi lo aveva indicato come appartenente alla massoneria internazionale, affermazione respinta da Urso e per la quale la trasmissione aveva successivamente espresso le proprie scuse.

Il ministro ipotizza che Lavitola possa avere ispirato quella ricostruzione. Si tratta, allo stato, di una deduzione contestata e non di una circostanza accertata.

Le accuse di Fazzolari contro Report

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari aveva già criticato duramente Ranucci dopo le dichiarazioni del giornalista su un presunto interessamento dei servizi segreti nei suoi confronti e sulle insinuazioni relative all’attentato subito.

Fazzolari aveva definito quelle accuse gravissime e aveva annunciato iniziative giudiziarie, sostenendo che la “macchina del fango” non possa essere confusa con il giornalismo di qualità. La parte secretata dell’audizione di Ranucci sul presunto pedinamento è stata successivamente trasmessa dalla Commissione di Vigilanza alla Procura di Roma e al Copasir.

Equalize e la Squadra Fiore

L’inchiesta milanese su Equalize riguarda una società investigativa accusata di avere raccolto illegalmente informazioni su politici, imprenditori, personaggi dello spettacolo e grandi aziende.

Al centro dell’indagine figurano, tra gli altri, l’ex poliziotto Carmine Gallo e l’esperto informatico Samuele Calamucci. Le accuse devono ancora essere sottoposte al vaglio definitivo dei giudici.

Report ha dedicato una puntata ai presunti rapporti tra Equalize e un’altra struttura indicata come Squadra Fiore, descritta come composta anche da soggetti legati agli ambienti dell’intelligence e interessata a operazioni di pressione su imprenditori.

In alcune conversazioni intercettate Calamucci avrebbe parlato di contatti con l’inviato di Report Giorgio Mottola. Ranucci e Mottola hanno negato qualsiasi scambio illecito di documenti, pur non escludendo l’esistenza di contatti giornalistici.

Il semplice rapporto con una fonte, anche controversa o indagata, non dimostra di per sé la provenienza illecita delle informazioni utilizzate né la responsabilità del giornalista.

Il procedimento su Pasquale Striano

Un altro capitolo riguarda Pasquale Striano, già ufficiale della Guardia di Finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, accusato di numerosi accessi non autorizzati alle banche dati e della diffusione di informazioni riservate.

Nel novembre 2025 la Procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Striano e di altre persone per ipotesi di reato che comprendono accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione di segreto d’ufficio e falso. Nel maggio 2026 è stata chiesta la celebrazione del processo per Striano, per l’ex magistrato Antonio Laudati e per altri indagati, compresi alcuni giornalisti. Tutti devono essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva.

Le opposizioni: «Attacco alla libertà di informazione»

La richiesta di Urso ha provocato la reazione delle opposizioni. Esponenti del Movimento 5 Stelle nella Commissione di Vigilanza hanno accusato il ministro di volere spingere la Rai a violare la tutela delle fonti giornalistiche.

Anche Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha definito la lettera un attacco diretto alla libertà di informazione.

Il nodo politico e giuridico riguarda il confine tra il dovere della Rai di garantire correttezza, verifica e pluralismo e il rischio che controlli sulle fonti possano trasformarsi in un’ingerenza del governo nell’autonomia delle redazioni.

Le inchieste sui dossieraggi meritano di essere chiarite fino in fondo. Ma anche in questo caso è necessario distinguere i contatti professionali con le fonti, fisiologici nel giornalismo investigativo, dall’acquisizione consapevole di materiale ottenuto illegalmente. Una distinzione che potrà essere stabilita soltanto attraverso fatti verificabili e accertamenti giudiziari, non attraverso sospetti o appartenenze politiche.

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Cronache

Caso Ranucci, i pm acquisiscono le interviste di Lavitola e Tavares: sotto esame dichiarazioni e messaggi

La Procura di Roma acquisisce le interviste rilasciate da Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares per verificare se contengano messaggi diretti all’esterno o tentativi di interferire con l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Intanto proseguono gli accertamenti sui dispositivi sequestrati e le polemiche sui rapporti tra il giornalista e l’ex direttore dell’Avanti!.

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Le numerose interviste rilasciate negli ultimi giorni da Valter Lavitola e da Gomes Clesio Tavares sono entrate nell’inchiesta sull’attentato compiuto davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci.

I magistrati della Procura di Roma avrebbero disposto l’acquisizione delle dichiarazioni pubbliche dei due indagati per valutarne il contenuto e verificare se possano contenere messaggi destinati ad altre persone coinvolte nella vicenda o tentativi di condizionare, anche indirettamente, l’attività investigativa.

Si tratta, al momento, di un approfondimento investigativo. Lavitola e Tavares devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Le interviste dopo l’iscrizione nel registro degli indagati

Lavitola, indagato nell’ambito dell’inchiesta che ipotizza il reato di strage aggravata dal metodo mafioso, ha respinto ogni coinvolgimento nell’attentato. Durante la convocazione in Procura si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei pubblici ministeri, rendendo però dichiarazioni spontanee con le quali ha negato le accuse.

Nei giorni successivi ha continuato a parlare con quotidiani e telegiornali, affrontando anche il rapporto con Tavares, indicato dagli investigatori come possibile intermediario tra il presunto mandante e gli esecutori materiali dell’attentato.

La scelta di rilasciare ripetute dichiarazioni avrebbe provocato la reazione del suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, che gli avrebbe chiesto maggiore prudenza, prospettando la rinuncia al mandato in caso di ulteriori interviste.

Tavares prima annuncia il ritorno, poi cambia versione

Anche Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola attualmente in Camerun, ha rilasciato diverse interviste. A un quotidiano aveva dichiarato di voler tornare in Italia il 5 agosto per chiarire la propria posizione e aveva respinto le accuse, sostenendo di non avere alcun ruolo nell’attentato.

Intervistato successivamente dal Tg1, ha però affermato di non voler rientrare, almeno per il momento. «Non sono fuggito, ma per ora non rientro», ha dichiarato, confermando la propria permanenza all’estero.

Il mutamento di posizione è uno degli elementi che gli investigatori starebbero valutando, insieme ai rapporti personali ed economici tra Tavares e Lavitola.

La cena sul progetto dei carbon credit

L’inchiesta giudiziaria si intreccia con il dibattito sui rapporti tra Ranucci e Lavitola. Il Fatto Quotidiano ha rivelato la partecipazione del giornalista a una cena con l’ex direttore dell’Avanti! e con alcuni potenziali investitori interessati a un progetto africano legato ai carbon credit.

Tra i presenti sarebbero comparsi anche esponenti della società pubblicitaria Urban Vision. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la presenza e l’autorevolezza del conduttore di Report avrebbero potuto contribuire ad accreditare Lavitola davanti agli interlocutori imprenditoriali. Si tratta però di un’interpretazione giornalistica, non di un fatto accertato dagli investigatori.

Ranucci ha spiegato di avere cercato di “governare” il rapporto con una fonte complessa come Lavitola e di avergli dato suggerimenti proprio per metterlo in guardia sui rischi del settore dei carbon credit. Ha inoltre escluso categoricamente che l’ex faccendiere abbia mai condizionato le inchieste di Report.

L’analisi dei cellulari sequestrati

Gli accertamenti proseguono sui telefoni cellulari, sulle memorie informatiche e sulle pen drive sequestrate a Lavitola. Gli investigatori cercheranno contatti, conversazioni, documenti e dati utili a ricostruire i rapporti tra gli indagati e le eventuali fasi preparatorie dell’attentato.

Sono stati sequestrati dispositivi anche nell’abitazione di Tavares. L’obiettivo è verificare la ricostruzione secondo cui l’uomo avrebbe svolto una funzione di collegamento con il gruppo accusato di avere materialmente organizzato l’attacco.

L’esposto di Ranucci sul segreto investigativo

Parallelamente, la Procura dovrà esaminare l’esposto presentato da Ranucci attraverso il suo legale Roberto De Vita. Il giornalista chiede di accertare se vi siano state violazioni del segreto investigativo nella pubblicazione di atti, ricostruzioni e indiscrezioni riguardanti l’inchiesta.

Ranucci ha inoltre annunciato querele per diffamazione contro chi avrebbe diffuso congetture e insinuazioni sul suo comportamento e sui rapporti con Lavitola.

Il conduttore ha definito «sciacallaggio» anche le accuse sulla gestione di alcune fonti e su presunte vicende private diffuse da piattaforme social. Si tratta di affermazioni e allusioni non verificate, respinte dal giornalista e non collegate, allo stato, a contestazioni giudiziarie.

Il ministro Urso annuncia azioni legali

Un ulteriore fronte riguarda il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha annunciato iniziative legali contro Lavitola.

La vicenda riguarda una puntata di Report nella quale un intervistato aveva sostenuto che Urso appartenesse a organizzazioni massoniche internazionali. Il ministro contesta radicalmente tale ricostruzione e chiede che siano chiariti l’origine delle dichiarazioni e l’eventuale ruolo svolto da Lavitola nei rapporti con la trasmissione.

Il caso continua così a svilupparsi su più livelli: l’inchiesta penale sull’attentato, gli accertamenti sui rapporti tra fonti e giornalisti, le iniziative legali dei protagonisti e uno scontro politico sempre più acceso attorno a Report. Saranno però gli elementi raccolti dalla Procura, e non le interviste o le polemiche mediatiche, a stabilire responsabilità e moventi.

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