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Ricerca, pubblicata su Nature Medicine una nuova cura dell’artrite reumatoide

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Il delicato equilibrio tra macrofagi ‘pompieri’ e ‘piromani’, insieme ai fibroblasti residenti nella membrana sinoviale che riveste le articolazioni, sarebbe alla base dei processi infiammatori responsabili dell’artrite reumatoide. Una scoperta fondamentale che inaugura un nuovo filone di ricerca e potrebbe portare a nuove terapie per l’artrite reumatoide, se non addirittura ad una cura per questa condizione, che riguarda circa 400.000 italiani. Frutto di uno sforzo collaborativo tra ricercatori della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, Università di Glasgow e consorzio britannico Race, lo studio è pubblicato su ‘Nature Medicine’. L’artrite reumatoide è la più comune malattia infiammatoria cronica delle articolazioni e anche la più grave. Tante le opzioni terapeutiche, ma nessuna finora risolutiva. I pazienti hanno a disposizione da qualche anno, oltre agli anti-infiammatori tradizionali, anche armi terapeutiche potentissime, dai farmaci biologici (anti-Tnf, anti-Il-6R), ai più moderni farmaci di sintesi (Jak-inibitori), che non rappresentano tuttavia la cura definitiva della malattia e ai quali non risponde ancora il 40% circa dei pazienti con la malattia in forma grave. Molte persone vanno in remissione grazie alle terapie, ma mancano biomarcatori affidabili che consentano di stabilire quale sia il momento migliore per scalare o sospendere questi farmaci.

A questi ‘unmet need’ sul fronte della terapia potrà forse dare risposta uno studio italo-britannico. La ricerca, frutto del lavoro dei ricercatori della Uoc di Reumatologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, in collaborazione con l’Università di Glasgow e con il consorzio britannico Race (Research into Inflammatory Arthritis Centre ‘Versus Arthritis’), ha puntato i riflettori sul ruolo dei macrofagi, cellule residenti nel tessuto articolare che svolgono un ruolo fondamentale nel regolare l’infiammazione in tutte le fasi di malattia. Un programma di ricerca durato quattro anni ha consentito al team internazionale di scoprire che nelle articolazioni di questi pazienti si svolge una vera e propria lotta tra macrofagi ‘piromani’ (quelli che scatenano l’infiammazione) e macrofagi ‘pompieri’ (quelli che gettano letteralmente acqua sul fuoco). Riuscire ad allearsi farmacologicamente con i macrofagi ‘pompieri’, individuati per la prima volta al mondo da questo studio, potrebbe consentire di mandare in remissione l’artrite reumatoide e forse anche di aprire la strada ad una cura definitiva per questa condizione invalidante.

La sinovia è una sorta di cellophan che riveste tutte le articolazioni ed è tutt’altro che inerte. Nei pazienti con gravi forme di artrite, brulica infatti di cellule infiammatorie, che producono sostanze ‘corrosive’ per l’osso, responsabili del danno strutturale a lungo termine. E’ qui che i ricercatori hanno individuato i macrofagi ‘piromani’, cellule che arrivano dal sangue circolante nell’articolazione, dove scatenano l’infiammazione (l’incendio) che la danneggia gravemente insieme all’osso circostante. Nei pazienti che vanno in remissione grazie alla terapia, i macrofagi ‘piromani’ vengono sostituiti dai macrofagi ‘pompieri’ che prendono il sopravvento, spengono l’infiammazione e istruiscono una serie di operai specializzati (i fibroblasti della sinovia) a riparare la membrana sinoviale danneggiata dalla malattia. “Nessuno aveva mai studiato prima la fase di risoluzione dell’artrite – spiega Stefano Alivernini, Uoc di Reumatologia, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, ricercatore di Reumatologia presso l’Università Cattolica, campus di Roma, primo autore dello studio e coordinatore scientifico della SynGem Biopsy Unit – perché ci si concentrava piuttosto sulle fasi acute della malattia”.

“Con questa analisi abbiamo stabilito che se nella sinovia dei pazienti in remissione clinica la percentuale dei macrofagi ‘pompieri’ è inferiore al 50% del totale, il rischio di avere una recidiva alla sospensione del farmaco aumenta di 13 volte. Se il rapporto tra macrofagi MerTK positivi e MerTK negativi è inferiore a 2,5 volte, alla sospensione del farmaco il rischio di recidiva aumenta di 16 volte. Finora, nella decisione se scalare o sospendere la terapia nel paziente in remissione, ci si basava su criteri clinici, eventualmente corredati da un’ecografia articolare o da esami di laboratorio. Ma questo studio sulle biopsie sinoviali apre nuovi orizzonti soprattutto nell’ambito della medicina personalizzata”. “Questo studio – commenta Elisa Gremese, coautrice senior dello studio e responsabile della SYNGem Biopsy Unit – Uoc di Reumatologia, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs e associato di Reumatologia presso l’Università Cattolica, campus di Roma – aumenta le nostre conoscenze sull’atlante cellulare che caratterizza l’eterogeneità dell’infiammazione del tessuto sinoviale durante il decorso clinico dell’artrite reumatoide”. Inoltre, “il risultato di questo studio è un merito alla visione e al lavoro di squadra del nostro gruppo di collaborazione internazionale. La scoperta di questi macrofagi anti-infiammatori (i macrofagi ‘pompieri’) apre nuove opportunità nel trattamento dell’artrite reumatoide e fa fare un passo avanti verso la medicina di precisione e personalizzata”.

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Esteri

La rabbia in piazza a Beirut, rischio guerra civile: attacco ai ministeri e assalti alle sedi di Hezbollah

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La rabbia di una citta’ devastata e di un intero paese, scivolato da mesi nel baratro del collasso economico e politico, e’ scoppiata, con azioni senza precedenti da parte dei manifestanti anti-governativi. Dimostranti hanno preso d’assalto e occupato la sede del ministero degli esteri, nel cuore di Beirut colpita dall’esplosione di martedi’ scorso. Altri manifestanti hanno ‘impiccato’ un manichino del leader degli Hezbollah, Hasan Nasrallah, a un finto patibolo eretto a piazza dei Martiri. Nelle violenze di strada un poliziotto e’ morto e i feriti sono almeno 150. Questo mentre i vertici istituzionali continuano a prendere tempo rispetto alla pericolosa spirale di violenza in corso nel paese: il premier Hassan Diab e’ intervenuto con un laconico discorso tv, lanciando ai suoi stessi alleati governativi un “ultimatum” di due mesi, evocando elezioni anticipate. “Sono pronto ad assumere la responsabilita’ per i prossimi due mesi fino a che i partiti non troveranno un accordo sulla prossima fase. Lunedi’ proporro’ al governo elezioni anticipate”, ha detto Diab dal Serraglio, la sede governativa che sovrasta la zona del parlamento e Piazza dei Martiri, teatro di una vera e propria guerriglia urbana. Diab invoca “il momento della responsabilita’ collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi”, ha detto il premier, promettendo, come gia’ fatto nei giorni scorsi, che “presto emergera’ la verita’” sull’esplosione di martedi’ scorso, nel quale sono state uccise piu’ di 150 persone, 5mila sono rimaste ferite, anche gravemente, 300mila sono rimasti senza casa. In quello che appare come una svolta negli eventi in rapida evoluzione, i manifestanti in piazza hanno espresso la loro ira anche, e soprattutto, contro il leader degli Hezbollah filo-iraniani, Hasan Nasrallah.

E’ considerato dalla comunita’ sciita libanese e mediorientale un leader politico e religioso “intoccabile” soprattutto per il fatto che e’ un ‘sayyid’, un discendente del profeta Maometto. La scena del manichino di Nasrallah ‘impiccato’ a un finto patibolo in piazza dei Martiri ha suscitato l’attesa reazione di centinaia di suoi seguaci, che dal vicino quartiere di Zoqaq al Blatt hanno provato a scendere verso la piazza ma sono stati fermati da un cordone di militari sul Ring, la sopraelevata che si affaccia su piazza dei Martiri. Negli stessi concitati momenti, nel cuore di Ashrafiye, uno dei quartieri di Beirut piu’ colpiti dalla potente esplosione del 4 agosto, decine di attivisti guidati da un manipolo di veterani dell’esercito in pensione, hanno assaltato la sede del ministero degli esteri, considerato da tempo un feudo del partito del presidente della Repubblica Michel Aoun e di suo genero, l’ex ministro Gibran Bassil. Gli assalitori hanno sfondato la porta sopra le antiche scale di pietra e hanno strappato dal muro foto di Bassil e di Aoun, fracassandole a terra, pestandole, sputandoci sopra e pronunciando pesanti offese. Gli assalitori hanno appeso degli striscioni alle finestre di palazzo Bustros, con su scritto: “Beirut capitale della rivoluzione”. Stesse scene, qualche ora dopo, al ministero dell’economia. Un altro striscione recita: “Fuori le armi da Beirut”, in riferimento al fatto che da piu’ parti si e’ affermato in questi giorni che l’esplosione del porto possa essere stata provocata non da un “incidente” – come hanno affermato le autorita’ in un primo momento e come ha detto lo stesso Nasrallah nel suo discorso di venerdi’ – ma dalla detonazione di un deposito di missili di Hezbollah. In serata, altri manifestanti hanno preso d’assalto la super-fortificata sede dell’Associazione delle Banche, vicino a piazza dei Martiri. E altri attivisti si sono diretti alla sede del ministero dell’energia. Una guerriglia che rischia di non fermarsi.

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Esteri

Decine i dispersi a Beirut, si cerca ancora ma le speranze sono poche

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Il fumo sale ancora da cumuli di cenere e macerie nel ‘Ground Zero’ del porto di Beirut, dove squadre di soccorritori libanesi, italiani e di altri paesi, giunti in Libano subito dopo la potentissima esplosione di martedi’ scorso, fanno una corsa contro il tempo sperando di salvare gli ultimi superstiti. La detonazione ha distrutto gran parte del porto di Beirut, dove rimangono ancorate relitti di imbarcazioni. La nave da crociera Orient Queen e’ riversa sul fianco destro. I membri dell’equipaggio sono morti. E sono tra le 154 persone uccise. Tra queste vittime ci sono anche 43 siriani, molti dei quali operai del porto. Delle oltre 5mila persone ferite, 120 sono in condizioni gravi e il bilancio potrebbe aggravarsi. E si contano ancora 60 dispersi. “Lavoriamo giorno e notte per trovare i dispersi ma le speranze sono appese a un filo”, afferma il generale Jean Nohra, a capo delle operazioni di soccorso dell’esercito libanese, durante una caotica conferenza stampa improvvisata di fronte a decine di giornalisti locali e stranieri assiepati nell’area del porto di Beirut. Secondo il ministero della sanita’ libanese, delle 154 vittime 25 non sono state ancora identificate. “Per ora abbiamo ritrovato soltanto brandelli di corpi… difficile dire a chi appartengano… alcuni sono stati identificati come i vigili del fuoco giunti qui dopo la prima esplosione. Sono stati disintegrati, erano vicinissimi al luogo della seconda e piu’ potente esplosione”. Ma il generale Nohra e il suo collega, il colonnello Roger Khoury, non vogliono rispondere alle insistenti domande dei giornalisti sulle cause del primo incendio, verificatosi martedi’ pomeriggio, dentro o forse vicino l’Hangar n.12, dove erano stoccate le 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio esploso in maniera devastante pochi istanti dopo. I due militari si limitano a dire che sono incaricati di fornire “informazioni tecniche sulle operazioni di soccorso”. L’Italia e’ presente nel ‘Ground Zero’ del porto di Beirut con una squadra di 17 esperti, tra vigili del fuoco e esercito, specializzati nel monitoraggio dell’ambiente potenzialmente contaminato proprio per proteggere il lavoro delle squadre di soccorritori. Queste sono coordinate dal Gruppo dell’Onu per la ricerca e il soccorso internazionale (Insarag) di cui fanno parte, oltre ai militari libanesi, squadre di soccorritori di vari paesi arabi ed europei. I loro gazebo si distinguono dall’imbarcazione militare messa a disposizione dalla marina libanese per mostrare ai giornalisti la zona disastrata dal mare. La sagoma sfigurata dei granai mostra il lato occidentale intatto, quello orientale distrutto. Gommoni militari si alternano sulle zone della ricerca subacquea. La linea dell’orizzonte e’ sempre la stessa ma le facciate dei palazzi sono tutte devastate. Un’ambulanza corre da una parte all’altra del porto. Si sparge la voce del ritrovamento di un corpo, “ma e’ senza vita”, afferma il generale Nohra. “Era uno dei tecnici della sala operativa, travolta da un pontile di ferro spesso diversi metri. Sapevamo che era ancora li’ sotto. Sono giorni che cercavamo di tirarlo fuori”.

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Corona Virus

Boom di casi in Francia (2288), ora i parigini vanno con la mascherina

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La seconda ondata della pandemia in Europa, ormai, non riguarda piu’ soltanto i Balcani. La Spagna ne e’ pienamente “immersa”, hanno certificato i suoi esperti, ed e’ diventata il paese piu’ malato del Vecchio Continente. Febbre di nuovo altissima anche in Francia, 2.300 contagi in 24 ore, con i parigini costretti d’ora in avanti a indossare la mascherina nei luoghi piu’ affollati. E se tutti gli europei tornano ad avere paura di questa morsa che stringe da est a ovest, appare invece tranquillo Donald Trump, convinto che negli Usa la pandemia stia finendo. Peccato che i numeri, oltreoceano, raccontino un film diverso: 5 milioni di casi. Il Covid, nel suo brusco risveglio europeo, si conferma ancora meno aggressivo rispetto alla sua prima apparizione, in primavera, se si guarda ai numeri dei ricoveri. Allo stesso tempo l’infezione non ha atteso l’autunno per tornare a propagarsi e la crescita e’ costante in molti Paesi. In una fase in cui e’ ancora sostanzialmente consentito spostarsi oltreconfine, pur con alcuni controlli reintrodotti. La Spagna e’ messa peggio di tutti, con oltre 314.000 contagi su 47 milioni di abitanti. Se si considera che il Regno Unito, con qualche migliaio di infetti in meno, ha una popolazione di 66,5 milioni. Nel paese, inoltre, ci sono ben 580 focolai attivi. Un gruppo di specialisti si e’ chiesto come mai ci si trovi in questa situazione, invocando un’indagine indipendente per verificare le carenze di un sistema sanitario considerato tra i piu’ avanzati. Nelle loro conclusioni, hanno evidenziato tra le altre cose la scarsa capacita’ di test, la carenza di attrezzature di protezione, la reazione tardiva da parte delle autorita’ centrali e regionali, processi decisionali lenti, alti livelli di mobilita’ della popolazione. In Francia i numeri della seconda ondata sono altissimi: 9.330 casi in una settimana, 2.288 in appena 24 ore, in netto aumento rispetto al giorno prima, a livelli che non si vedevano da maggio. A conferma, hanno spiegato le autorita’ sanitarie, di una “circolazione piu’ attiva del virus su tutto il territorio, in particolare tra i giovani”. Motivo in piu’ per adottare nuove restrizioni in luoghi simbolo delle vacanze e delle feste sulla spiaggia, come Saint Tropez, in Costa Azzurra, dove le mascherine ora sono obbligatorie anche all’aperto. Come anche a Marsiglia, nella centralissima area del porto vecchio. Molte altre citta’ turistiche stanno adottando la stessa politica. A partire da Parigi, dove da lunedi’ sara’ vietato andare in giro a volto scoperto nei luoghi piu’ frequentati, come i lungosenna, i parchi e le strade commerciali. Dall’altra parte dell’Atlantico, intanto, si e’ ancora alla prese con la prima ondata. Gli Stati Uniti si preparano a sfondare il tetto dei 5 milioni di contagiati, i morti sono oltre 161.000. Trump ha ostentato sicurezza, assicurando che la pandemia “sta scomparendo”. Ma la sua uscita appare piu’ come un tentativo di esorcizzare un virus che rischia travolgerlo alle presidenziali di novembre. Certamente il Covid non ha nessuna intenzione di sparire, e nemmeno di allentare la presa, sull’America Latina, che ha superato l’Europa diventando l’area del mondo con piu’ morti: 216.000. In Cile sono 10.000, in Brasile 10 volte di piu’. Con buona pace del suo leader, Jair Bolsonaro, secondo cui “la vita deve andare avanti”.

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