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Cultura

Riccardo Muti dirige nel carcere di Opera: la musica che trasforma il legno della morte in vita

Riccardo Muti dirige l’Orchestra Cherubini nel carcere di Milano Opera con strumenti ricavati dai barconi dei migranti: una serata di musica, speranza e reinserimento.

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I colori degli strumenti sono insoliti per un’orchestra e Riccardo Muti lo sottolinea subito, prima ancora di salire sul podio, indicando violini, violoncelli e perfino un clavicembalo nuovissimo. Strumenti realizzati con il legno dei barconi dei migranti naufragati, recuperato e lavorato dai detenuti. È con questi strumenti che Muti ha diretto l’Orchestra Cherubini, chiamata anche Orchestra del Mare, nel carcere di Milano Opera.

“Aver fatto del legno che era di morte un legno che vibra di vita è un miracolo”, ha detto il maestro, definendo l’iniziativa un segnale necessario “in un mondo che sta andando a rotoli”.

Le vie dell’Amicizia e il valore del dialogo

La serata rientra nel progetto Le vie dell’Amicizia del Ravenna Festival, attivo dal 1997 per diffondere speranza, dialogo e fratellanza attraverso la musica. Nel teatro interno del carcere, ristrutturato per l’occasione, hanno assistito al concerto circa 200 detenuti sui 1.200 presenti nel penitenziario, selezionati tra quelli più impegnati in percorsi di rieducazione e reinserimento.

Muti ha spiegato come la musica sia fatta di linee diverse che convivono senza contraddirsi, tendendo all’armonia: “È il concetto di società, di polis, che dovrebbe ispirare anche la politica”.

Cori, liutai e storie di rinascita

Protagonisti anche i detenuti del coro La Nave di San Vittore, che hanno eseguito Va’, pensiero. “Hanno colto subito le mie indicazioni espressive”, ha osservato Muti, “a volte con cori blasonati serve più tempo”. Al centro del progetto anche gli apprendisti liutai, seguiti da professionisti grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti: il primo violino realizzato con questo legno fu benedetto da Papa Francesco nel 2022.

Il momento più toccante

Tra i passaggi più commoventi, una lezione di canto improvvisata che Muti ha voluto dedicare a Mirto, detenuto trentunenne con una voce da sopranista, già studente al Conservatorio di Milano prima di una vicenda giudiziaria che lo ha portato in carcere. Il maestro lo ha accompagnato al piano e poi abbracciato, in un gesto che ha segnato l’intera serata.

Ospiti e impegno istituzionale

Presenti numerosi ospiti del mondo culturale e istituzionale, tra cui Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, rappresentanti di Fondazione Cariplo, delle istituzioni carcerarie lombarde e del Comune di Milano. Tra gli artisti anche Achille Lauro, che al termine ha stretto la mano a molti detenuti: “Il carcere è un luogo difficile, ma anche qui si può ritrovare se stessi attraverso l’arte”.

Musica come trasformazione

Soddisfatta la direttrice del carcere, Rosalia Marino, in carica da due mesi, che ha ribadito la volontà di puntare sempre più su rieducazione e reinserimento, ringraziando il personale per il lavoro quotidiano. Muti, 84 anni, ha ricordato che “ciò che è stato causa negativa può tramutarsi in fatto assolutamente positivo”, prima di partire per una tournée negli Stati Uniti. Una serata che ha mostrato come la musica possa diventare strumento concreto di trasformazione e speranza.

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Cultura

È morto Frederick Wiseman, maestro del documentario americano aveva 96 anni

È morto a 96 anni Frederick Wiseman, maestro del documentario e autore di 45 film. Leone d’oro alla carriera nel 2014 e Oscar onorario nel 2017.

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È morto a 96 anni Frederick Wiseman, tra i più influenti documentaristi contemporanei, regista per il cinema e il palcoscenico, produttore e fondatore della Zipporah Films.

Ad annunciarlo sono stati la sua società di produzione e la famiglia. Per quasi sessant’anni Wiseman ha costruito un corpus cinematografico unico, dedicato all’analisi delle istituzioni sociali e dell’esperienza quotidiana, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.

I premi e il riconoscimento internazionale

Nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014 e l’Oscar onorario nel 2017.

I suoi film, da Titicut Follies fino al più recente Menus-Plaisirs – Les Troisgros, sono stati celebrati per la complessità narrativa, la forza drammatica e lo sguardo umanista.

Tra le opere più note figurano High School, Law and Order, Hospital, Public Housing, Near Death, Domestic Violence, At Berkeley e National Gallery. In totale ha prodotto e diretto 45 film.

Il suo cinema tra documentario e finzione

In occasione del Leone d’oro alla carriera, Wiseman aveva spiegato di non vedere una distinzione sostanziale tra documentario e fiction.

Realizzava film con una struttura drammatica, concentrandosi sugli aspetti complessi e sottili del comportamento umano. La tecnica poteva cambiare, ma l’obiettivo restava lo stesso: mettere lo spettatore nella condizione di osservare e giudicare autonomamente.

Rivendicava la scelta di non utilizzare interviste o voci narranti, preferendo che il pubblico avesse la sensazione di essere presente nei luoghi filmati. Non indicava mai esplicitamente cosa pensare, ma costruiva un contesto in cui ciascuno potesse formarsi un’opinione.

Una vita tra cinema e riservatezza

Wiseman si definiva “un po’ solitario” rispetto all’ambiente cinematografico. Non amava le dinamiche competitive del settore e ha mantenuto per tutta la carriera una posizione indipendente.

Era rimasto sposato per 65 anni con Zipporah Batshaw Wiseman, scomparsa nel 2021. Lascia i figli David ed Eric e tre nipoti. Con lui ha lavorato per decenni anche la collaboratrice Karen Konicek.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo fondamentale del cinema documentario mondiale, segnato da uno sguardo rigoroso, libero e profondamente umano.

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Cultura

Allemandi rilancia: nasce il Tg dell’Arte e torna Vernissage nel 2026

La Società Editrice Allemandi chiude il primo anno con ricavi in crescita dell’80% e annuncia per il 2026 il Tg dell’Arte, il ritorno di Vernissage e nuovi progetti editoriali e librari.

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La Società Editrice Allemandi, editore de Il Giornale dell’Arte, chiude il primo anno della nuova gestione con un aumento dei ricavi dell’80% e annuncia un piano di sviluppo che punta a trasformare l’azienda in una media company a 360 gradi.

La società è oggi guidata da Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

Il Tg dell’Arte e il ritorno di Vernissage

Tra le novità per il 2026 spicca la creazione del Telegiornale dell’Arte, format settimanale dedicato al mondo artistico, co-ideato e condotto da Nicolas Ballario, che sarà distribuito sulle piattaforme digitali.

Torna inoltre Vernissage, storico inserto che rinasce come magazine semestrale di approfondimento e dibattito culturale. Il progetto editoriale è firmato dal direttore Luca Zuccalà insieme ad Alessio Vannetti e Jacopo Bedussi.

È previsto anche il rilancio del Giornale delle Fondazioni, lo sviluppo dei servizi museali e il potenziamento dell’attività libraria.

Un ecosistema editoriale

Il Giornale dell’Arte ha raggiunto le 200 pagine mensili nell’edizione cartacea, con una tiratura media di 20mila copie e picchi di 30mila, oltre 1,5 milioni di visualizzazioni online e un archivio digitale di 55mila pagine.

Dal 2025 sono attive un’area premium e un nuovo e-commerce. Dopo l’apertura della sede di Milano, sono previsti presìdi a Venezia e Roma.

I libri evento del 2026

Nel catalogo 2026 figurano volumi come “Bernini e Barberini”, “Giovanni Gastel. Rewind”, collegato alla mostra a Palazzo Citterio, e “Giorgio Armani. Milano per amore”, legato all’esposizione alla Pinacoteca di Brera. Torna inoltre “Le fabbriche del design”, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Salone del Mobile di Milano.

Secondo il presidente Michele Coppola, i risultati raggiunti rappresentano lo stimolo per proseguire nel percorso di innovazione e consolidamento del progetto editoriale.

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Cultura

Homo sapiens, incisioni geometriche di 60 mila anni fa su gusci di uova di struzzo

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Le più antiche forme geometriche attribuite all’Homo sapiens sono incise su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa.

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista PLOS One.

Analisi geometrica e statistica su 112 frammenti

I ricercatori hanno analizzato 112 frammenti provenienti da due siti archeologici del Sudafrica e da uno in Namibia. L’indagine è stata condotta con un approccio quantitativo e sistematico, applicando metodi di analisi geometrica e statistica finora mai utilizzati su questi reperti.

La ricostruzione dettagliata di linee, angoli e traiettorie ha mostrato che i segni incisi non sono casuali. Oltre l’80% delle configurazioni presenta regolarità spaziali coerenti, con un uso ricorrente di angoli prossimi ai 90 gradi e di gruppi di linee parallele.

Pianificazione visuo-spaziale e operazioni cognitive complesse

Le composizioni più elaborate – bande tratteggiate, reticoli e motivi a rombo – rivelano operazioni cognitive come rotazione, traslazione, ripetizione e “embedding”, cioè la costruzione di livelli gerarchici di segni sulla stessa superficie.

Secondo Silvia Ferrara, coordinatrice dello studio e docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo bolognese, le incisioni mostrano una vera pianificazione visuo-spaziale, come se l’autore avesse già concepito l’immagine complessiva prima di inciderla.

Valentina Decembrini, prima autrice della ricerca, sottolinea che la capacità di trasformare forme semplici in sistemi complessi seguendo regole definite rappresenta un tratto profondamente umano, che attraversa i millenni dalla decorazione ai sistemi simbolici fino alla scrittura.

Lo studio contribuisce così a ridefinire le origini del pensiero astratto, collocandole molto più indietro nel tempo di quanto finora documentato.

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