Cultura
Riccardo Muti compie 85 anni, gli auguri del Teatro San Carlo: «Un protagonista della musica mondiale»
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Il Teatro di San Carlo celebra gli 85 anni del maestro Riccardo Muti con un messaggio sui social e una foto del concerto del gennaio 2020 alla guida della Chicago Symphony Orchestra, ricordando il legame con il Lirico napoletano iniziato nel 1967.
Il Teatro di San Carlo rende omaggio a Riccardo Muti nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, celebrando uno dei più autorevoli direttori d’orchestra della scena musicale internazionale e una delle figure che più hanno contribuito a portare il prestigio della musica italiana nel mondo.
Un legame con il San Carlo lungo quasi sessant’anni
Attraverso i propri canali social, il Lirico napoletano ricorda il profondo rapporto che lega il maestro Muti al teatro più antico d’Europa ancora in attività.
«Uno dei più grandi protagonisti della scena musicale internazionale, legato al Lirico napoletano da una storia iniziata nel 1967», scrive il Teatro di San Carlo nel messaggio di auguri.
Il ricordo del concerto del 2020
Per celebrare l’anniversario, il San Carlo ha scelto di condividere una fotografia del gennaio 2020 che ritrae Riccardo Muti sul podio del teatro alla guida della Chicago Symphony Orchestra.
Uno scatto che richiama una delle più significative esibizioni ospitate dal teatro napoletano negli ultimi anni e testimonia il legame mai interrotto tra il maestro e il San Carlo.
Un ambasciatore della musica italiana
Nel corso della sua straordinaria carriera, Riccardo Muti ha diretto le più prestigiose orchestre del mondo, contribuendo in maniera decisiva alla diffusione del repertorio operistico e sinfonico italiano.
Il rapporto con Napoli e con il Teatro di San Carlo rappresenta una delle costanti del suo percorso artistico, iniziato proprio sul palcoscenico del Massimo napoletano nel 1967 e proseguito negli anni con concerti e produzioni che hanno segnato la storia della musica.
Cultura
Oplontis, pane e cereali nella dieta delle vittime
Lo studio sui resti delle vittime di Oplontis rivela una dieta basata soprattutto su cereali, legumi e altre risorse terrestri.
Pane, cereali e legumi costituivano la base dell’alimentazione delle persone morte a Oplontis durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.
La ricerca è stata condotta dal Laboratorio di Ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei con il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Gli studiosi hanno riesaminato i resti recuperati nell’ambiente 10 della cosiddetta Villa B, complesso commerciale situato nell’attuale Torre Annunziata. Qui un gruppo di persone aveva cercato riparo, probabilmente in attesa di fuggire via mare. Le nuove analisi hanno permesso di riconoscere almeno 60 vittime, rispetto alle 54 precedentemente conteggiate.

Il pesce aveva un ruolo marginale
Le analisi isotopiche indicano una dieta fondata prevalentemente su risorse terrestri. Tra gli alimenti più probabili figurano grano, orzo, legumi e prodotti agricoli locali, accompagnati da quantità moderate di proteine animali, riconducibili a carne e latticini.
Il pesce poteva essere consumato, ma avrebbe avuto un peso marginale nonostante la vicinanza dell’insediamento alla costa. Le analisi isotopiche non permettono di ricostruire un menù preciso, ma misurano il contributo relativo delle diverse categorie alimentari.
Non sono emerse differenze marcate tra l’alimentazione degli uomini e quella delle donne. «La maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali», osserva il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, richiamando il significato concreto dell’espressione evangelica “pane quotidiano”.
La ricerca proseguirà sui resti delle vittime degli altri siti compresi nella Grande Pompei.
Cultura
Tra soldati e briganti, le ferite della storia
Oltre duecento persone al Centro ricerche Neuromed di Pozzilli per la presentazione di Tra soldati e briganti di Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli. Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo: «La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
POZZILLI (ISERNIA) – La storia non è mai soltanto quella dei vincitori o degli sconfitti. È anche la storia di chi non ebbe voce, di chi rimase ai margini delle decisioni, di chi si trovò schiacciato tra la violenza delle bande e la durezza della repressione. È da questa prospettiva che nasce Tra soldati e briganti, il volume scritto da Aldo Patriciello e Pasquale Passarelli, presentato nella sala congressi del Centro ricerche Neuromed di Pozzilli davanti a oltre duecento persone.

Una partecipazione imponente, con i vertici delle forze di polizia, rappresentanti delle istituzioni militari, sindaci, consiglieri e assessori regionali. La sala gremita ha restituito la dimensione non soltanto culturale, ma anche civile dell’incontro.
A moderare il confronto è stata la giornalista di Mediaset Anna Maria Chiariello. Con gli autori sono intervenuti il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Salvatore Luongo, autore della prefazione, e il presidente nazionale della LILT, professor Francesco Schittulli.
L’intero ricavato del volume, al netto delle spese, sarà devoluto alla Lega italiana per la lotta contro i tumori e destinato alle attività di prevenzione oncologica sul territorio.
Il lungo applauso per l’Arma
Quando è stato pronunciato il nome del generale Luongo, dalla sala si è levato un applauso lungo e intenso. Non soltanto un omaggio al Comandante Generale, ma il segno di un legame profondo con l’Arma dei Carabinieri, percepita ancora oggi come una presenza vicina alle comunità, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree interne.
Quel sentimento ha attraversato l’intero dibattito. Il libro, infatti, non ricostruisce soltanto il fenomeno del brigantaggio, ma illumina il ruolo svolto dai Carabinieri in territori difficili, segnati dalla povertà, dall’isolamento, dalla fragilità delle istituzioni e da una violenza che investiva tanto le bande quanto le popolazioni civili.
Una valigia di cuoio e le carte di Domenico Fuoco
Aldo Patriciello ha raccontato l’origine della ricerca. Tutto cominciò con il ritrovamento, in una casa, di una valigia di cuoio contenente documenti appartenuti a Domenico Fuoco, uno dei protagonisti del brigantaggio nell’area molisana.
«Provai a capire se quei documenti fossero originali, perché raccontavano il brigantaggio in un territorio, il Molise, che ebbe un ruolo importante. Partendo da quelle carte ne abbiamo trovate altre».
Da quel primo nucleo documentale la ricerca si è allargata, portando gli autori a ricostruire vicende familiari, istituzionali e politiche capaci di collegare la storia locale alla storia nazionale.
Tra queste emerge quella della famiglia Cimorelli, presente nelle istituzioni prima monarchiche e successivamente repubblicane. Tra i suoi discendenti figura anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone.
«Non è una storia del brigantaggio. È un racconto dei fatti, anche di quelli criminali e sanguinari commessi dai briganti. Proviamo a rileggere uno spaccato di storia attraverso le carte di Fuoco».
Il libro, ha sottolineato Patriciello, poggia su una documentazione che consente di ricostruire una vicenda terribile, proseguita anche dopo le fasi più intense della repressione. Il brigantaggio non scomparve immediatamente, ma continuò a manifestarsi come fenomeno criminale in diverse aree del Mezzogiorno, dal Molise alla Basilicata.

La storia senza ideologia
Il generale Salvatore Luongo ha individuato nella fedeltà alle fonti il principale valore dell’opera.
«È un testo che racconta paesaggi, pietre e tradizioni di questa terra in un determinato momento storico. C’è sempre il tentativo di raccontare la storia con l’ideologia, ma questo testo non lo fa».
Nella prefazione, Luongo descrive Venafro come un luogo che porta con sé la storia senza esibirla. Una storia custodita nelle case, nei palazzi, negli archivi, nei verbali e nelle memorie familiari.
Il volume parte infatti dalla dimensione concreta dei territori per allargare lo sguardo alla caduta del Regno borbonico, all’unificazione italiana e agli equilibri delle potenze europee. Non una lettura calata dall’alto, ma una ricostruzione che procede dalla microstoria verso la storia nazionale.
«Questo libro è bello perché è uno studio delle fonti. Rappresenta in maniera chiara quel periodo. Venafro è una comunità che merita rispetto».
Non c’è, nell’impostazione proposta, la volontà di assolvere o condannare in blocco. Il brigante non viene trasformato in un ribelle romantico, il soldato non è rappresentato automaticamente come un oppressore, il rappresentante delle istituzioni non diventa per definizione un eroe. I protagonisti sono restituiti alla complessità delle loro azioni e del tempo nel quale vissero.

I Carabinieri e la prossimità alle comunità
Luongo ha approfondito il ruolo dell’Arma negli anni successivi all’Unità d’Italia, quando i Carabinieri venivano inviati in territori che spesso non conoscevano.
Molti provenivano dal Nord e si trovavano a operare in paesi nei quali lo Stato unitario non era ancora pienamente riconosciuto. Dovevano comprendere comunità differenti, costruire rapporti e affermare la legge in una realtà segnata da complicità, paura e silenzi.
«Eravamo già caratterizzati da una mentalità che ancora oggi ci identifica: la prossimità ai problemi della gente».
Era stata costituita la Guardia nazionale, impegnata sotto la guida del generale Emilio Pallavicini nel contrasto al brigantaggio. In quel contesto, ha ricordato Luongo, i Carabinieri mostrarono una vocazione distinta: non soltanto la repressione, ma la presenza quotidiana e la costruzione di credibilità.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda proprio Domenico Fuoco, che definiva i Carabinieri “nemici onesti”.
«I briganti avevano rispetto dei Carabinieri. Lo spirito di sacrificio dei militari dell’epoca era e rimane esemplare. La devianza criminale si sconfigge con la credibilità».
Il generale ha quindi rivolto un pensiero ai caduti dell’Arma, uomini che persero la vita mentre l’Italia cercava ancora di diventare uno Stato effettivamente presente nei territori.
Il popolo tra incudine e martello
Pasquale Passarelli ha indicato nel popolo il vero protagonista del libro.
Non il popolo idealizzato, ma quello concreto: contadini, braccianti, donne, analfabeti, persone prive di rappresentanza e quasi completamente escluse dalle decisioni pubbliche.
«Era un popolo senza voce e senza possibilità di ascesa sociale, schiacciato tra un potere che non riconosceva e briganti che erano criminali e che commisero anche fatti irriferibili».
Gli autori hanno studiato i rapporti tra i cosiddetti cafoni e i galantuomini, tra le masse rurali e le élite locali. Hanno analizzato i dati elettorali di una società nella quale le donne non votavano e l’analfabetismo escludeva una parte enorme della popolazione dalla partecipazione politica.
«Ci ha colpito il protagonismo di un popolo che, in realtà, contava poco o nulla».
È proprio qui che il volume acquista profondità. La nascita dell’Italia unita non viene osservata soltanto dalle stanze del potere o attraverso gli spostamenti degli eserciti, ma dalle campagne, dalle masserie e dai paesi nei quali le persone comuni subivano le conseguenze di decisioni prese altrove.
Soldati, Carabinieri e rispetto della legge
Passarelli ha distinto il ruolo dei soldati da quello dei Carabinieri.
L’azione dell’esercito fu determinante nella repressione militare. L’Arma, invece, incarnava una funzione differente, legata alla tutela della legge e alla presenza permanente sul territorio.
«I Carabinieri combattevano coloro che non rispettavano la legge. Non odiavano e non privilegiavano nessuno. Erano impegnati a far rispettare la legge».
Anche la figura di Domenico Fuoco è stata affrontata evitando qualsiasi mitizzazione. Gli autori ne ricostruiscono la dimensione umana, le passioni e le fragilità, senza cancellarne la responsabilità per delitti e violenze.
«Lo abbiamo studiato come uomo e senza maschere ideologiche, per evitare di trasformarlo in un eroe negativo».
La Legge Pica e la repressione
Patriciello ha ricordato anche la durezza delle misure adottate dallo Stato per estirpare il brigantaggio.
Il generale Pallavicini applicò la Legge Pica, che introdusse strumenti straordinari di controllo e repressione. Una legislazione concepita come temporanea, ma i cui effetti si protrassero molto più a lungo.
Il libro ricostruisce una stagione nella quale furono imposti controlli sugli spostamenti, limitazioni alla circolazione e misure drastiche contro le reti di sostegno alle bande. Masserie isolate vennero murate o demolite, le comunità furono sottoposte a una forte pressione e anche i semplici sospetti potevano produrre conseguenze pesanti.
La repressione rispose a una violenza criminale reale, ma lasciò a sua volta ferite profonde nei territori e nelle popolazioni.
La prevenzione come investimento sociale
Il professor Francesco Schittulli ha legato il valore culturale dell’iniziativa alla sua finalità solidale.
Prima di entrare nel merito, ha sottolineato la presenza di Anna Maria Chiariello, unica donna sul palco, ricevendo un applauso dalla platea.
Schittulli ha ringraziato gli autori e la Fondazione Vincenzo e Mimosa Patriciello per avere scelto di destinare il ricavato alla LILT, precisando che le risorse resteranno sul territorio.
«Più investiamo nella prevenzione e nell’anticipazione della diagnosi, più sarà curabile quella che un tempo definivamo una malattia incurabile».
Il presidente della LILT ha posto una questione che riguarda il futuro dell’intero sistema sanitario: l’allungamento della vita richiede politiche capaci di garantire non soltanto più anni, ma una migliore qualità della vita.
«Dobbiamo investire in salute, non nella malattia. Occorre costruire più poliambulatori per la prevenzione e riconvertire gli ospedali dismessi, invece di pensare soltanto a nuovi ospedali».
Le persone prima delle contrapposizioni
Tra soldati e briganti non propone una nuova verità ideologica da contrapporre alle precedenti. Offre documenti, nomi, vicende e luoghi attraverso i quali osservare la nascita dello Stato unitario nella sua dimensione più concreta e dolorosa.
Il brigantaggio emerge come una reazione disperata, ma anche criminale. La repressione appare necessaria per ristabilire la legalità, ma fu condotta attraverso strumenti eccezionali e spesso durissimi. In mezzo rimasero le popolazioni, costrette a convivere con la paura delle bande e con il peso delle misure dello Stato.
Il merito dell’opera è riportare al centro proprio queste persone: i contadini che continuarono a lavorare la terra, le donne rimaste ai margini della storia ufficiale, i militari inviati lontano da casa, i Carabinieri caduti mentre cercavano di rendere reale la presenza dello Stato.
Non una celebrazione né un processo, dunque. Ma il tentativo di comprendere come una nazione sia nata attraverso conflitti, errori, sacrifici e vite rimaste troppo a lungo senza nome.
Cultura
Uffizi, parte il maxi restyling da 50 milioni: nuovi spazi espositivi, Boboli rinasce e cambia Palazzo Pitti
Le Gallerie degli Uffizi avviano un piano di interventi da 50 milioni di euro. Entro due anni nuovi spazi espositivi, restauri a Boboli e Palazzo Pitti, servizi potenziati e un museo sempre più moderno per oltre 5,2 milioni di visitatori.
Le Gallerie degli Uffizi si preparano a vivere una delle più importanti trasformazioni della loro storia recente. Un piano di investimenti da 50 milioni di euro cambierà il volto dell’intero complesso museale fiorentino, con restauri, nuovi allestimenti, spazi espositivi, interventi tecnologici e servizi destinati a migliorare l’esperienza dei visitatori.
Ad illustrare il programma è stato il direttore Simone Verde, che insieme al suo staff ha fatto il punto sui cantieri già conclusi, su quelli in corso e su quelli che partiranno nei prossimi mesi. L’obiettivo è completare tutti gli interventi entro il 2028, mentre alcune opere saranno terminate già nei prossimi due anni.
Nel 2025 le Gallerie degli Uffizi hanno registrato oltre 5,2 milioni di ingressi, confermandosi tra i poli museali più visitati al mondo.
Nuovi Uffizi, ingresso rinnovato e nuovi percorsi espositivi
Tra gli interventi più significativi figura la realizzazione della nuova area di accoglienza dei visitatori, che sarà ospitata nella monumentale Sala Magliabechiana, destinata ai controlli di accesso e ai servizi di ingresso.
Prenderà forma anche una nuova sezione dedicata alla Storia delle Collezioni, pensata per raccontare ai visitatori la nascita e l’evoluzione di uno dei patrimoni artistici più importanti del mondo.
Prosegue inoltre il rinnovamento museografico del secondo piano: saranno riallestite le sale dedicate ai pittori fiamminghi con un nuovo progetto illuminotecnico, mentre verranno aperti al pubblico la sala con i celebri “Uomini illustri” di Andrea del Castagno e il Ricetto delle antiche iscrizioni.
Palazzo Pitti apre il “Piano degli Occhi”
Una delle principali novità riguarda Palazzo Pitti.
L’ultimo livello dell’edificio, conosciuto come “Piano degli Occhi”, sarà recuperato e trasformato in una nuova area espositiva di circa 1.000 metri quadrati, ampliando sensibilmente gli spazi disponibili per mostre e percorsi permanenti.
Sono inoltre previsti importanti lavori al Tesoro dei Granduchi, con interventi sugli impianti, manutenzione edilizia e un nuovo allestimento museale.
Anche la Galleria Palatina sarà interessata da un profondo intervento di valorizzazione che comprenderà il restauro dei parati tessili storici, una nuova illuminazione e il miglioramento complessivo dell’esposizione delle opere.
Boboli torna protagonista
Il programma di investimenti coinvolge anche il Giardino di Boboli, autentico museo all’aperto e patrimonio storico della città di Firenze.
L’Anfiteatro sarà sottoposto a un importante restauro conservativo e a un recupero funzionale che consentirà di ospitare nuovamente spettacoli e manifestazioni culturali.
Interventi sono previsti anche sulla Fontana del Nettuno e sulla grande vasca dell’Isola, due tra gli elementi più rappresentativi del celebre giardino mediceo.
Tecnologia e sicurezza dietro le quinte
Accanto agli interventi più visibili, il piano comprende una lunga serie di opere infrastrutturali fondamentali per la conservazione delle collezioni.
Saranno installati nuovi sistemi di climatizzazione con torri di raffreddamento e gruppi frigoriferi di ultima generazione, mentre proseguiranno i lavori per completare la climatizzazione del Corridoio Vasariano, recentemente riaperto al pubblico.
È inoltre in corso il completo rifacimento della segnaletica e dell’apparato didascalico dell’intero complesso museale, con l’obiettivo di rendere la visita più intuitiva e accessibile.
I Nuovi Uffizi verso il traguardo
Il grande progetto dei Nuovi Uffizi continua a procedere.
Dopo la rimozione della storica gru nel giugno 2025, un altro simbolo del lungo cantiere è destinato a scomparire: nella prima metà del 2027 saranno eliminate anche le impalcature che ancora interessano il piazzale principale.
La conclusione definitiva del cantiere dei Nuovi Uffizi è prevista nel 2028, chiudendo un percorso di trasformazione iniziato molti anni fa.
Simone Verde: «Un’operazione senza precedenti»
«Grazie al grande impegno di tutto il personale è in corso un’operazione di vastità e profondità senza precedenti: il complesso museale ne emergerà ancora più bello e sempre più icona fondamentale dell’Italia nel mondo», ha dichiarato il direttore Simone Verde.
Le Gallerie degli Uffizi puntano così a rafforzare il proprio ruolo internazionale, con un museo sempre più moderno, accessibile e capace di coniugare tutela del patrimonio storico, innovazione tecnologica e qualità dell’accoglienza, mantenendo Firenze al centro dei grandi itinerari culturali mondiali.



