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RestiAmo al SUD, un tuffo nel Cilento Blu: da Acciaroli a Marina di Camerota

Giovanni Mastroianni

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Nella prima parte di “Cilento Blu” ci siamo lasciati dopo aver percorso un itinerario ideale che ci ha visti partire da Paestum per poi raggiungere Agropoli e quindi i magnifici territori di Castellabate, il cui limite meridionale è segnato proprio da Ogliastro, con la sua costa rocciosa che si tuffa nel mare creando insenature splendide.

Riprendendo ora il nostro cammino in direzione Sud Est giungiamo ad Acciaroli, un gioiello di circa mille abitanti, frazione di Pollica, adagiata nel mondo tra dolci  colline e un mare trasparente che bacia sia morbide spiagge sabbiose che approdi di lucide rocce. Da sempre ambitissima non solo per le spiagge ed un mare che anche qui, neanche a dirlo, è da sempre giudicato tra i più puliti d’Italia e quindi del mondo, Acciaroli è famosa anche per il savoir vivre e con la vicina Pioppi, di soli trecento abitanti, un’altra perla del Cilento ed anch’essa frazione di Pollica, condivide primati anche per la longevità della popolazione grazie anche alla dieta mediterranea, di cui la seconda è stata nominata addirittura capitale mondiale. Qui la bellezza della natura incontra avamposti medioevali rappresentati per lo più da torri di avvistamento o chiesette che per secoli hanno scandito la vita semplice dei fortunati abitanti di questi luoghi di incomparabile bellezza. Merita di certo una visita il meraviglioso Palazzo Vinciprova, che oggi ospita due grandi attrattori culturali,  “Musea” ovvero il Museo Vivo del Mare e l’Ecomuseo della Dieta Mediterranea.

Superato il successivo porto di Marina di Casal Velino, dal quale poter partire a bordo di una piccola imbarcazione alla scoperta delle meravigliose spiagge della zona, che anche in questo angolo di mondo sono tutte di una (costante) bellezza senza pari, è la volta di Ascea e della sua Marina, con sabbia finissima dai riflessi dorati ed il mare che concentra in una unica visuale tutte le sfumature del blu, dall’azzurro e del turchese. Di grande interesse il sito archeologico dell’antica Elea, testimonianza ancora viva di una polis della Magna Grecia, poi ribattezzata in epoca romana come Velia.

Proseguendo verso Sud, non abbiamo il tempo di contemplarne la dolce linearità della costa che d’improvviso ci imbattiamo in una vera e propria zampata sferzata nel mar Tirreno dai monti dell’Appennino Meridionale, che qui reclamano la giusta attenzione per aver forgiato un territorio la cui bellezza rivendicano regalandoci un paesaggio mozzafiato. Proprio sulla punta più estrema di questa improvvisa “incursione” montuosa, un vero e proprio “shock” naturale, sorge Palinuro che deve il suo nome ad un altro mito greco narrato nell’Eneide dal grande Virgilio, che del Cilento restò praticamente incantato e qui immaginò come il nocchiero di Enea fu sacrificato da Venere a Nettuno, in cambio del salvataggio dell’intera flotta proveniente da Troia. Pur se giunto sulla costa sano e salvo, il navigante Palinuro fu difatti brutalmente ucciso dagli abitanti del posto e buttato in mare. Veniva così rispettata la volontà del Dio del Mare: una sola vittima per la salvezza di molti “Unum pro multis dabitur caput” (Eneide, V, 815).

I Miti Greci qui sono dunque attualità e non a caso ogni notte del 23 Agosto, soprattutto sulle spiagge ravvivate dai tantissimi turisti nostrani o da quelli che da sempre giungono anche da ogni parte del mondo (coronavirus permettendo ovviamente), si ricorda proprio il passaggio delle navi in fuga da Troia. Tra i colli che si affacciano sul mare compiendo anche salti da capogiro, gli ulivi risplendono alla luce del sole e nelle notti di luna piena si ricoprono di un unico manto dorato, donando al luogo quel fascino senza tempo che si rinnova giorno dopo giorno, notte dopo notte, da migliaia di anni. La continua e fervida alternanza di rupi rocciose e dolci digressioni verso il mare, animano una costa variegata dove affiorano le spiagge più belle mondo, insenature che sono vere e proprie piscine naturali o forano la pietra diventando  grotte marine dove l’incontro tra la luce del sole e il blu dei fondali creano uno spettacolo unico. Le splendide spiagge come quella dell’arco Naturale, accessibili dalla terraferma, si alternano a quelle raggiungibili solo via mare, come l’incantevole  “Buondormire”, che donano così un tocco di ulteriore esclusività ad un luogo già di per sé unico. Anche il faro di Capo Palinuro, che con i suoi settanta metri è il secondo più alto d’Italia, merita una visita, rappresentando un romantico avamposto di umanità affacciato sull’aprirsi ormai senza limiti del mar Tirreno. Dopo la contemplazione paradisiaca del giorno ci aspetta una notte allietata da locali tipici, turistici, esclusivi o alla mano, sempre e comunque immersi di un luogo che nei millenni ha conservato intatta tutta la sua magia.

Il nostro viaggio nella “Costa del Cilento” termina a Marina di Camerota, le sui spiagge,  insenature e grotte si accomunano per beltà a quelle della vicina Palinuro, con un mare sempre trasparente che regala un’alternanza mozzafiato del blu intenso dei fondali più profondi, fino al turchese e dell’azzurro brillante che dipinge i tratti meno profondi o quelli incastrati tra i giochi roccia a ridosso dei ripidi strapiombi, tra cui merita di essere assolutamente visitata la “Cala degli Infreschi”, insignita del titolo di spiaggia più bella d’Italia per l’anno 2014. La possibilità di vivere questo mare splendido è garantita anche dall’offerta a nolo di piccole imbarcazioni o dalle varie organizzazioni di gite turistiche in barca, dove poter scoprire angoli di veri e propri paradisi terrestri. Anche qui la dieta mediterranea rappresenta un costante valore aggiunto, una possibilità di assaggiare letteralmente un territorio attraverso la sapiente preparazione dei prodotti tipici locali che tutto il mondo ci invidia. 

Così come la flotta greca fu costretta a proseguire il suo viaggio per altri lidi, anche noi siamo costretti a lasciare questo mondo a sé che ci ammalia oggi così come ammaliò i Greci ed i Romani migliaia di anni fa. Allontanandoci con il corpo ma non con la mente, possiamo sentire il canto delle sirene, udire antiche imbarcazioni solcare il mare, ascoltare i versi di Virgilio che qui continua a raccontarci Enea, affidando alle onde del mare un’emozione che non smetterà mai di rinnovarsi finché avremo occhi per contemplare, un cuore da far battere, un’anima da nutrire.

 

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Dissesto e inquinamento suoli, c’è un ‘drone’ salva terreni

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Un sistema che salva gli ‘eroi’ sopravvissuti nel terreno dopo una devastante contaminazione o un forte degrado e li fa riprodurre in laboratorio per poi reiniettarli sotto terra e ricostituire il suolo danneggiato ma anche per rinforzare i terreni nella lotta contro il dissesto o ridare vitalita’ fertile alle coltivazioni, in particolare i vigneti. Questa la scoperta messa a punto da una start up innovativa tutta italiana che verra’ presentata a Pisa nell’ambito dell’8/a edizione della European Biotech Week 2020, e che rientra nel progetto BioResNova co-finanziato dalla Fondazione Pisa e con il supporto scientifico del Dipartimento di Biologia dell’Universita’ di Pisa. In Italia l’emergenza suolo parla di una cementificazione che e’ avanzata lo scorso anno di altri 57 km2, al ritmo di 2 metri quadrati al secondo, di terreni contaminati e di perdita di fertilita’. Ed e’ lotta contro il tempo per salvare le terre ma anche i sedimenti marini, contro il dissesto e la perdita dei campi per l’agricoltura. Attualmente i Siti di Interesse Nazionale (SIN) di bonifica interessano circa 1300 km quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e circa 1600 km quadrati di aree terrestri. I Sin sono in tutte le regione italiane, tranne il Molise. Fra i piu’ noti ci sono la Val Basento in Basilicata, Gela in Sicilia, Crotone in Calabria, Bagnoli in Campania, il fiume Sacco in Lazio, Porto Torres in Sardegna, Terni in Umbria, Porto Marghera in Veneto. Ma secondo dati Ispra dello scorso anno, le bonifiche sono solo su un quarto dei grandi siti inquinati. Un quadro allarmante dove si inseriscono le biotecnologie al posto di tecniche chimiche e troppo invasive. I ricercatori hanno cosi’ lavorato alla messa a punto di una sorta di ‘drone terrestre’ che puo’ operare in laboratorio o direttamente nei siti da trattare. Il sistema individua i microrganismi viventi ancora presenti nel sito contaminato e li isola. La resistenza e la vitalita’ di questi organismi nei confronti degli agenti inquinanti rappresentano la naturale capacita’ di sopravvivenza di quel suolo attraverso le sue stesse risorse. “Il sistema RoboNova che presentiamo a Pisa il 30 settembre con un evento dal titolo ‘Il mondo ha bisogno di terra sana’ la mattina in azienda con il robot in anteprima e due webinar nel pomeriggio, di cui uno sulla salute della vite ‘LIFE Zeowine’ – afferma l’ad della start up DNDBiotech,Cosimo Maria Masini – e’ utilizzabile su siti industriali a terra ma anche a mare sui sedimenti, in aree commerciali, sulle discariche, in ambito agricolo per il ripristino soprattutto della sostanza organica”. Le biotecnologie lavorano in tal senso anche per il riutilizzo degli scarti dei vigneti o agricoli a livello di riciclo, considerando che, secondo dati Coldiretti, la perdita in Italia della terra coltivata e’ di oltre 1/4 (-28%).

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Da cattura CO2 ad antivirali, cosa cambierà nostre vite

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La cattura e la trasformazione della CO2 nell’atmosfera, gli antivirali per affrontare future pandemie, la conversione dell’azoto nel suolo in un fertilizzante, le batterie prive di cobalto e nichel, l’impiego di semiconduttori piu’ efficienti. Sono le 5 tecnologie che cambieranno il nostro futuro secondo le previsioni di Ibm Research. “Stiamo esplorando il modo in cui la tecnologia possa essere utilizzata per riprogettare materiali e trovare soluzioni a sfide quali la salute e l’energia pulita”, spiega la multinazionale tech che dal 2005 ad oggi ha tagliato il 39,7% delle emissioni di CO2 globali. Una delle previsioni chiave di Ibm va al cuore di un’esigenza emersa con il Covid-19: creare un processo piu’ efficiente per la scoperta dei farmaci, in modo da essere pronti ad affrontare minacce future. La progettazione di nuovi farmaci e’ difficile e costosa e richiede tanto tempo. Ibm, nei prossimi cinque anni, prevede ad esempio di applicare Intelligenza artificiale, cloud e data analysis per snellire il processo di scoperta dei farmaci, terapie e molecole utili a combattere nuovi virus su scala globale e riducendo i costi della ricerca. Altro tema di grande attualita’ e’ la CO2 presente nell’atmosfera che “entro il 2025 raggiungera’ livelli insostenibili”.

Per tagliare le emissioni e contenere la temperatura globale c’e’ bisogno di nuovi materiali e processi per la sua cattura e trasformazione che andranno applicati nei prossimi 5 anni, trasformandola in prodotti e componenti utili. Altro tema in chiave sostenibilita’ e’ quello dei dispositivi connessi che – si stima – entro il 2023 saranno 3 volte di piu’. Molti di quelli usati ora non lo sono completamente anche per via dei semiconduttori. La sfida sara’, nel prossimo lustro, scoprire nuovi materiali grazie anche all’apporto del calcolo quantistico e dell’intelligenza artificiale (AI) che sara’ in grado – spiega Ibm – di suggerire classi di composti che soddisfano obiettivi ambientali e di efficienza. L’uso dell’AI e del calcolo quantistico servira’ anche a ripensare a “materiali piu’ sicuri e sostenibili per le batterie, per permettere di soddisfare la domanda crescente di elettricita’ senza incidere sulla temperatura del pianeta”. In questo senso i ricercatori Ibm hanno gia’ sviluppato una batteria priva di cobalto e nichel. Altro tema d’attualia’ e’ l’accesso al cibo, con la necessita’ di reinventare l’approccio all’agricoltura, ad esempio dei fertilizzanti. L’azoto, il gas piu’ abbondante nell’atmosfera, e’ l’ingrediente principale in quelli industriali ma produrre una tonnellata di fertilizzante richiede la combustione di una tonnellata di energia fossile. Nei prossimi cinque anni – prevede Ibm – sara’ possibile replicare la capacita’ della natura di convertire l’azoto nel suolo in fertilizzanti ricchi di nitrati, riducendo cosi’ l’impatto ambientale dell’industria agroalimentare, anche in questo caso con l’AI e il calcolo quantistico.

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Cresce riso Made in Sud, Carnaroli sa anche di Calabria

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Dalle Alpi al Pollino, cambia la geografia della produzione di riso italiano, e in Calabria, nella piana di Sibari, sono sempre piu’ gli imprenditori agricoli a scommettere nel “mare a quadretti”. Cosi’ definisce le proprie risaie a Cassano allo Jonio (Cosenza), Matteo Perciaccante, giovane volto insieme ai fratelli della Masseria Fornara, e uno degli “agronauti”, produttori eroici associati nella compagine ideata dallo chef Claudio Villella per valorizzare la Calabria come meta qualificata nel turismo Wine&Food. Con 100 ettari di proprieta’ e altri 500 ettari in gestione di risicoltori sibariti, questa azienda fondata nel 1870 ha saputo evolversi e nel 1982 ha smesso il ruolo di conferitore di riso da pileria all’industria alimentare del Nord per cominciare a fare riso da semi.

“In Calabria non c’era una cultura del riso – racconta Perciaccante – e gli chef ci stanno dando una mano per introdurre questo ingrediente nella cucina locale. Noi facciamo per il 60% della produzione Carnaroli, che si e’ adattato in modo straordinario – il chicco e’ integro, senza microfessure, e quindi non scuoce – a questo habitat con acque salmastre dove, tra gli indicatori di qualita’ ecologica, nidificano 14 famiglie di cicogne. Si tratta di un’area bonificata in epoca fascista che con il riso, gli agrumi e la liquirizia, ha trovato una sua identita’, molto green perche’ non si fanno trattamenti e quindi prevalgono le aziende bio. Un po’ come avvenuto nella zona di Arborea in Sardegna, ma qui, tra il Pollino e il mare, c’e’ un vento costante e questo ci favorisce nella lotta alle fitopatie. Non abbiamo problemi di funghi ma piuttosto di quantita’ che non riesce a soddisfare la domanda”. Attualmente in Calabria sono sei le aziende che producono riso, il cui prezzo viene quotato a Vercelli.

“Siamo una nicchia, ma anche il piu’ grande polo produttivo del Centro-Sud e vorremmo – ha concluso – fare un doppio salto di qualita’: il riconoscimento dell’Igp (Indicazione geografica protetta) sarebbe una grande opportunita’ per accedere a nuovi mercati e chiudere qui la filiera, con un autonomo impianto di stoccaggio e senza dover mandare nel ferrarese il riso per il confezionamento. Abbiamo presentato per questo un progetto alla Regione che prevede un milione di euro di investimento e stiamo aspettando i bandi. L’industria riseria in loco e’ il nostro sogno perche’ permetterebbe di risparmiare autotrasporti per 896 km una-due volte al mese nonche’ costi per il packaging e poter proporre riso fresco 100% made in Calabria”. Altro nodo che richiede investimenti e’ il patrimonio idrico: “la Calabria e’ tanto ricca di acqua ma e’ un problema convogliarla. Il riso non e’ una pianta acquatica ma ha bisogno dell’oro blu come regolatore termico e per avere radici bagnate.

Fondamentale e’ la supervisione dell’acquaiolo che controlla che il livello di copertura idrica sia di 4-5 centimetri. E’ una coltivazione a circuito chiuso, quindi a basso consumo idrico ma sono diversi i progetti per risparmiare H2O, in Calabria si stanno sperimentando le colture idroponiche mentre Israele studia l’irrigazione a goccia su ogni pianta per coltivare riso nel deserto”. L’Italia, sottolinea la Coldiretti, si conferma primo produttore europeo di riso, con 228 mila ettari coltivati quest’anno e 4 mila aziende agricole che raccolgono 1,50 milioni di tonnellate di risone all’anno, pari a circa il 50% dell’intera produzione Ue e con una gamma varietale unica e fra le migliori del mondo. Si prevede quest’anno una buona produzione di alta qualita’, nonostante i danni causati dal maltempo in alcune regioni del Nord, con un aumento secondo la Coldiretti del 4% degli ettari coltivati che salgono a 228mila, di cui quasi l’80% concentrati in tre province del Piemonte e della Lombardia (Vercelli, Pavia e Novara).

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