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Cultura

RestiAMO al SUD, la Pasqua di Forio d’Ischia che vogliamo presto tornare a rivivere

Giovanni Mastroianni

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L’isola Flegrea che nasce dalla forza dei vulcani che iniziarono a modellarla circa centocinquantamila anni fa, baciata dal sole e bagnata da un Tirreno qui sempre turchese, è un luogo d’incanto dove colori, tradizioni e sapori, rappresentano l’essenza più profonda di questo angolo di Paradiso in terra. Ancora oggi l’impeto del magma anima l’attività termale che rende Ischia un luogo unico al mondo.

La Pasqua Cristiana qui si fa sentire forte, come il tipico profumo della primavera, che si mescola a quello della pastiera e dei casatielli spesso sfornati ancora in casa. La via Crucis è un rito irrinunciabile, che fonde sentimenti religiosi e culturali radicatissimi nei cuori degli ischitani, che mai come oggi sperano in un giorno di Resurrezione e di liberazione da questa pandemia opprimente, che spezza vite e avvilisce i sogni di rinascita. Ma la bellezza dell’isola è un inno alla gioia e alla vita, che così resiste anche a questo periodo nefasto.

L’intera comunità continua a dare prova di affiatamento tipicamente isolano e certamente presto, molto presto, torneremo tutti a vivere ancora una volta la magia della Pasqua di Forio, che proprio la sera del Venerdì Santo si trasforma nell’antica Gerusalemme, con centinaia di figuranti in costume d’epoca che animano la Via Crucis per le strade del centro storico, fino alla rappresentazione mozzafiato della crocifissione nel piazzale del Soccorso, dove migliaia di persone, siano esse credenti o meno, assistono sempre commosse al sacrificio del figlio di Dio, che paga con l’atroce fine della sua vita terrena il male del mondo intero. Un evento unico da vedere almeno una volta, che lascia un profondo segno di appartenenza.

Sempre qui torneremo ad ammirare, la mattina della Domenica di Pasqua la “Corsa dell’Angelo”, la rappresentazione religiosa che dall’anno 1618 celebra l’incontro della Madonna con il figlio risorto. Anche questa lunga notte di pandemia sarà di certo superata e le quattro statue custodite dall’Arciconfraternita, rappresentanti il Cristo, la Madonna, San Giovanni Apostolo e appunto l’Angelo, torneranno a riabbracciare la città tra i cori sacri scanditi in latino antico, sorrette dalle salde spalle dei fedeli in processione, i cui sentimenti di devozione resistono alle intemperie della vita così come la forte roccia sostiene da secoli il Castello Aragonese, forgiata dalle prime eruzioni che ancora oggi rendono questo posto straordinariamente vivo e pulsante. 

Perché Ischia è anche questo, un racconto di storia, cultura e folclore, tutto da scoprire. Un sogno che vogliamo tornare a rivivere al più presto.

Giovanni Mastroianni 

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Muti festeggia a Napoli i suoi 80 anni e poi va a Scampia a dire che l’equazione male-periferia è un’idiozia

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“Io sono napoletano e ho avuto la fortuna di incontrare questi ragazzi. Ho girato il mondo e mi sono reso conto che fare l’equazione Scampia- male non è vero. Il paradiso non esiste da nessuna parte. Mettere l’accento negativo su questa parte di Napoli è criminale”, così il maestro Riccardo Muti in visita a Scampia al centro Hurtado, centro di formazione culturale e professionale. “Io amo sempre scrivere nelle partiture dei pensieri che mi capitano. Ho trovato in questa partitura un proverbio cinese ed è giusto per Scampia. Questo appunto dice: A forza di pensare ai fiori, questi fiori crescono. E questo è un messaggio da lanciare anche a chi è ai vertici”, così il maestro Riccardo Muti in visita a Scampia al centro Hurtado, centro di formazione culturale e professionale. Il Maestro Riccardo Muti e’ tornato oggi al conservatorio di San Pietro a Majella per festeggiare i suoi 80 anni. In queste stesse sale, Muti si e’ formato da giovane. Ad accoglierlo, all’esterno del conservatorio situato nel cuore del centro storico di Napoli, tanti appassionati di musica, cittadini che hanno voluto fargli sentire il calore della sua citta’. ”Bentornato a casa, Maestro” ha detto il direttore del conservatorio, Carmine Santaniello, che ha invitato Muti a tornare al conservatorio per inaugurare la Sala Scarlatti oggetto di restauro. La storia di Riccardo Muti, direttore d’orchestra tra i piu’ grandi del nostro tempo, si intreccia in modo assiduo e decisivo con quella di Napoli, citta’ in cui Muti e’ nato il 28 luglio del 1941 e nella quale ha intrapreso la propria straordinaria storia musicale, diplomandosi nella classe di pianoforte di Vincenzo Vitale, presso il Conservatorio di San Pietro a Majella.

”La musica non descrive, evoca sensazioni – ha detto Muti – Il mio maestro diceva: quando fai la musica non devi pensare, altrimenti e’ meglio che fai il farmacista, con tutto il rispetto per il farmacista”. Un percorso musicale, quello di Muti, che e’ stato riproposto nella rassegna multimediale-fotografica ‘Tutto inizio’ da qui’ allestita nella sala Riccardo Muti, a lui dedicata. La mostra e’ a cura dell’Associazione ex allievi di San Pietro a Majella con gli archivi fotografici RMM Music, Carbone, Romano, Conte. Nel chiostro del conservatorio allestita anche un’altra esposizione, intitolata ‘L’architettura della musica’, che illustra il passato glorioso, il presente laborioso e il futuro ambizioso di San Pietro a Majella attraverso otto grandi pannelli che resteranno in esposizione fino al 30 novembre. Questa mostra nasce con la volonta’ di regalare simbolicamente a Muti il progetto di restauro dell’edificio, tanto auspicato dallo stesso direttore d’orchestra, finanziato dalla Regione Campania e realizzato dalla Soprintendenza. L’esposizione nasce dalla collaborazione tra Regione, Scabec, Ministero della Cultura e conservatorio di Napoli.

”Per meritarci il regalo della sua presenza – ha affermato il presidente del conservatorio, Luigi Carbone – dobbiamo curare San Pietro a Majella innanzitutto fisicamente con il restauro aprendo anche il museo e gli archivi, perche’ i tesori non vanno tenuti chiusi a chiave, occupandoci della qualita’ della scuola e del suo insegnamento, prendendo a cuore il futuro degli allievi. Dobbiamo curare il sogno di costruire grandi progetti per il rilievo mondiale che questo conservatorio merita. Sono sogni ambiziosi – ha sottolineato il presidente – ma i vincitori sono sognatori che non si sono arresi proprio come lei Maestro e dunque per meritare il dono della sua presenza dobbiamo fare tesoro del glorioso passato e costruire un futuro che ne sia degno. Con questo impegno le porgiamo gli auguri”.

Al termine del dialogo tra Muti e monsignore Vincenzo De Gregorio, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra ed ex direttore del conservatorio napoletano, spazio alla musica con il concerto dell’Orchestra Barocca del Conservatorio di San Pietro a Majella diretta da Antonio Florio. In programma, musiche, tra gli altri, di Guglielmi, Paisiello, Piccinni, Porpora, Sarro, Ugolino, Vinci.

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Cultura

Chiude G20 Cultura, impegni su clima e formazione

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Non e’ una dichiarazione simbolica, ma un documento in 32 punti che sono stati studiati e condivisi per mesi dai singoli Paesi. Ed e’ solo un punto di partenza di cui pero’ si parlera’ per molti anni, come dice molto soddisfatto il ministro della Cultura e “padrone di casa” Dario Franceschini. Nella Dichiarazione di Roma – approvata all’unanimita’ dai ministri delle venti maggiori economie mondiali – infatti, non solo si introduce la Cultura nei lavori del G20, riconoscendone il valore economico, e si prende l’impegno per sviluppare forze nazionali in coordinamento con l’Unesco, ma si richiedono azioni forti e coraggiose anche contro l’impatto dei cambiamenti climatici sempre piu’ minacciosi come si e’ visto da poco in Germania e Belgio, contro il terrorismo e nei territori minati dai conflitti, contro il traffico illegale delle opere d’arte ma anche in favore della solidarieta’, della tolleranza, della transizione digitale e della formazione (con una proposta di creare un network mondiale della Fondazione Scuola Beni e Attivita’ culturali). Franceschini ripercorre i due giorni appena trascorsi: “Abbiamo mostrato al mondo la bellezza infinita dell’Italia prima con la straordinaria apertura del tavolo del G20 nell’arena del Colosseo, poi con il concerto del maestro Riccardo Muti al Quirinale, quindi a Palazzo Barberini e stasera alla Galleria Borghese”.

E ricorda la felice coincidenza con cui “l’Italia – dice – e’ tornata ad essere il Paese con maggior siti Unesco proprio in questi giorni ed e’ bello che questo primato sia stato festeggiato in concomitanza con la prima riunione della ministeriale della Cultura del G20”. Il titolare del Mic ringrazia il premier italiano per avere investito nella cultura tanto da metterla al centro dell’azione del suo governo, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e con questo G20 e dice con un gran sorriso: “C’e’ stato un consenso simbolico dei ministri sulla dichiarazione di ieri di Mario Draghi quando ha detto che l’Italia dovrebbe essere tutta sito Unesco. Sono orgoglioso di dire che oggi e’ stata ripresa da tanti ministri della Cultura durante le sessioni di lavoro. Fatichiamo talvolta a mostrare le bellezze italiche”. Franceschini ha anche ricordato cosa disse Umberto Eco all’Expo del 2015: “Tutti i contrasti e le guerre nascono perche’ non vi conoscete abbastanza, e la cultura deve farvi conoscere”. Tra i punti “molto qualificanti” della dichiarazione di Roma il ministro della Cultura sottolinea il fatto che “il G20 della Cultura e’ stato reso permanente come avevamo chiesto in questo foro che e’ per sua natura prettamente economico. E’ stato esplicitato che la cultura e’ un’opportunita’ di crescita in particolare per i giovani e i piu’ vulnerabili”. E spiega: “Finalmente si riconosce che investire in cultura significa investire anche in crescita economica sostenibile e creazione di posti di lavoro”. “La crisi ha dimostrato che senza cultura le nostre citta’ sono piu’ spente, piu’ buie, piu’ tristi, meno ricche. Ora finalmente la cultura va al centro delle scelte internazionali”, aggiunge, rilevando che “anche le crisi peggiori offrono delle opportunita’”. Mentre in Italia sta per arrivare l’ora del Green Pass nei musei che sono gradualmente stati quasi tutti riaperti, il G20 e’ stato l’occasione per lanciare la difficile situazione di questi luoghi di cultura nel resto del mondo: “Dalle nostre ultime indagini internazionali emerge una situazione drammatica: ad oggi oltre il 60% dei musei nel mondo e’ ancora chiuso, il problema piu’ riguarda riguarda le professionalita’ che vi lavorano che rischiano di essere perse in modo irrecuperabile” dice Alberto Garlandini, presidente dell’Icom international Council of Museums. Notizie piu’ positive sul fronte del traffico illegale delle opere d’arte grazie a una cooperazione internazionale molto sviluppata e alle nuove tecnologie come testimonia Roberto Riccardi, generale del Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, al G20 assieme all’Interpol, all’Organizzazione mondiale delle Dogane (Wco) e all’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc). “Solo l’anno scorso, a dispetto del Covid, abbiamo recuperato oltre mezzo milione di beni culturali, dei tre milioni recuperati in 52 anni di storia della nostro Tpc. La sintesi? Il futuro ci restituisce il passato. Sempre meno furti e sempre piu’ recuperi, stiamo riportando a casa tutto” conclude Riccardi.

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Cultura

I portici di Bologna patrimonio dell’umanità dell’Unesco

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I portici di Bologna sono un patrimonio dell’umanita’: il riconoscimento e’ arrivato dall’Unesco che ha accettato la candidatura alla quale il Comune e la citta’ hanno lavorato per anni. Dalla a 44/a sessione del Comitato del patrimonio mondiale svoltasi online da Fuzhou (Cina) per l’Italia sono arrivati anche altri riconoscimenti. Il primo riguarda Firenze, il cui centro storico e’ inserito nella lista dei patrimoni fin dal 1982, uno dei primi in Italia. Il perimetro si amplia e arriva adesso a comprendere anche l’Abbazia di San Miniato, la Chiesa di San Salvatore al Monte, le Rampe, il Piazzale Michelangelo, il Giardino delle Rose e quello dell’Iris. Il secondo oltre 8.000 ettari di foreste italiane, con il riconoscimento dei caratteri ecologici peculiari di ulteriori faggete vetuste mediterranee nei parchi nazionali di Aspromonte, Gargano e Pollino. Bologna esulta, per una candidatura fortemente identitaria, per la quale le istituzioni cittadine e non si sono impegnate a fondo. Il titolo e’ per 62 km di portici, 42 dei quali nell’area del centro storico, riconosciuti dall’Unesco come un unicum non solo e non tanto dal punto di vista architettonico, ma anche da quello sociale. Nati nel medioevo come un modo per ampliare le abitazioni ai piani alti, i portici bolognesi sono, di fatto, un immenso spazio privato messo a disposizione del pubblico e un immenso spazio pubblico che richiede l’impegno dei privati per la sua manutenzione, a volte, in citta’, al centro delle polemiche. Ma sono soprattutto uno spazio che accoglie e dove si cammina insieme, come lo ha definito un bolognese d’adozione come l’arcivescovo Matteo Zuppi che fin dal suo arrivo in citta’ ha sempre sottolineato la portata simbolica ed evocativa dei portici: “e’ la citta’ che si fa casa e la casa che si fa citta’”, ha detto il cardinale, esprimendo la sua gioia per il riconoscimento dell’Unesco.

I portici tengono insieme il sentimento religioso e quello laico: accompagnano l’ascesa al santuario della Madonna di San Luca e sono da sempre luogo d’incontro, di riparo e di protezione per chiunque li cerchi. Permettono di girare per la citta’ senza ombrello quando piove, ma anche di trovare piu’ facilmente un giaciglio per chi una casa non ce l’ha. Francesco Guccini li ha paragonati alle cosce di una mamma che culla i suoi figli. Sono stati un simbolo dell’esplosione turistica degli ultimi anni e hanno rappresentato anche un’arma per il ritorno alla vita dopo i lockdown imposti dalla pandemia, offrendo una possibilita’ in piu’ di svolgere all’aperto attivita’ che abitualmente si fanno al chiuso. Nel dossier Unesco le punte di diamante sono state, oltre a San Luca, il vastissimo portico dei Servi dove si svolge il tradizionale mercatino di Natale, ma anche i portici piu’ moderni come quello nel quartiere periferico della Barca, dove l’edilizia popolare ha scelto di replicare il modello dei portici, anche per sottolineare il radicamento di questo elemento architettonico nell’anima piu’ intima della citta’. Esulta il sindaco Virginio Merola, che con questo riconoscimento conclude di fatto i suoi dieci anni di mandato. “Questo titolo rappresenta un grande onore e una grande responsabilita’ per Bologna, saremo all’altezza di questo riconoscimento”, assicura.

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