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Cronache

Reperti archeologici sequestrati in una casa privata dalla Finanza

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Undici reperti risalenti a diversi periodi storici, ricompresi fra il V ed il XIX secolo, fra i quali diversi elementi architettonici come parti di Lesene, colonne e figure mitologiche, coppe intarsiate, scodelle, anfore di ceramica finemente dipinte e perfino una statuetta votiva sono stati trovati dalla Guardia di Finanza in una casa privata di Napoli. I reperti, attualmente a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, saranno successivamente sottoposti, a cura della Soprintendenza Archeologia delle Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli, oltre ad una più attenta e precisa perizia tecnica, anche ad un lavoro di restauro, per poi essere esposti al pubblico. Il responsabile, un cittadino italiano, e’ stato denunciato per ricettazione.

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Cronache

Brescia, raid razzista al bar: svastica, vetrina rotta e insulti sessisti alla proprietaria di origini marocchine

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Hanno sfondato la vetrina nella notte e poi sul pavimento hanno lasciato una scritta: ‘negra’. Non paghi hanno lasciato anche una svastica disegnata al contrario. E’ accaduto in un bar di Rezzato in provincia di Brescia gestito da una ragazza italiana ma di origini marocchine. Sulla vicenda indagano le forze dell’ordine.

Madiha Khtibari. Ha paura di riaprire il bar dopo il raid razzista

“Non so se riaprirò il bar. Ora sono spaventata e turbata. Mi ha colpito che nessuno negli appartamenti vicini abbia sentito i rumori e denunciato” ha detto Madiha Khtibari, la proprietaria del bar di Rezzato presa di mira da un raid razzista e sessista con insulti ed la svastica disegnati sul pavimento. La donna ha chiuso temporaneamente l’attività. “Spesso ricevevo apprezzamenti insistenti dai clienti e anche minacce verbali. Per questo preferivo sempre farmi accompagnare all’apertura e alla chiusura del bar” ha raccontato. Durissima la reazione dell’amministrazione comunale di Rezzato. In un comunicato, l’amministrazione comunale parlati “atto spregevole, ignobile, miserabile  con il quale si è danneggiato il Bar Casablanca e imbrattato i pavimenti dello stesso, con scritte e simboli infamanti, nella giornata della memoria e a pochi giorni dalla cerimonia con cui, nel nostro Giardino dei Giusti, questa amministrazione ha ricordato Eligio Turati e Giovanni Maifredi Giusti di Rezzato”. “Siamo certi – auspicano gli amministratori comunali – che le forze dell’Ordine sapranno far luce su questo vile gesto ed assicurare alla giustizia i responsabili”.

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Cronache

Sant’Antimo, la camorra entra in caserma: 5 carabinieri arrestati e tre sospesi

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Ci sono carabinieri arrestati, carabinieri indagati, carabinieri sospesi dal servizio. Sono carabinieri accusati di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio, omissioni di atti d’ufficio per agevolare esponenti della camorra. Parliamo di accuse di una gravita inaudita. Questa volta, però, prim’ancora di spiegare nel dettaglio le accuse contestate a presunti infedeli servitori dello Stato, scegliamo di usare la parole del procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, che ci consente di dare l’esatta dimensione dell’inchiesta che per quanto grave non deve inficiare minimamente l’immagini di una Istituzione serie come l’Arma dei carabinieri.

“La fiducia nei confronti dell’Arma dei carabinieri è stata sempre massima e intatta” ha infatti spiegato il procuratore Melillo nel commentare gli arresti dei militari della stazione di Sant’Antimo, un paesone alle porte di Napoli.

L’inchiesta è coordinata dall’ufficio inquirente napoletano ed ha fatto luce sulle condotte “infedeli” di otto militari, quand’erano in servizio nella zona di Sant’Antimo. Per cinque carabinieri – che secondo gli inquirenti avrebbero favorito il clan Puca – il gip di Napoli, Valentina Gallo, ha disposto gli arresti domiciliari. Per altri tre invece una misura interdittiva della durata di un anno. Le indagini e gli arresti sono stati eseguiti dai militari di Castello di Cisterna. Sono stati arrestati e posti ai domiciliari con  l’accusa di corruzione i carabinieri Michele Mancuso e Angelo Pelliccia, l’ex presidente del consiglio comunale di Sant’Antimo Francesco Di Lorenzo, e ad altri tre militari dell’Arma: Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo.

Misura cautelare anche  per il boss Pasquale Puca alias o minorenne (il minorenne) che però è già sepolto in carcere al 41 bis. Il giudice ha escluso per tutti l’aggravante mafiosa ma la procura di Napoli farà appello. La misura interdittiva della durata di un anno è stata disposta per altri tre carabinieri: Vincenzo Di Marino, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e omissione, il capitano Daniele Perrotta, che deve difendersi dall’accusa di omissione di atti d’ufficio, e Carmine Dovere, indagato per abuso d’ufficio. Anche per loro è stata esclusa l’aggravante mafiosa. Anche in questo caso, per quel che ne sappiamo, la procura ricorrerà perchè vuole contestare agli indagati il fatto che i reati sono stati commessi per agevolare la struttura camorristica che fa capo a Pasquale Puca, il boss già in cella.

Per la Procura di Napoli ci sarebbe il concorso esterno in associazione mafiosa e altre ipotesi di reato nei confronti dei carabinieri, ma la richiesta non è stata accolta dal giudice  Valentina Gallo.

Per gli inquirenti napoletani le indagini hanno evidenziato la sistematicità e la spregiudicatezza delle condotte, ritenute particolarmente gravi. È emerso praticamente, da quel che si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, un vero e proprio asservimento dei carabinieri nei confronti dei clan della zona di Sant’Antimo, il clan Puca.

In particolare nei confronti di Pasquale Puca, che aveva a disposizione anche Francesco di Lorenzo, finito ai domiciliari. Il Di Lorenzo è stato anche presidente del Consiglio comunale di Sant’Antimo e fungeva – è scritto nell’ordinanza –  da trait d’union tra i militari “infedeli” e la camorra. Sarebbe stato l’ex presidente del Consiglio Comunale di Sant’Antimo Di Lorenzo, per il quale il giudice ha disposto i domiciliari a consegnare ad alcuni dei carabinieri indagati i capretti per Pasqua o altre utilità.

Di Lorenzo era informatissimo riguardo a quanto accadeva nella stazione: dalla visite degli alti ufficiali alle notizie più riservate. I militari inedeli, sempre secondo l’accusa, ricevevano una sorta di stipendio mensile, secondo un collaboratore di giustizia, pari a circa mille euro. E poi quelle che abbiamo definito altre utilità, che pure erano il prezzo della presunta corruzione: pesce, capretti , champagne. In una caso di parla anche di una casa che il boss Pasquale Puca avrebbe promesso di fare avere ad un militare ad un prezzo risibile. Sarebbe pure accaduto che gli affiliati non venissero sanzionati benchè colti alla guida senza avere mai conseguito la patente o peggio con la patente ritirata perchè camorristi. In un’altra occasione uno dei carabinieri avrebbe evitato l’inasprimento della misura cautelare dell’obbligo di firma per uno degli affiliati, ricalcando a penna gli orari sul registro.  I carabinieri arrestati consentivano, secondo gli investigatori, di godere di una  sorta di immunità alla camorra locale. In cambio di denaro e altre utilità, secondo quanto emerge dagli atti di inchiesta, i carabinieri indagati informavano i camorristi (alcuni di loro) di attività di indagini sul loro conto e di eventuali controlli di routine o anche mirati ordinati dai vertici dell’Arma per contrastare l’arroganza della camorra.

La ricostruzione dei fatti oggetto di indagati fu avviata grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. Negli atti d’inchiesta emergono una serie di comportamenti di natura criminale che certo non t’aspetti da un servitore dello Stato. In una conversazione tra carabinieri intercettata dagli investigatori il 28 febbraio 2018m  registrata grazie a una “cimice” sistemata nell’auto di servizio di due dei militari indagati, si sente uno dei militari dice: “Lamino (si parla di un collaboratore di giustizia, ndr) ha fatto proprio da infame, la faccia verde…”. E il collega incalza: “Ma quello si vedeva che era infame, non lo vedevi. Ogni cosa: ‘vado a Castello di Cisterna, ma dove vai…'”. L’altro carabiniere a quel punto osserva che era meglio se fosse morto in un agguato scattato nel 2016: “L’ultima volta che ci avemmo a che fare è quando gli spararono nella scarpa lè, ebbe pure il culo che.. ebbe pure il culo che lo presero sotto il tacco.. almeno gliela davano una botta in fronte”. Insomma parole non proprio edificanti che sono niente rispetto ad attività di dossieraggio e ad un attentato contro un maresciallo dell’Arma che dava fastidio ai camorristi, che dava filo da torcere ai boss.

Sempre dall’ordinanza che consta di 154 pagine è emersa una attività di dossieraggio, costruzione di accuse a luci rosse e un vero e proprio attentato nei confronti di un maresciallo, Giuseppe Membrino, che si opponeva con tutte le sue forze al clan Puca.

Il maresciallo, particolarmente attivo nella lotta alla camorra di Sant’Antimo, venne pedinato e ripreso mentre si incontrava con una donna, sua informatrice. Le registrazioni vennero poi fatte recapitare nella cassetta della posta dell’abitazione del militare. Era un tentativo di minare la vita familiare del maresciallo. Ciononostante l’attività del maresciallo è proseguita con la stessa intensità. Ed è stato così che il clan ha poi deciso di far esplodere sotto la vettura del carabiniere una potente bomba carta. Questo episodio ha indotto l’Arma dei Carabinieri a disporre il trasferimento del maresciallo, per tutelare la sua incolumità. Ed è questo carabinieri che rappresenta l’Arma a Sant’Antimo e ovunque in Italia, certamente non chi piega la testa o si inginocchia ai boss della camorra per utilità o per viltà.

“La condotta dei carabinieri arrestati non ha inficiato l’azione di contrasto alla camorra dell’Arma” ha sottolineato con fermezza il generale Canio Giuseppe La Gala, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, commentando gli arresti.

“I fatti sono un po’ datati (risalgono al 2017) – ha aggiunto – e alcuni militari non fanno più in servizio a Napoli. Grazie agli anticorpi dell’Arma siamo riusciti a fare luce sulle azioni infedeli dei carabinieri”, ha concluso il generale La Gala.

 

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Due cagnolini erano caduti in una tana sul Monte Taburno: salvati dai Vigili del Fuoco

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Erano spariti da quasi 24 ore: due cagnolini si erano infilati in una tana sul Monte Taburno, nel Beneventano. Gli animali, pochi mesi d’età, erano usciti in ‘esplorazione’ e correndo e giocando si erano ritrovati in un brutto guaio. Per fortuna gli è andata bene. Li hanno ritrovati i Vigili del Fuoco che scavando con le mani sono riusciti a trarli in salvo. Quando sono usciti i cuccioli scodinzolavano felici per la libertà ritrovata.

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