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Renzi scrive a Conte: ecco tutto quello che devi fare per restare a Palazzo Chigi

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“Per trasparenza totale incollo qui la lettera che ho inviato ieri al Presidente del Consiglio. Molto lunga, lo so. Ma almeno si capisce che parliamo di cose serie, non di rimpasti. Buona giornata”. Lo scrive su Facebook il leader di Italia viva Matteo Renzi pubblicando la lettera inviata al premier. “Caro presidente, in questi giorni il racconto fatto dal Palazzo dice che “quelli di Italia Viva” vogliono le poltrone. E’ il populismo applicato alla comunicazione. Ma e’ soprattutto una grande bugia”, si legge nella lettera. “Noi, Presidente, vogliamo dare una mano sui contenuti. Perche’ in discussione sono le idee, non gli incarichi di governo. Teresa, Elena, Ivan – che hanno lavorato bene su agricoltura, famiglie e politiche di genere, export – sono pronti a dimettersi domani, se serve. Noi infatti non concepiamo la politica come occupazione di posti. Non tiriamo a campare, vogliamo cambiare. Non ci basta uno strapuntino, vogliamo la politica”.

Renzi. Nella foto è sorridente con Joe Biden ai tempi in cui era vice di Obama

I contenuti della lettera di Renzi a Conte

Non si organizzano task force con poteri sostitutivi al governo, non si chiede al cdm di approvare un documento all’ultimo momento, il Mes va utilizzato e serve un piano ambientale serio anche sfidando i sindaci sui progetti di trasformazione urbana. Sono alcuni dei punti prioritari indicati da Matteo Renzi a Giuseppe Conte in una lunga missiva resa pubblica su fb in cui si definisce il piano per il Recovery come un collage di buone intenzioni senz’anima. Renzi si chiede inoltre che fine abbia fatto il documento Colao e attacca sul piano shock infrastrutturale approvato solo a parole e sulla questione dei servizi segreti.  Noi Ti abbiamo detto in Parlamento – scrive tra l’altro Renzi a Conte – che quando un Paese puo’ spendere 209 miliardi di euro non si organizzano task force cui dare poteri sostitutivi rispetto al Governo. Non si scambia una sessione del Parlamento con una diretta Facebook. Non si chiede al Consiglio dei Ministri di approvare un documento condiviso all’ultimo momento. Perche’ questi duecento miliardi di sono l’ultima chance che abbiamo. Come nota acutamente Mario Draghi: “Il problema e’ peggiore di quello che appare e le autorita’ devono agire urgentemente” Il Next Generation UE non e’ un cesto di risorse gratis al quale tutti possiamo attingere a piene mani, con criteri di distribuzione parcellizzati. Le risorse sono vincolate in numerose dimensioni: la destinazione, la tempistica, i risultati, le riforme di sistema che si accompagnano alla spesa. Non e’ un fondo di 209 miliardi, perche’ i trasferimenti a fondo perduto sono circa 82 miliardi. Il resto sono prestiti, e quindi equivalgono a risorse a debito. Seppur con due differenze: costeranno meno del nostro debito tradizionale e il rapporto con gli investitori privati e’ mediato dal bilancio comunitario. Che senso ha spendere 88 dei 127 miliardi dei prestiti europei solo per finanziare progetti che gia’ esistevano? Abbiamo una visione o abbiamo solo svuotato i cassetti dei ministeri con le vecchie proposte? Pensiamo di non avere idee buone da coltivare oggi? Che fine hanno fatto i documenti di Colao che avevi coinvolto con grande eco mediatica? Hai letto i tanti contenuti ottimi che la societa’ civile ti sta mandando.Ci sono progetti che avrebbero bisogno di prendere tutti e 128 i miliardi dei prestiti. Il Tuo Governo, il Mef, ha deciso di utilizzare solo 40 miliardi per nuovi progetti: sicuro che questo sia la scelta giusta? Noi pensiamo che se ci sono buone idee, questo e’ il momento per finanziarle. Si fa debito? Certo. Ma l’unico modo di combattere il debito e’ la crescita, non i sussidi. In questo senso ci giochiamo la carta delle infrastrutture.

Conte. Il premier con il nuovo capo di Confindustria Bonomi

Il nostro Piano Shock e’ stato approvato solo a parole. Le lentezze non sono solo burocratiche – e’ un altro passaggio della lunga missiva- ma anche politiche, frutto di indecisioni. Le infrastrutture sono un campo enorme: treni, aeroporti, porti, scuole, ospedali, fibra, carceri dove i detenuti vivono in condizioni disumane. Ci vuole cura per i procedimenti e per i dettagli: non bastano i like su facebook per amministrare un territorio. Nel mese di agosto un tuo Ministro, Patuanelli, ha chiesto al professor Cingolani, gia’ fondatore dell’IIT di Genova e tra i massimi esperti mondiali di innovazione, di contribuire con un documento che Cingolani ha inviato poi ad altri cinque ministri sul digitale. Personalmente credo che tutto cio’ che Cingolani scrive, dall’intelligenza artificiale alla cyber security sia ricco di spunti di grande interesse e pronto a divenire progetto finanziabile a Bruxelles. E come e’ possibile – dice l’ex premier in un altro passaggio della lettera -mettere solo nove miliardi sulla sanita’? In tre anni il mio Governo ha messo sette miliardi in piu’, senza pandemia: ancora oggi i Cinque Stelle definiscono “tagli” questo maggior investimento di sette miliardi in tre anni. Dopo una pandemia e con risorse eccezionali mettiamo solo nove miliardi in cinque anni? E come possiamo dire NO al Mes che ha meno condizionalita’ del Recovery Fund? Qual e’ la ragione del nostro rifiuto? I nostri parlamentari hanno proposto una precisa allocazione dei 36 miliardi del MES. Come si puo’ dire no agli investimenti sulla sanita’, caro Presidente? Se siamo in emergenza e abbiamo il maggior numero di morti in Europa forse dobbiamo investire di piu’ in Sanita’, non credi? Questo rifiuto ideologico del MES mi appare ogni giorno piu’ incomprensibile. Recuperando i denari del MES, possiamo allocare i nove miliardi originariamente previsti per la sanita’ su un settore decisivo per il nostro futuro: la cultura e il turismo. Abbiamo il tavolo delle riforme da affrontare. Noi siamo per il maggioritario. Vogliamo sapere la sera delle elezioni chi governa.

Vogliamo che governi per cinque anni. Vogliamo che abbia stabilita’. Se le altre forze politiche preferiscono un sistema diverso, siamo pronti a sederci e a discuterne. Ma vogliamo farlo in modo serio. Mettendo in campo tutti i correttivi che servono, a cominciare dal superamento del Titolo V della Costituzione sul rapporto Stato Regioni che ha mostrato i limiti piu’ evidenti proprio in questa pandemia Altro tema prioritario indicato nella lettera e’ il lavoro. Quando saranno rimossi i divieti di licenziare – scrive il leader di IV – vivremo una stagione di crisi senza precedenti. Abbiamo molto apprezzato che Tu abbia scelto la strada della decontribuzione, pilastro di quel JobsAct ingiustamente criticato ma che ha permesso di creare oltre un milione di posti di lavoro. E tuttavia la decontribuzione non basta. Bene la scelta di puntare su Industria 4.0, iniziativa che si deve ai ministri del mio governo Guidi e Calenda. Ma occorre anche e soprattutto una politica industriale che non puo’ essere delegata alla sola Cassa Depositi e Prestiti, Una politica industriale coerente, dall’acciaio alle autostrade, ma ispirata da una visione non populista. E capace di creare posti di lavoro, non sussidi. Perche’ l’Italia torni a essere davvero una Repubblica democratica fondata sul lavoro. E non sul reddito di cittadinanza. Permettimi di dire che i sindaci vanno sfidati su progetti di trasformazione urbana come abbiamo fatto con il piano periferie. Se dai i soldi, finiscono nella spesa corrente. Metti i soldi a disposizione dei comuni che hanno i progetti pronti e la musica cambia. La filosofia del rammendo ha ispirato i progetti di ripartenza di molte citta’ che oggi si stanno trasformando. Ti abbiamo detto, caro Presidente, che abbiamo fatto un Governo per evitare i pieni poteri a Salvini. Non li affideremo a altri. L’insistenza con cui non ti apri a un confronto di maggioranza sul ruolo dell’Autorita’ Delegata e’ inspiegabile. L’intelligence appartiene a tutti, non e’ la struttura privata di qualcuno: per questo Ti chiediamo di indicare un nome autorevole per gestire questo settore. Io mi sono avvalso della collaborazione istituzionale di Minniti, Monti ha lavorato con De Gennaro, Berlusconi con Letta: tu non puoi lavorare con te stesso anche in questo settore, conclude la missiva.

Renzi. Nella foto assieme al sindaco di Ercolano Ciro Bonaiuto e ragazzi

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Braccio ferro su congresso del Pd, Zingaretti chiede lealtà

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Si inaspriscono i toni del confronto nel Pd, con le minoranze di Base riformista e dei “giovani turchi” che sollecitano il congresso entro l’anno, suscitando la reazione di Nicola Zingaretti che chiede “lealta’”, in un contesto che per il Nazareno sta diventando esageratamente conflittuale. Ad accendere gli animi anche le parole del segretario martedi’ sera alla Direzione del Pd del Lazio, in cui ha parlato di legge elettorale e alleanze, suscitando l’ira di Matteo Orfini, con una netta replica della segreteria. “Quello che sto leggendo e’ incredibile. Tutte le decisioni sulla gestione della crisi e la formazione del Governo Draghi – sottolinea Zingaretti – sono state prese collegialmente da organismi dirigenti unitari. Cosi’ come la condotta parlamentare in questi 3 anni e’ stata gestita da capigruppo che non avevano sostenuto questa segreteria. Una delle condizioni fondamentali dei rapporti politici e’ la lealta’ e il coraggio di assumersi le proprie responsabilita’”. Un riferimento ad Andrea Marcucci – sono convinti in molti – che anche martedi’ aveva chiesto il congresso. La necessita’ di Assise entro l’anno e’ stata ribadita anche da Stefano Ceccanti, in un lungo documento, quasi una mozione congressuale, che rilancia il profilo riformista delle origini. A surriscaldare i toni anche i commenti su quanto detto da Zingaretti martedi’ alla Direzione del Pd Lazio, che oggi ha votato in favore dell’alleanza con M5s, con l’ingresso dei pentastellati nella Giunta guidata dal leader Pd. Il segretario aveva osservato che l’alleanza potrebbe servire anche a livello nazionale se rimanesse in vigore l’attuale legge elettorale, dove il 35% dei seggi e’ assegnato in collegi maggioritari. Orfini lo ha accusato di fare “l’opposto” di quanto ha votato la Direzione nazionale confermando una settimana fa l’appoggio ad una legge proporzionale. In piu’ Orfini ha attaccato Zingaretti per quanto scritto da un quotidiano, per il quale il leader Dem avrebbe un accordo con Salvini sul maggioritario. In una nota la segreteria ha smentito l’asse con il leader della lega, ed ha controattaccato: “creare polemiche infondate, partendo da articoli di giornale, fa parte del degrado politico nel quale e’ precipitato il confronto interno del Pd contro il suo gruppo dirigente”. Un clima da assedio, dunque, che rende difficile arrivare serenamente all’Assemblea nazionale del 13 marzo, dove Zingaretti dovra’ decidere se offrire il posto da vicesegretaria ad una esponente della minoranza interna o ad una della propria magigroanza. In ogni caso l’alleanza tra Pd e M5s nella Regione guidata dallo stesso Zingaretti, suscita nervosismo in quanti tra i Dem sono scettici su questo legame. Patrizia Prestipino, coordinatrice di Base RIformista nella Capitale ha chiesto un congresso non solo a livello nazionale ma anche a livello Regionale e cittadino, visto che le precedenti Assise escludevano questo scenario. Nonostante Zingaretti abbia esplicitato che tale alleanza non si trascini poi sui Comuni, il pensiero tra i Dem va a Roma, dove il Pd ha sempre osteggiato Virginia Raggi. Un Pd che dovesse convergere su Raggi preoccupa non solo Base Riformista e i “giovani turchi” ma anche esponenti di altre aree che guidano i Municipi in mano al Pd. Di qui il suggerimento di alcuni parlamentari a lavorare con i vertici di M5s per un passo indietro dell’attuale sindaca e una candidatura al Campidoglio del segretario Dem, con il Pd nazionale che a quel punto non terrebbe un normale congresso bensi’ una vera e propria nuova Costituente, Costituente richiesta da Giorgio Tonini e Roberto Morassut. Un scenario definito da “fantapolitica” da diversi esponenti della segreteria.

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Allarme contagio, il Governo rinvierà le elezioni amministrative a dopo l’estate

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Massima prontezza a ulteriori strette, priorità assoluta l’accelerazione dei vaccini, primi passi nella rimodulazione del Recovery Plan: la fase due dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi percorre innanzitutto queste tre priorita’. E’ sempre l’allerta Covid a tenere altissima l’attenzione del presidente del Consiglio. Ed e’ un’allerta che, in un prossimo Cdm, potrebbe portare il governo a rinviare a dopo l’estate tutte le elezioni amministrative previste da qui a fine giugno: le Regionali in Calabria dell’11 aprile, le suppletive a Siena, le amministrative che si terranno in circa 1200 Comuni. Tra i quali metropoli come Roma, Milano, Napoli, Torino. Il rinvio è sul tavolo del titolare del Viminale Luciana Lamorgese. L’istruttoria e’ stata conclusa, manca il decreto legge necessario per concretizzare lo slittamento, che potrebbe cadere tra settembre e ottobre con l’ipotesi di una sola data per Regionali calabresi e Comunali. Servirebbe l’informale ok dei segretari dei partiti, si spiega in ambienti ministeriali. Il rinvio potrebbe fare meno comodo a quelle forze date dai sondaggi in costante ascesa. “Ma pensare a un voto e ai comizi che lo precedono, in un momento in cui si paventa una zona rossa nazionale sarebbe illogico”, spiega una fonte di maggioranza. E il tempo stringe. Per le Regionali in Calabria il governo deve varare il dl entro la meta’ di marzo. Per le amministrative entro la fine di aprile. Piu’ facile allora che si attui un rinvio “erga omnes” delle prossime tornate elettorali. Ci sono, inoltre, due appendici a rafforzare la possibile mossa del governo. La prima e’ la scuola: ulteriori rallentamenti del calendario a causa dell’organizzazione dei seggi andrebbero a danneggiare uno dei settori piu’ colpiti dalla pandemia. La seconda fa riferimento alle parole con cui il presidente Sergio Mattarella, annunciando il conferimento dell’incarico a Draghi, sottolineo’ il rischio epidemiologico di un ritorno al voto in primavera. Parole che un qualsiasi partito di maggioranza avrebbe difficolta’, con la curva dei contagi in ascesa, a contraddire. Il Recovery e il nodo vaccini sono i due dossier che, in una conversazione telefonica nel pomeriggio, Draghi affronta poi con la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Un colloquio che cade in un momento in cui dai Paesi membri sale il pressing su Bruxelles e sull’Ema per accelerare la distribuzione e la produzione dei vaccini. L’exit strategy invocata da Matteo Salvini, quello dello Sputnik, non e’ contemplata dal governo italiano. “Non e’ solo geopolitica, e’ che le dosi sono poche”, spiega una fonte di governo. Ma la mossa di Austria e Danimarca di produrre vaccini in joint venture con Israele, quindi con un Paese Extra-Ue, non lascerebbe indifferente l’esecutivo. Roma, almeno per ora, vuole agire in piena sinergia con Bruxelles. Ma ogni passo falso dell’Ue puo’ costare caro. E il pressing di Roma si estende anche ad un altro nodo, quello dei migranti. “L esigenza di una gestione europea dei flussi migratori mirata a una maggiore proporzionalita’ tra responsabilita’ e solidarieta’ degli Stati Membri”, e’ infatti il terzo nodo che Draghi affronta con von der Leyen in vista dei prossimi Consigli europei.

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Alta tensione nel M5s, timori per accentramento Conte

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Passato il clamore e l’entusiasmo per l’adesione di Giuseppe Conte al Movimento e il battesimo officiato da Grillo per offrire il suo nome sull’altare della leadership pentastellata, il M5s affronta ora le conseguenze che questa scelta, un po’ affrettata e lontana dai protocolli delle forze politiche, sta imponendo al mondo pentastellato. Il progetto di rifondazione annunciato da Conte, al di la’ dei buoni propositi di rilancio ed innovazione della proposta politica, inizia infatti a suscitare qualche dubbio. Soprattutto nella parte, mai smentita, di voler azzerare gli organismi di rappresentanza di cui il Movimento, dopo un anno di preparazione degli Stati generali, si sta per dotare. Per arrivare, invece, ad una sorta di diarchia Conte-Luigi Di Maio che potrebbe poi tramutarsi, in vista delle future elezioni e una volta archiviata l’esperienza Draghi, ad un “tridente” anche con Alessandro Di Battista, il front-man delle piazze che la nuova dirigenza spera di poter recuperare. Non sono, dunque, solo le critiche al “caminetto” che, “senza alcun mandato della base”, ha deciso la svolta. E’ la sostanza della scelta di tornare ad affidare le redini del partito ad una “oligarchia”, come qualcuno gia’ la chiama, che impensierisce una parte del M5s. I dubbi sono emersi anche in occasione dell’assemblea dei gruppi. “C’e’ bisogno di un cambiamento” e l’ex premier “ci proporra’ un progetto”, annuncia Crimi cercando di smorzare le polemiche e assicurando come, finora, “nessuna decisione e’ stata assunta”. A porre la questione arriva pero’ l’intervento del senatore Primo Di Nicola che tuona, appunto, contro i “caminetti” convocati all’insaputa di tutti per decidere le sorti di un partito che invece si batte per una democratizzazione della sua organizzazione interna: “Mi auguro che voi non crediate ad una sola delle parole che avete detto” dice rivolto a Crimi e ai capigruppo. Lo sfogo segnala un malessere gia’ emerso nei giorni scorsi in Parlamento. Anche Luigi Gallo, esponente della vecchia ala ortodossa dei 5 stelle, evidenzia il problema. “Io spero in un processo democratico. E’ un’ esigenza emersa negli Stati Generali che hanno visto la partecipazione di 8 mila persone, in cui tutti hanno convenuto che il M5s ha bisogno di fortificare i processi di democrazia interna. Non e’ piu’ possibile continuare ad affidarci ad una democrazia ‘infantile'” dice il deputato che tuttavia assicura: “Io mi fido di Conte: credo che abbia capito”. Altra questione ormai divenuta bollente e’ quella del rapporto con Rousseau: “Bisogna decidere che fare, ci sono state ingerenze”, ammette Crimi in assemblea mentre si attende a breve anche una convocazione degli iscritti per votare sull’ingresso nella giunta laziale del M5s, con tutte le conseguenze che questa portera’ anche sul contestatissimo processo che portera’ per le candidature al Campidoglio. Ma la “tabula rasa” che la futura dirigenza intende portare avanti, include anche le relazioni con Davide Casaleggio, da “liquidare” con un assegno da circa 500 mila euro. Per poi ripensare tutta la comunicazione del Movimento, con altri strumenti, che decidera’ Rocco Casalino, che sara’ della partita. Intanto mentre tutti si chiedono che fine fara’ il dogma del tetto ai due mandati, restano le espulsioni. Al momento, resta la linea dura. Nessun reintegro, a meno che, in futuro, non dimostrino di aver cambiato idea. “A quel punto valuteremo”, e’ lo spiraglio aperto da Crimi. Anche se i ribelli, compresa Barbara Lezzi, procedono con i ricorsi: in Parlamento e in sede civile, dove chiederanno anche un’azione di risarcimento per “danni morali, di immagine ed esistenziali”.

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