Economia
Renault torna all’utile: ricavi oltre 30 miliardi e 721 milioni di profitto nel primo semestre
Renault chiude il primo semestre 2026 con ricavi in crescita del 9,5% a 30,25 miliardi di euro e un utile netto di 721 milioni, dopo la maxi perdita del 2025 legata soprattutto alla svalutazione della partecipazione in Nissan. Confermati gli obiettivi annuali.
Il futuro, per Renault, comincia a produrre risultati concreti. Il piano strategico futuREady non è più soltanto un programma di trasformazione, ma sta diventando il nuovo modello operativo del gruppo automobilistico francese.
Nei primi sei mesi del 2026 Renault ha registrato ricavi per 30,25 miliardi di euro, in aumento del 9,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e un utile netto di 721 milioni di euro. Un risultato che segna il ritorno in territorio positivo dopo la perdita di oltre 11 miliardi contabilizzata nel primo semestre 2025, provocata in larga parte dagli effetti straordinari legati alla partecipazione in Nissan.
Il risultato operativo torna positivo
Il miglioramento riguarda anche la gestione industriale.
Il risultato operativo è passato da un rosso di 8,404 miliardi di euro a un attivo di 1,126 miliardi. Il margine operativo del gruppo ha raggiunto invece 1,567 miliardi, pari al 5,2% del fatturato.
La distinzione è importante: il margine operativo misura la redditività ordinaria delle attività, mentre il risultato operativo comprende anche altri proventi e oneri, tra cui nel semestre figurano 313 milioni di costi di ristrutturazione.
Il settore automobilistico ha prodotto un margine operativo di 814 milioni, mentre Mobilize Financial Services ha contribuito con 753 milioni.
Cassa positiva per 653 milioni
Il flusso di cassa libero del settore auto è stato positivo per 653 milioni di euro, contro il valore negativo registrato nell’analogo periodo precedente.
La posizione finanziaria netta automobilistica è scesa da 7,335 miliardi di fine 2025 a 6,570 miliardi di euro al 30 giugno 2026. Una riduzione dovuta anche al pagamento di dividendi per 655 milioni e a investimenti finanziari netti per 605 milioni.
La liquidità disponibile del comparto auto resta comunque elevata, a 17,7 miliardi di euro.
Provost: «futuREady è ormai il nostro modo di lavorare»
Il numero uno di Renault, François Provost, rivendica la solidità dei risultati.
«futuREady è più di un semplice piano strategico: sta diventando il modo in cui Renault Group opera», ha affermato.
Secondo l’amministratore delegato, il programma orientato alla crescita sta già mostrando i primi effetti grazie alla spinta dei nuovi modelli e alla trasformazione dell’organizzazione interna.
L’obiettivo è passare da una «storia di successo» a un «sistema di successo», capace di rendere più veloci le decisioni, ridurre i costi e abbreviare i tempi di sviluppo dei nuovi veicoli.
Un’auto nuova sviluppata in due anni
Uno dei cardini del nuovo corso è la riduzione dei tempi industriali.
Renault punta a rendere lo sviluppo di un nuovo veicolo in due anni il proprio standard operativo. Un’accelerazione necessaria per competere con i produttori cinesi, che hanno imposto al mercato cicli di progettazione e lancio molto più rapidi rispetto a quelli tradizionali dell’industria europea.
Il gruppo conferma inoltre l’obiettivo di ridurre mediamente di circa 400 euro all’anno i costi variabili per ciascun veicolo nel medio termine.
Nel primo semestre le misure di contenimento hanno generato risparmi per 184 milioni di euro, grazie soprattutto a una migliore gestione degli acquisti e alla diminuzione dei costi di garanzia.
La spinta di Clio, Twingo, Duster e Alpine
A sostenere i conti è stato anche il nuovo piano prodotti.
In Europa Renault ha lanciato la Clio di sesta generazione e la Twingo E-Tech elettrica. Nei mercati internazionali sono arrivati Boreal e Dacia Duster, mentre Alpine ha beneficiato della crescita della gamma e della supersportiva A390.
La marca Renault è diventata la seconda in Europa considerando automobili e veicoli commerciali leggeri. È seconda anche nelle vendite al dettaglio di auto elettriche e ibride.
Le vendite di veicoli completamente elettrici sono aumentate del 47,6% e hanno raggiunto il 18,8% delle immatricolazioni del gruppo in Europa. Complessivamente, elettriche, ibride e plug-in rappresentano il 52% delle vendite europee.
Il fatturato cresce nonostante le vendite stabili
Il gruppo ha venduto nel semestre 1,165 milioni di veicoli, con una leggera flessione dello 0,4%.
Nonostante i volumi sostanzialmente stabili, i ricavi automobilistici sono cresciuti del 9,3% a 26,806 miliardi.
A trainare il fatturato sono stati soprattutto la produzione per i partner Nissan e Mitsubishi, il miglioramento della composizione della gamma, il maggiore peso dei modelli elettrici e il prezzo medio più elevato della nuova Clio rispetto alla generazione precedente.
Nuovi modelli in arrivo nel secondo semestre
Renault prevede un’ulteriore accelerazione nella seconda parte dell’anno.
Sono attesi la Renault Niagara per i mercati internazionali, la nuova Megane E-Tech, la Dacia Striker, la Sandero ibrida e la nuova Spring.
Entro la fine del 2026 dovrebbe inoltre iniziare la produzione del Trafic Van E-Tech, presentato come il primo veicolo europeo interamente definito e gestito attraverso un’architettura software.
È proprio sul software, oltre che sull’elettrificazione, che Renault intende giocare una parte importante della competizione futura.
Confermati gli obiettivi per il 2026
Il gruppo ha confermato le previsioni per l’intero esercizio.
Renault punta a chiudere il 2026 con un margine operativo pari a circa il 5,5% dei ricavi e con un flusso di cassa libero del settore automobilistico vicino a un miliardo di euro.
«La qualità dei risultati del primo semestre, insieme alla forza del piano prodotti e all’attuazione di futuREady, ci consente di confermare le nostre previsioni», ha concluso Provost.
Dopo una fase segnata dalla crisi del rapporto con Nissan e dalle difficoltà dell’intero settore europeo, Renault torna dunque all’utile e prova a dimostrare che la trasformazione non è rimasta sulla carta. Il banco di prova sarà ora la capacità di mantenere i margini mentre aumentano gli investimenti sull’elettrico, sul software e sui nuovi modelli.
Economia
UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo
Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.
Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.
Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.
UniCredit vicina al 50 per cento
Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.
Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.
La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.
Le divergenze sul piano industriale
Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.
Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.
La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.
«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.
La posizione del governo tedesco
Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.
Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.
Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.
Nessuna scossa in Borsa
I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.
Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.
Economia
Petrolio, riserva strategica Usa sotto i 300 milioni di barili: minimo dal 1983
La riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti scende a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal gennaio 1983. Pesano i rilasci disposti dopo il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz.
La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili, toccando il livello più basso degli ultimi 43 anni. Il nuovo calo fotografa la crescente pressione esercitata sulle scorte energetiche mondiali dal conflitto con l’Iran e dalla persistente crisi nello Stretto di Hormuz.
Secondo i dati diffusi dal Dipartimento americano dell’Energia, nell’ultima settimana la Strategic Petroleum Reserve, conosciuta con la sigla Spr, si è ridotta di 6,1 milioni di barili, attestandosi a 298,7 milioni.
Il livello più basso dal 1983
Per ritrovare una quantità così ridotta bisogna tornare al gennaio del 1983, quando la riserva statunitense era ancora in fase di costituzione. La Spr fu infatti istituita nel 1975, dopo la crisi petrolifera provocata dall’embargo arabo, con l’obiettivo di proteggere l’economia americana da improvvise interruzioni delle forniture.
Il petrolio viene conservato in grandi cavità saline sotterranee situate in Texas e Louisiana e può essere immesso sul mercato in caso di emergenze energetiche o gravi squilibri dell’offerta.
Il rilascio deciso da Trump
Il presidente Donald Trump aveva autorizzato a marzo il rilascio di 172 milioni di barili, dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’operazione statunitense rientrava in un intervento coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, finalizzato ad attenuare l’aumento dei prezzi e compensare almeno in parte la riduzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico.
Le consegne programmate stanno però assottigliando rapidamente la riserva americana, già ridimensionata dai precedenti prelievi effettuati negli ultimi anni.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Attraverso Hormuz transita una parte rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo. Il blocco imposto dall’Iran ha costretto produttori e compagnie di navigazione a cercare rotte alternative, aumentando tempi, costi e rischi per il mercato energetico.
Il calo della riserva limita progressivamente il margine di intervento di Washington qualora la crisi dovesse prolungarsi. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati con Teheran e dalla possibilità di ripristinare una circolazione stabile delle petroliere attraverso lo Stretto.
Economia
Pil, Napoli cresce dell’1,5%: quarta città d’Italia
Il Pil di Napoli è stimato in crescita dell’1,5% nel 2026, contro una media nazionale dello 0,9%. Preoccupa l’inflazione prevista al 3,5%.
Napoli dovrebbe chiudere il 2026 con una crescita del Prodotto interno lordo dell’1,5%, conquistando il quarto posto tra le città capoluogo italiane. Davanti ci sono soltanto Bolzano, con un incremento stimato dell’1,8%, e Roma e Milano, entrambe all’1,6%.
La previsione emerge dall’analisi realizzata dal Centro Europa Ricerche per Confesercenti, elaborata sulla base delle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il dato napoletano supera nettamente la crescita nazionale prevista allo 0,9% e quella del Mezzogiorno, indicata allo 0,8%.
Napoli traina il Mezzogiorno
La stima rafforza il ruolo economico assunto da Napoli negli ultimi anni. La crescita della città risulta quasi doppia rispetto a quella prevista per la Campania, ferma allo 0,8%, e conferma l’esistenza di velocità differenti anche all’interno della stessa regione.
Nel Mezzogiorno si distingue anche Bari, con un aumento atteso dell’1,3%. All’estremo opposto della classifica si trova Reggio Calabria, per la quale viene prevista una crescita sostanzialmente nulla.
Il quadro nazionale resta comunque molto differenziato. Il Nord-est dovrebbe crescere dell’1,1%, il Centro dell’1%, mentre Nord-ovest, Sud e Isole sono appaiati allo 0,8%. Tra le regioni guida il Trentino-Alto Adige con l’1,5%; la Valle d’Aosta è l’unica per la quale si stima una contrazione, pari allo 0,1%.
Non è soltanto l’effetto del turismo
Il turismo resta uno dei principali motori dell’economia napoletana, ma da solo non basta a spiegare la crescita. Venezia, nonostante la sua fortissima vocazione turistica, dovrebbe fermarsi allo 0,7%, mentre Firenze è stimata all’1,1%.
A Napoli incidono anche l’artigianato, la gastronomia, le produzioni locali, la moda e la sartoria. Secondo le valutazioni di Confesercenti, il comparto turistico e le attività collegate generano tra Napoli e provincia un valore superiore a 5 miliardi di euro all’anno, coinvolgendo oltre 128mila imprese e 750mila occupati.
«Se in passato poteva sembrare una scommessa audace, oggi è una certezza», afferma Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Napoli e Campania e vicepresidente nazionale con delega al Mezzogiorno. «La città ha la struttura e la maturità per gestire e valorizzare contesti di grandissima visibilità».
L’allarme dell’inflazione
Alla crescita del Pil si accompagna però un aumento sostenuto dei prezzi. Per Napoli viene stimata nel 2026 un’inflazione del 3,5%, la seconda più alta tra i capoluoghi italiani dopo Reggio Calabria, indicata al 4,3%. Seguono Bolzano e Roma, entrambe al 3,4%.
Schiavo riconduce la riduzione dello storico divario dei prezzi tra Napoli e il Nord anche al crescente ricorso alle catene internazionali di approvvigionamento. La città e la Campania, sostiene, conservano tuttavia un costo medio inferiore rispetto alle aree settentrionali e un rapporto favorevole tra qualità e prezzo per numerosi prodotti locali.
Cinque città concentrano metà della crescita
Il presidente nazionale di Confesercenti, Nico Gronchi, invita a leggere le previsioni con prudenza, anche per le possibili conseguenze del caldo sui consumi e sulla produttività.
Il dato strutturale è che metà della crescita italiana attesa nel 2026 si concentra in appena cinque città. Le economie urbane stanno quindi diventando un motore autonomo dello sviluppo nazionale, ma la sfida sarà trasformare l’aumento del Pil in occupazione stabile, servizi migliori e benefici diffusi per famiglie e imprese.


