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Referendum sulla separazione delle carriere, la raccolta firme frena il governo

La raccolta di firme popolari sul referendum per la separazione delle carriere rischia di rallentare il governo sulla data del voto. Dubbi giuridici e tensione politica.

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La raccolta di firme popolari per chiedere il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati potrebbe incidere in modo decisivo sui tempi scelti dal governo per fissare la consultazione. L’iniziativa, avviata poco prima di Natale da un gruppo di quindici cittadini, rischia infatti di complicare l’ipotesi di un voto già ai primi di marzo, come ipotizzato dall’esecutivo.

Sabato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano aveva annunciato che la questione sarebbe stata affrontata nell’ultimo Consiglio dei ministri dell’anno. Ma nelle stesse ore è arrivato l’avvertimento delle opposizioni.

Conte e le opposizioni mettono in guardia

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, annunciando la propria adesione alla raccolta di firme, ha invitato il governo a non “accelerare i tempi” del referendum. Una posizione condivisa anche da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, mentre Deborah Serracchiani ha chiesto all’esecutivo di rispettare la procedura prevista dalla legge.

Alla mobilitazione ha aderito anche Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No formato da associazioni contrarie alla riforma.

Le regole e i margini interpretativi

La legge 352 del 1970 disciplina tempi e modalità del referendum. Dopo l’approvazione definitiva della riforma costituzionale e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, avvenuta il 30 ottobre, sono previsti tre mesi per la raccolta delle firme, che possono arrivare da 500mila cittadini o da un quinto dei parlamentari di una Camera.

Le firme parlamentari sono state depositate subito – il 5 novembre dal centrodestra e il 7 novembre dal centrosinistra – e la Cassazione ha ammesso i quesiti già il 19 novembre, senza attendere la scadenza dei tre mesi. Da qui l’ipotesi del governo di fissare il referendum l’1 marzo, o in subordine il 15 marzo.

La nuova raccolta e il rischio ricorsi

Il 20 dicembre i quindici cittadini promotori hanno depositato un nuovo quesito in Cassazione, annunciando l’avvio della raccolta di firme popolari attraverso la piattaforma digitale del ministero della Giustizia. La campagna è partita il 22 dicembre e ha già superato quota 70mila adesioni, nonostante il periodo festivo.

Secondo molti giuristi, se la raccolta raggiungerà le 500mila firme, scatteranno diritti specifici per il Comitato promotore, tra cui spazi televisivi garantiti per la campagna referendaria e il rimborso delle spese. Per questo, sostengono, sarebbe necessario attendere il decorso dei tre mesi previsti dalla legge.

La decisione del governo

Ora la scelta è politica e giuridica. L’esecutivo può procedere comunque con l’indizione del referendum, assumendosi il rischio di un ricorso al Tar – già annunciato dall’avvocato Pier Luigi Panici per conto dei promotori – oppure attendere il 30 gennaio, data entro la quale potrebbero essere depositate le 500mila firme in Cassazione.

Una decisione che rischia di trasformare il calendario del referendum in un nuovo terreno di scontro tra governo e opposizioni, con effetti diretti sulla campagna referendaria e sul clima politico del Paese.

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Referendum giustizia, scontro tra governo e magistratura: Meloni attacca, polemiche sui decreti attuativi

Nuovo scontro sulla riforma della giustizia: Meloni attacca una “parte politicizzata” della magistratura. Polemiche sui decreti attuativi prima del referendum del 22 e 23 marzo.

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna a criticare una parte della magistratura, definita “politicizzata”, accusata di ostacolare le politiche contro l’immigrazione irregolare.

Nel mirino un caso riguardante un cittadino algerino irregolare con numerose condanne alle spalle, per il quale alcuni giudici avrebbero escluso l’espulsione disponendo anche un risarcimento di 700 euro a carico del ministero dell’Interno. Le dichiarazioni arrivano nel pieno della campagna per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.

I decreti attuativi e la replica di Nordio

Parallelamente si è aperto un nuovo fronte politico sul ministro della Giustizia Carlo Nordio, dopo la notizia che gli uffici del ministero avrebbero iniziato a lavorare ai decreti attuativi della riforma, nonostante l’esito referendario sia ancora incerto.

Nordio ha precisato che si tratta di bozze preparatorie, per non farsi trovare impreparati in caso di approvazione del referendum. I decreti attuativi definiscono le modalità concrete di applicazione delle norme e vengono adottati solo dopo l’entrata in vigore delle leggi.

Le critiche delle opposizioni

Le opposizioni parlano di forzatura politica. Il capogruppo di Avs al Senato, Peppe De Cristofaro, ha definito l’iniziativa una “guerra ai magistrati”. Il M5s accusa il governo di arroganza e sostiene che i decreti sarebbero già pronti.

Il Pd ha chiesto che Nordio riferisca in Aula. Il presidente del M5s Giuseppe Conte ha contestato anche la richiesta dell’elenco dei finanziatori del comitato per il “No” vicino all’Associazione Nazionale Magistrati, definita dal ministro un atto dovuto su richiesta parlamentare.

Le tensioni nella maggioranza

Anche all’interno della maggioranza non sono mancate osservazioni. Il vicepremier Matteo Salvini ha invitato a evitare aggettivi e attacchi personali, richiamando la necessità di concentrarsi sul merito della riforma.

Dal governo si sottolinea che vi è disponibilità al confronto tecnico sulle norme attuative, posizione già espressa dal sottosegretario Alfredo Mantovano e ribadita da Nordio.

Nuove polemiche sulla campagna referendaria

Si apre inoltre un ulteriore fronte sulle spese per la campagna referendaria. Angelo Bonelli (Avs) ha sollevato la questione dell’utilizzo dei fondi dei gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha respinto le accuse, sostenendo la correttezza delle procedure.

Il confronto politico si intensifica dunque a poche settimane dal voto referendario, in un clima segnato da tensioni tra governo, magistratura e opposizioni, con la riforma della giustizia al centro del dibattito pubblico.

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Brevetti green, Italia terza in Europa: 295 domande e boom nelle tecnologie climatiche

L’Italia è terza in Europa per brevetti green con 295 domande. Le imprese innovative in tecnologie ambientali fatturano di più, esportano e attraggono capitali esteri.

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L’Italia si colloca al terzo posto in Europa per numero di brevetti green, con 295 domande, dietro Germania (1.632) e Francia (729). Il dato emerge dallo studio “Competitivi perché sostenibili”, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, presentato al ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Nella classifica generale delle imprese con brevetti sul totale delle aziende, l’Italia è ancora terza con 16,5 imprese brevettatrici ogni 1.000, dopo Germania (21,6) e Austria (18,9).

Manifattura e territori trainanti

A livello territoriale, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte guidano per numero di brevetti, grazie alla tradizione manifatturiera e alla capacità di trasformare ricerca e know-how in soluzioni applicative.

Il settore manifatturiero è il principale motore delle domande italiane di brevetto europeo verde. Seguono ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%).

Tra il 2019 e il 2024, 578.450 imprese – pari al 38,7% del totale – hanno realizzato eco-investimenti, confermando una crescita costante degli investimenti in sostenibilità.

I settori chiave e la crescita record

L’Italia registra risultati significativi nella mobilità sostenibile, che rappresenta il 31% dei brevetti legati alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Spiccano anche l’efficienza energetica nell’edilizia, la gestione dei rifiuti e delle acque reflue e le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, cresciute del 270% nell’ultimo decennio.

Secondo Ermete Realacci (nella foto Imagoeconomica col ministro Urso), il Paese dimostra capacità di innovazione nei settori ambientali, ma occorre rafforzare gli investimenti in ricerca e replicare il modello dell’economia circolare in ambiti come elettrificazione ed energie rinnovabili.

Imprese green più forti e più internazionali

Le imprese che depositano brevetti green generano un fatturato medio di 382 milioni di euro, contro i 41 milioni delle non green, e presentano una maggiore produttività (144.000 euro di valore aggiunto per addetto contro 92.000).

Oltre la metà (57,8%) esporta, per un valore superiore a 63 miliardi di euro, con mercati diversificati. Inoltre, il 41,9% di queste imprese ha partecipazioni estere, contro il 31,7% delle altre.

Il capitale umano risulta più qualificato: il 29,7% degli addetti è laureato, con una quota rilevante in discipline Stem.

Per Giuseppe Tripoli, la crescita del 44,4% dei brevetti green tra 2012 e 2022 è un segnale positivo, ma resta da migliorare il rapporto tra ricerca e impresa e la consapevolezza del valore della tutela giuridica.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso  ha sottolineato che l’Italia può essere leader nel riciclo e nella valorizzazione delle materie prime seconde, rafforzando così la propria autonomia strategica in un contesto globale competitivo.

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Tajani convoca l’ambasciatore iraniano dopo il gesto contro Mattarella

Un parlamentare iraniano ha strappato l’immagine del presidente Sergio Mattarella. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani convoca l’ambasciatore iraniano.

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Un parlamentare iraniano ha strappato l’immagine del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’episodio è stato definito “increscioso” dal ministro degli Esteri.

La notizia è stata resa nota dal titolare della Farnesina, che ha espresso solidarietà al capo dello Stato.

La convocazione dell’ambasciatore

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato la convocazione dell’ambasciatore iraniano in Italia.

La decisione rientra nelle prerogative diplomatiche del governo italiano in presenza di episodi ritenuti offensivi nei confronti delle istituzioni della Repubblica.

Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulle circostanze in cui si è verificato il gesto né sulle eventuali conseguenze nei rapporti tra Roma e Teheran.

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